lunedì 29 aprile 2013

Un ministro congolese???

Cécile Kashetu Kyenge, ministro

Tre anni fa scrissi un post a proposito di un articolo della Nuova Sardegna, nel quale si parlava di due “cittadini congolesi, di madre algherese, in possesso anche della cittadinanza italiana”. La frase mi aveva naturalmente fatto fare un salto sulla sedia.
Stamattina mia moglie mi ha fatto notare che sulla prima pagina di Repubblica si parla della “congolese” Cécile Kashetu Kyenge, nuovo ministro dell'integrazione. E ho rifatto un salto sulla sedia.
La Signora Kyenge è effettivamente natìa di Kambove, città del Katanga, nel sud-est della repubblica Democratica (si fa per dire) del Congo. Non so come stiano le cose tra Congo e Italia, non so in particolare se ci sia un trattato che permette la doppia nazionalità. So però che la Signora Kyenge abita a Castelfranco dell'Emilia, in provincia di Modena e che è cittadina italiana. Lo so semplicemente perché se non fosse così non vedo come qualcuno avrebbe potuto farla ministro. Monsieur de Lapalisse, bonjour.
La Signora Kyenge è una cittadina italiana di genitori congolesi. Proprio come in Francia io, che ho la doppia nazionalità italo-francese, sono un cittadino francese di genitori italiani. Perché allora chiamarla congolese? Probabilmente per fretta, perché sarebbe stato più lungo scrivere “di genitori congolesi”, o “italo-congolese”, o “congolo-italiana”. Ma, si sa (o si dovrebbe sapere), le parole sono importanti, tanto più quando sono scritte sulla prima pagina del principale quotidiano del Paese. E le parole sono ancora più importanti quando ci si dà la briga di considerarle non come oggetti isolati, ma nel loro contesto.
Vedere scritto “la congolese Cécile Kyenge” mi irrita quanto vedere “settantenne derubata da un rumeno”, o “tre napoletani arrestati per furto”. Non vedo perché la pseudo informazione riguardante l'origine di una persona dovrebbe essere più rilevante del fatto, che so?, che avesse i baffi o che portasse dei pantaloni blu.
Sono vecchie abitudini queste, vecchi riflessi condizionati, dei quali è sempre più urgente sbarazzarsi. Sono piccole dimostrazioni di piccolo razzismo quotidiano. Sono quelle gocce che, se non vengono asciugate subito, finiscono col creare un fiume in piena.
Due cose mi vengono in mente: una citazione della giornalista francese Françoise Giroud, che quando fu nominata segretario di Stato alla condizione femminile disse che ci sarà davvero uguaglianza tra uomini e donne quando delle donne incapaci saranno nominate ministro; una frase di Morgan Freeman che disse che il miglior modo di combattere il razzismo è smettere di parlarne.
La nomina a ministro di Cécile Kyenge è ovviamente un fatto simbolicamente importante in un'Italia sempre più razzista, e mi pare difficile che qualcuno possa non vedere quel simbolo. Ma, davanti a una nomina politica, mi pare ovvio che la sola cosa che conti veramente sia la competenza della persona scelta e la sua capacità ad assumere la responsabilità di un ministero.
Tre o quattro anni fa Morgan Freeman era intervistato dal giornalista Mike Wallace a proposito del black history month, il mese della storia nera, istituito negli Stati Uniti nel 1976.
MIKE WALLACE: Trova il mese della storia nera...?
MORGAN FREEMAN: Ridicolo.
MW: Perché?
MF: Vuole relegare la mia storia a un mese? Su... cosa fa della sua? Qual'è il mese della storia bianca?
MW: ….
MF: Su....
MW: Io sono ebreo.
MF: Ok. Qual'è il mese della storia ebrea?
MW: Non c'è.
MF: Ah, non c'è. Perché no? Ne vorrebbe uno?
MW: No, no...
MF: Non lo voglio neanch'io. Non voglio un mese della storia nera. La storia nera è la storia americana.
MW: Come sbarazzarci del rassismo allora?
MF: Smettiamola di parlarne. Io la smetto di chiamarla Bianco e le chiedo di smetterla di chiamarmi Nero. La conosco come Mike Wallace, lei mi conosce come Morgan Freeman.
Purtroppo il tempo in cui un "ministro congolese" sarà semplicemente un ministro sembra ancora lontano.
C'è un tempo per ogni cosa. Negli anni '50 e '60, poeti come Léopold Sédhar Sengor, Léon Damas e Aimé Césaire coniarono con orgoglio la parola négritude, a difesa di quella che consideravano una cultura prettamente africana che non aveva nulla da invidiare all'europea. Ma quell'idea non nacque da una volontà di opposizione tra Europa e Africa, ma dalla rivendicazione di un continuum culturale tra i due continenti, che aveva avuto origine dai numerosi faraoni egiziani con la pelle scura. Non a caso l'ex-calciatore Lilian Thuram ha chiamato il suo secondo figlio Képhren in onore del faraone che fece costruire la seconda delle tre grandi piramidi di Giza e che fu uno dei numerosi faraoni di origine nubiana a regnare sul'Egitto. 
Il razzismo non è un'esclusiva europea. Tanto per citare alcuni Paesi nei quali ho avuto occasione di lavorare, posso testimoniare dell'esistenza del razzismo in India, in Mauritania, in Russia, in Etiopia. Il razzismo è probabilmente un male comune a tutti i popoli del mondo, ovvero a chi, in diverse parti e culture del mondo, si lascia sopraffare dall'ignoranza e dalla paura. Il razzismo è subdolo e viscido. Si infila dentro di noi senza che nemmeno ce ne accorgiamo e fa le uova, come un parassita. Ma se abbiamo un cervello è proprio per accorgecene e sbarazzarcene prima di risultarne infettati.

Ho interrotto la scrittura di questo post a favore di un piatto di linguine. Pranzando ho acceso la televisione per avere notizie di quanto successo stamattina di fronte a Palazzo Chigi, dove un uomo ha sparato a due carabinieri. Un uomo? Secondo SkyTv no: un calabrese. Non uno squilibrato: un calabrese.
It's a long way to Tipperary...

