lunedì 4 giugno 2018

Ateismo e teismo

Jim Al-Khalili, fisico ed ex-presidente della British Humanist Association

Se non credi in una qualsiasi religione sei un ateo. L'unico parola italiana che hai per definirti è quella: ateo. Una parola che incomincia con un a privativo. Come se non credere in una divinità facesse di te qualcuno a cui manca qualcosa.
Lo stesso vale per il francese, mentre l'inglese ci offre un'altra possibilità, quella della parola “humanist.”
Humanist” non è traducibiole con umanista. Dovrebbe esserlo, ma non lo è. In italiano un umanista, secondo il vocabolario Treccani, è un insegnante di lettere classiche, oppure un rappresentante dell'umanesimo del XV e XVI secolo.
A me secca sempre molto definirmi ateo, proprio per via di quella a iniziale, perché non ho per nulla la sensazione di mancare di qualcosa. Mi pare che sia chi “crede” che dovrebbe essere definito teista. E lo dico senza nessuna acrimonia. Che qualcuno “creda” in una potenza soprannaturale non mi dà fastidio. Tutt'al più mi fa sorridere, come mi fanno sorridere gli oroscopi, le predizioni di Nostradamus, o la psicanalisi.
Lo sviluppo della scienza, ovvero della conoscenza, fa sì che, secondo tutti i dati disponibili, ci siano nel mondo sempre meno teisti e sempre più “humanist.” Che poi varie religioni tendano oggi a un'indiscutibile radicalizzazione, mentre altre vanno diluendosi è un altro discorso. Il cammino verso un non teismo maggioritario è ancora lungo, ma appare sempre più inesorabile. Da secoli le religioni tentano di contrastarlo, insistendo sulla correlazione, del tutto mendace, tra religione e morale, come se le due cose fossero intrinsecamente legate l'una all'altra. Lo fanno mettendo da parte la storia di tutte le guerre di religione, dei placet pontifici alle Crociate, alla schiavitù, alla conversione forzata, all'esclusione dei non credenti. Lo fanno difendendo la sacralità del matrimonio, la superiorità degli scritti “divini” sulla scienza, impadronendosi sfacciatamente di concetti come la compassione, la pietà, o l'amore, arrampicandosi sui vetri della pseudo compatibilità tra l'idea di creazione divina e teoria dell'evoluzione. Lo fanno, almeno per quanto riguarda il cristianesimo, ingoiando un rospo dopo l'altro, affermando che ciò che è scritto nero su bianco nel loro libro sacro — e che è contrario all'evidenza scientifica — va preso in senso allegorico, mentre per secoli ce l'avevano venduto come verità assoluta.
Discutere di religione con un teista può essere faticoso. Prima o poi viene sempre fuori che loro, i teisti, Dio lo “sentono” nel cuore. Non importa che quel sentimento non sia dissimile da molti altri, altrettanto indimostrabili ed errati. Non abbiamo tutti “sentito” per millenni che il Sole girava intorno alla Terra? Che pregare per la pioggia aveva un senso? Che il cuore era il centro dei sentimenti? Che il coraggio ci veniva dal fegato? Che i lampi li scagliava Zeus? Che il passaggio di una cometa era un segno divino? Che la “fortuna” e la “sfortuna” decidevano almeno in parte delle nostre vite? Non abbiamo dato per millenni importanza a mille altre baggianate che la conoscenza scientifica ci ha insegnato poco per volta a trattare come superstizioni? Eppure non c'è niente da fare: il bisogno di aggrapparsi a spiegazioni facili quanto illusorie resta ancora una caratteristica della nostra specie. È un danno collaterale della nostra evoluzione. Ma se consideriamo la relativa giovinezza dell'homo sapiens, visto che 2 o 300.000 anni sono davvero poca cosa davanti agli 85 milioni di anni dell'esistenza dei mammiferi, quel danno collaterale appare solo come un problema adolescenziale. Il teismo è l'acne giovanile dell'homo sapiens.
Due sondaggi della Gallup, uno del 2005 e uno del 2012, che hanno raccolto le opinioni di più di 50.000 persone in 57 paesi del mondo, offrono informazioni interessanti.
  1. Innanzitutto, il 59% degli intervistati si dichiara religioso, il 23% non religioso e il 13% ateo. Già queste cifre dovrebbero fare riflettere tutti quelli che credono che il teismo sia una specie di componente genetica dell'essere umano.
  2. La religiosità è più presente tra i poveri e diminuisce man mano che il benessere aumenta — e questo è vero sia mettendo a confronto paesi poveri e paesi ricchi che individui appartenenti ai ceti poveri o ricchi in uno stesso paese.
  3. In soli sette anni, il numero di persone che si dichiarano religiose è diminuito nel mondo del 9%, mentre quello degli atei è aumentato del 3% (rispettivamente 1% e 2% in Italia).
  4. Nel 2012 i tre paesi più religiosi erano Ghana, Nigeria e Armenia, mentre i tre meno religiosi erano Cina, Giappone e Repubblica Ceca. Le tre regioni mondiali più religiose erano l'Africa (89%), l'America Latina (84%) el'Asia del Sud (83%). La meno religiosa era l'Asia del Nord (17%), seguita dall'Asia dell'Est (39%) e dall'Europa Occidentale (51%).
Purtroppo noi — tu che leggi e io che scrivo — non ci saremo più da molto tempo quando i nostri lontani discendenti racconteranno con un sorriso che i loro avi credevano nell'esistenza di esseri supremi. Lo faranno sorridendo, nello stesso modo in cui noi oggi sorridiamo alla storia di Giosuè che chiede a Dio di fermare il Sole durante durante la battaglia di Gerico, o a quella, parallela, di Krishna che fa risorgere il Sole già tramontato durante la battaglia di Kurukshetra. Non che quelle storie non abbiano una loro bellezza e un loro valore mitologico. Forse i nostri avi continueranno a raccontarle. Magari non racconteranno più che la donna è stata creata dalla costola di un uomo, o che un profeta ha cavalcato un cavallo alato che gli ha fatto fare in una notte i 1500 chilometri dalla Mecca a Gerusalemme. Chissà… 
Ma non è solo per ottimismo che credo che un giorno (lontano) non ci saranno più religioni. Lo credo perché sono sicuro che alla lunga la ragione, la scienza e la conoscenza ci permetteranno di liberarci dagli orpelli delle superstizioni che troppo spesso ci impediscono ancora di comportarci da mammiferi davvero ragionevoli e ragionanti. Non è perché il cammino è lungo che si deve rinunciare a percorrerlo.

martedì 29 maggio 2018

Che ora è?


