domenica 20 agosto 2017

Incominciamo dall'inizio

La Via Lattea vista dal Grand Canyon
 

Allora, incominciamo dall'inizio.
All'inizio non c'era niente. O magari c'era qualcosa, anzi probabilmente c'era qualcosa, ma siccome nessuno ne sa niente diciamo pure che all'inizio non c'era niente. Poi c'è stata una roba tipo oscillazione quantistica e bang! Anzi, big bang. E circa 13,8 miliardi di anni fa è venuto fuori l'Universo, che si è messo a fare un sacco di cose rapidissime e caldissime. Poi si è dato una calmata.
Adesso c'erano delle polveri, che si sono messe a girare e a formare delle stelle e delle galassie e degli ammassi di galassie e dei super-ammassi di galassie. Di quelle cose lì l'Universo ne ha fatte un sacco, tant'è vero che oggi c'è chi dice che di galassie ce ne siano 200 miliardi e chi dice che ce ne siano 2.000. E comunque l'Universo continua a farne di nuove, mentre ne distrugge altre, facendole scontrare come macchinine del luna-park.
Comunque sia, dopo un po' più di 9 miliardi di anni di lavoro, l'Universo ha tirato fuori il Sole. E già che c'era ha tirato fuori anche i pianeti del Sistema Solare mettendo insieme delle polveri che passavano da quelle parti.
Sono passati altri 5 miliardi di anni e poi, sempre da quelle polveri, è venuta fuori la Terra, che però non funzionava molto bene. Per fortuna qualche centinaia di migliaia di anni dopo è arrivato un pianeta vagante che si chiamava Theia e che ha dato una tale botta alla Terra che non solo l'ha inclinata come si deve, ma le ha anche strappato via tanta di quella polvere e tante di quelle rocce che tutta quella roba lì ha finito per formare la Luna, il che è una bella cosa.
Sulla Terra c'erano vulcani dappertutto e a forza di sputare fuori cose varie che non aveva voglia di tenersi in pancia, la Terra si è ritrovata con intorno una bella atmosfera piena di vapore acqueo che, condensandosi, ha creato gli oceani. E così, circa 3,5 miliardi di anni fa, negli oceani è nata la vita terrestre. Dico terrestre perché mi stupirei molto se su nessun altro tra i miliardi di miliardi di pianeti che ci sono in giro non ci fossero altre vite non terrestri. Ma andiamo avanti.
Le prime forme di vita terrestri non erano un granché: degli sputacchini di batteri sottomarini che non erano cosa di cui vantarsi. Però, metti insieme due batteri oggi, mettine insieme quattro domani, prima sono nate le cellule e poi i pesci.
Intanto dall'acqua usciva un supercontinente che si chiamava Rodinia, anche se non c'era in giro nessuno per chiamarlo così, che però poi si divideva in piccoli continenti separati, che però separati non stavano bene e si sono riuniti di nuovo per formare prima la Pannotia e poi la Pangea. Ma, com'è come non è, la Pangea si è divisa di nuovo e 180 piccoli milioncini di anni fa si è divisa di nuovo per formare i nonni dei continenti di oggi.
Intanto, a forza di sputare fuori lapilli e magma, la maggior parte dei vulcani si sono calmati e la temperatura è scesa fino a trasformare tutta la Terra in una specie di palla di neve. Finché la palla di neve si è sciolta e un pesce, non si sa bene quale, ha dato un'occhiata fuori dall'acqua e ha visto che c'erano delle piante. Gli sono piaciute e lui ha deciso di vivere all'aria aperta e di imparare a respirare. Allora si è fabbricato dei polmoni. Poi ha chiamato vari amici e i pesci — non tutti, ce ne sono che non ne hanno voluto sapere di vivere in mezzo ai gerani e alle betulle — i pesci sono venuti fuori in massa e hanno incominciato a trasformarsi in animali piccolini e poi sempre più grossi. A forza di giocare a io sono più grosso di te sono nati i dinosauri.
È passato un altro sacco di tempo. I dinosauri se la spassavano e non avevano paura di niente, tutt'al più si ammazzavano e si mangiavano un po' tra di loro.
Ma a questo punto è successo il patatrac. Una sessantacinquina di milioni di anni fa, dalle parti dello Yucatan messicano — se vogliamo essere precisi, dalle parti del villaggio di Chicxulub — bang! Dal cielo è caduto un sasso. Dico un sasso perché rispetto al pianeta vagante che aveva colpito la Terra qualche miliardo di anni prima non era cosa: misurava tra 5 e 15 chilometri, roba da poco. Però quella roba da poco è arrivata a una tale velocità che ha comunque sollevato un gran polverone incandescente. Col tempo la polvere si è raffreddata e si è messa a girare intorno alla Terra fino a formare una nuvola omogenea e così densa che per vari anni i raggi del Sole non passavano più. Risultato: più del 90% delle specie animali e vegetali sono andate kaputt.
Tra i sopravvissuti però c'erano dei mammiferini di poco conto che, col passare dei secoli e dei millenni, si sono divertiti a diversificarsi fino a diventare un po' formichine e un po' mammut, con tutte le cose che ci sono in mezzo. Tutte, meno noi uomini, donne e deputati, che non esistevamo ancora.
In realtà è solo 4,5 milioni di anni fa, o poco più, che una scimmia dell'Africa orientale ha trovato che era più comodo camminare su due zampe invece che su quattro. Lei non lo sapeva, ma era un Australopithecus anamensis. Ma i suoi pro-pro-pro-ecc.nipoti si sono estinti in qualche centinaio di migliaia di anni, lasciando il posto a delle scimmie che magari non erano più carine, però erano più intelligenti.
Ormai l'avrai capito, è sempre un po' la stessa storia: gli australopitechi si sono trasformati, i loro discendenti si sono trasformati a loro volta, e via così fino a 2 o 300 mila anni fa, quando è venuto fuori l'Homo sapiens, che molto sapiens non era ancora, però lo era un po' di più dei suoi antenati.
Questo sapiens ci ha messo un po' prima di andare a curiosare fuori dall'Etiopia e dai paesi vicini, a occhio e croce tra 150 e 200.000 anni. Poi però, una volta partito non si è più fermato. 50.000 anni fa è arrivato in Australia e 40.000 anni fa in Europa. Il che è strano, visto che l'Australia è molto più lontana dall'Etiopia dell'Europa, ma si vede che al sapiens interessava andare verso est, forse per vedere dove sorgeva il sole.
Comunque sia, una volta arrivato in Europa si è trovato bene. Finché è arrivata una glaciazione. Faceva un freddo cane. Ghiaccio dappertutto. Lui allora è scappato verso il Medio Oriente e già che c'era ha fondato la civiltà. Poi però, quando i ghiacci si sono ritirati, tra 15 e 20.000 anni fa, è tornato indietro ed è andato a fare il bagno a Saint-Tropez, ma anche a Napoli e persino a Lisbona. Senza dimenticare il fatto che altri sapiens non ne avevano voluto sapere di andarsene dall'Africa e avevano finito col popolare tutto il loro continente.
Di uomini ormai ce n'erano un po' dappertutto, dall'Irlanda allo Sri Lanka, passando dall'Estonia e dalle steppe russe. Ed è proprio da quelle steppe che 5.000 anni fa sono sbucati gli Yamnaya, che erano molto alti. E infatti è a loro che dobbiamo di essere in media più alti dei sardi, visto che in Sardegna gli Yamnaya non ci sono mai andati — e non hanno mai saputo cosa si perdevano.
Ma ormai tutti se ne andavano in giro da una parte all'altra. Così, per esempio, pare che molti irlandesi discendano dagli iberi, mentre molti celti hanno antenati francesi, o belgi.
Ormai lo studio dei marcatori genetici dimostra ampiamente che in ognuno di noi c'è sangue che viene da varie parti del mondo. L'unica eccezione è quella degli aborigeni australiani che, avendo vissuto per decine di migliaia di anni da soli, hanno mantenuto una certa omogeneità genetica.
Tutto questo per dire che chi si ostina a parlare di "razze" umane è un imbecille. Esattamente come chi dice a questo o a quello di starsene a casa sua.
Come dici? No, io Salvini non l'ho nominato.

