mercoledì 31 gennaio 2018

Vonnegut Forever


Ho deciso di rileggermi un po' di Vonnegut. Credo che sia una saggia decisione. Ho deciso di incominciare da quello che in italiano è stato tradotto con il brutto titolo di Ghiaccio-nove. In versione originale s'intitola Cat's Cradle, cioè…
Un momento. Qui bisogna essere precisi. Se la traduzione letterale di cat's cradle in italiano è culla di gatto, quella corretta è ripiglìno. Attenzione però: se dico ripiglìno non lo faccio in riferimento a quel gioco rinascimentale che consisteva nel tirare in aria noccioli, o monete, o sassi cercando poi di riprenderli con il dorso della mano, bensì a un altro gioco, del quale la culla è solo una delle figure possibili.
Ma allora, se il ripiglino non è quel gioco rinascimentale che consisteva nel tirare in aria noccioli, o monete, o sassi cercando poi di riprenderli con il dorso della mano, cosa diavolo è?, mi chiederai. Ah, lo sapevo. Anzi lo speravo. Speravo di non essere l'unico a ignorare l'esistenza di quell'altro ripiglino. Grazie.
Chi sapeva benissimo cosa sia il ripiglino che ci interessa qui è Wikipedia, che gentilmente me lo ha spiegato:
Il ripiglino, giocato con un filo, viene fatto da due o più persone usando la mani ed una cordicella. Consiste nel formare figure intrecciando a turno la cordicella intorno alle proprie dita.
Ciascuno dei partecipanti "ripiglia" il filo dalle mani del precedente ottenendo un nuovo intreccio; vi sono figure conosciute che hanno un nome (culla, materasso o graticola, candele) e che si ottengono per mezzo di mosse definite. In genere, si inizia dalla culla.
Ah, la culla! Pare che la culla sia la figura più semplice del ripiglino, la prima che si impara. Tant'è che cercando su altri siti ho visto che culla del gatto è un altro nome del ripiglino. Il che ci riporta a Cat's Cradle. Che è un libro bellissimo. E infatti parla del bokononesimo, l'unica religione il cui libro sacro incomincia con una frase che dovrebbe essere l'incipit di tutti i libri sacri del mondo: All of the true things that I am about to tell you are shameless lies, ovvero “Tutte le cose vere che sto per dirvi sono spudorate bugie”.
Cat's Cradle incomincia invece con tre parole che ci ricordano immediatamente Moby Dick: ma laddove Melville iniziava da Call me Ishmael (Chiamatemi Ismaele), Vonnegut inizia con Call me Jonah. My parents did, or nearly did. They called me John (Chiamatemi Giona. I miei genitori l'hanno fatto, o quasi. Mi hanno chiamato John). Il che è un inizio meraviglioso.
Ma posso fare una digressione? Dai, dimmi di sì! Grazie.
Farò una digressione per tornare un istante su quel Call me Jonah che per qualsiasi statunitense che abbia frequentato la scuola dell'obbligo è un po' come Ei fu. Siccome immobile, oppure Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate per noi.
Di solito Call me Ishmael è tradotto come l'ho fatto io, cioè chiamatemi Ismaele. Ma quella traduzione è tanto letterale quanto inesatta. In realtà se un americano ti chiede come ti chiami e tu gli rispondi Call me Pinco Pallino (che se ti fa piacere puoi anche pronunciare pinko pellàino), quello capisce due cose: 1) che non vuoi dirgli come ti chiami e 2) che di sicuro non ti chiami Pinco Pallino. Per cui la traduzione giusta di Call me Ishmael dovrebbe essere “Chiamatemi pure Ismaele”, o “Potete chiamarmi Ismaele”, o qualsiasi altra formula che sia meno sgarbata di “Come mi chiamo sono cazzi miei, voi tutt'al più potete chiamarmi Ismaele, sennò fate pure come il Baglioni e andate fuori dai coglioni”.
E dopo questa interessantissima digressione torniamo a Vonnegut.
Cat's Cradle è uscito nel 1963, io l'ho letto una decina d'anni dopo. Nel giro di meno di un mese avevo letto anche i suoi cinque altri romanzi già pubblicati. Poi, negli anni seguenti, man mano che uscivano, ho letto gli altri otto, più vari libri di racconti e cazzeggi vari. Qualcuno devo averlo perso, o prestato a una di quelle persone che mi fanno rimpiangere che Dio non esista, visto che se esistesse lo pregherei tutti i giorni di stramaledire quei fetenti che non restituiscono i libri prestati e di scaraventarli in fondo al muscolo sfintere anale esterno di Belzebù.
Aggiungerò soltanto che tra i personaggi importanti di Cat's Cradle ci sono Felix Hoenikker, padre della bomba atomica, una bellissima ragazza che di nome fa Mona (e di cognome Aamons Monzano), e naturalmente Bokonon, fondatore del Bokononesimo, nato Lionel Boyd Johnson ed ex-studente della London School of Economics.
Sul retro della prima edizione tascabile di Cat's Cradle c'era scritto:
Cat's Cradle tratta di scienziati atomici, di brutti americani, di stupende regine del sesso, di nani vendicatori, di dittatori caraibici, di becchini, di un modo nuovo di fare l'amore, di ghiaccio-nove, di Bokononesimo, della fine del mondo.
Detto questo, se non hai ancora letto Vonnegut e non intendi leggerlo… Mah...

domenica 21 gennaio 2018

Ma che bei musei!


