martedì 17 luglio 2018

Zakir



È solo un piccolo aneddoto, ma che mi ha reso felice.
Ieri ero all'Empoli Jazz Festival per il concerto di Dave Holland, Chris Potter e Zakir Hussain. Ci ero andato soprattutto per Hussain, musicista che amo molto ma che non avevo mai sentito dal vivo.
Il direttore del festival, Filippo d'Urzo, mi aveva indicato l'ora prevista per il sound-check, che è sempre un momento nel quale si possono fare foto più informali di quelle durante il concerto. Siccome, viste le previsioni meteo, la serata era stata spostata al chiuso, alle 18 sono arrivato al Teatro del Momento. I musicisti però, che avevano mancato una corrispondenza aerea, sono arrivati più di un 'ora dopo. Oltre tutto, pochi minuti prima del loro arrivo mi è stato detto che preferivano non essere fotografati durante il sound-check, quindi ho rimesso la macchina fotografica nello zaino e me ne sono andato. Ero lì fuori a chiedermi come avrei occupato le due ore seguenti, quando ho visto arrivare Zakir Hussain. Si guardava intorno, cercando l'ingresso degli artisti, che non è indicato perché in realtà è l'ingresso di un chiostro attraverso il quale si accede a un museo. Ho spiegato a Hussain da dove doveva passare, poi però non ho resistito e gli ho chiesto se poteva concedermi due minuti perché volevo raccontargli una storia. Ecco la storia.
Una trentina di anni fa ero in India per una piccola tournée con il mio Ubu re. Quella sera avevo fatto spettacolo a Hyderabad, capitale dell'Andhra Pradesh. Alla fine dello spettacolo il direttore dell'Alliance Française, co-organizzatrice della tournée, mi aveva portato a cena in uno dei ristoranti dell'Hotel Oberoi con alcuni amici indiani. Ero salito in macchina e all'accensione del motore era partito un CD.
Era una musica strana, che non conoscevo, con un sassofonista, un chitarrista, un flautista e un tablista. A quei tempi ascoltavo rock, folk e classica, soprattutto Schubert. Incuriosito, avevo chiesto cosa fosse quella musica e il direttore dell'Alliance me lo aveva spiegato.
Tornato in Francia una decina di giorno dopo, mi ero ricordato di quell'ascolto e avevo deciso di tentare il colpo. Ero andato al reparto CD del Virgin megastore di Marsiglia e avevo parlato con un venditore:
Sto cercando un CD di cui non ricordo né il titolo, né i nomi dei musicisti. So solo che sono in quattro, due europei e due indiani, e che uno dei due europei è quel chitarrista inglese di cui mi sfugge il nome, che vive con una delle due sorelle Labèque [che sono un duo pianistico classico francese che allora andava per la maggiore oltralpe].
Naturalmente non mi aspettavo la risposta che ricevetti:
Ah, sì, Making Music, di Zakir Hussain.
Making Music è un bellissimo CD, che ascolto ancora spesso: Jan Garbarek ai sax, John McLaughlin alla chitarra, Hariprasad Chaurasia al flauto bansuri e Zakir Hussain ai tabla.
Quel CD, ho spiegato a Hussain, mi aveva aperto le porte delle due musiche che oggi amo di più, il jazz e la musica classica indiana. E gli ho detto quanto fossi felice di poterlo ringraziare di persona, tanti anni dopo, per avere cambiato la mia vita. Perché la musica ti cambia la vita
Ci siamo stretti la mano, lo ringraziavo, e lui thank you, thank you, thank you, ringraziava me, e si è inchinato e ha portato la mia mano e la sua alla fronte dicendo thank you, oh, you made my day. E io lì a ringraziare lui e il tempo si è fermato ed è stato uno di quei momenti in cui ti senti così felice che ti viene voglia di metterti a ballare, semplicemente perché hai appena avuto la conferma di ciò che sospettavi, che quell'immenso musicista è anche una bella persona e che tu hai avuto il privilegio di fargli un piccolo regalo.
Più tardi, dopo il concerto, mi ha visto e si è avvicinato. Thank you for the story you told me e mi ha stretto la mano e mi ha abbracciato, manco fossimo stati amici da trent'anni. E io me ne sono tornato verso la macchina, sotto la pioggia, con sulla faccia un sorriso che andava da orecchio a orecchio.