mercoledì 26 luglio 2017

L'isola che mi fa sognare


Sono anni che mi dico che vorrei andarci. So che non ci andrò mai — e non solo perché andarci è molto difficile e complicato. Non è un'isola dei Mari del Sud, anche se è in mezzo al mare ed è a sud. È un posto dove piove in media 252 giorni all'anno. La temperatura massima mai registrata è di 24,4° e anche se la minima è di 4,6° la cosa è poco consolante. La superficie è un quarto di quella della Repubblica di San Marino, ma un buon terzo è occupato dai pendii del vulcano. C'è un unico paese, dove abitano 293 persone.
La prima isola di cui ho sognato in vita mia è stata quella di Robinson Crusoe. Defoe la mette dalle parti di Trinidad, al largo del Venzuela, anche se a ispirarlo è stata l'avventura vissuta da un certo Alexander Selkirk, un pirata scozzese che fu volontariamente abbandonato dal capitano della nave a bordo della quale si trovava su un'isoletta che oggi porta il suo nome, a 700 chilometri dalle rive cilene.
Più tardi sono arrivate L'isola misteriosa di Jules Verne e quella della Tortuga di Salgari, poi le Trobriand di Malinowski e la Ta'u di Margaret Mead, la Pitcairn degli ammutinati della Bounty, l'Isola di Pasqua e le Kerguelen. Ancora qualche giorno fa, quando ho letto che l'isoletta di Little Ross — quasi 12 ettari, con un casa e un faro, al largo della Scozia — era in vendita per 365.000€ non ho potuto evitare di pensare che beh, se fossi ricco magari...
Ma questa è diversa. Questa è la terra abitata più lontana da un'altra terra abitata che ci sia al mondo. E quell'altra terra abitata è anche lei uno sputacchio d'isola con poco più di 700 abitanti, più di 2.100 chilometri a nord, Sant'Elena. Se poi uno vuole trovare dei negozi, dei ristoranti e un po' di facce sconosciute ha la scelta tra farsi 2.431 chilometri verso est, per arrivare a Città del Capo, oppure 3.415 verso ovest, per arrivare a Montevideo. In nave, visto che sull'isola non c'è un aeroporto. Non esiste al mondo posto più sperduto.
Le uniche navi ad andarci con una certa regolarità sono dei pescherecci sudafricani, otto o nove volte all'anno. Ogni tanto arriva anche una nave da crociera, ma è raro. La nave deve buttare l'ancora al largo, poi ci vogliono le scialuppe per sbarcare i pochi turisti che se ne vanno in giro per due o tre ore per le vie del paese, vanno a vedere i campi di patate e i greggi di pecore, prima di partire comprano qualche francobollo e magari un maglione e poi se ne tornano via con le scialuppe.
Sì, lo so, gli abitanti non sono molto accoglienti. Per sbarcare devi prima chiedere l'autorizzazione ed è già capitato che quell'autorizzazione venisse rifiutata a qualche navigatore solitario di passaggio che magari avrebbe voluto solo bersi un paio di birre in compagnia di qualche altro essere umano, o mangiarsi un'aragosta o un po' di carne di pecora con le patate dopo settimane e settimane di solitudine.
Sì, lo so, passare la vita in capo al mondo senza mai vedere più di 292 altre facce non può che indurirti e renderti diffidente verso tutto ciò che viene dall'esterno.
Eppure io su quell'isola sogno davvero di andarci. Anche se non ci andrò mai.
Queelo che succede lo so da Facebook. Per esempio venerdì scorso la nave Edinbugh ha lasciato l'isola con a bordo tre ragazze che andranno a continuare i loro studi in Gran Bretagna. Scrivo queste righe e le immagino a bordo. Ormai dovrebbero vedere da lontano le coste sudafricane. Se tutto va bene sbarcheranno stasera. Chissà se è il loro primo viaggio lontano da casa? Dove dormiranno a Città del Capo? Quanti giorni si fermeranno prima di partire per Londra? E una volta arrivate là come sopporteranno lo choc? Difficile da immaginare.
Sì, lo so, oggi sull'isola hanno una connessione internet, possono vedere il mondo. Ma se penso al mio choc, quello della mia prima volta a New York, città che avevo visto decine e decine di volte al cinema, se penso a quel mio choc di ragazzo che comunque aveva sempre vissuto in una grande città, non riesco ad immaginare nemmeno da lontano quale sarà il loro.
Ricordo quanto successe nel 1961. Un'improvvisa eruzione vulcanica spinse tutti gli abitanti ad andarsi a rifugiare su un'isola deserta a 35 chilometri da casa. Da lì furono tratti in salvo da una nave olandese, che li portò in Gran Bretagna. Ma due anni dopo, quando venne loro proposto di scegliere tra restare in Inghilterra e tornare a casa, la maggior parte delle famiglie decise di tornare, alla faccia delle autostrade, degli scones, del tè delle 5 e della BBC. Gente fiera. Gente solitaria.
Pare che le rare volte che un italiano passa da quelle parti la prima cosa che si sente chiedere è se è di Camogli. Già, perché tra gli otto maschi e le sette femmine da cui tutta la popolazione discende, due erano dei camogliesi, Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, che vi naufragarono nel 1892.
Va bene, la smetto qui.
Una sola cosa ancora: l'isola è ovvimante Tristan da Cunha. E mi fa sognare.