Visto che per una cinquantina d'anni mi sono ostinato a fare il teatrante non posso dire che la domenica sia mai stata per me molto diversa dagli altri giorni della settimana. Adesso però, adesso che come un qualsiasi pensionato meno un'esistenza molto più regolare, so che la domenica è un giorno diverso dagli altri perché il bar nel quale vado ogni mattina a prendere il mio caffè è chiuso. Ecco allora che devo incamminarmi verso la piazza per andare al Caffè Garibaldi, che è sempre aperto, anche il giorno di Natale, anche a Ferragosto. Naturalmente prima passo da un'edicola, visto che un caffè del mattino senza giornale è come una Sacher senza marmellata, un'automobile senza carburante, o un galantuomo che esce di casa senza cappello in testa: una cosa triste e inutile.
Oltre tutto, la domenica mattina in edicola non trovo solo il mio giornale, ma anche il suo supplemento settimanale, dedicato ecumenicamente, ancorché un po' pomposamente, a dibattito delle idee, nuovi linguaggi, arte, inchieste e già che ci siamo pure racconti. Il che basta a farti capire che quel supplemento settimanale può parlare di ciò che vuole, visto che tutto può entrare in quelle vaghe categorie.
Ora, stamattina me ne stavo seduto all'aperto grazie a qualche raggio di quel Sole così assente nelle ultime settimane, quando un titolo a piena pagina, la 27, ha immediatamente attirato la mia attenzione: I 100 musei più bizzarri.
Devi sapere che da decenni coltivo un sogno: procurarmi una barca di soldi (che sia vincendo alla lotteria, svaligiando una banca, salvando la vita del figlio dell'emiro del Kuwait, o trovando per strada una valigia piena di biglietti da 100€, non importa) e poi spenderli andandomene in giro per il mondo a vedere musei. Alcuni, bellissimissimi, ho già avuto la fortuna di vederli, dal Louvre al Prado, dal Metropolitan all'Ermitage e dal Museo di Antropologia di Città del Messico all'Indian Museum di Calcutta — uno dei miei preferiti. Ma vorrei vederne molti altri. E poi non si tratta solo di andare a visitare musei più o meno famosi, ma magari di andare a Cleveland per vedere quel determinato quadro, o a Rio de Janeiro per quella particolare scultura.
Senonché l'articolo che ho letto poco fa ha cambiato tutti i miei progetti. Come non desiderare ormai ardentemente e imperiosamente di partire prima di tutto per Altadena, nella Contea di Los Angeles, per visitare il Bunny Museum, dove per otto miseri dollari, che in questo momento valgono poco più di 6,50€, puoi vedere migliaia di oggetti legati ai conigli? Oppure per la ridente Petra Jaya, nella parte malese dell'Isola del Borneo, per vedere il Kuching Cat Museum, dove sono esposti più di 4.000 oggetti dedicati ai gatti? O magari per le vicinanze del Parco Te Urewera, sull'isola di Te Ika-a-Māui, che è poi quella che i Neozelandesi di origine occidentale chiamano semplicemente Isola del Nord, per trovare il Beer Can Museum (Museo delle lattine di birra) e giudicare di persona se è meglio o peggio del suo omonimo Beer Can Museum situato ai bordi del Parco Massasoit, nel Massachusetts (Stato del quale, malgrado l'abbia fatto cento volte, devo sempre verificare l'ortografia perché non mi ricordo mai dov'è la doppia s)? O ancora per Laugavegur 116, indirizzo di Reykjavik (altra indispensabile verifica ortografica) dove è situato il promettentissimo Hið Íslenzka Reðasafn, ovvero Museo Fallologico Islandese (vedi foto), il cui sito internet si lamenta giustamente del fatto che la fallologia sia una scienza antica che, fino ad anni recenti, ha ricevuto un'attenzione assai limitata in Islanda, ma che trova nella mostra permanente di 209 peni e parti di pene, in particolare di sedici differenti specie di cetacei, un campione estratto da un orso polare, trentasei pezzi provenienti da sette differenti specie di foche e trichechi, e centoquindici campioni originari di venti differenti tipi di mammiferi terrestri una giusta e troppo attesa rivalutazione?
Mi dirai che forse preferiresti farti 556 chilometri a nord di Stoccolma per finire, sulle rive del Golfo di Botnia, nel minuscolo paesino di Skeppsmalen, a una trentina di chilometri da Örnsköldsvik, dove è situato il Fiskevistet, letteralmente la Visita del Pesce, dedicato interamente all'aringa fermentata. A meno che la tua mente bacata non ti spinga verso la Renania-Palatinato, dove potrai chiedere anche solo a gesti a uno degli 846 abitanti di Neroth l'esatta ubicazione del Mausefallenmuseum, ovvero il Museo delle Trappole per Topi, che non mancherà di soddisfare la tua morbosa curiosità.
Comunque sia, sappi che apprezzo quel moto di riconoscenza che ti sta invadendo l'animo alla scoperta dell'esistenza di musei dei quali non osavi nemmeno sperare l'esistenza. E te ne sono grato.
Mo' però, scusa, ma è l'ora del mio secondo caffè.