domenica 15 luglio 2018

La lista dei miei libri



Non ricordo quando ho iniziato a tenere traccia sul computer di tutti i libri che leggevo o che avevo letto. Ma il mio amore per le liste, che magari è più una mania, se non un'ossessione, mi ha portato già anni fa a ordinare i miei libri in un file Excel, dove ogni titolo è messo in ordine secondo:
  • autore
  • titolo
  • lingua nella quale il libro è strato scritto
  • lingua nella quale l'ho letto
  • anno dell'acquisto
  • voto di preferenza
  • genere.
Aggiungendo alla lista il libro che ho appena finito di leggere (The Six Numbers, di Martin Reese), mi sono accorto che ero arrivato a 2028 titoli. Il fatto che il 2028 sarà un anno bisestile che incomincerà con un sabato non mi appare rilevante, quindi non ne parlerò.
Siamo giusti: 138 di quei libri non li ho letti. Alcuni perché mi sono stati regalati in lingue che non leggo (come Dopóki bonie nie płacze, in polacco, o Svět loutek, in ceco), altri perché erano vecchi libri di autori stranieri tradotti in italiano molti decenni fa in maniera orrendamente pomposa (come i quattro volumi delle Opere complete di Goethe, ereditati alla morte della zia Emi), altri ancora perché… boh, non li ho letti e basta.
Restano comunque più di 1850 titoli. Dal punto di vista cronologico, due non li ho di sicuro comprati io: il primo è un Pinocchio edito nel 1955 da Vallecchi, con delle bellissime nonché deliziosamente datatissime illustrazioni di Leo Mattioli, e con sulla seconda pagina la scritta Omaggio Azienda di cura Montecatini Terme, dove mio nonno Giovanni mi portò una volta, quando avevo 5 o 6 anni; il secondo è un Robinson Crusoe dei Fratelli Fabbri Editori, anche lui del '55, con quattro illustrazioni in stile fumettistico di Giuseppe Bartoli.
Assenti, ahimé, dalla lista sono i numerosi Urania e Gialli Mondadori che mi sono letto a bizzeffe tra i 13 e i 16 anni, più altre cose ormai dimenticate.
Visto che a ogni libro assegno un voto da 0 a 10, mi ha divertito constatare che a quattro libri ho assegnato uno 0:
  • Serbie, di Patrick Besson
  • La pyramide assassinée, di Christian Jacques
  • À nous deux, Manhattan, di Judith Krantz
  • Polonia, di James Michener.
L'unico dei quattro di cui abbia un vago ricordo è Serbie, orrido pamphlet pro-serbo pubblicato durante l'assedio di Sarajevo. Degli altri tre ricordo solo che erano scritti così male che mi erano caduti dalle mani dopo una ventina di pagine.
All'altra estremità, ho dato un bel 10 a ben 29 titoli:
  • Mahabharata, di anonimo
  • Storia dei paladini di Francia, di anonimo, che mi fu regalato anni fa da Mimmo Cuticchio
  • The Narrow Road to the North and Other Travel Sketches, di Bashô
  • Decameron, di Boccaccio
  • 108 racconti, di Buzzati
  • La vita, di Cellini
  • Il Conte di Montecristo, I tre moschettieri, Vent'anni dopo e Il Visconte di Bragelonne, di Dumas
  • Orestiade, di Eschilo
  • I disastri della guerra, di Goya
  • Lo zen e il tiro con l'arco, di Herrigel
  • Histoire universelles des chiffres, in due volulmi, di Georges Ifrah
  • Opere complete, in tre volumi, di Jarry
  • Poesie, di Michelangelo
  • Lolita, di Nabokov
  • Iliade, di Omero
  • Tutte le opere di Shakespeare
  • Teatro completo di Sofocle
  • Il giro del mondo in 80 giorni, Viaggio al centro della Terra, Ventimila leghe sotto i mari e Michele Strogoff, di Verne
  • Lettere a un giovane poeta e Il testamento, di Rilke
  • Il caos e l'Armonia, di Trinh Xuan-Thuan
  • Mattatoio n° 5, di Vonnegut
  • Foglie d'erba, di Whitman
La cosa che mi stupisce è che, a parte forse la poco nota raccolta di poesie di Michelangelo alla quale avevo messo un 10 per l'importanza che quella lettura aveva avuto per me verso l'età di 16 anni, sono ancora abbastanza d'accordo su tutti gli altri titoli. Probabilmente oggi trasformerei in 10 qualcuno dei 239 9, ma va bene così. Le liste, tutte le liste, sono legate al momento particolare nel quale vengono stilate e non è mai bello modificarle col senno di poi. Ciò che è bello è andaresele a riguardare di tanto in tanto. Aiuta a capire un po' chi sei stato e quindi magari un po' chi sei diventato. Il che è sempre utile.