Un'oretta fa stavo camminando per la campagna e stavo ascoltando Bob Dylan. Il fatto che stessi ascoltando Bob Dylan non c'entra niente con ciò che sto per scrivere, è solo una scusa per poter dire che il triplo CD “Triplicate” è davvero molto bello.
Dunque, stavo camminando per la campagna, quando mi sono chiesto quale fosse in quell'istante la “vera” ora. Sarà perché avevo appena guardato l'orologio? Sarà perché avevo appena ascoltato “As Time Goes By”, che è una delle canzoni che ci sono nel bellissimo triplo CD “Triplicate” di Bob Dylan? Non lo so. E non importa.
Ciò che importa è che anche solo chiedersi che ora sia per davvero nella campagna Toscana o in qualsiasi altro posto non ha senso perché: 1) non esiste una “vera” ora e 2) perché non esiste nemmeno il tempo (v. Carlo Rovelli, “L'ordine del tempo”, Adelphi 2017; sennò puoi sempre guardarti questo breve video: https://www.youtube.com/watch?v=bWTFwYbscnk).
D'accordo, il tempo non esiste, però ci fa comodo pensare che esista ed è per questo che diciamo che sono le 11 del mattino o le 3 di notte. Nella nostra idea convenzionale di tempo, sappiamo che ora è basandoci su tutta una serie di, per l'appunto, convenzioni, tra le quali quella secondo cui l'ora di riferimento è quella del meridiano di Greenwich. Quella particolare convenzione diventò necessaria nell'800 con l'arrivo delle ferrovie. Fino ad allora l'ora di Glasgow e quella di Londra, tanto per prenderne due a caso, erano diverse. Ma visto che i treni permettevano di spostarsi molto più rapidamente dei cavalli, sembrò logico e pratico poter sapere, guardando un orario ferroviario, non solo l'ora di partenza da Glasgow e quella di arrivo a Londra, ma anche la durata del viaggio. L'ora di Greenwich, detta anche ora Zulu perché la maggior parte delle marine militari del mondo usano l'ora di Greenwich come riferimento quando sono in viaggio e si riferiscono al meridiano di Greenwich con la lettera Z, fu adottata dalle ferrovie inglesi nel 1847.
Io però un'oretta fa non stavo camminando nel Parco di Greenwich e nemmeno nel Parco Mudchute, che come tutti sappiamo si trova giusto dall'altra parte del Tamigi rispetto al noto osservatorio, bensì in Toscana, in un posto, se vogliamo essere precisi, un po' più di 11° a est e un po' meno di 8° a sud di Greenwich. Entrambe le misure, quella inerente alla longitudine e quella inerente alla latitudine, dovrebbero essere prese in considerazione, almeno teoricamente, al fine di determinare la “vera” ora in un momento dato. C'è però anche una terza cosa che dovrebbe essere presa in considerazione, visto che anche l'ora di Greenwich è più o meno “vera” a seconda del momento dell'anno. L'inclinazione dell'asse terrestre (23° 27'), grazie alla quale almeno nelle zone temperate godiamo di quattro stagioni, fa sì che l'ora “vera” cambi anche lei e che non sia “vera vera” che una volta all'anno (o forse due, non sono sicuro). Così, se il fatto di essere più a est di Greenwich fa sì che l'ora “vera” della Toscana sia più avanzata di quella di Greenwich, il fatto di essere più a sud aumenta ulteriormente, oppure diminuisce quella differenza a seconda della stagione.
Vabbè, mi dirai, ma kissenefrega?
Non lo so. Forse però tutto questo può aiutarci a capire che non c'è niente di “vero vero” al mondo e quindi faremmo meglio a prendere tutto con un po' più di calma. A cominciare, almeno in questi giorni, dalle fesserie di Di Maietto e le turpitudini di Salvinazzo.
Sai cosa? Mo' mi faccio delle trenette al pesto, magari ascoltandomi uno dei tre CD dell'ottimo “Triplicate” di Bob Dylan.

venerdì 4 maggio 2018

Da una foto a Enrico Baj (inaspettatamente)



Questa foto, nota come La Marianna del Maggio '68 è stata pubblicata ieri notte dal mio amico Stefano sulla sua pagina Facebook, ma io l'ho vista stamattina. La conoscevo e l'avevo rivista non più di tre settimane fa, in Francia, dove in edicola trovi un sacco di celebrazioni del cinquantenario del Maggio '68.
Bella foto. Sulla quale ho voluto saperne un po' di più di ciò che ricordavo.
L'immagine, scattata del fotografo Jean-Pierre Rey, è diventata iconica perché fa l'occhiolino alla Liberté guidant le peuple, il quadro di Delacroix che in Francia è conosciuto quanto e più del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo in Italia.
La ragazza è Caroline de Bendern, che allora era una giovane modella. In un'intervista del 1997 a Le Monde, Caroline raccontava com'erano andate le cose:

Ci incamminiamo verso la [piazza della] Bastiglia. Mi sono appena arrampicata sulle spalle di un amico. Chiedono qualcuno per tenere una bandiera e io ho così male ai piedi a forza di camminare che colgo la palla al balzo. [...] La bandiera vietnamita mi va bene come simbolo di una guerra che tutta la gioventù denuncia. D'un tratto sento diversi obiettivi puntati su di me. È incredibile, li avvisto sempre. Una specie di fiuto, sono modella… Allora ho come un riflesso proflessionale. D'istinto mi raddrizzo, il mio volto si fa più grave, il mio gesto più solenne. Vorrei assolutamente essere bella e offrire al movimento una rappresentazione all'altezza del momento. In fondo, mi metto in posa. [...] Divento esattamente ciò che voglio sembrare. Non interpreto più un ruolo, sono fino in fondo nel movimento e nell'istante, e cosciente, io, l'aristocratica inglese, di una responsabilità.