martedì 16 gennaio 2018

Un inatteso 30%

Nel novembre scorso ero negli Stati Uniti, a casa di mia figlia. Un giorno è arrivato un pacchetto per me. L'ho aperto. All'interno c'era un tubetto di plastica con tanto di coperchio. Ho aperto anche quello. Poi ci ho sputato dentro più volte, l'ho richiuso e l'ho rispedito al mittente.
Ora non andare a pensare che io sia uno che se riceve una cosa sgradita ci sputa dentro e la rimanda indietro. In realtà mi ritengo abbastanza educato. Ma il fatto è che quel tubetto di plastica con tanto di coperchio me l'aveva spedito il National Geographic Project e che per riceverlo io avevo sborsato 99 dollari. E perché mai, mi chiederai, avevi mandato 99 dollari in cambio di un tubetto di plastica con tanto di coperchio al National Geographic Project che manco so cos'è? Beh, la ragione principale era stata che quel tubetto di plastica con tanto di coperchio era in saldo, visto che normalmente costa il doppio. Quanto al National Geographic Project, non ti stupirà apprendere che si tratta di un progetto della National Geographic, che permette a chi lo vuole di farsi fare un esame genetico che gli dirà da dove venivano i suoi antenati (esame genetico che esige una certa dose di sputacchio).
Mi dirai che spendere ancho solo 99$ per avere conferma del fatto che i tuoi antenati venivano tutti dalla zona etiopo-eritreo-somalo-sudano-kenyana è un po' come spendere 20€ in un libro di Fabio Volo per avere conferma del fatto che se c'è uno che non è capace di scrivere quello è lui. Ma in realtà le cose sono un po' più complicate. Tanto più se giudico a partire dai risultati di quell'esame genetico che mi sono arrivati proprio stamattina per e.mail.
La prima cosa che ho notato, non so nemmeno io bene se con piacere o con sconcerto, è che i miei geni indicano che io sono 0,2% più Uomo di Neanderthal della media dei Sapiens sapiens che se ne stanno a cazzeggiare nelle varie valli di lacrime di tutti quelli che hanno speso 99$, o più, per ottenere informazioni simili. E vorrei pregarti di cancellare immediatamente quello stupido sorrisetto che si è venuto a stampare su quella tua faccia che magari, chi lo sa?, è molto più neanderthaliana di quanto tu non lo sospetti. Ma andiamo avanti.
Che il 52% dei miei geni abbiano origini italiane e/o sudeuropee non mi stupisce, visto che tre dei miei quattro nonni erano italiani. Trovo però interessanti i commenti di Nat Geo a questo proposito:
Oggi questa origine indica un misto di agricoltori provenienti dal Medio Oriente e di migranti dall'Europa del Nord, discendenti a loro volta da popolazioni dell'Europa Centrale. Esistono forti connessioni con i Balcani e con l'Europa sud-orientale, il che rende il suo DNA transadriatico e perfino transmediterraneo, segnalando connessioni commerciali e politiche. Elementi di questa origine si riscontrano anche nell'Europa del Nord e in quella dell'Est, e anche al Sud, attraverso il Mediterraneo, fino alla Libia e ad altre regioni dell'Africa del Nord, ricordi genetici dell'espansione dell'impero romano verso sud.
Beh, mi piace abbastanza che questo 52% sia molto ibrido. E mi piace anche che Nat Geo si sia presa la briga di paragonarlo a due popolazioni di riferimento, i greci e i toscani. Dal paragone coi primi viene fuori che: 1) sono più sud-europeo io di Irene Papas e pure del patriarca ortodosso di Atene; 2) i greci non hanno traccia di DNA dell'Europa nord-occidentale, ma ne hanno un buon 19% che viene dall'Asia Minore e un 5% dalla diaspora ebrea. E qui mi fermo un attimo perché visto che Schuster è un cognome sia tedesco che ebreo mi sono sempre chiesto se dietro quel mio nonno paterno che veniva dalla Ruhr non ci fosse in realtà un'ascendenza ashkenazita. Beh, non c'è. Capitolo chiuso. Se sia una buona o una cattiva notizia non lo so. Ma so che quei 99$ li ho spesi bene.
Mi ha stupito vedere che il 10% di quello che sono viene dal mediterraneo occidentale, il che lascia supporre più o meno antichi incroci famigliari con qualche spagnolo, magari catalano, magari maiorchino, o, chissà, magari pure sardo nord-occidentale, come suggerito dalla macchia viola sulla cartina all'inizio di questo post.
Andando avanti, ecco un bel 7% di est europeo, che sembra coprire una zona che dalla Germania, attraverso la Polonia, arriva fino alla Bielorussia. Pare che quella sia la parte proveniente da popolazioni pre-agricole dell'Europa, varie migliaia di anni fa.
Detto questo, per ben il 30% sono figlio dell'Europa nord-occidentale, il che è una sorpresa tanto più grande che la macchia grigia sulla cartina è centrata sulla Scozia. Vuoi vedere che è per questo che amo i romanzi di Walter Scott, che trovo che Sean Connery sia stato l'unico vero Bond, che adoro il short bread, che ammiro profondamente Tilda Swinton e che il whisky torbato delle Ebridi (in particolare uno dell'isola di Islay) mi fa godere come un grillo? Che dici, devo comprarmi un kilt?
Per ora vado a farmi un caffè, poi si vedrà.