mercoledì 11 luglio 2018

Robe da dylaniani



In origine The Basement Tapes è un doppio LP firmato da Bob Dylan e The Band e pubblicato nel 1975 dalla Columbia Records. Contiene 24 pezzi, cantati in parte da Dylan e in parte da Rick Danko e Levon Helm, della Band. In realtà quei pezzi, più un'altra ottantina, furono registrati nel 1967. Perché allora aspettare otto anni per pubblicarli?
In un certo senso tutto era incominciato il 29 luglio del '66. Dylan se ne stava tornando a casa in moto, una Triumph T100 del '64, quando, forse a causa di una macchia d'olio sull'asfalto, perse il controllo e si schiantò, fratturandosi una vertebra. L'incidente fu tenuto segreto, ma portò comunque all'annullamento di un paio di tournée.
Era ormai un anno che Dylan girava e registrava con la Band, che all'inizio si chiamava ancora The Hawks. I cinque componenti, tutti canadesi, si erano scelti quel nome quando erano diventati gli accompagnatori ufficiali di Ronnie Hawkins, soprannominato The Hawk, il falco, un cantante di rock, rockabilly, country e bluegrass, originario dell'Arkansas, ma trapiantato in Canada. Dylan li aveva sentiti in un locale di Toronto, Le Coq d'Or Tavern, e aveva ingaggiato prima il batterista Levon Helm e il chitarrista Robbie Robertson, poi l'insieme della band per quelle che sarebbero state le sue prime tournée elettriche.
Oggi può sembrare strano, ma nel '65 e nel '66, sera dopo sera e concerto dopo concerto, sia negli Stati Uniti che in Europa e in Australia, i fan, che conoscevano Dylan come cantante folk “impegnato”, lo fischiavano, gli urlavano “traditore!”, “Giuda!”, “venduto!” e altre amenità che lo lasciavano peraltro totalmente indifferente. Gli amanti del folk vedevano con grande diffidenza la musica che andava per la maggiore, sia quella dei Beatles, dei Rolling Stones, delle Supremes, dei Mamas and Papas, o di Sonny & Cher, che quella psichedelica che incominciava a farsi strada e avrebbe travolkto tutto in breve tempo. Per i puristi, che “il menestrello della sua generazione” si fosse messo a suonare la chitarra elettrica era semplicemente scandaloso e inaccettabile.
Tra l'ottobre del '65 e il marzo del '66, due membri della Band, il bassista Rick Danko e il chitarrista Robbie Robertson (che magari non c'entra niente però era figlio di un'indiana mohawk e di uno scommettitore professionista di origine ebraica), avevano accompagnato Dylan durante le registrazioni del mitico doppio LP Blonde on Blonde, quello con Just Like a Woman, Sad-Eyed Lady of the Lowlands, Rainy Day Women #12 & 35 e altri capolavori.
Sta di fatto che l'incidente in moto mise fine a quel periodo caotico fatto di tournée, di fischi, urla e insulti, e di polemiche a non finire. Dylan si ritirò dalla scena, anzi dalle scene, visto che non apparve più in pubblico per otto anni, fino al gennaio del '74.
È così che nel '67 se ne andò a vivere con la famiglia, cioè la moglie Sara e i primi due figli, Jesse Byron e Anna Lea, dalle parti di Woodstock, 150 chilometri a nord di New York.
Allo stesso momento tre membri della Band, il bassista Rick Danko, il tastierista Garth Hudson e il cantante e tastierista Richard Manuel, presero in affitto una casa isolata, a una quindicina di chilometri da Woodstock, sul territorio del paesino di Saugerties. Hudson, al quale piaceva armeggiare con microfoni, registratori e amplificatori, improvvisò uno studio di registrazione del tutto amatoriale, prima nella red room del primo piano (che rossa non era, ma si diceva lo fosse stata un tempo) e più tardi nella cantina.
Senza un vero piano di lavoro, Dylan e la Band, presero l'abitudine di ritrovarsi per provare cose nuove, oppure nuove versioni di cose vecchie, registrandole sul magnetofono rigorosamente mono di Hudson.
Nel frattempo l'editore delle musiche di Dylan continuava a chiedergli nuove canzoni da dare ad altri gruppi, visto anche il successo che i Byrds avevano avuto con Mr. Tambourine Man e All I Really Want to Do, oppure Peter, Paul and Mary con Blowin' in the Wind e The Times They Are a-Changin'.
Ma l'essenziale lo ricorda Robbie Robertson in un'intervista di qualche anno fa:
[Suonavamo quella musica] solo per noi. Eravamo in cerchio e l'idea che fosse possibile fare quella musica e registrarla dicendoci che non importava se nessuno l'avesse mai sentita, era eccitante. Era così strano e così grandioso suonare tutte quelle canzoni. La libertà musicale delle Basement Tapes forse non è stata più raggiunta da nessuno fino a oggi.
In un'altra intervista Robertson, parlando del fatto di registrare in casa, ricorda:
Oggi lo fanno tutti. Ma a quei tempi la cosa era molto rara. Les Paul l'aveva fatto, ma tutti gli altri, per fare un disco, andavano là dove si fanno i dischi […], dove c'è un grosso orologio al muro e un membro del sindacato che ti dice che è arrivata l'ora della pausa pranzo.
Garth Hudson racconta a sua volta come alcune delle canzoni fossero nate direttamente sul posto: Dylan si metteva alla macchina da scrivere, scriveva un testo, poi tutti scendevano in cantina, trovavano una melodia e registravano. Tutto lì.
La cosa andò avanti per mesi. Alcune registrazioni vennero date all'editore musicale di Dylan, altre finirono qua e là, dimenticate per anni. In un filmato su YouTube si vedono perfino dei vecchi nastri che fanno capolino da una vecchia scatola di cartone con su scritto Cantina Sociale Colli Albani – Ariccia. Poco per volta però qualche furbetto riuscì a procurarsi delle copie di alcune registrazioni ed è così che iniziarono a circolare i primi bootleg. Fino a quando, nel '74, la Columbia decise di farne un doppio LP.
Quello che non sapeve o che ho scoperto un po' per caso su internet una decina di giorni fa à che nel 2014, dopo un lungo lavoro di ricerca e di restauro, la Columbia ha pubblicato un cofanetto di 6 CD, intitolato The Basement Tapes Complete, che comprende 138 Pezzi. Non sono 138 canzoni, perché 17 sono in due versioni e 3 in 3. Ma ciò che conta è che il cofanetto è una meraviglia da tutti i punti di vista. Innanzitutto, viste le sue dimensioni (22x21x4 cm) bisognerebbe chiamarlo cofanone piuttosto che cofanetto. Poi il libro cartonato di 40 pagine che contiene i 6 CD e quello di 122 pagine che lo accompagna sono estremamente interessanti sia per l'iconografia e l'impaginazione che per le informazioni che offrono. E poi c'è la musica! Una musica spontanea, senza fronzoli, improvvisata, calda come la copertina di Linus, intelligente, autentica. Una goduria totale.
E se credi che il prezzo del cofanone, che supera di poco i 100€, sia eccessivo, beh, continua pure a comprarti delle mutande griffate. Peggio per te. Io il ,mio cofanone ce l'ho e sono felice come una Pasqua.
Adesso ti lascio e vado a riascoltarmi il CD 3, quello con le due versioni di I Shall Be Released. E magari mi faccio pure un buon caffè.