Già, Caroline era, anzi è, visto che vive tuttora, un'aristocratica inglese, peraltro discendente da un bisnonno così aristocratico inglese che, vedendo la foto, fece il necessario per diseredarla. Oggi Caroline vive in Normandia ed è tornata brevemente alla ribalta in Gran Bretagna poco più di due anni fa, come attivista anti-Brexit.
Pare che il giovane (che non si vede) sulle spalle del quale è seduta sia Jean-Jacques Lebel, che allora era il traduttore in francese di Ginsberg, Ferlinghetti, Corso, Burroughs e altri, ma che poi è diventato pittore e soprattutto organizzatore di happening. Suo padre era il critico d'arte Robert Lebel, noto per il suo saggio su Marcel Duchamp, di cui fu amico, e per i suoi legami sia con i pittori surrealisti che con Claude Lévi-Strauss e Jacques Lacan.
Scopro con una certa sorpresa su internet che secondo alcuni fu proprio Jean-Jacques Lebel ad avere l'idea di un grande quadro collettivo dipinto a Milano nel 1961. Il quadro è intitolato Grande quadro antifascista collettivo e ha una storia travagliata.
Intanto gli autori: su internet trovo i nomi di Jean-Jacques Lebel, Erró (al secolo Guðmundur Guðmundsson), Enrico Baj, Roberto Crippa, Gianni Dova, Antonio Recalcati. Nella sua Automitobiografia però Baj cita sì Crippa e Recalcati, però anche Wilfredo Lam e Victor Brauner, mentre non cita Dova, Erró e Lebel.
Poi la vicenda: pochi giorni dopo l'apertura della mostra collettiva nella quale veniva presentato, il quadro fu sequestrato dalla polizia, su ordine del procuratore Luigi Costanza, per offesa a Capo di Stato estero, in questo caso Papa Giovanni XXIII. Vero è che da qualche parte su quella grossa tela c'è incollata una piccola foto del Papa di allora, ma se uno non lo sa, magari fatica anche a trovarla. Comunque sia, il quadro fu staccato dal muro, arrotolato e portato via. Poi sparì per 27 anni.
È solo nell'88 che Baj riuscì a recuperarlo, cosa che sorprese anche lui, come mi raccontò poi nei dettagli durante una di quelle lunghe chiaccherate che ci facevamo nel suo studio. Più tardi è stato esposto al Louvre di Lens (succursale di quello di Parigi), al Beaubourg, a Vienna, agli Invalides, per finire poi al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Strasburgo, dove l'ho visto, forse una dozzina di anni fa.
E tutto questo mi conferma una volta ancora l'esattezza della teoria dei sei gradi di separazione, che sostiene che a qualsiasi abitante della Terra è possibile entrare direttamente in contatto con qualsiasi altro passando da non più di 5 intermediari. In questo caso preciso, se volessi mettermi in contatto con Caroline mi basterebbe chiamare la vedova di Enrico Baj, Roberta, che non avrebbe difficoltà a mettersi a sua volta in contatto con Jean-Jacques Lebel, che a sua volta… e voilà. Il gioco sarebbe fatto in tre, massimo 4 passaggi.Detto questo, non vedo perché vorrei mettermi in contatto con Caroline, ma non importa.
Oltre tutto, l'unico passaggio che a questo punto mi interessa davvero è quello tra me e la caffettiera, quindi ti lascio e vado a farmi indovina cosa. 

 Caroline de Bendern, un anno fa

domenica 22 aprile 2018

Quanto dura un anno?



Ieri, 21 aprile, era la Giornata internazionale dell'astronomia e io, un po' per caso ma anche un po' no, mi sono posto la domanda della durata di un anno. Mi sono cioè chiesto quanto duri esattamente un anno. In realtà l'ho fatto perché sto leggendo un bel libro che tra le altre cose parla anche di questa. E ho scoperto che la domanda è meno semplice del previsto.
Sappiamo tutti che un anno civile dura tre volte di fila 365 giorni e poi una volta 366. Questo almeno è ciò che succede dall'ottobre del 1582, quando Papa Gregorio XIII, al secolo Ugo Boncompagni, di Bologna, sostituì il calendario gregoriano al giuliano. Il motivo principale della riforma fu che la distanza temporale tra due equinozi o due solstizi è di un po' più di 365 giorni. Se proprio vogliamo essere pignoli, è di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi. Questa durata, nota come anno tropico (o solare) non corrisponde però esattamente a quella del calendario gregoriano, nemmeno tenendo conto del giorno supplementrare degli anni bisestili. Oltre tutto, la durata di un giorno del 2018 non è esattamente uguale a quella di un giorno del 1582, visto in particolare che in media il singolo giorno si allunga di 1,5 millisecondi per secolo a causa del fatto che la Terra rallenta. Per questo ed altri motivi se nell'anno 3200 i nostri pro-pro-pro-ecc.nipoti vorranno che equinozi e solstizi abbiano luogo alle stesse date di oggi dovranno sopprimere un anno bisestile. E man mano che passeranno i secoli e i millenni, di anni bisestili ce ne saranno sempre meno.
Ma oltre all'anno civile e all'anno solare, esiste naturalmente anche un anno lunare. C'è chi sostiene che gli uomini conoscessero già l'anno lunare circa 17.000 anni fa, all'epoca dei graffiti nelle grotte di Lascaux; c'è chi dice che la cosa successe solo 8.000 anni fa, ma non importa. Ciò che importa è che un anno lunare di 12 lune dura 354 giorni, 8 ore, 48 minuti e 34 secondi.
Last but not least, c'è pure l'anno siderale, cioè il tempo che il sole impiega per ritrovarsi nella stessa posizione nei confronti della Terra rispetto alle stelle. La sua durata è di 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 10 secondi.
Anche oggi quindi, anzi oggi più di qualche secolo fa, la parola anno può volere dire cose diverse, tanto più se oltre a quelli che ho già citato aggiungiamo l'anno anomalistico, l'eclittico o il gaussiano.
Naturalmente quello che mi importa non è ricordarmi le durate esatte dei vari tipi di anni, ché quelle già le ho dimenticate due minuti dopo averle scritte. No, quello che mi piace sempre è scoprire, nei campi più diversi, che il mondo in cui viviamo è più complesso, più ricco e più affascinante ancora di ciò che credevo. E mi piace ancora di più constatare che le spiegazioni che cercano di apparire semplici, perfette e apparentementre logiche, ma che molto spesso sono solo ideologiche, si rivelano sempre incomplete e parziali. Il bello della scienza è proprio questo, che non è mai definitiva, che è sempre (o comunque dovrebbe essere sempre) aperta a nuove scoperte che rimettono tutto in gioco e cambiano la nostra visione delle cose.
Adesso devo lasciarti proprio per questo, perché tra poco vengono a prendermi per portarmi in un altro paesino dei Pirenei dove nel pomeriggio farò il mio racconto sulla fisica. In quel racconto è di questo che parlo, di ciò che Carlo Rovelli chiama lo zoppicante procedere della scienza, il che è cosa che mi fa godere come un grillo.