giovedì 25 aprile 2013

Normalità della patonza

Nella mano destra tenevo un miscuglio di sei cereali da me amorosamente panificati nel forno di casa. Per aumentare la goduria ci avevo spalmato sopra un sottile strato di prodotto bovino giallognolo, nonché un nettamente meno sottile secondo strato di pere e pesche amorosamente preparato da zia Pinotta il 21/08/2012, come indicato dall'artigianale etichetta.
Erano circa le sette e cinquanta minuti primi. Timidi raggi di sole penetravano nel tinello attraverso i vetri sporchi. Nella tazza che mi stava davanti fumava una bevanda il cui contenuto aveva avuto origine in una collinosa piantagione indiana a 54 chilometri a nord della città di Siliguri, tra il Nepal e il Bhutan. Davanti a me, lo schermo di un computer MacBook Pro dotato di un processore da 2.53 Gigahertz mi offriva la visione della versione web dell'Huffington Post.
La mattina era incominciata bene. Mi ero svegliato volentieri, avevo lavato i piatti della sera prima (pochi, a dire il vero, visto che avevamo mangiato una pizza che ero andato a ritirare in moto), mi ero preparato la mia solita solitaria colazione, avevo già passato in rivista i siti del Corriere della sera, del Fatto quotidiano, del Giornale, dell'Huffington post italiano, nonché del francese. Ero sereno. Forse sarei stato anche più contento se già avessi saputo ciò di cui sono venuto a conoscenza solo un'ora dopo, al caffé, che il sindaco della mia città era stato destituito da una sentanza della Corte d'Appello. Ma questa è un'altra storia.
Improvvisamente mi è caduta la mascella. Mi è venuta giù, barba e tutto, come quella del lupo dei cartoni animati di Tex Avery quando vede per la prima volta una Cappuccetto Rosso con le sembianze di un incrocio tra Rita Hayworth, Marylin Monroe, Jane Russel e Mae West (auuuuuuuuhhhh!!!).
Io non ho fatto auuuuuuuuhhhh!!!. Ho riletto, incredulo, ciò che avevo appena letto: WATCH: My 'Designer Vagina' Changed My Life. Non credendo ai miei occhi, ho tradotto a voce alta: GUARDA: la mia 'vagina da designer' mi ha cambiato la vita. Ho watchato.
Una giornalista obesa mi ha spiegato che “today, vaginas are much more on display” (oggi le vagine sono molto più in mostra). Mi sono buttato sul pulsante pausa con tanto impeto che la marmellata di zia Pinotta mi si è appiccicata al naso facendomi assomigliare a W.C. Fields dopo una bevuta (cioè sempre). Ragazzi, non scherziamo: come sarebbe a dire che le vagine oggi sono molto più in mostra? Perché non ne sapevo niente? Chi me l'aveva nascosto?
Ho ricliccato su play. “Alle donne viene insegnato a preoccuparsi di sapere se siano o no normali là in basso”. Davvero? E chi glielo insegna, a guardarsi la patonza, immagino dentro uno specchio posato a terra, oppure dopo un corso triennale di contorsionismo diretto da una ex-star del Circo di Pechino?
“Sempre più donne fanno ricorso alla labioplastica”. Pausa! Wikipedia: in italiano non c'è niente. Presto, guardiamo in inglese! Labiaplaty c'è! È una chirurgia plastica che altera le labia minora (piccole labbra) e le labia majora (grosse labbra), cioè le pieghe della pelle che circondano la vulva umana. Wikipedia mi informa che ci sono due tipi di donne che fanno ricorso a questa plastica: quella afflitte da intersex, ovvero una deformazione che rende la loro zona genitale difficile da definire come femminile o maschile e le idiote. Vabbè, Wikipedia non la dice proprio così: dice che la seconda categoria è quella delle donne che, pur non avendo nessun problema, pensano di avere una zona genitale anormale.
Adesso non vorrei star qui a fare l'esperto rivendicando non so quale approfondita conoscenza della vagina umana. Però, avendo raggiunto un'età più che doppia di quella alla quale Schubert fu sotterrato di fianco a Beethoven e avendo avuto, nel mio piccolo, la possibilità di osservare da vicino alcune decine di piccole e grandi labbra, forse anche perché sono di quella generazione di ex-sessantottini che avevano una certa tendenza naturale verso questo tipo di osservazione, posso affermare di non avere la più pallida idea di cosa cacchio possano essere delle labbra, piccole o grosse, 'anormali'. Non dico che non esistano: dico che non ne ho mai viste. E comunque mi pare di capire che qui non si tratta di anormalità, ma di donne alle quali “è stato insegnato a preoccuparsi di sapere se siano o no normali là in basso”.
Ora, si sa, e il dottor Knock lo sapeva benissimo, che non c'è miglior modo di sentirsi anormale che incominciare a chiederselo.
Play. La giornalista intervista una certa Julie: “Julie, qual'è la realtà della tua esperienza?” “La mia realtà è che non mi sentivo bene con il mio aspetto (sottinteso il mio aspetto là in basso ndr). La sensazione era di avere come una barriera che mi impediva di sentirmi come volevo sentirmi. Adesso che la cosa è fatta non posso nemmeno spiegarti quanto sia straodinario”. Pausa!
Una lunga sorsata di té. Una profonda incertezza tra lo scoramento, la voglia di ridere e quella di piangere. Un'incertezza esistenziale. E una terribile domanda: non sarò mica io l'anormale?
No, davvero, me lo sono chiesto: non sarò mica anormale a credere che tutto questo sia assurdo? A pensare che ci sia del grottesco nel semplice fatto che un giornale possa pubblicare questo tipo di notizia? A dirmi che tra seni al silicone, labbra al botulino, deretani liposucchiati, nasi limati, occhi tirati, orecchie incollate, capelli stirati, guance ceronate, ciglia chilometriche e unghie stampate ho l'impressione di vivere sempre di più in un film di mutanti?
Socrate, dove sei? Spiegaglielo tu, ti prego! Spiegaglielo che non c'è niente di peggio che essere 'normali' in tutto e per tutto, che quello è il sogno di Big Brother, che senza la voce roca di Claudia Cardinale, l'accento svedese di Greta Garbo, il bitorzolo sulla fronte di Lea Massari, gli occhi globulosi di Susan Sarandon e la mascellona di Sigourney Weavers quelle donne non sarebbero state le stesse. Diglielo tu che Anna Magnani e Irene Papas erano bellissime anche se non assomigliavano a Elisabetta Canalis. E diglielo che Nicole Minetti è un cesso!
Ci sono giornate così, che incominciano bene e sono poi rovinate in un batter d'occhio perché uno si ostina a leggere i giornali. Per fortuna tra un paio d'ore sarò tranquillamente seduto da Beppone con moglie e sorella davanti a un fumante piatto di tagliatelle alla farina di castagne condite coi funghi porcini.
Nel frattempo vado a riguardarmi le immagini di uno che di queste cose se ne intende.

domenica 21 aprile 2013

Sono stanco



Volevo scrivere un post sulla rielezione di Napolitano. Ma non sono un commentatore politico. Sono solo uno come tanti, che ha appena assistito, allibito, a un'indegna sceneggiata.
Sono uno che non cerca nemmeno più di capire perché ha l'impressione che non ci sia più niente da capire. Mi viene in mente il vecchio slogan, fermate il mondo, voglio scendere.
Sono assordato da tutti quelli che vogliono continuare a farmi credere di avere capito tutto.
Sono stanco.
Non sono nemmeno deluso. Sono allibito.
Spero che non mi chiami nessuno dall'estero per chiedermi di spiegargli. Non saprei cosa dire.
L'altro giorno, in Francia, mia figlia mi chiedeva di spiegarle Grillo. Ma come fai a spiegare uno che parla di colpo di Stato, che vuole i suoi per strada “a milioni” e che, siccome c'è un colpo di Stato, decide di partire in camper da Udine per andare a Roma? Uno che dice “spargete il Verbo”, manco fosse nato in una grotta di Betlemme? Uno che dice “qui o si fa la democrazia o si muore come Paese”, manco fosse partito in barca da Quarto verso Marsala? Uno che poco dopo dice che, beh, magari c'è un colpo di Stato, però scusate, col camper arriverò a Roma solo a notte fonda, quindi ci vediamo domani?
Mi ritrovo ad essere d'accordo con Nicola Porro, il giornalista del Giornale, che ieri sera in televisione diceva che chi ha vinto sono i conservatori, quelli di destra come quelli di sinistra. Ma te lo immagini, essere d'accordo con Nicola Porro?
Sono stanco.
Stamattina sul giornale ho visto l'unica foto emblematica di tutto ciò che è successo, un primo piano di Berlusconi che se la gode come un grillo (scusa il gioco di parole, ma ci sta) per essere riuscito, praticamente senza muovere un dito, a sfasciare gli avversari politici e a ritrovarsi in una posizione di forza.
Grillo e Berlusconi. Ormai sembrano esistere solo loro due, come i due fuochi di un'improbabile ellisse. Se molto li divide, altrettanto li accomuna: il populismo, innazitutto; la capacità di parlare inebriando e portando l'ascoltatore alla rinuncia spontanea a qualsiasi senso critico; la concezione padronale della politica (il partito sono io); ma soprattutto la straodinaria facoltà di accelerazione continua, che evita, all'uno come all'altro, di rendere qualsiasi conto. Che poi la palese malafede di Berlusconi possa essere superiore a quella di Grillo è secondario. Ciò che conta, per l'uno e per l'altro, è la forma, ben più che la sostanza. Entrambi possono dire tutto e il contrario di tutto, va sempre bene, visto che ciò che li lega ai loro “popoli” rispettivi non è mai un ragionamento, ma qualcosa di più primitivo, come un mal di pancia.
Sul giornale di stamattina c'era anche un'altra foto, quella di Bersani che si tiene la testa, non si sa bene se definitivamente abbattuto o momentaneamente sollevato. Un uomo comunque che già non c'è più e che forse non c'è mai stato. Non so se Bersani abbia finito col capire che non aveva capito niente, ne dubito. Ma quell'immagine dà un'impressione di incredulità, come di uno che non può proprio guardare le cose in faccia, che non ce la fa ad accettare di aver provocato quel cumulo di macerie. Accanto a Bersani, Pirro è un dilettante.
E poi mi dico che tutto questo ha qualcosa di pateticamente ridicolo. Mi dico che tutta questa gente che passa ore ed ore a spiegarmi in televisione il perché e il per come di cose tanto assurde altro non è che una coorte di rane che si prendono per buoi. Panta rei hos potamós, tutto scorre come un fiume anche mentre questi cercano di convincermi di verità di pietra. Nuove ideologie contro vecchie ideologie. Nuove assicurazioni contro vecchie promesse non mantenute. Nuove esegesi contro vecchie epistemologie. Nuovi tribuni contro vecchi marpioni.
Se fossi uno che ama passeggiare in campagna andrei a passeggiare in campagna. Invece sono qui, davanti al computer. Ma continuo a guardare fuori dalla finestra. Vedo vecchie mura etrusche, con la torre del Cassero. Vedo un pezzo di cielo con le nuvole che passano.
Vado a farmi un risotto. Sono stato in Francia per un mese e adesso ho voglia di risotto. Col Carnaroli. E forse dopo anche un po' di ricotta con il miele. Magari dopo mi sentirò un po' meno stanco.