lunedì 25 giugno 2018

Tournée

Ubu e io, anni '80

Ritrovo in mezzo a scartoffie dimenticate un foglio di carta con su scritte a matita le date della mia prima tournée teatrale extraeuropea. Correva l'anno 1986.
20/10 – Surabaya
22/10 – Balikpapan (Borneo)
24/10 – Giacarta
28/10 – Bangkok
31/10 / 2/11 – Saigon (x3)
8/11 – Kuala Lumpur
12/11 – Singapore
17/11 – Rangoon
Avevamo preso un aereo da Parigi a Copenhagen e da lì a Giacarta, dove eravamo rimasti due o tre giorni visitando templi e musei. Poi altro aereo per Surabaya (sì, quella del Surabaya Johnny di Brecht/Weill). Il mio primo giro in rickshaw, la mia prima pagoda, la mia prima moschea. Nessun ricordo dello spettacolo. 
L'indomani, piccolo bimotore verso l'isola del Borneo, con atterraggio su una pista in terra battuta. Montaggio e spettacolo con un'umidità e una temperatura pazzesche, 1° a sud dell'equatore. Dormiamo in tre nella lussuosa Country House del villaggio Elf (o forse Total) e ognuno di noi ha un cameriere a sua disposizione esclusiva. Siesta in amaca, con whisky & soda al risveglio. Cena francese con il capo dell'Elf (o Total) e un ottimo camembert, che mangiato al Borneo fa molto strano, ma non importa. Altro giorno libero, gita in barca a motore lungo un fiume che si infila nella giungla. Alberi pieni di scimmie e di orchidee parassite, coloratissime (le orchidee, non le scimmie). Ogni tanto una capanna, con bambini seminudi che salutano con la mano, tipo Regina Elisabetta. Commetto l'errore di restare forse un'ora a testa nuda e la mia pelata si trasforma in una specie di carta geografica di un arcipelago di isole rosse che diventereanno marroni già dall'indomani.  
Di nuovo a Giacarta. Altri due giorni liberi. Altro spettacolo in una sala senza aria condizionata, da morire. Altro giorno libero, musei, mercati, poi via verso Bangkok.
Anche qui due giorni liberi. Pagode, templi, mercato sull'acqua, aperitivo all'hotel Oriental, dove le suite hanno nomi di scrittori che ci hanno abitato (Conrad, Hugo, Greene, Kipling, ecc.). Inquinamento, rumore, folla, ogni genere e tipo di prodotti taroccati. Mi compro una camicia e il venditore mi chiede che nome di marca deve cucire nel colletto, oppure sul taschino. Grazie, va bene anche senza.
1l 29, aereo per Saigon, o Ho-Chi-Minh, come preferisci, per un'intera settimana. Incredibile balletto di decine, forse centinaia di migliaia di biciclette (rimpiazzate qualche anno dopo da motorini cinesi), poche macchine, foto di Juliette Gréco sul muro del ristorante dell'albergo, polizia dappertutto, rickshaw, venditori ambulanti, bonzi, mercati affollatissimi, angoscia di vecchio militante contro la guerra in Vietnam. Gita organizzata al mare di Vung Tau, ragazzi che cercano di parlarci ma che vengono subito allontanati dai nostri “accompagnatori” (in realtà commissari politici), gigantesca sbronza di vodka. Incomincio a chiedermi se sono un marionettista o una rock-star. In aeroporto facciamo il check-in al banco dell'Air France, poi andiamo a sederci in sala d'aspetto. Arriva uno dell'Air France, ci chiede i biglietti, c'è un problema?, non si preoccupi, torno subito, e complimenti per lo spettacolo di ieri sera. Torna, ci ridà i biglietti. Al momento dell'imbarco verifico, scopro che i biglietti sono cambiati, viaggeremo in prima classe. Urca. E merci, Air France.