venerdì 20 aprile 2018

Molto interessante

L'arcipelago di Stoccolma

Nel genere Cose da sapere se vuoi sapere delle cose assolutamente inutili da sapere, ieri, leggendo un libro che non c'entra niente, ho scoperto che l'arcipelago di Stoccolma è composto da 24.000 isole. Mi sono detto che 24.000 isole sono uno stonfo. E ovviamente mi sono chiesto da dove venga la parola stonfo.
Una breve ricerca su internet mi ha portato solo a siti dall'aspetto moderatamente interessante. Uno sostiene che stonfo è una parola del dialetto pisano, un altro parla di origine fiorentina, specificando però che stonfo significa caduta rovinosa. Il che è assai onomatopeico.
Allora ho lasciato perdere e sono tornato alle isole, chiedendomi quante siano le isole italiane.
Pare siano circa 800, solo 80 delle quali abitate. Come dire che nella lista dei paesi del mondo che hanno più isole siamo molto, molto indietro. Oltre tutto, 37 delle 800 sono lacustri e 6 fluviali. Senza parlare delle isole di Ammiana, Costanziaco, San Marco in Boccalama, Vigilia, San Niccolicchio, Ferdinandea, e Il Pastore, che sono semplicemente sparite. Le prime quattro erano nella laguna veneta e ormai sono sott'acqua; San Niccolicchio, al largo di Taranto, è stata buttata giù (ammesso e non concesso che si possa buttare giù un'isola) per allargare il porto mercantile; Ferdinandea, tra la Sicilia e Pantelleria, è venuta su da sola durante un'eruzione vulcanica nel 1831, ma poi, dopo avere dato un'occhiata in giro, ha deciso di sparire senza dire niente a nessuno; Il Pastore invece, che era solo un faraglione vicino all'isola La Vacca, in Sardegna, è stato distrutto nell'800 dai militari che se ne sono serviti come bersaglio per l'artiglieria. Ancora un grande trionfo per la nostra gloriosa Marina.
Tornando agli arcipelaghi, la Svezia sempra essere la campionessa del mondo per il numero di isole: ben 267.570, solo 984 delle quali abitate. Queste almeno sono le cifre pubblicate nel 2013 dall'SCB, lo Statistiska centralbyrån, che è l'Ufficio centrale di statistica dei nostri amici giallocrociati su sfondo blu. Visto che ci siamo, perché privarci del piacere di notare che il giallo della bandiera svedese è il Pantone 109U/116C e il blu il Pantone 301? Non si sa mai, sono cose che possono sempre servire.
Quello che c'è di strano però è che nel 2001 lo stesso SCB parlava di 221.800 isole, il che sembra indicare o che le isole svedesi si riproducono — non si sa se per partenogenesi o per accoppiamento — oppure che l'SCB non è la fonte più attendibile per quanto riguarda le informazioni statistiche sulla geografia del regno di Carlo XVI Gustavo, figlio di Gustavo Adolfo e di Sibilla di Sassonia-Coburgo-Gotha. Resta il fatto indiscutibile che nessun altro paese al mondo ha tante isole quanto la Svezia.
Al secondo posto, ammesso e lungi dall'essere concesso che accettiamo di mettere insieme isole lacustrri e isole marine, troviamo la Finlandia, anche se è importante sottolineare che ben 98.050 delle sue 179.584 isole si trovano su uno dei suoi 188.000 laghi.
Comunque sia, anche tralasciando le isole lacustri, la medaglia di bronzo va alla Norvegia, che di isole ne ha 50.000.
Al peggiore di tutti i posti, il quarto, c'è il Canada, che però si consola con il record del mondo delle isole in acqua dolce, visto che nella Georgian Bay, che è collegata al lago Huron, a nord-ovest di Toronto, dal Main Channel, o Canale Principale (il che ci fa nascere dei dubbi sul grado di creatività toponomastica dei concittadini di Justin Trudeau), di isole ce ne sono più di 30.000. Ho messo più di 30.000 in corsivo perché le mie ricerche hanno dimostrato che fino a oggi nessun abitante di quelle fredde terre nordiche si è preso la briga di contare le isole una per una. Il che non onora certo il paese che ha sulla bandiera una foglia di acero rossa Pantone PMS 485 C. Ma lasciamo perdere. Tanto più che per oggi mi pare di avere dato un contributo sufficiente allo sviluppo della tua cultura generale.
Oltre tutto è l'ora di pranzo, quindi ti saluto.

sabato 14 aprile 2018

Do you know Rossini?

Gioachino Rossini. Proprio un bel ragazzo

Sì, va bene, mi dirai. Però con tutto quello che succede nel mondo tu stai lì a farti girare i testicoli per una robina simile?
Lo so, non ne vale la pena. Ma non ci posso fare niente, sono fatto così.
Ma incominciamo dall'inizio.
Siccome Gioachino Rossini (al battesimo Giovacchino Antonio Rossini) è nato nel 1868, quest'anno ricorre il suo 150° anniversario. Ovvio quindi che il Comune di Pesaro, sua città natale, abbia deciso di celebrarlo in pompa magna.
Cosa fa un Comune in questi casi? Prima di tutto mette su un bel comitato, che decide di chiamarsi Rossini 150; poi cerca degli sponsor e trova la Rai, la Conad, e tutta una serie di altri volonterosi; infine chiede e ottiene il patrocinio dell'Unesco, il che non è roba da poco. Fatto questo, si cerca un'agenzia di comunicazione, che in questo caso è la Omnia Comunicazione, con base a Fano. E la Omnia lavora un po' sul progetto e se ne viene fuori con un'immagine e con uno slogan. Lo slogan che quei geni della Omnia trovano è Celebrazioni rossiniane – Pesaro brings Rossini in the world, Rossini brings Pesaro in the world.
E a me girano subito i testicoli. Prima di tutto mi girano per l'inutile utilizzo dell'inglese per una campagna pubblicitaria destinata magari, sì, all'estero, ma anche all'Italia. Davvero sarebbe costato troppo mettere qualcosa in italiano per la campagna italiana?
Ma soprattutto: davvero non c'era una persona, una sola, nella Omnia, o nel comitato messo su dal Comune di Pesaro, in grado di rendersi conto che quel brings Rossini in the world in inglese è un errore che fa ridere anche i polli e che comunque farà ridere tutti gli anglofoni che lo leggeranno? Davvero sarebbe costato troppo fare una telefonata di verifica, o mandare una mail a qualcuno che parla abbastanza l'inglese, o anche solo verificare su internet per assicurarsi che quella frase in inglese era corretta? Pesaro brings Rossini to the world, cacchio! Non in the world! Te la immagini una campagna pubblicitaria di un comitato americano che ti parlerebbe di persone che “fanno decisioni”, solo perché in inglese si dice decision-maker?
Chiamalo provincialismo, chiamalo anglofilia de nojantri, chiamalo stupidità, chiamalo come vuoi, ma a me fa girare i testicoli. E in questi casi c'è un solo rimedio: andarsi a fare un buon caffè. Cosa che vado immediatamente a mettere in cantiere, magari ascoltandomi lo Stabat Mater.