martedì 25 luglio 2017

Della carota


Che in altre parti del mondo — in India per esempio — le carote fossero viola lo sapevo perché l'ho visto con i miei occhi. Non sapevo però perché le nostre carote fossero arancioni. Ma incominciamo dall'inizio. E parliamo della daucus carota.
Botanicamente parlando, daucus è un genere della famiglia delle apiaceae, dell'ordine degli apiales, delle sottoclasse delle rosidae e mi fermo qui, tanto siamo tutti fatti di quella roba di cui sono fatti i sogni, carote comprese. Pare che nell'antica Grecia la carota la chiamassero καρωτόν, cioè karotòn, il che è un po' ridicolo, ma non importa. Ciò che importa è che le carote erano un po' viola, un po' rosa, un po' biancastre e un po' gialle.
Poi cos'è successo? È successo che verso la fine del '600, in seguito a una sere di cose che non ti sto a raccontare e che vanno dalla Pace di Münster del 1648 alla Guerra degli Otto Anni, con tanto di presa di possesso del porto di Brielle da parte della Marina indipendentista olandese, tutte cose delle quali puoi trovare notizie su internet, è nata la Repubblica delle Sette Province Unite. Non che gli olandesi ci tenessero a vivere in una repubblica, per carità. Ma visto che Guglielmo I, detto il Taciturno, era morto e che non sembrava esserci in giro qualcun altro che desse voglia di farlo re, decisero di mettere su una repubblica.
Ma laddove tutto questo interessa le carote (si fa per dire) è che Guglielmo I, ancora oggi considerato il Padre della Patria con tanto di maiuscole, apparteneva alla dinastia dei Nassau-Orange.
Lasciamo pure perdere i Nassau, che come tutti sappiamo erano originari della Renania-Palatinato, che in tedesco fa Rheinland-Pfalz, con quel Pfalz un po' ridicolo ma non importa, e discendevano da tale Dudo-Enrico che visse a cavallo (non perché era nobile, aspetta), dicevo a cavallo dell'XI e del XII secolo. Sì, lasciamoli da parte e veniamo agli Orange, casato fondato da Bertrand I (o Bertrando di Baux) attraverso il suo matrimonio con Tiburge II di Orange nel 1173. Questi Orange vivevano dalle parti dell'omonima città francese, non tiravano il loro nome dall'arancia, frutto che sarebbe arrivato in Europa dal sud-est asiatico solo verso il 1300, bensì dal dio celtico dell'acqua Arausio. Quando i Romani fondarono un insediamento sulle rive del Rodano, nell'anno 35, lo chiamarono proprio così, Aurasio. Cioè, lo chiamarono Colonia Julia Firma Secundanorum Arausio, ma siccome il nome era un po' lungo, la gente si mise a chiamarlo solo Aurasio, il che era nettamente più comodo. Com'è come non è, Aurasio diventò prima Aurenja e poi Aurenjo in provenzale.
Là dove le cose si complicano è che il nome dell'arancia deriva dal sanscrito naranga, diventato poi narang in persiano e naranj in arabo. E qui, se mi permetti, mi offro una digressione. Eccola qua.
Pare siano stati i portoghesi a importare l'arancia in Europa ed è per questo che in Albania si chiama portokall, in Bulgaria e in Macedonia portokal, in Grecia portokali, in Romania portocala, in Georgia p'ort'oxali e persino in Etiopia birtukan. Senza poi parlare del dialetto napoletano, che usa la parola purtuallo. Come vedi, questa digressione valeva la pena di essere fatta.
Ma torniamo alla carota. Verso la fine del '600, come dicevo all'inizio, un contadino olandese, per rendere omaggio a Guglielmo I, Padre della Patria, e a tutta la sua dinastia, si mise a selezionare le carote fino a ottenerne di arancioni. Lui non se l'aspettava, ma quelle carote arancioni, oltre ad essere più belle da vedere, avevano anche un sapore più dolce e delicato di tutte le altre. Inutile dire che tutti i contadini d'Olanda e poi d'Europa si misero a fare la stessa cosa e che è così che le nostre carote odierne hanno lo stesso colore dell'ornithogalum dubium, o stella di Betlemme, che è un fiore sudafricano del quale magari ti parlerò un'altra volta.
Per ora vado a farmi un buon caffè.

domenica 23 luglio 2017

Quattro piccoli appunti



Prendo il mio Foglie d'erba, di Walt Whitman. Voglio verificare una citazione che ho appena trovato nell'ultimo capitolo dell'autobiografia di Andre Agassi: 

Do I contradict myself? 
Very well then I contradict myself,
(I am large, I contain multitudes).
 
Credevo che il mio vecchio libro fosse con testo a fronte, inglese e italiano, ma scopro che è solo in italiano. L'ha pubblicato Einaudi, nel 1965. Io l'ho comprato nel '69, lo so perché metto sempre la data su tutti imiei libri.
Sullo scaffale riservato alla poesia, Foglie d'erba è di fianco a una versione originale inglese, Leaves of Grass, pubblicata da Signet Classics, una casa editrice newyorkese che dal '48 in poi ha pubblicato testi classici in formato tascabile a basso costo. Quel libro me l'ha regalato nel '72 Heather, una ragazza di Vancouver. Avevamo passato un paio di mesi insieme, grazie a lei avevo fatto il mio primo bagno nell'Oceano Pacifico. Ricordo che in piena estate l'acqua era freddissima. Il giorno della mia partenza, Heather mi ha accompagnato alla stazione ferroviaria e all'ultimo momento mi ha messo in mano un pacchetto, dicendomi di aprirlo sul treno. Il viaggio da Vancouver a Montreal durava 70 ore, ma il pacchetto l'ho aperto appena seduto. Sulla prima pagina interna, sopra una nota biografica dell'autore, c'era scritto Massimo - All my love.
Trovo la citazione in italiano, la traduzione non mi convince: 

Forse che mi contraddico?
Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico,
(io sono vasto, contengo moltitudini)

Preferirei: 

Mi contraddico? 
Va bene, allora mi contraddico, 
(sono largo, contengo moltitudini).
 