venerdì 29 marzo 2013

Di mio padre



Ieri sera un'inattesa constatazione mi ha attraversato il cervello: due settimane fa ricorreva il centesimo anniversario della nascita di mio padre. Come passa il tempo!..., mi dirà il filosofo lettore.
Naturalmente mio padre a cent'anni non c'è arrivato. Non è nemmeno arrivato ai settanta, come pure suo padre prima di lui. Se credessi a un'ineluttabile fatalità familiare forse incomincerei a scrivere bigliettini di ringraziamento e di saluto, ma siccome quest'ultima frase non avrà mancato di far girare a grande velocità a mia moglie quelle cose che girano a loro quando a noi girano gli zebedei, soprassederò.
A proposito di zebedei: ti sei mai chiesto perché si chiamino zebedei? Ovviamente noi tutti accaniti lettori dei Santi Vangeli ben sappiamo che Zebedeo era il padre di due apostoli, Giacomo il Maggiore e Giovanni. Sappiamo anche, da Marco 3,17, che Gesù a quei due “pose nome Boanerghes, che vuol dire figli del tuono”. Ma perché Zebedeo era un tuono? Per via di una sua smodata passione per i fagioli che aveva finito col procurargli un'aerofagia cronica? Per la smisurata energia sessuale che gli veniva dal possesso di due testicoli grossi come uova di struzzo? Non si sa. Misteri della fede.
Con mio padre non ci siamo mai capiti granché. Neppure con mia madre, se è per quello. Ma non importa. Quel che mi ha colpito è stato realizzare che, visto che mio padre era del '13, suo padre e suo suocero erano entrambi nati, tanto per dirne qualcuna, prima che Marconi inventasse la radio, Michelin gli pneumatici per auto e i fratelli Lumière il cinema; prima della scoperta della radioattività, prima della prima Olimpiade e persino prima del primo numero della Gazzetta dello Sport. Due generazioni e, hop!, un altro mondo.
Come passa il tempo!...
Di mio padre ho sempre saputo poco, era uno che non parlava tanto. So che era figlio di un viaggiatore di commercio tedesco che finì poi con l'emigrare negli Stati Uniti. Nel New Jersey mise su una fabbrichetta di non so bene cosa verso la fine del 1928. Poco dopo arrivò il crac del '29, nonno Rodolfo perse tutto, morì e fu sotterrato nella ridente cittadina di Hoboken, cioè dall'altra parte dell'Hudson rispetto a Manhattan. Quel che mi resta di lui è un certificato di morte sul quale risulta sposato a una sconosciuta. È bello avere un nonno bigamo.
Ma torniamo a mio padre, che nacque in Germania, nell'industriosa Ruhr. Un anno dopo la sua nascita, sua madre lo portò in Italia, probabilmente per farlo vedere alla famiglia. Nonna Maddalena, che di cognome faceva Cavanna, in Italia aveva previsto di restarci qualche settimana. Ma ecco che uno studente serbo, tale Gavrilo Princip, si impicciò della cosa, obbligando mia nonna a cambiare programma. Già che c'era, Gavrilo ne approfittò per trasformare l'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria-Ungheria in colabrodo, mediante l'impiego di una pistola Browning FN M1910 semiautomatica di fabbricazione belga (numero di serie 19074, caricatore .32 ACP). Il fattaccio, ancor prima di irritare nonna Maddalena (detta Lena), fece girare gli zebedei (ci risiamo...) all'imperatore Francesco Giuseppe, che pensò bene di dichiarare guerra alla Serbia, dando così inizio alla prima guerra mondiale.
Ma torniamo a nonna Lena. Era alla stazione di Torino, dove l'avevano accompagnata i genitori, e si apprestava a ritornare in Germania col figlioletto in braccio. Ma ecco che sua madre, cioè la mia bisnonna, temendo di vedere il nipotino in pericolo di morte nella Germania del Kaiser Guglielmo che tutti sapevano sarebbe presto entrata in guerra, convinse nonna Lena a tornarsene da sola dal marito lasciando il pargolo, nonché mio futuro genitore, in Italia. Tanto, come al solito, la guerra era destinata a durare pochi mesi...
Fatto sta che il piccolo Schusterino si ritrovò a vivere coi nonni in un paesino piemontese, Mosso Santa Maria, che darà più tardi i natali al pittore Ugo Nespolo, di cui mia moglie possiede una litografia e che io ho più volte incontrato a casa di Enrico Baj (com'è piccolo il mondo!...).
Insomma, per farla breve, visto che sua madre se l'era lasciato dietro a poco più di un anno, mio padre conobbe i suoi genitori quando di anni ne aveva già sei, il che dev'essere una cosa assai strana.
A parte questo, dell'infanzia di mio padre non so praticamente niente. So solo che è a quattordici anni che ha portato il suo primo paio di pantaloni lunghi. Lo so perché quando me lo disse la cosa mi colpì molto. Io i miei primi pantaloni lunghi li avevo avuti a nove anni, per la cresima. Oggi tutti i neo-genitori sembrano invece d'accordo sul fatto che senza pantaloni lunghi in tripla felpa foderata di pelo di yack un bambino rischierebbe di trasformarsi in ghiacciolo alla menta già dal primo di ottobre anche se abita a Salerno. (O tempora, o mores!...).
D'accordo: questo post è sgangherato e fa acqua da tutte le parti almeno quanto la logica politica di Beppe Grillo, se non di più (no, di più non è possibile).
Resta il fatto che pensare che mio padre è nato cent'anni fa mi fa strano. Tutto qui.