domenica 1 aprile 2018

I cargo del Lago Amaro

Un francobollo fatto a mano, emesso dal cargo cecoslovacco Lednice

Sai com'è al risveglio: certe volte ti vengono in mente cose strane. Oggi è Pasqua e ieri un amico ebreo americano aveva messo su Facebook la ricetta del piatto tradizionale che aveva preparato per Pèsach, la Pasqua ebraica. Probabilmente è per questo che al risveglio mi sono chiesto come cacchio avesse fatto il popolo ebreo per metterci 40 anni per andare dal Cairo a Gerusalemme.
Mi sono alzato, ho aperto il computer, sono andato su Google Maps e ho visto che il viaggio a piedi da una capitale all'altra è di 728 chilometri. Ho fatto due calcoli, partendo da 40 anni che fanno 14.610 giorni (365 x 40 + 10 giorni degli anni bisestili) e ho scoperto che in media gli ebrei avevano fatto un po' meno di 50 metri al giorno. Il che, dobbiamo ammetterlo, non è un granché.
Poi però, rinfrescando qua e là la mia memoria su vari siti, ho visto che il Faraone biblico è spesso identificato con Ramsete II, che non aveva la sua capitale al Cairo, bensì a Pi-Ramses (“Dimora di Ramsete”), un centinaio di chilometri a nord-est del Cairo. La cosa è interessante non solo perché adesso so che dimora in egiziano antico si diceva pi, che è una cosa che può sempre servire, ma anche perché ho visto che da Pi-Ramses a Gerusalemme i chilometri sono solo 706, il che abbassa ulteriormente la media giornaliero-chilometrica dell'Esodo.
Naturalmente tutti quelli che credono nella Bibbia come in un libro sacro sostengono che i 40 anni sono simbolici, come lo fanno per tutte le cose particolarmente bizzarre e assolutamente indifendibili contenute in quel librone, cose tipo la creazione del mondo in 6 giorni (Gen 1-11), i 950 anni di vita di Mosé (Gen 9, 28-29), la storia di Giacobbe che fa nascere animali striati mostrando ai loro genitori non striati dei rami intagliati a strisce mentre si accoppiano (Gen 30, 37-43), il fatto che la lepre sia un ruminante (!) (Lv 11, 6), o che il Sole giri intorno alla Terra (Gs 10-12), tanto per citare alcune delle più divertenti.
Guardando Google Maps però ho scoperto un'altra cosa: Mosè & Co. non avevano nessuna ragione di passare dal Mar Rosso, visto che anche considerando che sia il Golfo di Suez che quello di Aqaba fanno parte integrante del Mar Rosso, andare fin lì per attraversare sarebbe stato un po' come passare da Genova per andare da Torino a Venezia. Si può sempre fare, ma si allunga.
Anche in questo caso naturalmente ci sono quelli che dicono che Mar Rosso è da prendere simbolicamente e che in realtà Mosè e i suoi hanno attraversato uno dei due Laghi Amari, probabilmente il Grande, visto che pare che il Piccolo ai tempi dei Faraoni fosse privo d'acqua. Lasciando momentaneamente perdere la bizzarria dell'ignoto autore che, probabilmente per ignoranza geografica, aveva deciso contro ogni logica di far passare i suoi antenati da un bacino acquifero, ho continuato a passeggiare su Google Maps e Wikipedia, fino a quando è arrivata una sorpresa. Ho trovato una storia che non conoscevo e che vado immediatamente a raccontarti nel caso non la conoscessi nemmeno tu.
Tutto è incominciato il mattino del 5 giugno 1967, mentre il cargo inglese Agapenor stava attraversando il Canale di Suez in un convoglio che comprendeva in tutto quattordici navi. Ora, se vogliamo essere precisi (cosa che vogliamo sempre essere), il Canale di Suez parte, a sud, dal porto di Suez (cosa in sé assai logica) sale a nord fino al Piccolo Lago Amaro, passa nel Grande, riprende la sua forma canalosa (aggettivo da preferire sempre a canaliana, canalese e soprattutto canalotica), passa dal Lago Timsah e fila diritto verso nord fino a Porto Said.
Verso le 9 del mattino del 5 giugno 1967, l'Agapenor era da qualche parte nel Grande Lago Amaro quando improvvisamente i marinai hanno visto uno stormo di caccia israeliani che volavano a bassa quota verso ovest e poco dopo hanno sentito dei grossi boati. Un paio d'ore prima, il comandante era stato informato dell'inizio di quella che sarebbe diventata la Guerra dei Sei Giorni, quindi non si stupì. Quello era l'attacco preventivo degli israeliani, preventivo come tutti glmi attacchi di tutti quelli che alla fine vincono la guerra. Il comandante decise però di gettare l'ancora al centro del lago, il che gli sembrava molto meno rischioso che continuare lungo il canale. I comandanti degli altri tredici cargo fecero la stessa cosa. Saggia decisione.
Senonché gli egiziani decisero rapidamente di chiudere il canale, sia a nord che a sud, facendo affondare due navi che avevano lì e delle quali probabilmente non avevano gran bisogno e, già che c'erano, distruggendo pure un ponte. E le 14 navi, che, detto per inciso, battevano bandiera inglese (4), tedesca, svedese, polacca, (2 ciascuna), bulgara, statunitense, cecoslovacca e francese (1 ciascuna), restarono bloccate… per otto anni.
In realtà nessun membro di nessun equipaggio fu costretto a passare otto anni in mezzo a un lago amaro in pieno deserto. Dopo i primi tre mesi tutti furono sostituiti da equipaggi più ridotti, che a loro volta furono poi sostituiti ogni tre mesi. Però, nonostante questo alternarsi di persone diverse, incominciò rapidamente a formarsi una strana ed eterogenea comunità. Le navi dovevano essere mantenute in buono stato e ogni tanto i comandanti ordinavano di accendere i motori e di fare un giretto nel lago, senza però avvicinarsi troppo alle rive, visto che da una parte c'era l'esercito egiziano e dall'altra quello israeliano, entrambi piuttosto nervosetti.
I marinai passavano il tempo come potevano, facendosi trainare su una tavola da surf dalle scialuppe di salvataggio, approfittando della piscina della nave svedese Killara, del piccolo cinema della bulgara Vasil Levski, del vasto ponte dell'inglese Port Invercargill per dei tornei di calcio e perfino di una sala della tedesca Norwind per le messe domenicali.
Nell'ottobre del '67 gli equipaggi, riuniti a bordo della svedese Melampus, fondarono la GBLA, la Great Bitter Lake Association, che l'anno successivo organizzò i Giochi Olimpici di Bitter Lake proprio mentre a Città del Messico si svolgevano gli altri. Quelli di Bitter Lake comprendevano tra l'altro prove di vela, tuffi, corsa a piedi, salto in alto e tiro a segno, oltre ai tornei di calcio e di pallanuoto. I giochi furono sponsorizzati dal Daily Express londinese e il medagliere vide vincitori i polacchi, seguiti dai tedeschi e dagli inglesi.
Nessuno ricorda esattamente quale nave emise i primi francobolli fatti a mano, ma ciò che è sicuro è che il governo egiziano li riconobbe come emissioni ufficiali e che oggi quei francobolli sono molto ricercati sul mercato filatelico.
Altra certezza: qualora dei futuri archeologhi (o se preferisci archeologi, per me è lo stesso) dovessero scavare un giorno sul fondo di quello che oggi è il Lago Amaro, sarebbero probabilmente sorpresi dal ritrovamento, bottiglia più, bottiglia meno, di circa un milione e mezzo di bottiglie di birra, più un numero imprecisato di bottiglie di vino, tutte rigorosamente svuotate in otto anni dagli equipaggi britannico-statunitenso-cecoslovacco-tedesco-franco-polacco-bulgaro-svedesi. La stima del numero di bottiglie la dobbiamo a tale Arthur Kensett, comandante della Port Invercargill a partire dal 1969, che ringraziamo vivamente anche se, visto che se di mestiere faceva il comandante di cargo trentanove anni fa, oggi ha buone probabilità di trovarsi sotto terra.
Nel corso degli otto anni dal '67 al '75, tremila uomini si sono avvicendati sulle 14 navi, alle quali ne va peraltro aggiunta una quindicesima, la statunitense Observer, isolata sul vicino Lago Timsah. Nel 1969 tutti gli equipaggi furono drasticamente ridotti e i membri della GBLA passarono da 200 a 50 tra giugno e dicembre. Il canale fu finalmente riaperto nel 1975.
Il libro Stranded In The Six-Day War, di Cath Senker, che racconta tutta la storia, è diponibile su Amazon.uk per la modica somma di 11,99£ e se credi che io non me lo compri ti sbagli di grosso. Non subito però; prima vado a farmi un buon caffè.