lunedì 1 gennaio 2018

Da Tristan a Gough


Oggi è il 1° gennaio. Come tutti i giorni stavo facendo colazione con sul tavolo il computer aperto. A un certo punto sulla mia pagina Facebook ho visto comparire la bella foto che ho messo qui sopra. Il paesino che vedi è Edinburgo dei Sette Mari, unico centro abitato di Tristan da Cunha.
Dell'isola di Tristan, il posto abitato più remoto del mondo, visto che dista 1200 km da Sant'Elena, 2400 dal Sudafrica e 3360 dal Sudamerica, ho già scritto in passato. Il posto mi affascina. So che non ci andrò mai, ma va bene così. Mi accontento di essere “amico” suo su Facebook e di ricevere così qualche notizia di tanto in tanto. E ogni volta è la stessa gioia, e ogni volta scatta lo stesso meccanismo che mi porta a cercare nuove immagini su YouTube. Anche stamattina.
A dire il vero, adesso che ho verificato la cronologia del mio navigatore, mi accorgo che prima ho cercato Tristan da Cunha su Wikipedia, probabilmente per verificare non so più cosa. In fondo alla pagina (su Wikipedia in inglese) ho scoperto l'esistenza di un cortometraggio intitolato 37°4 S, che è la latitudine dell'isola. A quanto pare si tratta di un short film about two teenagers who live on the island. Sono andato su YouTube, ma ho trovato solo un estratto di due minuti. Ma siccome alla fine dei due minuti stavo addentando una fetta di pane tostato con su burro e conserva di susine senza aggiunta di zucchero di Montepulciano, ho lasciato fare. E YouTube mi ha subito proposto altre immagini di Tristan e poi altre ancora. Così sono arrivato al filmino di una coppia di pensionati che avevano fatto una crociera “da Capo a Capo”, cioè da Capo Horn a Capo di Buona Speranza, fermandosi brevemente non solo a Tristan ma anche sulla vicina e disabitata isola di Nightingale. Disabitata, ma non da tutti, visto che ci sono caterve di uccelli di varie specie. Tra questi anche i Rockhopper, che ci ho messo un certo tempo a capire che in italiano sono i pinguini crestati, o eudipti, visto che non c'è nessun ponte tra la pagina Wikipedia dei Rockhoppers e una pagina italiana. Ma vabbè, almeno mi sono passato in rivista tutte le specie di pinguini, comprese quelle estinte, che è una cosa che può sempre servire.
Ma siamo precisi: scientificamente e tassonomicamente parlando, quello degli eudipti è un genere della famiglia degli sfeniscidi dell'ordine degli sfenisciformi della sottoclasse dei neorniti della classe degli uccelli e mi fermo qui perché chissenefrega di sapere che tutto questo fa parte del dominio degli eucarioti, vero?
Certo. Quello che conta è che gli eudipti si dividono in cinque specie: il saltarocce, il ciuffodorato, quello di Moseley, il beccogrosso, il robusto, il reale e il crestato maggiore. Ora ci tengo a sottolineare quanto sia importante, quando si tratta di pinguini — e di eudipti in particolare — avanzare coi piedi di piombo, visto che un esame superficiale delle specie precitate potrebbe spingerci a credere che la prima, cioè quella dei saltarocce, indica proprio i Rockhopper di cui sopra. E invece no, visto che i saltarocce vivono sulle isole Falkland, su quelle del Principe Edoardo, sulle Crozet, sulle Kerguelen, sulle eard, sulle Macquaire, sulle Campbell, sulle Auckland, sulle Antipodi, nonché su un certo numero di isolette dalle parti di Capo Horn, ma NON su Nightingale. Lì ci vivono i pinguini di Moseley, così chiamati in onore di Henry Nottidge Moseley, naturalista britannico che navigò in quelle remote parti del mondo a bordo dell'H.M.S. Challenger tra il 1872 e il 1876. È probabilmente vero, come ce lo fa notare una pagina del sito del Museo di Scienze Naturali della Louisiana, che benché questo nome non sia in uso presso gli ornitologi, lo si trova comunemente sul web in riferimento all'unica specie di pinguini di Tristan da Cunha, ma visto che noi non siamo ornitologi chissenefrega.
Ma non perdiamoci in divagazioni.

Un pinguino di Moseley

Una volta appurato che i pinguini del filmino dei due pensionati in crociera tra Capo Nord e Capo di Buona Speranza erano gli eudipti di Moseley e una volta ancora constatato che la pagina Wikipedia in inglese mi dava molte più informazioni di quella in italiano, mi sono concentrato sulla prima, scoprendo che la specie Mosely è divisa in due sottospecie, i Moseley del Nord e quelli del Sud, caratterizzate da differenze genetice, morfologice e vocali. Perbacco, mi sono detto. Ma ho subito scoperto che quelli di Nigtingale sono degli eudipti del Nord, che infatti vivono al 99% a Tristan da Cunha e all'isola di Gough.
All'isola di cosa??? Di Gough? Mai sentita nominare!