P.S. Quello sulla foto, naturalmente, non è mio padre, bensì il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. Siccome in questo momento sono in Alsazia non ho sottomano foto di mio padre. Allora mi sono detto che la foto di un omonimo illustre sarebbe stata meglio di niente.

martedì 26 marzo 2013

Robert Doisneau, manutentore

Robert Doisneau, L'automobile rotta, 1960
Sono in tournée in Francia con le mie due valenti tecniche, Elena e Silvia. In questo momento siamo in Alsazia. Temperatura polare, cielo da pianura padana. Per fortuna ci hanno messo a dormire, vicino a Strasburgo, in una casa tradizionale, cioè una cosa che assomiglia furiosamente a una casa Playmobil, con meno plastica e più legno. C'è una bellissima stufa a legna in ceramica verde, grande come un piccolo armadio, e la casa è oltretutto arredata con gusto.
Nella camera dove dormiamo Elena e io ci sono dei libri di fotografia e ieri sera ne ho sfogliati due di Doisneau. Grande fotografo, non c'è che dire. Però guardando quelle foto mi sono fatto due domande: 1) le avrei apprezzate allo stesso modo se non avessi saputo che erano di Doisneau? 2) Qual'era la parte di piacere che mi veniva dal fatto che si trattava di foto scattate una sessantina d'anni fa?
La risposta alla seconda domanda è relativamente semplice: quei bambini che giocani con dei pezzi di legno, quegli altri che fanno un girotondo su una piazza di paese, quelle massaie sorridenti con dei vestitini a fiori, quelle facce contadine o operaie oggi non ci sono più. E non credo che quando qualcuno guarderà, nel 2070, delle foto scattate oggi potrà avere lo stesso tipo di reazione.
La prima domanda è più intrigante. Se alcune foto sono chiaramente volute e pensate, altre sono scatti rapidi e istintivi. Ci sono dei piedi tagliati, qualche inquadratura discutibile, qualche dettaglio fuori posto, tutte cose che, se le vedessi su una mia foto, me la farebbero scartare. Eppure sono foto meravigliose, vive, di una semplicità estrema. L'impressione, guardandole, è che il fotografo non avesse alcun ego, non cercasse di difendere alcuna poetica, alcun modo di fotografare. L'impressione è che fosse solo lui, con tutto sé stesso, senza mediazioni, né inutili riflessioni. Se non fosse per la qualità dell'esposizione e della stampa, potrebbero quasi sembrare foto amatoriali. Alcune — poche — sono “ad effetto”, nel senso che hanno saputo cogliere un momento buffo, o sghembo, o drammatico. Ma la maggior parte sono così normali da essere disarmanti. Semplici scatti di vita quotidiana, scatti senza pretese, che sembrano essere stati fatti più per ricordarsi di qualcosa che per documentare qualcosa. Scatti, soprattutto, di profonda e vera modestia. Scatti ammirevoli.
Un paio di giorni fa il mio amico Alessandro ha pubblicato un post su Terry Richardson (qui), che io ho commentato in maniera un po' lapidaria, scrivendo che “le foto di Terry Richardson sono insignificanti puzzette”. Lapidario, ma elegante, come sempre...
Sarà anche facile contrapporre l'umanità di un Robert Doisneau al vacuo glamour di un Terry Richardson, ma mi sembra comunque importante farlo, perché ci permette di parlare di fotografia allargando il discorso a qualcosa di più importante, cioè al nostro modo, quello di ognuno di noi, di essere uomini e donne su questa Terra. Inevitabilmente mi torna in mente una citazione del grande Kurt Vonnegut, che diceva che “un difetto della natura umana è che tutti vogliono costruire e nessuno vuole occuparsi della manutenzione”. Doisneau si occupava proprio di quello, della manutenzione, della cosa che più manca al mondo. Sono anni che cerco di fare un teatro della manutenzione e che gli spettacoli e i film e i libri e le musiche che mi piacciono di più sono anche loro fatti per la manutenzione del mondo. Trovo che ormai, con la libertà assoluta che tutti accettiamo di concedere all'artista che crea qualcosa, quello che ci troviamo poi sotto gli occhi o nelle orecchie sia molto spesso più l'artista che la sua creatura. L'artista con le sue pippe mentali, le sue arzigogolate quanto fatue spiegazioni, la sua arroganza e la sua condiscendenza verso chi non lo apprezza. Ormai il mondo dell'arte, di cui la fotografia fa parte, è una continua e folle corsa verso la novità a tutti i costi, è un mondo autoreferenziale nel quale l'abilità a vendere è diventata molto più importante dell'abilità a fare. Non ho cifre e statistiche da paragonare, ma sono sicuro che mai nella storia del mondo ci siano stati tanti artisti quanti ce ne sono oggi, anche se a gran parte di loro mi guardo bene dall'attribuire il titolo di artista.
C'è, nelle foto di Doisneau, una manualità straordinaria. Non parlo di manualità in senso nostalgico, non parlo di artigianato come opposto a tecniche più elaborate: anche qualcuno che lavora al computer può avere una sua manualità. Parlo di un approccio all'arte nel quale lo strumento usato, che si tratti di un pennello, di una penna, di un martello, di una macchina fotografica o di una tavola grafica, resta uno strumento, non sovrasta il risultato. Parlo soprattutto di artisti che fanno ciò che fanno per essere utili, per servire a qualcosa e a qualcuno, per aiutarci, ognuno di noi, a capire meglio il mondo e la nostra condizione umana. Credo che l'arte che si abbassi a diventare qualcosa di meno di questo sia non solo inutile, ma deleteria, in quanto oggettivamente celebrativa di un sistema mercantile basato unicamente sul profitto e la speculazione.
Doisneau ha detto: “Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere”. Se questa frase vi sembra sdolcinata, allora correte pure a comprarvi un libro di Terry Richardson, andate a vedere una mostra di Jeff Koons, leggete un libro di Michel Houellebecq, guardatevi un film di Quentin Tarantino, ascoltatevi l'integrale di Madonna.
Io vado a farmi un caffé.