lunedì 19 marzo 2018

Jane



Ieri sera ho visto un bel documentario. Intitolato semplicemente Jane, è essenzialmente un montaggio a partire da un centinaio di ore di immagini girate negli anni '60 da Hugo van Lawick per il National Geographic.
Non sono un fan del National Geographic, che ha sempre prodotto immagini troppo patinate e che troppo spesso — come lo ammette onestamente la direttrice attuale della rivista, Susan Goldberg, nel numero datato aprile 2018 e interamente dedicato ai problemi razziali — hanno offerto ai lettori visioni paternaliste e perfino razziste delle civiltà non occidentali. Per gli stessi motivi non sono un fan del canale televisivo della NG. Ma questo documentario volevo proprio vederlo, perché la Jane del titolo era Jane Goodall.
Di lei mi aveva parlato per la prima volta nel 1969 la mia amica Chiara, allora studentessa in veterinaria ed entusiasta raccontatrice di storie di scimpanzé e gorilla. Il suo entusiasmo mi aveva contagiato e tre anni dopo, a New York, vedendo in libreria un'edizione tascabile di In the Shadow of Man, il terzo ma di gran lunga più famoso libro della Goodall, lo comprai e lo lessi avidamente. Quel libro ce l'ho ancora, anche se le pagine, più che ingiallite, sono ormai brunite dal tempo. Una decina di anni fa, quando mi sono separato dalla maggior dei libri che avevo in casa regalandoli a una biblioteca, questo è uno dei pochi che ho tenuto, uno dei pochi dai quali non ho potuto separarmi. Quindi è ovvio che ieri sera abbia guardato quel documentario. Bello.
Jane Goodall è un personaggio affascinante. Nata nel '34 a Londra, fece conoscenza col suo primo scimpanzé a 4 anni. Lui si chiamava Jubilee ed era un peluche. Lei era troppo giovane per dirgli "Tu Jubilee, io Jane", ma non importa.
Un po' più tardi, Jane lesse la serie di libri del Dottor Dolittle, che raccontavano di un medico che, lasciando da parte gli umani, si metteva a curare animali, dei quali capiva e parlava la lingua, per poi diventare naturalista.
A 23 anni, dopo avere lavorato un po' come dattilografa e poi come cameriera non parlo più di Dolittle, riparlo di Jane), spese tutti i suoi risparmi nell'acquisto di un biglietto per il Kenya, dove una sua amica d'infanzia l'aveva invitata. Il Kenya a quei tempi era ancora una colonia britannica, da vari anni teatro di quella rivolta dei Mau-Mau che l'avrebbe portato all'indipendenza dal Regno Unito nel dicembre del '63.
A Nairobi Jane ottenne un appuntamento dal famoso paleoantropologo Louis Leakey, i cui ritrovamenti avevano dimostrato che l'homo sapiens veniva dall'Africa e non dall'Asia, come si credeva allora. Lei voleva solo incontrare uno dei suoi idoli, sperava di poter parlare un po' con lui del suo tema preferito, gli animali selvaggi dell'Africa, ma lui l'assunse come segretaria. Sarebbe logico pensare che all'inizio Leakey fu solo colpito dall'entusiasmo di quella magrissima biondina dalla coda di cavallo da Alice nel paese delle meraviglie e dagli incisivi da Bianconiglio, ma da quanto racconterà poi la stessa Goodall le avances del cinquantaquattrenne scienziato con moglie e tre figli lasciano supporre altri motivi. Ma non importa. Lei riuscì, con quella calma, quella pazienza e quella determinazione che caratterizzeranno poi tutto il suo lavoro, a calmare i bollori del suo datore di lavoro, che finì per capire che non c'era niente da fare.
Leakey, che quando non si lasciava sopraffare da quelle tempeste ormonali che a una certa età sono un chiaro sintomo dell'avvicinarsi della senilità e che io stesso, vabbè, lasciamo perdere. Leakey, dicevo, da grande ammiratore di Darwin, era convinto che gli uomini e i grandi primati avessero degli antenati comuni, il che, per strano che possa sembrare oggi, una sessantina di anni fa non era ancora accettato da tutti. Pensava anche che solo uno studio in loco di scimpanzé, gorilla e oranghi avrebbe permesso di trovare conferme a questa sua idea. Quando conobbe Jane, si disse che il fatto stesso che non aveva mai messo i piedi in un'aula universitaria sarebbe stato un vantaggio, perché l'avrebbe lasciata libera dai preconcetti dell'insieme del mondo scientifico. Le propose quindi di andare a studiare il comportamente degli scimpanzé in culo al mondo, che in quel caso era la Tanzania occidentale. Lei accettò con entusiasmo. 
Prima però, forse per non esagerare con l'ottimismo, Leakey la rimandò per un anno a Londra, per una rapida formazione di base sia con il primatologo Osman Hill che con lo specialista dell'homo abilis John Napier.
Di ritorno in Africa, il 14 luglio 1960 Jane arrivò nel Parco Nazionale del Gombe Stream, sulle rive di quel lago Tanganica che funge da confine tra Tanzania e Congo. Da notare però che le autorità britanniche avevano escluso nella maniera più assoluta di permettere a una ventiseienne biondina londinese con coda di cavallo e denti da coniglio di andarsene da sola nella foresta equatoriale, il che pareva tanto più ragionevole che la città più vicina al suo luogo di destinazione previsto, Kigoma, era inondata da migliaia e migliaia di congolesi che, attraversando in un modo o nell'altro i 40 chilometri di lago, erano sfuggiti alle crudeltà della guerra civile per venirsi a rifugiare in quello che allora era ancora il Tanganica e che sarebbe poi diventato la Tanzania. Jane contornò quel divieto nella maniera più semplice, chiedendo alla madre di accompagnarla. Reazione molto british. Soprattutto da parte della madre, che accettò senza indugi. 
È così che Jane diventò la prima delle Trimates, come dicono gli anglofoni unendo il prefisso tri al sostantivo primati in riferimento alla stessa Goodal, a Dian Fossey, che studierà i gorilla in Ruanda e a Biruté Galdidas che farà lo stesso con gli oranghi nell'isola del Borneo. Tutt'e tre partiranno grazie a Leakey.
Sai cosa? Mi fermo qui. Sì, lo so, potrei racconrati anche altre cosqe belle, ma per oggi ho scritto abbastanza. E poi non ho voglia di parlarti del documentario. Ti dirò solo che a me è piaciuto e quando mi sono alzato dalla poltrona sono andato a prendere il libro della Goodall dallo scaffale e me lo sono portato in camera da letto in vista di una prossima rilettura. So che su Sky il documentario ripasserà. Se fossi in te, io me lo guarderei.Però fai tu.
Ah, un ultimo dettaglio: il fotografo Hugo van Lawick a cui ho accennato all'inizio si chiamava in realtà Hugo Arndt Rodolf, Barone di Lawick. Siccome ha poi sposato Jane Goodall, lei è baronessa. O lo è stata. Divorziando da un barone la ex-moglie resta baronessa? Boh. Per fortuna la Regina Elisabetta l'ha fatta Dame Commander of the Order of the British Empire, il che magari non fa di lei una Baroness, ma una Dame sì. E questo è sempre meglio di niente.
Mo' vado a farmi un caffè.