Kuala Lumpur, Malesia. Grattacieli in costruzione dappertutto, spettacolo e poi cena con il Viceré (manco sapevo che avessero un re, in Malesia). Malesi, cinesi, indiani, incroci, meticciamenti, le donne più belle del mondo, torcicollo assicurato. Lunga serata, da night-club a night-club con la limousine del Principe Abdul, accolti ovunque come VIP. Donne sempre più belle, Abdul che mi dice "Massimo, sèrviti pure...", ma non ce la faccio proprio a farmi pagare una ragazza da un principe malese. Regent Hotel, con il letto più largo in cui abbia mai dormito. Risveglio, doccia, poi giù in accappatoio fino alla piscina del decimo piano, qualche tuffo, prima colazione ai bordi della piscina, per l'uovo alla coque quattro minuti, grazie. Visita al museo del durian, che è il frutto più puzzolente del mondo — tipo formaggio iperstagionato in barili di ammoniaca, ma peggio —, però i malesi lo adorano.
Tre o quattro giorni a Singapore, città-Stato pulitissima e ubuesca. Severamente vietato attraversare fuori dalle striscie, vietato far cadere cenere di sigaretta sul marciapiede, vietato tutto, anche se poi il tassista ti offre prostitute o, se preferisci, bambini. Altro hotel di superlusso, con giardino incredibile. Questa non è più una tournée teatrale, è un viaggio da milionari interamente pagato coi soldi dei contribuenti francesi. Infatti non mi ricordo nemmeno dello spettacolo. Negozi e negozi e negozi di elettronica duty-free, mi compro un walkman e una cassetta del quartetto La Morte e la fanciulla di Schubert. Singapore è così deprimente che la sera, al ristorante dell'hotel, ordino una bottiglia di Borgogna (Gevrey-Chambertin, se non sbaglio), anche se mi costa un monte e mezzo. Fanculo.
Ultima tappa, una settimana a Rangoon, Birmania. L'aereo per arrivarci è piccolo e siccome noi io, il mio assistente Daniel e altre due compagnie di teatro di figura abbiamo in tutto 18 o 19 casse con dentro il nostro materiale, all'ultimo momento gli operai della compagnia aerea birmana smontano una dozzina di sedili e caricano le casse in cabina. Per i dodici viaggiatori messi a terra che problema c'è? Nessuno: partiranno con il prossimo aereo, tra una settimana. Mi vergogno come un cane.
Altro spettacolo con temperatura e umidità disumane. Intervista mattutina nei locali del Daily Worker, quotidiano inglese situato all'interno del palazzo del Ministero degli Interni, così è più comodo da sorvegliare. Lussuosissimo pranzo nel migliore ristorante della città in compagnia del fottutissimo Ministro della Cultura. Impossibile e semplicemente vietato uscire dall'hotel senza scorta. È per il nostro bene, ci dicono, è pericoloso andare in giro da soli. Visita della grande pagoda di Shwedagon (meraviglia!), accompagati da soldati che non esitano a colpire con il manico del fucile chiunque cerchi di avvicinarsi. Ultimo giorno, dobbiamo partire per l'aeroporto alle 11 del mattino, riesco a sgattaiolare fuori poco dopo le 5, me ne vado in giro da solo per la città, torno alla grande pagoda, compro una statuetta di legno di sandalo, torno in albergo verso le 10, ci sono poliziotti e militari nel panico, mi cercano da ore, ma, signori miei, sono un invitato ufficiale, non potete farmi niente, andate a farvi fottere.
Aereo per Singapore, poi da lì a Bangkok. Sei ore di attesa. Da Bangkok a Parigi, da Parigi a Roma, da Roma a Palermo con due ore di ritardo, in tutto 22 ore di viaggio. Ma non ci posso fare niente: domani ho uno spettacolo nel teatrino di Mimmo Cuticchio.
Bei tempi.