giovedì 21 marzo 2013

Un po' di musica

The Incredible String Band

Ieri eravamo tre in furgone, Elena, Silvia e io. Un camionista si è addormentato al volante all'uscita del tunnel del Monte Bianco ed è andato a incastrarsi nei gabbiotti del pedaggio. Risultato: tre ore e mezza di attesa. Per carità, spero che il camionista non si sia fatto male, MA NON AVREBBE POTUTO ANDARE A INCASTRARSI IN UN ALTRO POSTOOOOO???!!!
Quando abbiamo potuto rimetterci in moto Elena ha tirato fuori un CD dei Duran Duran. Una tortura. Un incubo. Un'informe melassa anni '80. Uno schifo.
Allora ho deciso di vendicarmi. Ho lasciato finire il pezzo, ho sfoderato l'IPod, l'ho connesso con l'apposito cavetto all'autoradio, e VLAM!, ecco l'Incredible String Band in tutta la sua gloria. Puro nettare hippy. Goduria peace and love. Estasi garantita 100% biologica.
Le due ragazze hanno sorriso, tanto per non ridermi in faccia, a me, l'anzianotto. Ma forse il seme ero riuscito a piantarlo lo stesso dentro quei cervellini bacati da da troppa Disco music. Chissà...
Lo so, l'Incredible String Band è un gruppo quasi sconosciuto in Italia. E allora ecco giunto anche per te il momento di scoprirlo. Qui http://www.youtube.com/watch?v=DgQuVeMOyAk potrai ascoltare un album intero. Ma attento! È taaanta robbba! Poi, se vuoi, ridi pure, o chiamami vecchio figlio dei fiori rincitrullito. Peggio per te.
Intanto la macchina dei ricordi si era messa in moto e io mi sono messo a raccontare.
L'ISB (troppo lungo da scrivere ogni volta) me l'aveva fatta scoprire nel '71, a Toronto, il mio amico Stephen Martineau, forse lo stesso giorno che mi fece ascoltare Facing you di Keith Jarret. Stephen era figlio di un pastore scozzese (un presbiteriano, non un cane, bestia!). Volendo sfuggire all'influenza paterna si era arruolato nella gloriosa RAF ed era diventato pilota di caccia, con base a Singapore. Stancatosi però anche dei caccia, lasciò l'aviazione, sposò una newyorkese di nome Barbara, e partì con lei per il Canada. A Toronto entrambi divennero professori, lei a Scarborough College, lui alla University of Toronto. Mentre Stephen si occupava della mia educazione musicale, Barbara mi parlava di femminismo e mi obbligava, praticamente con la forza, a leggere Gertrude Stein, che mi misi ad amare almeno quanto avevo amato Walter Scott la prima volta che avevo letto Ivanhoe. Pensa che qualche anno dopo avrei scelto proprio Gertrude come secondo nome da dare a mia figlia, che da allora nutre nei miei confronti un rancore indomabile.
Quando mi sposai per la prima volta, secoli fai, ricevetti da Stephen e Barbara un misteriosissimo telegramma che diceva “Mazel tov – Lang may yer lum reek – Barbara and Stephen”. Se la comprensione di Mazel tov fu facilitata dal sapere che Barbara era ebrea, mi ci volle molto più tempo per scoprire che lang may yer lum reek è un classico augurio in lingua scozzese che significa 'possa il tuo camino bruciare per molti anni'. Il che non fu poi il caso, ma non importa.
Comunque sia, rendendomi conto che fare ascoltare alle due fanciulle l'Incredible String Band era stato un colpo basso, ho smanettato sull'IPod fino a trovare You can't always get what you want, degli Stones (http://www.youtube.com/watch?v=OagFIQMs1tw). Approvazione generale. E ricordi a gogò.
Parigi, forse l'inverno del '69. Ci ritroviamo con qualche amico a casa di Tanith, vicino all'École Militaire. Tanith era una filiforme anglo-italo-francese, bella e intrigante come Jane Birkin in Blow up di Antonioni (peraltro pessimo film, se rivisto oggi). Il giradischi fa il suo dovere e gli amici pure, visto che numerose sigarette di quelle che fanno ridere circolano da una mano all'altra. Dopo un po' mi rendo conto di essere molto più di là che di qua. Mi avvicino al giradischi, afferro le cuffie, le collego al marchingegno, mi siedo per terra e me le piazzo sulle orecchie. Ed è proprio allora, proprio in quell'istante lì che incomincia You can't always get what you want. Cosa posso dire? Che ancora oggi, più di 42 anni dopo, mi ricordo perfettamente che: 1) il coro dei bambini all'inizio va avanti come minimo per otto ore e, 2), che quel finalone modello Grande porta di Kiev di Musorgskij nella versione orchestrata da Ravel ne dura almeno dodici. Lo so che sui CD di oggi non è più vero, non sono mica stupido. Ma so perfettamente che almeno su quell'LP là, quel giorno là, a casa di Tanith, vicino all'École Militaire tutta lanzone durò almeno diciannove ore (o ventuno, non sono sicuro). Lo so perché c'ero. Lo so perché quando ho riaperto gli occhi alla fine del pezzo e mi sono accorto che tutti mi stavano guardando in silenzio, Michel ha detto wow! E so anche che raramente wow! ha avuto più ragione di risuonare in questo basso mondo.
L'anno dopo ho abitato qualche mese a Parigi, dall'altra parte dell'École Militaire, a casa di Ariane, un'infermiera, in una viuzza che si chiamava Passage de la vierge. Se conoscete un nome di viuzza più bello di quello, fatemelo pure sapere. Ma non credo che esista.

domenica 17 marzo 2013

Ricordi beat

Bob Dylan e Allen Ginsberg sulla tomba di Jack Kerouac
 
Ieri sera ho visto un vecchio e bel documentario su Jack Kerouac e i poeti della beat generation. A più riprese si sentiva la voce fuori campo di Kerouac che leggeva grandi stralci di Sulla strada e del Dottor Sax, come lunghe melopee visionarie. Si vedevano Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Gary Snyder, Neal Cassady. Guardando quelle immagini e sentendo quelle parole mi sono tornati alla mente gli anni della mia adolescenza.
Tutto incominciò con il mio amico Paolo, col quale ci ritrovavamo ogni estate a Bellaria. Paolo era più vecchio di me, più navigato, più colto. Un pomeriggio piovoso dell'estate 1964 — avevo 14 anni — mi fece ascoltare il disco che avrebbe cambiato la mia vita. Si trattava di The freewheelin' Bob Dylan, quello con Blowin' in the wind, A hard rain's a-gonna fall, Masters of war. Il disco era rimasto un intero pomeriggio sul lunotto della Fiat 600 di suo padre parcheggiata in pieno sole e si era ondulato come una pizza posata su un terreno sassoso. La voce nasale di Dylan e il suo fraseggio totalmente incomprensibile erano quindi arricchiti da accelerazioni e rallentamenti dovuti a quell'ondulazione, che ne facevano qualcosa di ancora più esoterico. Fu una folgorazione.
Qualche mese dopo, a Milano, mi comprai Another side of Bob Dylan (All I really want to do, It ain't me,babe, Chimes of freedom, ecc.). Sul retro di quell'album c'era un lungo testo di Dylan, in forma poetica, nel quale ad un certo punto appariva il nome di Allen Ginsberg. Andai in libreria e trovai un'antologia delle sue poesie, tradotte da Fernanda Piovano sotto il titolo Juke-box all'idrogeno. C'era Urlo, certamente la più importante, e c'era A Supermarket in California, che incominciava con “che pensieri ho su di te, Walt Whitman”. Me ne tornai in libreria (la Remainders books, nella galleria Vitorio Emanuele, a Milano) e trovai un libretto a poco prezzo, che conteneva degli stralci di Foglie d'erba.
È difficile immaginare oggi quanto quelle scoperte potessero sembrare magiche a un ragazzino di un quartiere periferico (la Comasina) degli anni '60. Il mio piccolo mondo fatto di formica e moplen, di Fiat 500, di registratori Geloso e di frullatori Girmi, improvvisamente si aprì su improbabili orizzonti. Orizzonti lontani, sì, ma che quelle letture rendevano possibili, pur sprofondandomi ancora di più in una solitudine sempre più pesante. Quante volte mi sono messo alla mia scrivania facendo finta di fare i compiti e rileggendo invece “Ho visto le migliori menti della mia generazione / distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche / trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa / hipster dal capo d'angelo ardenti per l'antico contatto celeste / con la dinamo stellata nel macchinario della notte, / che in miseria e stracci e occhi infossati / stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua / fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz / che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevated / e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette / che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate bruciando denaro nella spazzatura / e ascoltando il Terrore attraverso il muro”!...
Oppure: “Canto me stesso, e celebro me stesso, / E ciò che assumo voi dovete assumere / Perché ogni atomo che mi appartiene appartiene anche a voi. / Io ozio, ed esorto la mia anima, / Mi chino e indugio ad osservare un filo d'erba estivo”.
Avevo forse diciassette anni quando un pomeriggio, sempre in galleria, mi sono trovato davanti Allen Ginsberg che camminava, a testa bassa. Il cuore mi è saltato in gola e sono entrato in fibrillazione come se avessi visto la Madonna. Mi sono detto “devo parlargli, devo dirgli qualcosa!” e mi sono messo a seguirlo, tremante, senza sapere cosa fare, non osando stargli troppo addosso, ma con la paura di lasciarmelo scappare. Abbiamo attraversato piazza della Scala, lui davanti, sempre a testa bassa, io dietro, sempre in agitazione. Poi lui ha imboccato via Manzoni... ed è sparito. Sono rimasto immobile un istante, incredulo, disperato. Mi sono infilato nel primo portone, quello dove doveva essere entrato, ma era già troppo tardi. Ginsberg era stato solo una visione fugace, un attimo di nirvana, come avrebbe detto lui, dissolto nel nulla.
Sette anni dopo ero a San José, California, a casa di Fred e Julie Iltis, due amici che avevo conosciuto a Vancouver. Fred era un cecoslovacco la cui famiglia era emigrata negli Stati Uniti poco prima dell'invasione nazista. Insegnava entomologia all'università, ma era anche un meraviglioso fotografo, amico di Otto Hagel. Gli feci leggere una serie di mie poesie, che avevo scritto in inglese e che erano dei ritratti di persone e di città, raggruppati sotto il titolo Very here and now. Lui le lesse e, senza nemmeno dirmi niente, cercò sulla guida telefonica di San Francisco il numero della City Light Books, la storica libreria di Ferlinghetti, e mi prese un appuntamento col poeta. Per me, incontrare Ferlinghetti era un po' come incontrare... la Madonna, tanto per ripetermi.
Andai a San Francisco. Ferlinghetti abitava in un appartamentino sopra la libreria. Suonai alla porta, ed eccomi lì, seduto a un tavolino scrostato, davanti non solo a Ferlinghetti, ma anche a Ginsberg, che ad un certo punto se ne andò in cucina a preparere una frittata. Mi chiese se ne volessi anch'io, ma come avrei fatto a mandar giù qualcosa quando avevo lo stomaco bloccato come il mare intorno a Cuba durante la crisi dei missili del '62?
Non so quanto durò quell'appuntamento, né cosa ci raccontammo, quei due mostri sacri e io. Lasciai a Ferlinghetti il mio testo e me ne andai via, felice di quei momenti di insperato privilegio.
Ebbi occasione di tornare a San Francisco solo una dozzina d'anni dopo. Chiamai Fred e Julie e andai a San José a trovarli. Con mia grande sorpresa, Fred tirò fuori una busta con su il mio nome e il suo indirizzo. Mi disse che la lettera era arrivata molti anni prima e che, non sapendo dove spedirmela, l'aveva conservata. L'aprii e all'interno trovai un cartoncino di 14 centimetri x 8, che ho qui, accanto a me, mentre scrivo. Sotto il logo della City Light Books, 1562 Grant st., San Francisco 94133, c'era qualche frase scritta al pennarello nero: “11 aprile 75. Caro Schuster, ci ho messo troppo tempo, ma ho voluto leggere una seconda volta e spero non ti dispiacerà se ti dirò che nell'insieme questo è un gruppo molto interessante di ritratti che dovresti mettere in prosa, come una specie di romanzo. O piuttosto in forma di prosa. Ho riletto il primo pezzo immaginandomelo come prosa e mi è sembrato più efficace. Grazie di avermeli fatti leggere, anche se non potremo pubblicarli. E scusa se ci ho messo tanto tempo. Tuo, Lawrence Ferlinghetti”.
Ieri sera, guardando il documentario, quei lontani ricordi sono risaliti alla superficie e ho avuto l'impressione di ritrovarne il sapore, i colori e gli odori. E mi chiedo se sarebbe ancora possibile per un ragazzo di oggi, con internet, le email, i cellulari e tutto il resto, vivere qualcosa di altrettanto intenso e inatteso, qualcosa che potrebbe dargli la stessa mia impressione di allora, quella dirompente e luminosa impressione di sentirsi improvvisamente meno solo in un mondo dove qualcosa era dopo tutto possibile.