L'isola di Gough

Un semplice clic ed ecco le spiegazioni. Prima di chiamarsi Gough l'isola si chiamava Gonçalo Álvarez, in onore del navigatore portoghese che la scoprì mentre comandava una nave della piccola flotta di Francisco de Almeida. Poi si chiamò Diego Álvarez. Non che un altro Álvarez se la fosse appropriata; semplicemente qualche cartografo iberico aveva sintetizzato il nome di Gonçalo Álvarez, scrivendo su una carta isla de Go Álvarez, il che spinse un altro cartografo, inglese, a trasformare de Go in Diego, cosa che non ha nessuna importanza quando si parla di pinguini di Moseley, ma che meritava di essere segnalata.
È dunque solo in un secondo tempo che all'isola venne dato il suo nome attuale in onore di quel Charles Gough che la riscoprì nel '700.
Inutile dirti che sono subito andato a cercare notizie di Gough. L'isola non è completamente disabitata visto che, oltre al milione di topi e a un numero imprecisato di pinguini e di àlbatri, la sua stazione meteorologica ospita sempre tre meteorologi, un tecnico, un meccanico, un medico e qualche biologo, che se ne stanno lì per un anno intero, su uno sputacchio di isola rocciosa e piovosissima, in mezzo al nulla.

La stazione meteorologica di Gough

L'unico fatto degno di nota mai accaduto sull'isola è successo l'11 febbraio 2014. Un tecnico elettronico sudafricano, Johannes Adriaan Hoffman, morì nel suo letto. La causa della morte fu un soffocamento da cibo. Sì, lo so, andarsene a morire in mezzo al nulla ingozzandosi di biscotti secchi sotto le coperte non è un granché come modo di togliere il disturbo. Eppure è grazie a questa idiozia che il nome di Johannes Adriaan Hoffman ha fatto il giro del mondo. Meditiamo.
Beh, come inizio dell'anno non mi pare male, no?
Mò vado a farmi il mio caffè.

lunedì 30 ottobre 2017

Tutti a Bagnacavallo!

I disastri della guerra
Incisione n° 36: Neppure 

Stammi bene a sentire: se ne hai la possibilità, cioè se non abiti troppo lontano (e in questo caso “troppo” vuole dire molto, molto lontano), mettiti subito un appunto da qualche parte e poi non dimenticarti di salire in macchina e di andare a Bagnacavallo entro il 19 novembre. No, non è che il 20 buttino giù Bagnacavallo, è che tu devi andarci prima.

Bagnacavallo è un paesino a una ventina di chilometri a ovest di Ravenna. Poco meno di 17.000 anime, frazioni comprese, che vivono nella pianuira romagnola. Un paese come tanti, neanche particolarmente bello. Però tu devi andarci entro il 19 novembre perché lì, a Bagnacavallo, in via Vittorio Veneto, c'è il Museo Civico e appese al muro del Museo Civico ci sono delle meraviglie: i quattro cicli di incisioni di Goya: Le tauromachie, I Capricci, I disastri della guerra e Le Follie. Se Tauromachie, Capricci e Follie sono stupendi, i Disastri sono sconvolgenti. 80 capolavori, un misto di acqueforti e acquetinte, lavorate anche al bulino a alla puntasecca. 80 capolavori, sì, ma in realtà un solo capolavoro, un'opera multipla che si guarda come un libro. 
 
Io le ho scoperte tardi, nel '79. Guardavo un po' a caso dei libri su una bancarella parigina e ne ho trovato uno, edito negli Stati Uniti, dove c'erano tutte. L'ho pagato 28 Franchi, che oggi sarebbero poco più di 4€, ma che allora ne valevano facilmente una trentina. Lo so perché sulla prima pagina interna c'è ancora il prezzo scritto a matita, 28F.

Una dozzina di anni dopo ero a Varsavia, con una fidanzata polacca che si chiamava Agata. Era domenica ed eravamano andati a fare quattro passi in un parco. Appena fuori dal parco c'era una galleria d'arte, o forse un piccolo museo, non ricordo. All'esterno era appeso un manifesto con delle cose scritte in polacco, ma ciò che dominava era il dettaglio ingrandito di una delle incisioni. Siamo entrati, abbiamo guardato tutto e quando siamo usciti ho capito che non ero più lo stesso. Ho capito che avevo vissuto uno di quei momenti che ti cambiano la vita. Come la prima volta che ho visto il Taj Mahal. O come quando ho sentito la Wanderer Fantasie di Schubert suonata dal vivo da Vladimir Ashkenazy. O come la volta che ho mangiato un'incredibile zuppa inglese in un ristorante di Ferrara. Ci sono momenti così: satori (che, se non lo sapessi, è quella parola giapponese che deriva da satoru, rendersi conto, e che nel buddismo zen indica l'esperienza del risveglio inteso in senso spirituale, nel quale non ci sarebbe più alcuna differenza tra colui che si "rende conto" e l'oggetto dell'osservazione, dixit Wikipedia). Quella parola l'avevo scoperta molti anni prima, leggendo Ginsberg e poi Kerouac. 
 
Comunque sia, devi andare a Bagnacavallo. I disastri della guerra sono la più bella denuncia della guerra, la più forte, la più densa, la più straordinaria mai concepita da mente umana. È un sorprendente cocktail di crudo realismo, di fantasia, di allegorie e di metafore. Goya ci ha lavorato per dieci anni, quando era già diventato sordo in seguito a una malattia che forse era sifilide e forse avvelenamento dal piombo contenuto nei pigmenti dei colori che usava. Così nacquero le Pinturas negras esposte al Prado, dove c 'è anche quel Cane sepolto nella sabbia da brividi. Da un lato Goya portava avanti il suo lavoro di “pittore del re”, carica che gli era stata conferita nel 1786; dall'altro produceva capolavori che teneva nascosti, scandagliando gli aspetti più oscuri dell'animo umano. I Disastri furono pubblicati solo dopo la sua morte, avvenuta a Bordeaux, dove si era rifugiato per sfuggire alle persecuzioni di Ferdinando VII.