Sfoglio il libro, qua e là trovo qualche sottolineatura. Per esempio: 

Dell'Uguaglianza — come se potesse danneggiar me concedere agli altri le stesse opportunità, i diritti che godo io — come se non fosse indispensabile ai miei diritti che anche altri li godano al pari di me.

Arrivo alla fine, all'ultima pagina e alla terza di copertina. Sulla destra c'è una semplice annotazione: Thoreau; sulla sinistra, tre citazioni. La prima, scritta con una biro nera:

Avete superato gli altri? Siete Presidente?
È una sciocchezza, tutti raggiungeranno quel punto, ciascuno d'essi, e passeranno oltre (p. 65)

La seconda, scritta con una biro blu: 
 
Producete grandi Individui, il resto seguirà (p. 424)

La terza, scritta con un pennarello nero:
Non ci siamo ottenebrati e instupiditi abbastanza coi libri? (p. 515)

Quattro piccoli appunti di 48 anni fa. Come un messaggio da quel Massimo di cui ho ricordi appannati.
Il messaggio dovrebbe insegnarmi qualcosa. Ma non so bene cosa.

 






venerdì 21 luglio 2017

Una ferita al silenzio


Credo di avere già parlato, in un post di un paio d'anni fa, di un cofanetto di tre CD introduttivi alla musica indiana che ho comprato molto tempo fa all'aeroporto di Delhi. C'è una voce narrante che spiega e ci sono dei brevi brani che permettono di capire meglio le spiegazioni.
Ieri mattina mi è venuta voglia di riascoltare il primo di quei CD e ascoltandolo mi sono detto che trovavo davvero molto belli i primi minuti di narrazione. E siccome quando trovo una cosa molto bella ho voglia di condividerla, eccola qua:

Nel cuore della musica c'è il silenzio. Quando questo silenzio, anhad, è reso udibile diventa nad, il suono primordiale. Nad è il suono percepibile, quello che i sensi possono captare. Ma è un suono ancora indifferenziato, non è ancora filtrato attraverso la scala melodica, il saptak delle sette note. Forse perché è indivisibile, nad viene anche chiamato Nad Brahma — la realtà suprema resa manifesta attraverso il suono.
La voce del musicista è cullata in questo ventre onnicomprensivo del suono, di cui il tambura [strumento indiano a quattro o cinque corde che vengono pizzicate durante tutto un raga per creare un bordone] si sforza di diventare l'eco.
È questo suono primordiale, puro, che è evocato, vissuto e comunicato attraverso la miriade di raga che i musicisti creano durante le loro esibizioni. E miracolosamente è attraverso l'esperienza del Nad Brahma che possiamo fondere le nostre identità individuali in quell'eterno e sempre creativo oceano di silenzio che è anhad.
Due oggetti devono colpirsi l'un l'altro per produrre nad — dev'esserci aghat.
È significativo che aghat voglia dire 'colpire', o 'ferire.' È solo una volta che il silenzio è stato ferito che nad può sorgere.
Nel cuore della musica indiana c'è quindi questa ammissione di vulnerabilità, questo riconoscimento del fatto che il cuore dev'essere trafitto. Dobbiamo arrenderci volontariamente al dolore della ferita del silenzio. Solo così possono nascere la gioia e la bellezza della musica, che è la più perfetta delle arti.
L'anhad può essere colpito in vari modi per creare il nad, con i palmi delle mani, con le unghie, con il vento o con il fiato, con del cuoio o con il corpo. Lo strumento principale della musica è la voce umana. Questa resta, malgrado la multitudine di strumenti, l'ideale al quale ogni strumento fa di tutto per avvicinarsi. Perché la voce è suprema?
Si pensa che tutti gli strumenti, per quanto sofisticati, abbiano dei limiti, mentre la voce non ne ha nessuno. Inoltre la voce è l'eco di ciò che l'orecchio sente naturalmente e spontaneamente. E poi la voce sembra creare musica da sola, senza oggetti a lei esterni: è indivisibile e autosufficiente. Se la musica è un dono divino, la voce umana è l'esempio più perfetto di questo dono.

A questo punto sul mio CD c' è l'inizio del Raga Shankara cantato da Pandit Jasraj, che puoi trovare qui.
E poi, tanto per permetterti di fare la differenza, ecco lo stesso raga cantato dalla voce femminile di Veena Sahasrabuddhe, o suonato dal sarangi di Ram Narayan.