venerdì 15 marzo 2013

Un'insana passione

Non so nemmeno io più bene come la cosa sia incominciata, ma qualche mese fa mi sono lasciato sopraffare da un'insana passione cruciverbistica. Alla sera, prima di addormentarmi, non leggo più: una matita nella mano destra, una gomma nella sinistra, cerco disperatamente di ricordare quale sia stato il luogo di nascita di Einstein (Ulma), chi abbia scritto l'Elegia, sive de miseria (Arrigo da Settimello, e ci lo conosce?), nonché di indovinare, attraverso improbabili incroci, quale sia la “salsa per la cacciagione” (io sono vegetariano!) con una a al terzo posto, una d al quinto e una f al sesto (chaudfroid). Il tutto stramaledicendo Alessandro Bartezzaghi, condirettore della Settimana enigmistica e figlio di quel Piero che sentivo regolarmente stramaledire cinquant'anni fa da mio padre e mia madre. 
Sono un cruciverbista mediocre. Intanto, più di trent'annni di vita all'estero mi precludono ogni possibilità di indovinare i nomi di cantanti, presentatori televisivi e soubrette di ogni genere e tipo; idem per i titoli dei film, che spesso cambiano radicalmente da una lingua all'altra. Poi, non avendo frequentato né liceo, né università, sono paralizzato di fronte all'imperiosa necessità di trovare nomi di filosofi minori, oscuri scrittori e movimenti letterari marginali dei quali non ho mai sentito la minima mancanza. Ho sempre vissuto benissimo ignorando il nome di Eubulide di Mileto e di Pompeo Trogo, e pure l'esistenza del Crepuscolarismo! 
Ci sono poi stati i miei trenta e passa anni all'estero. Credi davvero che uno passa tutto quel tempo in Francia e altrove possa sapere che gli scaratafacci sono dei “quaderni malridotti” e che gli abitanti di Assisi sono assisiati, con la t?
Questo per quel che riguarda Bartezzaghi. C'è poi l'ancora più perfido Malaguti, che pretenderebbe io sapessi che l'”arte del gestire parlando” è la chironomia, che il “regolo del goniometro” si chiama alidada e che nella Carmen c'è un contrabbandiere che porta l'improbabile nome di Dancairo. A queste risposte certe volte ci arrivo, lettera dopo lettera, attraverso la soluzione delle parole che le incrociano. Ma anche in questi casi non posso evitare di aspettare il venerdì seguente (così lontano...!) per andare a verificare l'esattezza delle mie deduzioni sulla penultima pagina della Settimana enigmistica seguente. 
Pare che il diabolico inventore delle parole crociate sia stato un giornalista, nonché violinista dell'orchestra sinfonica di Pittsburgh, tale Arthur Wynne, nativo di Liverpool. Ecco il suo primo cruciverba, del 21 dicembre 1913:
Fill in the small squares with words which agree with the following definitions:
2-3. What bargain hunters enjoy.6-22.What we all should be.
4-5. A written acknowledgment.4-26. A day dream.
6-7. Such and nothing more.2-11. A talon.
10-11. A bird.19-28. A pigeon.
14-15. Opposed to less.F-7. Part of your head.
18-19. What this puzzle is.23-30. A river in Russia.
22-23. An animal of prey.1-32. To govern.
26-27. The close of a day.33-34. An aromatic plant.
28-29. To elude.N-8. A fist.
30-31. The plural of is.24-31. To agree with.
8-9. To cultivate.3-12. Part of a ship.
12-13. A bar of wood or iron.20-29. One.
16-17. What artists learn to do.5-27. Exchanging.
20-21. Fastened.9-25. To sink in mud.
24-25. Found on the seashore.13-21. A boy.
10-18. The fibre of the gomuti palm.