I Disastri della guerra ci parlano delle atrocità commesse dall'esercito napoleonico, che penetrò nel Paese nel 1808 e ne fu cacciato a calci nel sedere nel '14. Sì, lo so, ho sempre detestato con tutto il cuore il macellaio di Aiaccio, l'arrogante nanerottolo la cui smisurata ambizione ha messo a ferro e a fuoco vaste porzioni d'Europa provocando la morte di almeno 5 milioni di persone. È quindi naturale che un'opera così antinapoleonica mi interessi particolarmente. Ma ciò che c'è di straordinario in Goya è che il suo orrore per la guerra non si ferma lì: il Disastro n° 58, intitolato Populaglia, ritrae due spagnoli che infieriscono su un cadavere; il 44, Yo lo vi, mostra che, mentre una madre cerca di calmare il figliolo disperato, un curato scappa tenendosi stretta la sua borsa; nel 71, Contra el bien general, un essere mostruoso, con ali da pipistrello e unghie da rapace scrive nuove leggi mentre il popolo alle sue spalle si dispera.

Il ciclo termina con due immagini, Morì la verità e Se resuscitasse? Nella prima la Verità è sul suo letto di morte, come una Madonna, attorniata da grottesche figure ecclesiastiche. Nella seconda c'è l'unico tratto di speranza di tutta la serie: la Verità forse un giorno potrà risorgere.

Te lo ripeto: devi andare a Bagnacavallo.
 

venerdì 27 ottobre 2017

Poi finisco sempre sul sito della Crusca

La Sala delle Pale dell'Accademia della Crusca




Stavo leggendo un articolo di giornale quando sono incappato nell'aggettivo gerosolimitani. Il contesto rendeva chiaro che i gerosolomitani sono gli abitanti di Gerusalemme. Lo ignoravo.

Mi è allora venuto in mente che in Francia gli abitanti della città di Charleville-Mézières si chiamano carolomacériens. Chissà se in italiano si chiamano carolomaceriani, mi sono chiesto. Ho cercato e non ho trovato. La cosa non mi ha stupito, visto che gli italiani che conoscono anche solo l'esistenza di Charleville-Mézières sono pochi. La conosciamo noi marionettisti, visto che è lì che si svolge il più importante festival di teatro di marionette del mondo, e forse la conosce qualche specialista rimbaldiano, ovvero amante di Rimbaud, che di Charleville-Mézières è stato il più famoso rampollo, o magari qualche dotto studioso della vita e delle gesta di Carlo I Gonzaga, che oltre ad avere fondato quella città è stato anche Duca sia di Mantova che del Monferrato. Ma è vero che anche messi tutti insieme, quei marionettisti e quegli specialisti non riempirebbero nemmeno mezzo stadio di football di una squadra di Serie B.

Certe volte però se non trovi subito una cosa su Wikipedia in una lingua è possibile trovarlo cercando in un'altra. Sono andato sulla pagina Wikipedia di Charleville-Mézières in francese e ho trovato conferma del nome dei suoi abitanti. La cosa che però mi ha incuriosito è stato che quel nome, carolomacériens, è definito come gentilé. Ancora una parola sconosciuta. Ho cliccato su gentilé e poi, vedendo che esisteva anche una pagina in italiano sulla stessa parola sono andato a guardarmela. In italiano però mi si è aperta una pagina intitolata Etnico (onomastica). Il mistero si infittiva.

Ho visto che in italiano l'etnico, o demotico, o patrionimico, o antrotoponimo, è il nome o aggettivo che descrive come vengono chiamati gli abitanti di un Paese, di un'area geografica, di un insediamento urbano come frazioni, comuni, o città. […] Talvolta si usa, allo stesso scopo, gentilizio, (nome gentilizio, specie in riferimento alla classicità) che però, a rigore, è di una famiglia o di una stirpe. Lo ctetico in greco e latino era l'aggettivo etnico, per esempio Gallicus e Germanicus; oggi questa distinzione non è usata, se non per indicare l'aggettivo riferito a cose, come romanesco invece di romano.

A me queste cose piacciono un sacco. Non so perché, ma quando le scopro godo come un grillo.

Così mi sono letto tutta la pagina, nella quale sono presenti vari etnici irregolari, sia nazionali che geografici e di città. Alcuni li conosciamo tutti: sappiamo che un abitante del Bangladesh è un bengalese, che uno dell'Azerbaigian è un azero (anche se in quel Paese vivono dei non-azeri come i gekad), così come uno che viene dalla valle del Po gode del limnonimo padano e un abitante delle Fiandre del coronimo fiammingo.

Sì, vabbè, neanche io avevo mai sentito parlare di limnonimi (dal greco λίμνη, acqua stagnante, palude, lago, e onimo) e di coronimi (dal greco χώρα, regione, e onimo), ma non importa. Anzi, è bello avere scoperto anche quelle due parole. Ma soprattutto è bello avere scoperto che gli abitanti di Città di Castello sono i tifernati (dal latino Tifernum, antico nome della città), che quelli di Poggibonsi sono i bonizesi (da Poggiobonizio, antico nome della città, derivato lui stesso da tale Bonizzo Segni, signore del luogo) e che quelli di Grottaferrata si chiamano criptensi per via di un gustoso aneddoto che ti copio integralmente: quando, nel 1004, San Nilo da Rossano ed i suoi seguaci presero possesso del terreno rurale occupato da ruderi di una villa romana, che Gregorio I dei Conti di Tuscolo aveva loro donato come residenza, notarono subito un locale a volta quasi perfettamente conservato dotato di una finestra con ferrata. Probabilmente il primo accampamento dei monaci fu nei paraggi, se non all'interno, della “cripta” ferrata, che diventò elemento caratterizzante del territorio: lentamente l'area, che non aveva una denominazione specifica, prese nome di Cryptaferrata.