lunedì 4 giugno 2018

Ateismo e teismo

Jim Al-Khalili, fisico ed ex-presidente della British Humanist Association

Se non credi in una qualsiasi religione sei un ateo. L'unico parola italiana che hai per definirti è quella: ateo. Una parola che incomincia con un a privativo. Come se non credere in una divinità facesse di te qualcuno a cui manca qualcosa.
Lo stesso vale per il francese, mentre l'inglese ci offre un'altra possibilità, quella della parola “humanist.”
Humanist” non è traducibiole con umanista. Dovrebbe esserlo, ma non lo è. In italiano un umanista, secondo il vocabolario Treccani, è un insegnante di lettere classiche, oppure un rappresentante dell'umanesimo del XV e XVI secolo.
A me secca sempre molto definirmi ateo, proprio per via di quella a iniziale, perché non ho per nulla la sensazione di mancare di qualcosa. Mi pare che sia chi “crede” che dovrebbe essere definito teista. E lo dico senza nessuna acrimonia. Che qualcuno “creda” in una potenza soprannaturale non mi dà fastidio. Tutt'al più mi fa sorridere, come mi fanno sorridere gli oroscopi, le predizioni di Nostradamus, o la psicanalisi.
Lo sviluppo della scienza, ovvero della conoscenza, fa sì che, secondo tutti i dati disponibili, ci siano nel mondo sempre meno teisti e sempre più “humanist.” Che poi varie religioni tendano oggi a un'indiscutibile radicalizzazione, mentre altre vanno diluendosi è un altro discorso. Il cammino verso un non teismo maggioritario è ancora lungo, ma appare sempre più inesorabile. Da secoli le religioni tentano di contrastarlo, insistendo sulla correlazione, del tutto mendace, tra religione e morale, come se le due cose fossero intrinsecamente legate l'una all'altra. Lo fanno mettendo da parte la storia di tutte le guerre di religione, dei placet pontifici alle Crociate, alla schiavitù, alla conversione forzata, all'esclusione dei non credenti. Lo fanno difendendo la sacralità del matrimonio, la superiorità degli scritti “divini” sulla scienza, impadronendosi sfacciatamente di concetti come la compassione, la pietà, o l'amore, arrampicandosi sui vetri della pseudo compatibilità tra l'idea di creazione divina e teoria dell'evoluzione. Lo fanno, almeno per quanto riguarda il cristianesimo, ingoiando un rospo dopo l'altro, affermando che ciò che è scritto nero su bianco nel loro libro sacro — e che è contrario all'evidenza scientifica — va preso in senso allegorico, mentre per secoli ce l'avevano venduto come verità assoluta.
Discutere di religione con un teista può essere faticoso. Prima o poi viene sempre fuori che loro, i teisti, Dio lo “sentono” nel cuore. Non importa che quel sentimento non sia dissimile da molti altri, altrettanto indimostrabili ed errati. Non abbiamo tutti “sentito” per millenni che il Sole girava intorno alla Terra? Che pregare per la pioggia aveva un senso? Che il cuore era il centro dei sentimenti? Che il coraggio ci veniva dal fegato? Che i lampi li scagliava Zeus? Che il passaggio di una cometa era un segno divino? Che la “fortuna” e la “sfortuna” decidevano almeno in parte delle nostre vite? Non abbiamo dato per millenni importanza a mille altre baggianate che la conoscenza scientifica ci ha insegnato poco per volta a trattare come superstizioni? Eppure non c'è niente da fare: il bisogno di aggrapparsi a spiegazioni facili quanto illusorie resta ancora una caratteristica della nostra specie. È un danno collaterale della nostra evoluzione. Ma se consideriamo la relativa giovinezza dell'homo sapiens, visto che 2 o 300.000 anni sono davvero poca cosa davanti agli 85 milioni di anni dell'esistenza dei mammiferi, quel danno collaterale appare solo come un problema adolescenziale. Il teismo è l'acne giovanile dell'homo sapiens.
Due sondaggi della Gallup, uno del 2005 e uno del 2012, che hanno raccolto le opinioni di più di 50.000 persone in 57 paesi del mondo, offrono informazioni interessanti.
  1. Innanzitutto, il 59% degli intervistati si dichiara religioso, il 23% non religioso e il 13% ateo. Già queste cifre dovrebbero fare riflettere tutti quelli che credono che il teismo sia una specie di componente genetica dell'essere umano.
  2. La religiosità è più presente tra i poveri e diminuisce man mano che il benessere aumenta — e questo è vero sia mettendo a confronto paesi poveri e paesi ricchi che individui appartenenti ai ceti poveri o ricchi in uno stesso paese.
  3. In soli sette anni, il numero di persone che si dichiarano religiose è diminuito nel mondo del 9%, mentre quello degli atei è aumentato del 3% (rispettivamente 1% e 2% in Italia).
  4. Nel 2012 i tre paesi più religiosi erano Ghana, Nigeria e Armenia, mentre i tre meno religiosi erano Cina, Giappone e Repubblica Ceca. Le tre regioni mondiali più religiose erano l'Africa (89%), l'America Latina (84%) el'Asia del Sud (83%). La meno religiosa era l'Asia del Nord (17%), seguita dall'Asia dell'Est (39%) e dall'Europa Occidentale (51%).
Purtroppo noi — tu che leggi e io che scrivo — non ci saremo più da molto tempo quando i nostri lontani discendenti racconteranno con un sorriso che i loro avi credevano nell'esistenza di esseri supremi. Lo faranno sorridendo, nello stesso modo in cui noi oggi sorridiamo alla storia di Giosuè che chiede a Dio di fermare il Sole durante durante la battaglia di Gerico, o a quella, parallela, di Krishna che fa risorgere il Sole già tramontato durante la battaglia di Kurukshetra. Non che quelle storie non abbiano una loro bellezza e un loro valore mitologico. Forse i nostri avi continueranno a raccontarle. Magari non racconteranno più che la donna è stata creata dalla costola di un uomo, o che un profeta ha cavalcato un cavallo alato che gli ha fatto fare in una notte i 1500 chilometri dalla Mecca a Gerusalemme. Chissà… 
Ma non è solo per ottimismo che credo che un giorno (lontano) non ci saranno più religioni. Lo credo perché sono sicuro che alla lunga la ragione, la scienza e la conoscenza ci permetteranno di liberarci dagli orpelli delle superstizioni che troppo spesso ci impediscono ancora di comportarci da mammiferi davvero ragionevoli e ragionanti. Non è perché il cammino è lungo che si deve rinunciare a percorrerlo.

martedì 29 maggio 2018

Che ora è?