sabato 8 luglio 2017

Un grande poeta

La tomba di Sarmad, a Delhi


Non so dirti perché mi piaccia la musica classica persiana. So dirti ancora meno perché della Persia classica mi piaccia molto pure la poesia. Ma è così e non posso farci niente. Quindi sono stato molto contento quando qualche frase nell'ultimo libro di Arundhati Roy, "Il ministero della suprema felicità," mi ha fatto scoprire un poeta persiano che non conoscevo, Sarmad Shaheed, o, se vogliamo pure mettergli il tradizionale titolo onorifico, Hazrat Sarmad Shaheed.
Sarmad era sì persiano, ma di lingua, perché di famiglia era ebreo e in più viveva in Armenia. Il che già me lo rende simpatico e interessante: ebreo, che parla la lingua di un paese musulmano e vive in un paese cristiano (mai dimenticare che l'Armenia è stato il primo paese della storia a dichiararsi ufficialmente cristiano). Cose quasi impensabili al giorno d'oggi.
Il padre di Sarmad faceva il mercante. Ora, com'è come non è, al giovane arrivò l'informazione che in India gli oggetti d'arte persiana  si vendevano molto bene. Detto fatto, ne radunò una certa quantità e partì verso est. Anzi, per dire tutta la verità partì verso sud, per girare a est solo una volta arrivato in Persia, visto che la strada verso l'India passava da Ispahan. 
Arrivato nella città di Thatta, nell'attuale provincia pakistana del Sindh, incontrò un giovane induista, Abhay Chand, e se ne innamorò perdutamente. Da un giorno all'altro rinunciò alle sue ricchezze, rinunciò pure a vestirsi e si mise ad andare in giro nudo per le strade, come lo facevano i sadhu, gli asceti induisti. Ogni mattina andava a sedersi sui gradini della casa nella quale abitava Abhay e se ne stava lì ad aspettare, per ore. Alla fine il padre di Abhay, commosso da quella perseveranza e dalla purezza dei sentimenti dell'asceta verso suo figlio, lo invitò ad entrare. L'amore di Sarmad fu pienamente ricambiato da Abhay, così i due lasciarono Thatta e dopo varie peregrinazioni finirono con l'arrivare a Delhi.
L'imperatore dell'India a quei tempi era quello Shah Jahan che fece costruire sia il Forte Rosso che la Grande Moschea di Delhi, ma anche e soprattutto il Taj Mahal di Agra, che tra tutte le cose belle che ho avuto la fortuna di vedre in vita mia è di sicuro la più bella. 
Jahan aveva tre figli, Dara Shikoh, Shah Shujah e Aurangzeb. Il primogenito, Dara Shikoh, era un musulmano estremamente tollerante che si riconosceva nel sufismo, quella scuola di pensiero mistico lontana dall'instransigenza dei mullah almeno quanto il francescanesimo cristiano lo è stato dal fanatismo dei Crociati. È del tutto naturalmente che Dara si avvicinò a Sarmad, del quale si mise a seguire gli insegnamenti.
Purtroppo alla morte di Shah Jahan fu il suo terzo figlio, Aurangzeb, un musulmano intransigente, fautore della sharia, che si impadronì del trono dopo avere sconfitto in battaglia i suoi due fratelli — che più tardi farà uccidere, ma questa è un'altra storia. Siccome il primo dei due, Dara, era stato un devoto di Sarmad, Aurangzeb fece arrestare l'ormai vecchio saggio e lo condannò a morte. Sarmad fu decapitato e la sua testa rotolò nella polvere nei pressi della porta est della Grande Moschea, dove ancora oggi la sua tomba è meta di pellegrinaggi.
Dei suoi componimenti poetici, 334 rubayyat, o quartine, sono giunte fino a noi. Tra queste ce n'è una nella quale lui stesso riconosce come suoi maestri due grandi poeti persiani, Khayyam e Hafez. Il primo, che oltre ad essere poeta fu anche un importante matematico, al quale dobbiamo la codificazione dei principi dell'algebra e la soluzione delle funzioni cubiche, era nato nella provincia persiana del Khorasan nel 1048. Il secondo, considerato il più grande poeta persiano della storia, nacque a Shiraz nel 1315. Entrambi celebrarono l'amicizia, il vino e l'amore ed entrambi stigmatizzarono l'ipocrisia religiosa. Ricordo ancora con una certa emozione il giorno in cui ebbi l'occasione di visitare la tomba di Hafez, nei giardini Musalla, nella periferia nord di Shiraz.
Non ho trovato traccia di una traduzione italiana delle quartine di Sarmad. Ne esiste una in inglese, accompagnata da una nota biografica di tale Paul Smith, traduttore anche di vari altri poeti classici persiani. Amando quel genere di poesia, mi sono ovviamente subito scaricato quel libro, del quale prevedo una lettura goduriosa.
Magari mi dirai che la poesia persiana del XVII secolo, per non parlare di quelle dell'XI e del XIV, ti interessa quanto la scultura proto-bizantina dell'Anatolia settentrionale, o quanto la composizione di canzonette da minatori nell'Alaska degli anni 30 del '900, ma avrai torto. Almeno a mio modesto avviso.
Io te l'ho detto. Mo' vedi tu.
Tanto per farti un esempio, questa quartina che traduco da una traduzione inglese, quindi da prendersi con tutte le pinzette possibili, mi dà grande gioia.

Sono una cosa inutile. Un albero che non dà frutti.
Avendo calcolato il mio valore ho capito.
Sono la più piccola particella
che non è nemmeno inclusa nel calcolo.

venerdì 7 luglio 2017

Elogio del pelo


Siamo ormai in piena estate e come ogni anno è arrivata la solita epidemia di isteria pseudo-salutista e di fanatismo anti-pilosità femminile. A me, come ogni anno, viene un po' da vomitare.
Non credo di essere solo. Credo però che la pressione sia tale che molti esitano a confessare di non essere d'accordo con il dogma politicamente corretto della femmina depilata.
A più di quarant'anni di distanza ricordo ancora con un certo ribrezzo l'impressione che mi fece il primo contatto con un pube femminile interamente rasato. Fu una cosa tanto raccapriciante quanto sorprendente, che mi provocò uno stupore di quelli che si provano davanti a qualcosa, o qualcuno, di incommensurabilmente stupido. Perché?, mi chiesi. Perché?
Da allora sono stato abbastanza fortunato, o forse sono solo stato estremamente vigile, rifiutando anche solo la possibilità di un contatto intimo con qualunque persona di sesso femminile mi lasciasse sospettare una propensione sconsiderata alla rasatura totale. Negli anni ho dovuto finire con l'accettare l'assenza di peli sulle gambe, andando fino a sorridere, falsamente compiaciuto, quando la donna con la quale ero mi diceva "guarda che bello! Mi sono rasata le gambe!", manco quello fosse stato un giustificabile motivo d'orgoglio. 
Ma sono soprattutto i peli sotto le ascelle che mi sono (troppo) spesso mancati. Mi è mancata la ricchezza del loro mistero, la profondità del loro sentore, il contatto vellutato con la loro densità.
Quanto al pube, quanta miseria in quelle colline spelacchiate, in quelle tristi superfici umiliate da rasoi e cerette, rese sterili e morte da incomprensibili aneliti verso non so quale stupida purezza! Un sesso privato della sua corona di peli l'ho sempre visto come una cosetta squallida e umiliata, come uno di quegli alberelli potati fino ad assomigliare a dei vasi barocchi, o una di quelle statuette di ceramica da quattro soldi che la gente compra per metterle sul comò ad affermare un buon gusto che buon gusto lo è solo per chi gusto non ne ha.
Forse prenderai queste mie parole per le divagazioni di un vecchio solitario che, non avendo di meglio da fare, di sesso si limita a parlare. Fai pure. Ma quando cammino per le vie di una città e mi sento assalito da ogni parte da immagini di giovani donne che sembrano affermare come una vittoria alle Termopili la loro triste rinuncia ad ogni traccia di animalità, di pilosità e di odore, quando incrocio, a centinaia, quelle specie di insipidi surrogati di femmine dalle quali emanano solo profumi artificiali, quei corpi negati sotto strati di creme, deodoranti, ciglia finte, sederi e seni rifatti, nasi limati e labbra botulinate, quando vedo solo movimenti studiati e coreografati, sguardi calcolati e ammiccamenti privi di ogni spontaneità ripenso con gioia a quegli anni passati ad assaporare ambrosie delle quali ormai resta solo il ricordo.