Ci ho passato sopra un bel po' di tempo. Ma quel che mi ha colpito è stata la malignità della definizione 18-19: what this crossword is (cos'è questo cruciverba), la cui soluzione è hard (difficile), il che dà subito a vedere la dose di sadismo e di perversità necessaria a creare parole crociate. 
Tra le maledizioni che lancio ad ogni parola che non trovo ce n'è sempre una per il Cavaliere del Lavoro Gr. Uff. Dott. Ing. Giorgio Sisini, Conte di Sant'Andrea, fondatore e direttore della Settimana Enigmistica per 41 anni (vedi l'ultima pagina della rivista).
Questo Sisini, mi spiega il sito http://www.telesanterno.com/23-gennaio-1932-un-nobile-sardo-inventa-la-settimana-enigmistica-0123.html, era un nobile romangio (la Romangia è una regione storica della Sardegna nordoccidentale, bestia!), figlio del fondatore del Rotary club della Sardegna, nonché “importatore e promotore dei più aggiornati mezzi della meccanica agraria (a Cagliari aprì ben tre negozi di macchine agricole)”. Ma perché non ha continuato a vendere macchine agricole?! Io adesso continuerei a leggere romanzi e saggi, invece di autoumiliarmi di fronte a quella che mi appare improvvisamente come la mia ignoranza abissale.
E invece no, si è anche riprodotto, visto che oggi la rivista è diretta da un altro Sisini, non so se figlio o nipote del primo, tale Francesco Baggi Sisini, che il Corriere della sera del 15 luglio 2008 definiva “cattolicissimo imprenditore che ha creato, accanto a una struttura societaria 'in chiaro', un arcipelago di holding estere dove è custodita buona parte del patrimonio” familiare. (http://archiviostorico.corriere.it/2008/luglio/15/Settimana_enigmistica_polizze_finanza_passioni_co_9_080715105.shtml). Maledetti tutti i cattolicissimi imprenditori che creano holding dove è custodita buona parte dei loro patrimoni familiari!!!
Se almeno fossi rimasto fedele alle mie abitudini infantili! A quei tempi, quando in televisione c'erano Rintintin e il Mago Zurlì, La Settimana Enigmistica me la portavo in bagno, oasi di pace. Ma non mi sognavo nemmeno di provare le parole crociate. Leggevo le barzellette (quelle con i disegni, non quelle di Risate a denti stretti, che non mi facevano ridere). Finite le barzellette con quella muta e a striscia dell'ultima pagina, tornavo lentamente indietro, leggendo Strano, ma vero! (un capolavoro), Forse non tutti sanno che... (anche questo niente male) e le "Spigolature", che avevano però il difetto di non essere illustrate. Non che tralasciassi Leggendo qua e là...: è semplicemente che quella rubrica non c'era ancora. Dell'edipeo enciclopedico mi intimoriva il titolo, e quindi non mi ci avventuravo. Tutt'al più, una volta terminati i miei bisogni, andavo a recuperare una matita per annerire le parti appuntate di Che cosa apparirà? e unire i punti numerati della pista cifrata. Tutto qua. E stavo benissimo! Cosa mi è venuto in mente di attaccarmi alle parole crociate?
Ho anche una confessione da fare: confesso che un paio di volte, in occasione di viaggi in treno, ho comperato un'altra rivista. Sì, ho tradito il Conte con Il corriere enigmistico, che è praticamente una fotocopia della più illustre Settimana, con la differenza che le soluzioni ai giochi e cruciverba li trovi nel numero stesso, senza dover aspettare una settimana. Ho voluto fare il furbo, ma l'ho pagata cara. Credevo che avere le soluzioni nello stesso numero fosse meglio, e invece no. Appena ti manca una parola, comincia a venirti la tentazione di andarla a vedere nelle ultime pagine. Allora ti dici “no, aspetta, magari la trovi dopo”. È un po' come quando sai che hai già fumato troppe sigarette e ti viene voglia di fumarne un'altra. Cerchi di resistere, magari resisti anche per un po', ma poi, che tu abbia resistito 5 o 50 minuti, quando te la fumi (perché te la fumi, ovviamente) ti senti comunque sconfitto, privo di volontà, debole, incapace, umiliato. Una volta che sei andato a verificare una parola non ti serve più a niente resistere strenuamente, come Leonida alle Termopili, prima di verificarne un'altra: anche se ce la fai (ed è dura...), lo smacco della prima sconfitta resta intatto e non è minimamente scalfito da questa nuova prova di coraggio.
Insomma, i cruciverba, che dovrebbero essere un gioco e che potrebbero magari rassicurarti sullo stato delle tue conoscenze, sono in realtà più simili a dei riti di autoflagellazione da Settimana Santa che a dei piaceri enigmistici. Che sia per questo che già godo all'idea che stasera potrò attaccare La Settimana enigmistica n° 4222, anno 82, Euro 1,50 (in Italia)?
Il primo numero, 23 gennaio 1932

giovedì 14 marzo 2013

Francesco

Mi sa che ho sbagliato foto...

… E Francesco fu. E tutti a rallegrarsi dell'omaggio al poverello di Assisi.
Ma se dite Silvio a un italiano è poco probabile che lui pensi per prima cosa a Silvio Pellico o Silvio Orlando; se dite Armstrong a un astronauta è poco probabile che lui pensi per primo al dopato del Tour de France; se dite Uma a un critico cinematografico è poco probabile che lui pensi alla moglie del dio Shiva. Allo stesso modo, se dite Francesco a un gesuita mi sembra molto più probabile che lui pensi prima a Francesco Saverio, al secolo Francisco de Jasso Azpilcueta Atondo y Aznares de Javier, uno dei fondatori, insieme a Ignazio di Loyola, della Compagnia di Gesù, che a San Francesco d'Assisi, al secolo Giovanni Francesco Bernardone di Pietro.
Francesco Saverio era un missionario gesuita, attivo soprattutto in Oriente (India, Indonesia, Giappone e Cina). Come la maggior parte dei missionari dei suoi tempi, il '500, era sua abitudine imporre ai convertiti di prendere un nome cristiano e di adottare vestiti occidentali. È sepolto a Goa, dentro una tomba che fu regalata da Ferdinando II dei Medici, una specie di grosso panettone barocco in marmo di Carrara e argento massiccio. Sepolto... in parte, visto che 62 anni dopo la sua morte degli inviati del Vaticano pensarono bene di staccargli un braccio per portarlo a Roma, dove è tuttora conservato nella Chiesa del Gesù. Altre asportazioni seguirono negli anni successivi, finché i gesuiti locali, temendo di ritrovarsi con una tomba vuota, misero fine al sinistro traffico.
I gesuiti hanno la reputazione di essere dei grandi intellettuali e dei politici di prim'ordine. Pur predicando l'umiltà e la povertà, si sono distinti nella storia per il loro gusto per la ricchezza e il potere (soprattutto in Giappone e in Portogallo, poi in Spagna), cosa che spinse re Carlo III a cacciarli dal Paese nel 1767. L'esempio di Re Carlo fu poi seguito da Ferdinando IV, re di Napoli, e dal Duca Ferdinando di Parma. Finché Papa Clemente XIV soppresse l'ordine nel 1773. Ma nel 1801 Papa Pio VII lo restaurò.
Anni fa mi raccontarono una barzelletta in Francia (fu un Domenicano a raccontarmela): Due frati si incontrano a Parigi, nella place de la Concorde. Uno è un Domenicano, l'altro è un Gesuita. Il Gesuita chiede al Domenicano: “Fratello, potreste indicarmi come arrivare all'Arc de Triomphe?” “Non lo troverete mai, fratello, gli risponde il Domenicano, dovreste andare sempre diritto”. Questo per sintetizzare la leggendaria tortuosità mentale dei Gesuiti.
Il Preposito Generale della Compagnia di Gesù, cioè il capo dei Gesuiti, è comunemente definito “il Papa nero”, in riferimento alla potenza dell'Ordine e alla sua influenza sulla vita della cristianità.
Mo' ecco qua Papa Francesco. In occasione della sua prima apparizione pubblica abbiamo visto un uomo apparentemente semplice, spiritoso, nonché “a forma di papa”, come ha giudiziosamente commentato mia moglie. Ma già dai giornali di questa mattina appaiono altri aspetti dell'ex-Cardinale Bertoglio. Un uomo semplice, questo sì, che non ama i fasti (buona fortuna in Vaticano!), che tifa per il San Lorenzo, suadra che ha vinto 13 volte il campionato di calcio argentino, che sembra attento alle preoccupazioni degli umili. Ma anche un uomo dogmaticamente molto rigido, opposto alla pillola, all'aborto (definito “contrario al disegno di Dio”), alle unioni gay (“una mossa del diavolo”) e ancor più all'adozione da parte di coppie gay. Sulle donne sembra avere chiare opinioni: "Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L'ordine naturale ed i fatti ci insegnano che l'uomo è un uomo politico per eccellenza, le Scritture ci mostrano che le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell'uomo, ma niente più di questo" (http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/articoli/1085940/papa-francesco-le-donne-inette-per-la-polita.shtml). Da bravo argentino, pensa che le isole Falkland appartengano all'Argentina, il che non è sorprendente. Ma, ahimé, sembra che questo non sia stato il suo solo punto di accordo con i militari che diressero il Paese dal '76 all'83, trasformando 30.000 cittadini in desaparecidos. Secondo Horatio Verbitsky, scrittore e giornalista, membro di Human Rights Watch, nonché collaboratore del New York Times, del Wall Street Journal e di El País, il comportamento del Cardinale Bergoglio e di tutta la Chiesa argentina durante gli anni della dittatura fu più che ambiguo (ampie inormazioni, in spagnolo, qui: http://www.taringa.net/posts/noticias/5189962/Bergoglio-Dictadura-e-Iglesia---Por-Verbitsky.html).
Secondo l'avvocato Emilio Fermin Mignone, fondatore del Centro di Studi Legali e Sociale, nonché padre di una desaparecida, Bergoglio sarebbe stato un esempio della “sinistra complicità ecclesiastica con i militari che si incaricarono di compiere lo sporco compito di lavare il cortile interno della Chiesa con la accondiscendenza dei prelati”. 
In particolare Bergoglio è accusato di aver favorito l'arresto di due gesuiti, Orlando Yorio e Francisco Jalics, arrestati una settimana dopo che il Cardinale li aveva espulsi dalla Compagnia di Gesù, dando così un chiaro segnale ai militari della Giunta.
Non voglio entrare qui in troppi dettagli, né tirare conclusioni affrettate. Numerose informazioni sono disponibili su vari siti argentini.
Vedremo che tipo di papa sarà questo Francesco. Probabilmente e almeno in parte, sarà una nuova versione di Papa Wojtyla, che coniugava un'apparente umanità alla Giovanni XXIII con un rigore dogmatico e una “prudenza” (chiamiamola così...) politica alla Pio XII. Mi pare comunque poco probabile che la Chiesa cattolica si sia dotata di un pontefice deciso a rompere con le vecchie tradizioni di potere e di intrigo che la caratterizzano. Anche perché la cosa sarebbe molto strana.