Ma soprattutto (soprattutto!) la mia piccola, inutile e quindi goduriosissima ricerca mi ha fatto scoprire l'esistenza di un'opera di Teresa Cappello e Carlo Tagliavini intitolata Dizionario degli etnici e dei toponimi italiani, che mi è parsa così indispensabile da volermela procurare immediatamente in versione digitale al modico prezzo di 9,90€.

Su Google ho trovato un pezzo dell'introduzione all'edizione digitale, scritta dal Professor Paolo D'Achille, docente di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi Roma Tre, nonché socio ordinario dell’Accademia della Crusca, direttore de La Crusca per voi, periodico dell'Accademia) e responsabile del servizio di consulenza della stessa. Il Professor D'Achille mi ha fatto salivare informandomi che il Dizionario contiene un repertorio vastissimo (circa 13.000 voci), pressoché completo dei toponimi italiani (o, per meglio dire, dei poleonimi, cioè delle denominazioni dei centri abitati, non limitandosi ai comuni, ma comprendendo anche molte piccole frazioni), corredati dalle denominazioni dei rispettivi etnici. Gli uni e gli altri sono forniti sia nella forma italiana (spesso, nel caso degli etnici, più di una), sia in quella dialettale (con indicazioni sulla pronuncia), e ciò dimostra che l'opera è frutto di una ricerca (ampia e accuratissima) condotta non solo in archivi e biblioteche, ma anche “sul campo” (grazie a inchieste e interviste.

Sì, lo so, uno che scrive usando tutte quelle parentesi e permettendosi anche di mettere una e dopo una virgola può apparire indigesto a molti. Soprattutto nai talebani della lingua. Certo non a me. A me capita di usare la e dopo una virgola, cerco solo di farlo quando ha un senso. A questo proposito non posso peraltro che consigliarti la lettura dell'interessante post Uso della virgola prima della congiunzione e, di Marina Bongi, che troverai qui, sul sito della Crusca. A proposito delle parentesi, ecco qui, sempre sullo stesso sito, il post La punteggiatura, di Mara Marzullo, altrettanto istruttivo.

Adesso basta, devo proprio andare a fare la spesa alla Coopo colligiana (o collegiana, ché entrambi gli etnici sono corretti).