domenica 11 giugno 2017

Un incontro, 15 anni fa

Arundhati Roy
Stamattina ho letto un'intervista ad Arundhati Roy, l'autrice del "Dio delle piccole cose." È appena uscito il suo secondo romanzo, "Il ministero della suprema felicità."
Ricordi.
Gennaio 2002. Sono a Delhi. Quattro mesi prima ho deciso di fare uno spettacolo sul Mahabharata. L'ho deciso d'impulso, sulla base del ricordo della versione di Peter Brook, che avevo visto 16 anni fa, e di tre viaggi in India. Ero in una libreria, ad Avignone. Su uno scaffale ho visto un Mahabharata (la versione molto condensata e abbastanza brutta di Jean-Claude Carrière) e ho deciso.
In realtà non ho mai deciso di fare nessuno spettacolo. Ho sempre aspettato ed è sempre arrivato un momento nel quale il desiderio di fare un determinato spettacolo si è presentato come un'evidenza. Chiamala ispirazione, se vuoi. A me quella parola sembra un po' grossa.
Seconda decisione: cercare qualcuno che mi darà una mano a farmi strada in quelle diecimila pagine di testo. Arundhati Roy. Ne parlo ad alcuni amici. Uno mi dice che la figlia di un suo conoscente ha sposato un cineasta indiano. Mi trova la sua email. Scrivo. Un paio di settimane dopo ricevo l'email e il numero di telefono di Arundhati Roy. Le scrivo. Nessuna risposta. la chiamo, mi risponde una segretaria. Nessun seguito. Parto per l'India.
Mia figlia Nora vive a Delhi, vicino al Chor Minar, la torre dei ladri, dove nel '400 venivano esposte le teste dei ladri decapitati. Da lì in meno di mezz'ora a piedi si arriva a uno dei miei posti preferiti della città, il quartierino di Haus Khas, che non è ancora il posto chic e alla moda che diventerà più tardi.
Chiamo più volte Arundhati Roy. Mi risponde la segretaria, oppure il marito. Quello è un momento complicato per lei, è sotto processo per avere detto che la Corte Suprema indiana ha mostrato una "inquietante inclinazione" verso l'insabbiamento di ogni critica e di ogni dissenso. Rischia grosso. Il processo si svolge proprio in quei giorni. Impossibile vederla. Con rammarico, ci metto una pietra sopra. Leggo sul giornale che è stata condannata a un giorno simbolico di prigione e a 2500 rupie di multa.
Un pomeriggio, con mia figlia, andiamo a prenderci un caffè a Defence Colony. Entriamo in un Barista, caffè che fa parte di una catena che sarà più tardi comprata dalla Lavazza. Benché ami il tè indiano, ogni tanto un caffè ci vuole. Ci sediamo a un tavolino. Passa un quarto d'ora ed entra una coppia. Una donna molto bella, sui 40 anni, accompagnata da un uomo più giovane. Si siedono un po' più in là. Guardo la donna, trovo che assomigli in modo stupefacente ad Arundhati Roy. Lo faccio notare a Nora, che si gira e trova anche lei la somiglianza stupefacente. Capiamo che non è una somiglianza, è proprio lei, lei che ho cercato invano di contattare per settimane.
Mi alzo, vado al suo tavolo, le spiego che vorrei parlarle, le chiedo un appuntamento. Mi dice di tornare lì l'indomani, alla stessa ora.
La notte non riesco a dormire. Quante probabilità c'erano di incontrare proprio lei in una città di 13 milioni di abitanti (oggi più di 16)? Possibile che sia davvero un segno del destino?
L'indomani, con Nora, arriviamo in anticipo. Dopo un po' lei arriva. Prende un cappuccino. Le spiego il mio progetto, le spiego perché vorrei lavorare con lei, le dico che so che non è induista (sua madre è una cristiana siriaca del Kerala), ma non voglio fare uno spettacolo sull'induismo, ma sull'India. È stupita. A capo del governo in quel momento c'è Atal Bihari Vajpayee, un conservatore, membro del BJP, il Bharatyia Janata Party, Partito del Popolo Indiano, che usa e abusa del Mahabharata per la sua propaganda induista, a scapito delle minoranze musulmana, buddista, jain e tutte le altre. Diffondere ancora di più il Mahabharata in quel momento le sembra un controsenso, un favore fatto agli ultranazionalisti del governo.
In realtà mi accorgo che le interessa molto più parlare con Nora che con me, capire perché una ragazza occidentale se n'è venuta a vivere con un indiano del Punjab, sapere come lui la tratta, come lei si sente. E comunque mi dice che anche se volesse non avrebbe tempo, che deve assolutamente finire il suo secondo romanzo.
Dietro il suo sguardo dolce e la sua bellezza folgorante sento una determinazione d'acciaio. Il mio sogno svanisce.
Più tardi succederanno altre cose, altri incontri, lo spettacolo lo farò lo stesso, nell'estate del 2003, con delle bellissime marionette fabbricate da Enrico Baj, che purtroppo morirà un mese prima della prima rappresentazione. Lo porterò in giro in Italia, in Francia, in altri paesi d'Europa, in Africa e persino in India.
Certo, resta il rammarico di non avere potuto lavorare con lei. Ma resta soprattutto il ricordo di un incontro intenso, raro e profondo. Il ricordo di una donna che in qualche strano modo mi ha comunque accompagnato durante tutte le prove e tutte le rappresentazioni. E di questo le sono estremamente riconoscente.
Adesso che il secondo romanzo l'ha finalmente scritto me lo leggerò con piacere e sono sicuro che leggendolo avrò l'impressione di risentire la sua voce.