Un'oretta fa stavo camminando per la campagna e stavo ascoltando Bob Dylan. Il fatto che stessi ascoltando Bob Dylan non c'entra niente con ciò che sto per scrivere, è solo una scusa per poter dire che il triplo CD “Triplicate” è davvero molto bello.
Dunque, stavo camminando per la campagna, quando mi sono chiesto quale fosse in quell'istante la “vera” ora. Sarà perché avevo appena guardato l'orologio? Sarà perché avevo appena ascoltato “As Time Goes By”, che è una delle canzoni che ci sono nel bellissimo triplo CD “Triplicate” di Bob Dylan? Non lo so. E non importa.
Ciò che importa è che anche solo chiedersi che ora sia per davvero nella campagna Toscana o in qualsiasi altro posto non ha senso perché: 1) non esiste una “vera” ora e 2) perché non esiste nemmeno il tempo (v. Carlo Rovelli, “L'ordine del tempo”, Adelphi 2017; sennò puoi sempre guardarti questo breve video: https://www.youtube.com/watch?v=bWTFwYbscnk).
D'accordo, il tempo non esiste, però ci fa comodo pensare che esista ed è per questo che diciamo che sono le 11 del mattino o le 3 di notte. Nella nostra idea convenzionale di tempo, sappiamo che ora è basandoci su tutta una serie di, per l'appunto, convenzioni, tra le quali quella secondo cui l'ora di riferimento è quella del meridiano di Greenwich. Quella particolare convenzione diventò necessaria nell'800 con l'arrivo delle ferrovie. Fino ad allora l'ora di Glasgow e quella di Londra, tanto per prenderne due a caso, erano diverse. Ma visto che i treni permettevano di spostarsi molto più rapidamente dei cavalli, sembrò logico e pratico poter sapere, guardando un orario ferroviario, non solo l'ora di partenza da Glasgow e quella di arrivo a Londra, ma anche la durata del viaggio. L'ora di Greenwich, detta anche ora Zulu perché la maggior parte delle marine militari del mondo usano l'ora di Greenwich come riferimento quando sono in viaggio e si riferiscono al meridiano di Greenwich con la lettera Z, fu adottata dalle ferrovie inglesi nel 1847.
Io però un'oretta fa non stavo camminando nel Parco di Greenwich e nemmeno nel Parco Mudchute, che come tutti sappiamo si trova giusto dall'altra parte del Tamigi rispetto al noto osservatorio, bensì in Toscana, in un posto, se vogliamo essere precisi, un po' più di 11° a est e un po' meno di 8° a sud di Greenwich. Entrambe le misure, quella inerente alla longitudine e quella inerente alla latitudine, dovrebbero essere prese in considerazione, almeno teoricamente, al fine di determinare la “vera” ora in un momento dato. C'è però anche una terza cosa che dovrebbe essere presa in considerazione, visto che anche l'ora di Greenwich è più o meno “vera” a seconda del momento dell'anno. L'inclinazione dell'asse terrestre (23° 27'), grazie alla quale almeno nelle zone temperate godiamo di quattro stagioni, fa sì che l'ora “vera” cambi anche lei e che non sia “vera vera” che una volta all'anno (o forse due, non sono sicuro). Così, se il fatto di essere più a est di Greenwich fa sì che l'ora “vera” della Toscana sia più avanzata di quella di Greenwich, il fatto di essere più a sud aumenta ulteriormente, oppure diminuisce quella differenza a seconda della stagione.
Vabbè, mi dirai, ma kissenefrega?
Non lo so. Forse però tutto questo può aiutarci a capire che non c'è niente di “vero vero” al mondo e quindi faremmo meglio a prendere tutto con un po' più di calma. A cominciare, almeno in questi giorni, dalle fesserie di Di Maietto e le turpitudini di Salvinazzo.
Sai cosa? Mo' mi faccio delle trenette al pesto, magari ascoltandomi uno dei tre CD dell'ottimo “Triplicate” di Bob Dylan.

venerdì 4 maggio 2018

Da una foto a Enrico Baj (inaspettatamente)



Questa foto, nota come La Marianna del Maggio '68 è stata pubblicata ieri notte dal mio amico Stefano sulla sua pagina Facebook, ma io l'ho vista stamattina. La conoscevo e l'avevo rivista non più di tre settimane fa, in Francia, dove in edicola trovi un sacco di celebrazioni del cinquantenario del Maggio '68.
Bella foto. Sulla quale ho voluto saperne un po' di più di ciò che ricordavo.
L'immagine, scattata del fotografo Jean-Pierre Rey, è diventata iconica perché fa l'occhiolino alla Liberté guidant le peuple, il quadro di Delacroix che in Francia è conosciuto quanto e più del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo in Italia.
La ragazza è Caroline de Bendern, che allora era una giovane modella. In un'intervista del 1997 a Le Monde, Caroline raccontava com'erano andate le cose:

Ci incamminiamo verso la [piazza della] Bastiglia. Mi sono appena arrampicata sulle spalle di un amico. Chiedono qualcuno per tenere una bandiera e io ho così male ai piedi a forza di camminare che colgo la palla al balzo. [...] La bandiera vietnamita mi va bene come simbolo di una guerra che tutta la gioventù denuncia. D'un tratto sento diversi obiettivi puntati su di me. È incredibile, li avvisto sempre. Una specie di fiuto, sono modella… Allora ho come un riflesso proflessionale. D'istinto mi raddrizzo, il mio volto si fa più grave, il mio gesto più solenne. Vorrei assolutamente essere bella e offrire al movimento una rappresentazione all'altezza del momento. In fondo, mi metto in posa. [...] Divento esattamente ciò che voglio sembrare. Non interpreto più un ruolo, sono fino in fondo nel movimento e nell'istante, e cosciente, io, l'aristocratica inglese, di una responsabilità.