martedì 12 marzo 2013

Consigli al prossimo papa

 
Oggi i cardinali di meno di ottant'anni si riuniscono nella Cappella Sistina per eleggere il nuovo papa. Dire che sono divorato dall'attesa sarebbe certamente eccessivo, anche se ammetto una certa curiosità.
Naturalmente assisteremo al solito psicodramma del colore della fumata: è bianca o è nera? Non si capisce mai bene. Questa volta ci dicono che un nuovo e moderno sistema, consistente nel bruciare particolari agenti chimici, ci permetterà di non avere dubbi. Vedremo. Dopotutto, è possibile che secoli di studio e ricerca finiscano col darci risultati soddisfacenti, almeno quanto quelli che si ottenevano in passato bruciando paglia o carta.
Ma l'attesa vera è quella sul nome del futuro papa. La tradizione va avanti dall'anno 533, quando fu eletto tale Mercurio di Proietto. Siccome ritrovarsi con un papa che portava il nome di un dio pagano sarebbe stato un po' imbarazzante per Santa Romana Chiesa, il neo-eletto si scelse il cristianissimo nome di Giovanni, fino ad allora usato una sola volta, dieci anni prima, da un senese che fu poi arrestato da Teodorico, re ostrogoto, e morì in prigione. Ne approfitto per notare che a quei tempi, cioè tra l'agosto 523 e il marzo 537, furono eletti ben sette papi in meno di nove anni. Una pacchia per i giornalisti.
Ma torniamo ai nomi.
Ci ricordiamo tutti della disarmante mancanza di originalità di Albino Luciani, che si scelse, primo nella storia, un doppio nome, composto da quelli dei due che l'avevano preceduto. Almeno Karol Wojtyla non fece che ispirarsi a dieci suoi predecessori, che avevano assunto l'esatto nome di chi li aveva preceduti, e la cui indispensabile lista ti propongo qui: Giovanni VII, Gregorio III, Benedetto VII, Giovanni XV, Giovanni XVIII, Clemente X, Clemente XIV, Pio VII e Pio XII. 
Notiamo anche che, una volta stabilita la tradizione del cambiamento di nome, due neo eletti si dissero semplicemente “e che me ne importa a me?” e si tennero il nome che gli avevano affibbiato babbo e mamma: Adriano VI (al secolo Adriaan Florenszoon Boeyens Dedel, nativo di Utrecht) e Marcello II (al secolo Marcello Cervini degli Spannocchi, di Montefano, nelle Marche).
L'altro giorno non so quale giornalista ha scritto, non si sa bene sulla base di quali informazioni, che c'è la possibilità che il prossimo passeggero di papamobile assuma il nome di Francesco, mai usato fino ad oggi. Anche qui, vedremo.
A me, con tutto il rispetto per il poverello di Assisi, piacerebbe di più che, quando il cardinale protodiacono uscirà sul balcone per pronunciare la famosa formula che incomincia con Annuntio vobis gaudium magnum e termina con qui sibi nomen imposuit... annunciasse poi un bel nome di quelli che uno non si aspetta. Non dico un nome mai usato, ma uno di quelli che “fanno papa” almeno quanto Neri fa toscano, Gavino sardo e Pier Silvio figlio di. Che ne so?, Aniceto, per esempio, o Ponziano.
Tra i miei preferiti, tutti usati in precedenza una volta sola (ed è un peccato), ci sono: Adeodato, Agatone (buono, virtuoso), Aniceto (invincibile), Antero (?), Calo (uno dei figli di Perdice, nipote di Dedalo), Cleto (eletto), Conone (generale ateniese), Dono, Eleuterio (libero), Eutichiano (?), Evaristo (assai prestante), Fabiano (coltivatore di fave, che magari per un papa non è molto bello...), Formoso (da scegliersi solo se somaticamente corretto), Igino (sano), Lando (diminutivo di Orlando, o Landolfo, o Gerlando, o Rolando), Liberio, (variante di Libero), Lino (viene dal tessuto), Milziade (terra rossa), Ormisda (re persiano), Ponziano (quinto), Sabiniano (appartenente a quel popolo che viveva tra le attuali provincie di Rieti e dell'Aquila), Simmaco (alleato), Simplicio (puro d'animo), Siricio (?), Sisinnio (ardente di grazia), Sotero (salvatore), Telesforo (colui che porta a buon fine, e non portatore di TV, bestia!), Vitaliano (che abbia lunga vita), Zefirino (dal vento primaverile), Zosimo (vitale). 
Approfittando del fatto di portare un cognome cardinalesco (Alfredo Ildefonso Schuster fu cardinale di Milano dal 1929 al 1954) mi permetterei di sconsigliare al prossimo calzatore di Prada rosse di scegliersi un nome mai usato prima, o bizzarro, che potrebbero dare l'impressione di un'eccessiva ricerca di originalità. Penso in particolare a nomi come Ameglio, Ampellio, Aulo, Brunero, Delvandolo, Diocle, Edolo, Elino, Espartero, Frondiano, Galdino, Gradenico, Malito, Mietrio, Profilio, Volio, o Zelo. 
Ma questi nomi te li sei inventati!, mi dirai tu, lettore incredulo. E invece no. Li ho semplicemente trovati sul sito del comune di Pioraco, provincia di Macerata. Sì, io vado sul sito di Pioraco, provincia di Macerata. Embè? 
Se ci fossi andato pure tu non avrei bisogno di spiegarti che “Pioraco è conosciuto anche come il paese dei nomi strani. La spiegazione di tale fenomeno risale al periodo in cui a Pioraco arrivavano enormi quantità di libri destinati al macero per la fabbricazione della carta. Molti di questi libri venivano letti, conservati e costituivano una fonte inesauribile di nuovi termini, di conoscenza ……e di nomi da mettere ai propri figli”.
E ora, soddisfatto di questo mio fondamentale contributo all'elezione del nuovo pontefice, me ne vado a fare la spesa.