giovedì 25 maggio 2017

13 centimetri di costola


Un pezzo di costola umana lungo 13 centimetri, proveniente dal corpo di Nicola di Bari è stato spedito dall'Italia alla Russia. E perché mai, mi dirai, un pezzo di costola del cantante nato in provincia di Foggia e noto per avere vinto due Festival di Sanremo consecutivi nel 1971 e 72, rispettivamente con l'indimenticabile Il cuore è uno zingaro e con la travolgente I giorni dell'arcobaleno, è stato spedito in Russia? E perché poi gli hanno tolto un pezzo di costola dal torace, visto che è ancora vivo e vegeto e celebrerà il suo settantasettesimo compleanno il prossimo 29 settembre?
Ti rassicuro subito: quel pezzo di costola apparteneva a un altro Nicola di Bari, uno che in realtà non c'entrava niente con Bari, visto che era nato in Anatolia ai tempi dell'imperatore Claudio II, detto il Gotico, che è uno che se non l'hai ma sentito nominare va bene lo stesso perché non ha fatto niente di importante. Quel Nicola lì, quello giusto, era morto nell'attuale Demre, cittadina turca di poco più di 26.000 abitanti, che ai tempi di Claudio il Gotico si chiamava Myra, proprio come la cantante americana di origine messicana, nota soprattutto per la sua interpretazione di Dancing in the Street, che se proprio vuoi farti del male puoi ascoltare qui.
Siccome questo Nicola di Bari è uno che di mestiere faceva il Santo, alla sua morte i Myresi (o comunque si chiamassero gli abitanti di Myra) gli avevano fatto una bella tomba da Santo con intorno una cattedrale. Tutto filò liscio come l'olio (santo) per 744 anni, finché nel 1087 a Myra arrivarono 62 marinai baresi, tra i quali c'erano anche due sacerdoti, tali Lupo e Grimoldo. Ora, siccome Bari non aveva un Santo tutto suo, i due sacerdoti, animati da uno spirito stracolmo di carità cristiana, decisero di rubare il corpo di quello di Myra e di portaselo a casa. Visto però che la carità cristiana era così presente nei loro cuori, affettarono lo scheletro in due pezzi e se ne portarono via solo la metà. Secondo altre versioni a quei tempi Nicola era già stato affettato da qualcun altro e quindi Lupo e Grimoldo se ne portarono via solo la metà perché il resto era nascosto da un'altra parte, ma non importa. Ciò che importa (o magari no, ma te lo dico lo stesso) è che l'altra metà fu più tardi trafugata dai veneziani, che già che c'erano si presero pure i corpi di un altro Nicola, zio del Nostro, e di tale Teodoro, martire.
Nel XII secolo un infido vescovo tedesco che non si sa bene per quale motivo si trovasse a Bari rubò l'omero sinistro di Nicola e lo portò a Rimini, dove si trova ancora oggi, nella chiesa di San Nicolò, in via Ferdinando Graziani, di fronte alla bigiotteria Tanvir e a Europcar. Si trova ancora lì oggi, ma non tutto, visto che nel 2003 i generosi riminesi decisero di tagliarne via una fettina e di farne dono alla città greca di Volos, cosa che i volosiani hanno giustamente apprezzato.
Insomma, a Bari ci sono vari pezzi di Nicola di Bari — che, detto per inciso, è poi quel San Nicola che diventò Father Christmas in Inghilterra nel XVI secolo, de Kerstman in Olanda un po' più tardi, Santa Claus in un sacco di altri posti e che ha finito col guadaganrsi da vivere facendo la pubblicità per la Coca-Cola a partire dagli anni '30 del secolo scorso. Ciò che importa è che 13 centimetri di costola di Nicola di Bari sono stati mandati in Russia, dove resteranno fino al 13 luglio.
E allora?, mi dirai.
Beh, allora ecco qua: quei 13 centimetri di osso di braccio sono stati depositati dentro una bacheca fabbricata apposta in Russia, bacheca riccamente decorata con bassorilievi che raccontano la vita del Santo e dotata di un coperchio e di una parte anteriore in vetro che permettono di constatare che dentro ci sono proprio quei 13 centimetri di omero, nel caso qualcuno avesse dei dubbi. Il sito http://www.rainews.it non esita a definire quella spedizione un evento storico, un gesto d'amore e di pace, un seme nel mare dell'ecumenismo. E tanto per dirla tutta, ieri davanti alla cattedrale del Cristo Salvatore, a Mosca, sulle rive della Moscova, c'era una fila di gente lunga 2 chilometri, tutti lì per vedere quei 13 centimetri di matrice extracellulare molto dura, compatta e mineralizzata, nonché di un'indefinita dose di defunti osteociti. Già si prevede che nel week-end, che in russo si dice выходные, ma anche уикенд, la fila sarà non di 2, ma di 5 chilometri.
Leggo sul Corriere della sera: Igor, che viene da Starij Oskol, nel sud della Russia, si aspetta un evento eccezionale perché già nel 2011, quando giunse a Mosca per vedere un frammento della cintura della Madonna proveniente dalla Grecia, gli nacque miracolosamente un nipotino. Essendo molto felice per Igor mi guarderò bene dal fargli notare che di cinture della Madonna tutte intere in giro per l'Europa e il Medio Oriente ce ne sono altre nove, una a Prato, una a Costantinopoli, una a Homs, una a Cipro, una al Monte Athos, una a Terragona, in Spagna, una a Bruton, nel Somerset inglese, e due in Francia, a Le-Puy-Notre-Dame e a Quintin, in Bretagna. Naturalmente non dispongo di dati precisi, ma sappiamo tutti come va con le cinture: una la perdi, un'altra la butti via perché si è rotta, di altre di devi sbarazzare man mano che ingrassi, altre ancora finiscono semplicemente col non piacerti più. Sì, va bene, secondo la tradizione fu Maria stessa a regalare la sua cintura all'apostolo Tommaso prima di partire per il cielo con tanto di anima e corpo. La cintura, mica 9 cinture. 
Tra l'altro, quella che Igor aveva visto nel 2011, o della quale aveva visto un frammento, è famosa perché permette alle donne sterili che la toccano di avere dei figli. Ma siccome era conservata da secoli in un monastero sul Monte Athos il cui ingresso è vietato alle donne, non serviva a granché. Infatti la sua tournée in Russia — dico tournée perché l'hanno portata in giro per ben 13 città — doveva servire proprio a favorire nuove nascite in un paese nel quale la demografia diminuisce in maniera preoccupante.Se la cosa abbia funzionato o no per ora non si sa.
No, tutto questo non lo farò mai notare a Igor. Ma devo ammettere che l'idea di decine di migliaia di persone che fanno la coda per vedere un pezzetto di osso e che poi magari si convinceranno che è proprio grazie a quella vista che potranno passare la serata a occuparsi del nipotino mentre i genitori vanno al cinema, oppure che, come la madre di tale Vladislav, diciassettenne di Krasnodar, vivranno qualche altra meravigliosa esperienza, visto che San Nicola già in passato l'ha aiutata a ritrovare l'automobile che le era stata rubata, mi turba. Sì, certo, mi fa molto ridere, ma mi turba anche. E siccome sono uno che certe volte mette i suoi turbamenti sul suo blog, ecco, l'ho fatto.
E mo' vado a farmi una tazza di té Ruschka, che è un té nero profumato al bergamotto e altri frutti e che se vuoi puoi comprarti qui per 8€ all'etto.