mercoledì 7 marzo 2018

Un interessante comitato



Questo è il Primo Ministro indiano. No, non quello sullo sportellone dell'aereo, quello con le mani giunte. Si chiama Narendra Damodardas Modi e si è messo in testa di riscrivere la storia dell'India. Il suo scopo è di dimostrare che L'india è sempre stata e deve continuare a essere induista e che quindi i più o meno 260 milioni di musulmani, buddisti, jain, cristiani, sikh e zoroastriani sono dei puzzoni. 
Che vedesse i musulmani come cittadini di seconda classe, Modi lo aveva già ampiamente dimostrato durante i progrom anti-islamici del 2002 nel Gujarat, stato del quale era Chief Minister. In quell'occasione perirono 1.144 persone secondo le autorità, più di 2.000 secondo varie fonti indipendenti, e ci furono 150.000 profughi.

Da quando è diventato Primo Ministro, Modi non ha mai smesso di promuovere il nazionalismo religioso, anche con dichiarazioni imbarazzanti. Un articolo dell'agenzia Reuters ricorda che in occasione dell'inaugurazione di un ospedale di Mumbai Modi disse:

Noi adoriamo Ganesh e forse a quei tempi c'era un chirurgo plastico che mise la testa di un elefante sul torso di un uomo. Ci sono molte aree allo sviluppo delle quali i nostri antenati hanno largamento contribuito.

Niente da obiettare, Mister Modi: in fondo anche in Occidente c'è chi è convinto che la Terra sia stata creata 5.000 anni fa da un signore con barba bianca e triangolo dorato dietro la testa che poi ha avuto un figlio da una vergine rimasta tale dopo il parto.

La Reuters rivela che il governo Modi ha messo in piedi un bel comitato di 14 membri con lo scopo di dimostrare: 1) che gli indiani moderni sono i discendenti dei popoli che abitavano l'India molte migliaia di anni fa e non di quelli che l'hanno invasa 3.000 anni fa e 2) che testi come Il Ramayana e il Mahabharata dicono tutta la verità e vanno presi alla lettera.

Il comitato è presieduto da un tale K. N. Dikshit, il cui cognome, almeno foneticamente, significa cacca di pene, il che non lascia presagire granché di buono. E infatti Mr. Dikshit ha candidamente dichiarato che gli era stato chiesto un rapporto che potesse aiutare il governo a riscrivere alcuni aspetti della storia antica
Non per vantarmi di avere scritto tre righe fa il che non lascia presagire niente di buono, ma quando un governo si mette in testa di riscrivere la storia, non a caso chiede aiuto a delle cacche di pene.

Dietro queste porcate c'è il potente RSS, Rashtriya Swayamsevak Sangh (Organizazione Volontaria Nazionale), che da anni sostiene attivamente il partito di Modi, il BJP (Bharatiya Janata Party, ovvero Partito del Popolo Indiano). L'RSS si è distinto nel 1992 partecipando all'organizzazione della distruzione di una moschea del XVI secolo nella città di Ayodhya, nell'Uttar Pradesh. Quell'incidente incidente negli anni successivi è stato all'origine della morte di varie migliaia di persone nel corso di manifestazioni, pogrom e altre spedizioni e controspedizioni punitive in giro per l'India.

Il comitato, ufficialmente chiamato comitato per lo studio olistico dell'origine e dell'evoluzione della cultura indiana a partire da 12.000 anni fa e ai suoi interscambi con altre religioni del mondo, il che non è poco, è stato istituito dal Ministro della Cultura, Maresh Sharma, un medico, che i giornalisti della Reuter citano tra virgolette: “Venero il Ramayana e credo che sia un documento storico. Chi crede che si tratti di finzione si sbaglia completamente.”

È bene ricordare che il Ramayana racconta tra l'altro che il dio Rama, volendo liberare la moglie Sita, tenuta prigioniera dal demone Ravana sull'isola di Lanka (attuale Sri Lanka), si alleò con il re delle scimmie. Le stesse scimmie costruirono un ponte tra l'India e lo Sri Lanka, ponte fatto di pietre che galleggiavano perché su ognuna di loro c'era inciso il nome di Rama. E mi fermo qui.

Sia chiaro: il Ramayana è molto bello, su questo non ci piove. Ma anche la storia di Zeus e Leda, o quelle di Orfeo ed Euridice, della nascita di Atena e della mela d'oro lo sono. Non per questo si deve temere di essere smentiti affermando che chiunque sostenga che sono meno fittizie di quella di Biancaneve e dei sette minatori diversamente alti è matto come un equus caballus. (Il latino è per fare il figo)

Che sia per questo che il ministro ha nominato tra i membri del comitato un certo Professor Santosh Kumar Shukla, che ha detto ai giornalisti della Reuters che crede che la cultura indiana sia vecchia di milioni di anni? Qualcuno può per favore ricordargli che homo sapiens è apparso sulla Terra, anno più, anno meno, tra 200.000 e 300.000 anni fa e che è solo — anche qui anno più, anno meno — 70.000 anni fa che ha deciso di andare a vedere se fuori dall'Africa si stava meglio? Grazie.

Viviamo davvero in un'epoca formidabile. La stupidtà, sorella gemella del fanatismo religioso, dilaga ovunque. Anche, ahinoi, in quell'India che ha visto la nascita di alcune delle religioni più tolleranti del mondo.