lunedì 23 ottobre 2017

Prima colazione

Non essere impaziente: il significato dell'immagine lo scoprirai leggendo


Tipica prima colazione. Ho il computer aperto e ascolto France Inter, la radio pubblica francese. Mentre addento le mie fette di pane con burro di arachidi e marmellata sorseggiando tè indiano, sfoglio le prime pagine di vari quotidiani italiani e stranieri, leggiucchiandomi qualche mezzo articolo. Poi guardo se qualcuno che non si chiami Amazon o Zalando mi ha scritto, nel qual caso leggo la posta, e infine vado su Facebook. Lì, oltre a trovare cosette varie postate da amici in giro per il mondo — in particolare link verso altri articoli di altri giornali — vedo anche (troppe) pubblicità, (troppe) fesserie e qualche segnalazione più o meno interessante da gruppi e/o compagnie e istituzioni che seguo. Tra queste c'è TED, che organizza conferenze spesso interessanti, ma che certe volte, come stamattina, mi manda a sua volta dei link verso altri articoli.
L'articolo che mi viene segnalato oggi è intitolato Lo strano comitato che in Islanda approva o rifiuta i nomi dei neonati. Non so come reagiresti tu, ma davanti a un titolo del genere io non resisto: leggo.
Scopro così che nell'esotica, ancorché gelida, Islanda i tamarri di servizio non possono chiamare il figlio Elvis o la figlia Deborah con l'h finale. Devono scegliere tra le 1.888 possibilità di nomi maschili e le 1.991 di nomi femminili approvate dal Mannanafnanefnd, il Comitato dei Nomi di Persona, autorità suprema che è lì per assicurarsi che nessun islandese si possa chiamare Elvis o Deborah con l'h finale.
Incuriosito, vado su Google e scrivo icelandic names. Mi si apre allora una pagina un po' generica, nordicnames.de, il cui suffisso de mi indica chiaramente che si tratta di una roba tedesca, anche se per fortuna il sito è in inglese. Sulla sinistra della pagina c'è una lista di bottoni cliccabili che riguardano via via i nomi danesi, faroesi (cioè delle Isole Fær Øer), finlandesi, groenlandesi, islandesi, norvegesi, sami (cioè lapponi) e svedesi. C'è poi un ultimo bottone, Altri nomi nordici, cliccando sul quale scopro altre otto eterogenee possibilità: nomi vichinghi, nomi di neonati nordici, statistiche dei nomi nordici, cognomi nordici, vecchi soprannomi norvegesi, nomi di Astrid Lingren (che è l'autrice di Pippi Calzelunghe), nomi IKEA e infine premi nobel nordici. Turbato dall'aspetto un po' confuso di questa pagina, decido di rimandare a più tardi il probabilmente affascinante studio dei nomi IKEA e torno alla pagina precedente, dove clicco risolutamente sui nomi islandesi. Eccomi su una nuova pagina. Potendo scegliere tra nomi maschili e nomi femminili, scelgo i secondi e da lì vado direttamente alla lettera D. Qual'è il primo nome islandese che mi appare? Debora! Sì, vabbè, senza l'h finale, ma pur sempre Debora!
Ohibò, mi dico, vuoi vedere che Debora è un nome islandese? Clicco su Debora. Anzi, esito un istante perché non c'è solo Debora, c'è anche Debóra. Cosa devo fare? Dò un'occhiata rapida al secondo e scopro che Debóra è solo la forma islandese di Debora. Uff, l'ho scampata bella.
Clicco su Debora. E leggo: forma nordica dell'ebraico דְּבוֹרָה, (Deborah) = ape.
Basito dal fatto che un personaggio biblico abbia portato lo stesso nome del noto semovente a tre ruote della veneranda ditta Piaggio, non resisto alla tentazione di cercare Deborah su Wikipedia. Dopo tutto, mi dico donabbondianamente, Deborah, chi era costei?
Prima di tutto scopro che quel nome, che diventerà Δεββωρα (Debbora) in greco e Debbora in latino, ha lo stesso significato di Melissa, che però viene dal greco μέλισσα (mèlissa), a sua volta derivato da μέλι (mèli), miele, dal quale derivano anche Pamela e Mellito, che però hanno origini molto diverse, visto che Pamela è un nome inventato alla fine del '500 dallo scrittore inglese Philip Sidney a partire dai lemmi greci παν (pan, "tutto") e μελι (meli, "miele") per significare “tutta dolcezza.” Poi vedo che Debora significa “colei che dà miele”, il che è una bella cosa. Vedo anche che ben due personaggi biblici si chiamavano Deborah, una profetessa e una serva di Rebecca, che come tutti sappiamo era la moglie d'Isacco nonché la madre di Giacobbe.
Sconvolto dal fatto che i membri del pur onorabile Mannanafnanefnd possano considerare Debora, o comunque Debóra, come nome tradizionale islandese, decido coraggiosamente di cercare Elvis. E lo trovo! Anche Elvis è considerato islandese, tant'è che fa proprio Elvis al nominativo, all'accusativo e al dativo, mentre diventa Elvisar al genitivo. Echecacchio!
Voglio saperne di più. Scopro che l'etimologia di Elvis è incerta. C'è chi lo fa derivare dall'antico norvegese Alviss, onnisciente, derivato a sua volta dal germanico alla (intero) e dall'antico norvegese viss, saggio; c'è però chi lo fa derivare dall'inglese Elwin, che verrebbe a sua volta da Ælfwine, che deriverebbe o dal protonorvegese albiz (elfo, essere soprannaturale) e dal germanico winiz (amico), oppure dal più recente Æðelwine, dal germanico adal (nobile), unito al già citato winiz.
Piacevolmente sorpreso da queste scoperte che arricchiscono la mia cultura generale di elementi così indispensabili, torno alla lista generale dei nomi islandesi e tanto per curiosità do un'occhiata a quelli che incominciano per A. Fermi tutti! Trovo Akira!
Ma come Akira? Ma Akira non era il nome di Kurosawa? Vuoi vedere che ho sempre confuso il cinema giapponese con quello islandese?
Clicco su Akira e vedo che viene proprio dal giapponese /(akira, luminoso), oppure da (akira, chiaro), che è un po' la stessa cosa, ma non importa. Vedo anche che il venerabile Mannanafnanefnd l'ha accettato come nomle islandese… femminile (!) il 29 novembre del 2013. Incuriosito, vado sul sito del Mannanafnanefnd, dove lo trovo effettivamente, tra Agneta e Alanta, ma senza nessuna spiegazione.
A questo punto sono molto turbato. Perché mai Akira è diventato un nome islandese? Perché è diventato femminile?
Cerco Akira su Wikipedia. Pare che in giapponese sia sia maschile che femminile. Scopro anche che Akira è un cantante, attore e ballerino del gruppo pop Exile, che è il titolo di un manga cyberpunk di Katsuhiro Ōtomo, di un videogioco della Nintendo e di una classe di astronavi in Star Trek. Con rammarico, scopro poi che il nome Akira è adespoto.
E secondo te cosa fa uno quando scopre un nome adespoto? Si precipita sul vocabolario Treccani per vedere cosa cacchio voglia dirte adespoto:

adèspoto (raro adèspota) agg. [dal gr. ἀδέσποτος «senza padrone», comp. di ἀ- priv. e δεσπότης «padrone»], letter. – Propr., senza padrone, e quindi senza nome di autore, anonimo: codice, frammento adespoto
 
A questo punto dalla quantità e dalla qualità delle cose che ho imparato in una sola mattina. La mia prima colazione è finita da un bel po'. Mi sono anche fumato una sigaretta e poi mi sono pure pappato una (succosa) pera. Sono quasi le 9, cioè tardissimo. Sento l'imperioso bisogno di agire. Mò vado a farmi una doccia e a strigliarmi la dentizione, poi andrò a comprarmi il giornale con il quale, come ogni mattina, mi siederò al mio caffè preferito sorseggiando l'espresso preparato da Marilena. Noi pensionati abbiamo vite trepidanti.