mercoledì 19 aprile 2017

La torre di Hanoi

Si narra che all'inizio dei tempi, Brahma, il Dio creatore, portò nel grande tempio di Benares, sotto la cupola d'oro che si trova al centro del mondo, tre colonnine di diamante e sessantaquattro dischi d'oro. I dischi, bucati al centro, erano collocati su una delle colonnine in ordine decrescente, dal più piccolo in alto, al più grande in basso. Si dice che da allora i monaci del tempio siano impegnati a trasferire i dischi dalla prima alla terza colonnina rispettando due regole semplici, dettate dallo stesso Brahma:
  1. possono spostare solo un disco alla volta;
  2. non possono mai mettere un disco più grosso sopra un disco più piccolo.
Si crede che quando tutti i dischi saranno stati spostati sulla terza colonnina la torre crollerà, il tempio crollerà e sarà la fine del mondo.
Quello che si sa poco è che se i monaci spostassero un disco al secondo per 24 ore al giorno la loro impresa durerebbe quasi 585 miliardi di anni. Tenendo presente che il nostro universo esiste da 13,7 miliardi di anni, la Terra da 4,65 e l'homo sapiens da 200.000 anni, direi che per il momento non ci sarebbe da preoccuparsi.
Purtroppo ciò che si narra e si racconta non è sempre vero. E infatti non solo a Benares non esiste nessuna cupola d'oro, ma sappiamo tutti, grazie alla rivelazione cosmogonica di Salvador Dalì, che il centro del mondo è la stazione di Perpignan.
Quello dei dischi da spostare da una colonnina a un'altra utilizzandone una terza è solo un gioco, che forse già conosci come La torre di Hanoi. Forse però non sai che il gioco è stato inventato dal Professor Claus (de Siam), del Collegio di Li-Sou-Stian.
Ahimé, anche questo non è vero, visto che Claus (de Siam) è solo l'anagramma di "Lucas (d'Amiens)" e che Li-Sou-Stian è a sua volta l'anagramma di Saint-Louis.
Édouard Lucas era un professore di matematica. Era nato ad Amiens, in Piccardia, nel 1842 e morì a Parigi nel 1891 a causa di un banale incidente. Qualche giorno prima, mentre partecipava, a Marsiglia, a un banchetto in occasione del congresso dell'Associazione Francese per l'Avanzamento delle Scienze, fu colpito in testa da un piatto che un cameriere gli fece inavvertitamente cadere in testa dopo avere inciampato in un tappeto. Il piatto gli provocò un'erisìpola, che come tutti sappiamo è un'infezione acuta della pelle causata da batteri piogeni. In pochi giorni, l'erisìpola ebbe ragione del professore.
8 anni prima, Lucas aveva commercializzato un gioco che aveva chiamato La torre di Hanoi. Sulla scatola c'era scritto La tour d'Hanoï - Véritable casse-tête annamite - Jeu rapporté du Tonkin par le Professeur N. Claus (de Siam), Mandarin du Collège de Li-Sou-Stian (La torre di Hanoi - Gioco portato dal Tonchino dal Professore N. Claus (del Siam), Mandarino al Collegio di Li-Sou-Sian). Lucas insegnava matematica all'allora Collegio e oggi Liceo Saint-Louis, che si trova a Parigi, al 44 del Boulevard Saint-Michel. Il foglio con le spiegazioni all'interno nella scatola indicava anche che quel gioco inedito era stato trovato negli scritti dell'illustre Mandarino Fer-Fer-Tam-Tam. Sullo stesso foglio si prometteva, senza alcun rischio, una ricompensa superiore a 1 milione di franchi a chi fosse riuscito a spostare una torre di 64 dischi da una colonnina a un'altra, visto che l'impresa avrebbe necessitato 18.446.744.073.709.551.615 mosse.
L'immagine all'inizio di questo post l'ho presa dal sito Amazon, dove il gioco è in vendita per 19;99€. Qualora l'invidiabile stato delle tue finanze ti invogliasse a lanciarti in una simile spesa, che peraltro comprende anche la spedizione, sappi che se per spostare gli 8 dischi ti ci vorranno 255 mosse, nulla ti impedirà di giocare solo con 3 (7 mosse), con 4 (15 mosse), con 5 (31 mosse), o magari con 6 (63 mosse). Se poi, spinto da non so quale masochismo, volessi fabbricarti da solo una versione del gioco comprendente ancora più dischi, per sapere quante mosse saranno necessarie per un dato numero di dischi ti basterà usare la formula 2n - 1, dove n è uguale al numero di dischi.
Infine se la tua leggendaria pigrizia dovesse impedirti di giocare potresti sempre guardare un bambino che fa tutto in 2 minuti e 34 secondi cliccando qui.
Guarda, sono così contento di averti raccontato questa roba che adesso vado a farmi un caffè.