Già, Caroline era, anzi è, visto che vive tuttora, un'aristocratica inglese, peraltro discendente da un bisnonno così aristocratico inglese che, vedendo la foto, fece il necessario per diseredarla. Oggi Caroline vive in Normandia ed è tornata brevemente alla ribalta in Gran Bretagna poco più di due anni fa, come attivista anti-Brexit.
Pare che il giovane (che non si vede) sulle spalle del quale è seduta sia Jean-Jacques Lebel, che allora era il traduttore in francese di Ginsberg, Ferlinghetti, Corso, Burroughs e altri, ma che poi è diventato pittore e soprattutto organizzatore di happening. Suo padre era il critico d'arte Robert Lebel, noto per il suo saggio su Marcel Duchamp, di cui fu amico, e per i suoi legami sia con i pittori surrealisti che con Claude Lévi-Strauss e Jacques Lacan.
Scopro con una certa sorpresa su internet che secondo alcuni fu proprio Jean-Jacques Lebel ad avere l'idea di un grande quadro collettivo dipinto a Milano nel 1961. Il quadro è intitolato Grande quadro antifascista collettivo e ha una storia travagliata.
Intanto gli autori: su internet trovo i nomi di Jean-Jacques Lebel, Erró (al secolo Guðmundur Guðmundsson), Enrico Baj, Roberto Crippa, Gianni Dova, Antonio Recalcati. Nella sua Automitobiografia però Baj cita sì Crippa e Recalcati, però anche Wilfredo Lam e Victor Brauner, mentre non cita Dova, Erró e Lebel.
Poi la vicenda: pochi giorni dopo l'apertura della mostra collettiva nella quale veniva presentato, il quadro fu sequestrato dalla polizia, su ordine del procuratore Luigi Costanza, per offesa a Capo di Stato estero, in questo caso Papa Giovanni XXIII. Vero è che da qualche parte su quella grossa tela c'è incollata una piccola foto del Papa di allora, ma se uno non lo sa, magari fatica anche a trovarla. Comunque sia, il quadro fu staccato dal muro, arrotolato e portato via. Poi sparì per 27 anni.
È solo nell'88 che Baj riuscì a recuperarlo, cosa che sorprese anche lui, come mi raccontò poi nei dettagli durante una di quelle lunghe chiaccherate che ci facevamo nel suo studio. Più tardi è stato esposto al Louvre di Lens (succursale di quello di Parigi), al Beaubourg, a Vienna, agli Invalides, per finire poi al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Strasburgo, dove l'ho visto, forse una dozzina di anni fa.
E tutto questo mi conferma una volta ancora l'esattezza della teoria dei sei gradi di separazione, che sostiene che a qualsiasi abitante della Terra è possibile entrare direttamente in contatto con qualsiasi altro passando da non più di 5 intermediari. In questo caso preciso, se volessi mettermi in contatto con Caroline mi basterebbe chiamare la vedova di Enrico Baj, Roberta, che non avrebbe difficoltà a mettersi a sua volta in contatto con Jean-Jacques Lebel, che a sua volta… e voilà. Il gioco sarebbe fatto in tre, massimo 4 passaggi.Detto questo, non vedo perché vorrei mettermi in contatto con Caroline, ma non importa.
Oltre tutto, l'unico passaggio che a questo punto mi interessa davvero è quello tra me e la caffettiera, quindi ti lascio e vado a farmi indovina cosa. 

 Caroline de Bendern, un anno fa

domenica 22 aprile 2018

Quanto dura un anno?



Ieri, 21 aprile, era la Giornata internazionale dell'astronomia e io, un po' per caso ma anche un po' no, mi sono posto la domanda della durata di un anno. Mi sono cioè chiesto quanto duri esattamente un anno. In realtà l'ho fatto perché sto leggendo un bel libro che tra le altre cose parla anche di questa. E ho scoperto che la domanda è meno semplice del previsto.
Sappiamo tutti che un anno civile dura tre volte di fila 365 giorni e poi una volta 366. Questo almeno è ciò che succede dall'ottobre del 1582, quando Papa Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni, di Bologna, sostituì il calendario gregoriano al giuliano. Il motivo principale della riforma fu che la distanza temporale tra due equinozi o due solstizi è di un po' più di 365 giorni. Se proprio vogliamo essere pignoli, è di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi. Questa durata, nota come anno tropico (o solare) non corrisponde però esattamente a quella del calendario gregoriano, nemmeno tenendo conto del giorno supplementrare degli anni bisestili. Oltre tutto, la durata di un giorno del 2018 non è esattamente uguale a quella di un giorno del 1582, visto in particolare che in media il singolo giorno si allunga di 1,5 millisecondi per secolo a causa del fatto che la Terra rallenta. Per questo ed altri motivi se nell'anno 3200 i nostri pro-pro-pro-ecc.nipoti vorranno che equinozi e solstizi abbiano luogo alle stesse date di oggi dovranno sopprimere un anno bisestile. E man mano che passeranno i secoli e i millenni, di anni bisestili ce ne saranno sempre meno.
Ma oltre all'anno civile e all'anno solare, esiste naturalmente anche un anno lunare. C'è chi sostiene che gli uomini conoscessero già l'anno lunare circa 17.000 anni fa, all'epoca dei graffiti nelle grotte di Lascaux; c'è chi dice che la cosa successe solo 8.000 anni fa, ma non importa. Ciò che importa è che un anno lunare di 12 lune dura 354 giorni, 8 ore, 48 minuti e 34 secondi.
Last but not least, c'è pure l'anno siderale, cioè il tempo che il sole impiega per ritrovarsi nella stessa posizione nei confronti della Terra rispetto alle stelle. La sua durata è di 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi.
Anche oggi quindi, anzi oggi più di qualche secolo fa, la parola anno può volere dire cose diverse, tanto più se oltre a quelli che ho già citato aggiungiamo l'anno anomalistico, l'eclittico o il gaussiano.
Naturalmente quello che mi importa non è ricordarmi le durate esatte dei vari tipi di anni, ché quelle già le ho dimenticate due minuti dopo averle scritte. No, quello che mi piace sempre è scoprire, nei campi più diversi, che il mondo in cui viviamo è più complesso, più ricco e più affascinante ancora di ciò che credevo. E mi piace ancora di più constatare che le spiegazioni che cercano di apparire semplici, perfette e apparentementre logiche, ma che molto spesso sono solo ideologiche, si rivelano sempre incomplete e parziali. Il bello della scienza è proprio questo, che non è mai definitiva, che è sempre (o comunque dovrebbe essere sempre) aperta a nuove scoperte che rimettono tutto in gioco e cambiano la nostra visione delle cose.
Adesso devo lasciarti proprio per questo, perché tra poco vengono a prendermi per portarmi in un altro paesino dei Pirenei dove nel pomeriggio farò il mio racconto sulla fisica. In quel racconto è di questo che parlo, di ciò che Carlo Rovelli chiama lo zoppicante procedere della scienza, il che è cosa che mi fa godere come un grillo.