A parte andare a farmi un caffè, non saprei proprio come reagire.

sabato 3 marzo 2018

Ouagadougou mon amour



Questa bella ragazza, sempre pronta ad accoglierti al suo fianco su una panchina, si trova all'ingresso del Centre Culturel Français di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Ieri mattina, verso le 10, a una cinquantina di metri da lei, praticamente sul marciapiedi di fronte, un gruppetto di uomini armati ha prima fatto saltare per aria un'automobile parcheggiata, poi ha incominciato a sparare sui passanti ed è entrato nella sede dello Stato Maggiore dell'esercito burkinabé. Allo stesso momento un altro gruppo armato tentava di dare l'assalto all'ambasciata francese, a un paio di chilometri da lì. Verso mezzanotte il Ministro della Sicurezza, Clément Sawadogo, ha comunicato in una conferenza stampa che 8 assalitori e 8 militari burkinabé erano stati uccisi e che i feriti erano 80, ma questa mattina il giornale-radio francese parlava della possibilità di 30 morti.
Sono stato più volte a Ouagadougou. Nel 2005 ci ho passato un mese intero. Dirigevo un seminario di formazione per marionettisti allo Spazio Culturale Gambidi, un po' in periferia, ma dormivo in un albergo sullo stesso marciapiedi del Centre Culturel. Al mattino era una macchina del Centre che mi portava a Gambidi, ma al pomeriggio tornavo seduto sul portabagli di un motorino cinese guidato da uno dei miei stagisti, che zigzagava allegramente nel traffico dei viali polverosi della capitale.
Ho molto amato il Burkina Faso. I francesi l'avevano chiamato Alto Volta, dal nome del fiume che ha origine nel paese e poi va a gettarsi nel Golfo di Guinea dopo aver attraversato il Ghana da nord a sud. È Thomas Sankara, “il Che Guevara africano”, che l'ha chiamato Burkina Faso, “la terra degli uomini integri.”
Dal medioevo alla metà dell'800 quella parte di Africa Occidentale ospitava il regno dei Mossi, popolo fiero, che seppe resistere per secoli a tutti i tentativi di invasione e anche di penetrazione dell'Islam. Poi arrivarono i francesi e dissero che quella era terra loro. Tracciarono arbitrariamente delle frontiere, prima dicendio che quelle terre erano parte integrante dell'Africa Occidentale Francese, poi dividendole un po' tra Costa d'Avorio, Mali e Niger, poi cambiando idea e dicendo che facevano parte della Costa d'Avorio, poi cambiando di nuovo e inventandosi l'Alto Volta. Il tutto nel giro di un centinaio di anni. Nel frattempo avevano distrutto il tessuto sociale, cancellato le tradizioni, imposto una nuova lingua, nuove leggi, nuovi comportamenti e dei libri di storia che incominciavano con Nos ancêtres, les Gaulois (i nostri antenati, i Galli), come lo sanno tutti quelli che sono nati nelle colonie francesi in giro per il mondo.
Sì, ho molto amato il Burkina Faso e ho spesso notato come nei paesi vicini, come il Mali e il Niger, ma anche il Senegal, che è un po' più in là, il Burkina avesse la reputazione di ospitare popoli onesti e lavoratori. Dico popoli al plurale perché le frontiere coloniali non hanno mai tenuto conto dei popoli, ma solo degli interessi dei colonizzatori. Le frontiere dei paesi africani sono linee immaginarie e decise a Parigi, a Londra, a Berlino, a Lisbona, a Bruxelles e un po' anche a Roma. Posti lontani dove nessuno perdeva tempo a chiedersi che senso avrebbero avuto quelle linee e che tensioni avrebbero creato tra popoli diversi, che avevano sempre vissuto in maniera autonoma e che improvvisamente si scoprivano cittadini (di seconda classe, ovviamente) di paesi inventati. Allora è sempre bene ricordare che nel Burkina Faso non vivono solo i Mossi, ma anche i Gurunsi, i Bobo, i Senufo, i Fulbe e molti, molti altri.
Stamattina, quando ho sentito dell'attentato di ieri, forse perché dieci minuti dopo essersi svegliato uno è un po' più sensibile, o fragile, non so, sono andato in sala e ho preso in mano la iena di bronzo che mi piace tanto. L'ho comprata in un negozietto tra il Centre Culturel e lo Stato Maggiore, dietro il grosso leone di cemento con la targhetta che spiega che quello è un monumento simbolo dell'amicizia tra la comunità urbana di Lione e la città di Ouagadougou e che è stato inaugurato il 12 febbraio 2000


Già, cent'anni di colonizzazione, di appropriamento indebito, di distruzione di tutto ciò che c'era da distruggere, e poi un bel monumento di cemento come simbolo di amicizia.
Vallo a raccontare a Augustin Varin, morto il 9 ottobre del 1918 e sepolto nel piccolo cimitero militare francese di Ouagadougou. A quel cimitero si accede dalla platea del teatro del Centre Culturel, attravreso una porticina in ferro. La chiave ce l'ha uno dei custodi. È per puro caso che un giorno l'ho visto aprire quella porticina e passare dall'altra parte, dove ho intravisto delle tombe. L'ho subito seguito. 

 
C'erano già stati attentati a Ouagadougou negli ultimi anni, all'Hotel Splendid, al caffè Cappuccino, all'Aziz Istanbul e al Taxi Brousse. Ce ne saranno altri, non c'è bisogno di essere un profeta per immaginarlo.
Ho rimesso la mia iena sulla sua mensola. Ho guardato il quadro di fianco alla poltrona, non firmato, ma dipinto da un pittore burkinabé. Quando sono uscito di casa per andarmi a comprare il giornale, ho accarezzato la piccola spirale di bronzo che da anni è fissata al mio portachiavi.
E poi mi è tornata in mente un'altra foto. L'ho scattata una domenica pomeriggio. Eravamo andati non so più dove con il direttore del Centre Culturel e stavamo tornando indietro. Avevo la macchina fotografica in mano e il finestrino abbassato. Ogni tanto scattavo, d'istinto. Per questo l'immagine è leggermente storta e anche un po' sfuocata. Ma non importa. Questa foto l'ho sempre trovata assurda. Piena di quell'assurdità che un po' dappertutto in Africa ti sorprende e ti suscita una risata. Ma poi ti accorgi che la risata ti si ferma in gola e diventa amara e non sai più cosa farne. E di colpo ti senti solo e ti chiedi cosa ci fai lì, a scattare foto e a insegnare come si muovono le marionette.

 
E anni dopo, quando senti parlare di passanti uccisi da pallottole, di passanti che magari stavano proprio andando al Centre Culturel, dove magari avevano appuntamento ai tavolini del caffè di fianco alla panchina dove quella ragazza sorridente e colorata è sempre pronta ad accoglierti al suo fianco, ti accorgi di avere un nodo in gola e di avere voglia di gridare e magari anche un po' di piangere. Poi vai a comprare il giornale e guardando la prima pagina ti torna in mente che domani si va a votare e il nodo in gola si fa ancora ancora più grosso e quasi ti impedisce di respirare. E per continuare a camminare sotto la pioggia devi sforzarti, devi pensare al caffè che ti aspetta al bar e che magari almeno una briciola di quel nodo se la porterà via.