martedì 14 agosto 2018

Il mattino dopo



...e poi ci sono concerti come quello di Steve Coleman, ieri sera, al Teatro delle rocce di Gavorrano, dove la musica è così intransigente da finire col sembrare completamente chiusa su se stessa e tu, spettatore, ti senti quasi un intruso, uno che è lì ma che se non ci fosse sarebbe lo stesso, sul palco succederebbero le stesse cose. E te ne vieni via perplesso, chiedendoti il perché di quegli applausi insistenti e dicendoti che vabbè, il bello del jazz è anche quello, c'è posto per tutti e va davvero bene così. E guidi a notte alta per un'ora e mezza lungo piccole provinciali grossetane e senesi più sinuose del corpo di Betty Boop, con l'eterno timore di trovarti improvvisamente davanti un cinghiale sbucato dal nulla, come ti è già successo un paio di volte la settimana scorsa obbligandoti a sterzare all'ultimo secondo smadonnando come un portuale livornese. D'accordo, non erano scrofe, erano chinghialini bimbi, ma la madre non doveva essere lontana e una scrofa presa in pieno anche solo a settanta all'ora, lo sai, non sarebbe cosa buona, farebbe magari la gioia del tuo carrozziere, è più che probabile, ma certamente non quella della tua piccola utilitaria coreana, né tantomento la tua. E allora guidi aggrappato al volante con gli occhi sbarrati e ti senti anche un po' ridicolo, ma per fortuna stanotte in mezzo alla carreggiata finisci col vedere solo una civetta (che il mattino dopo ti chiedi ancora cosa ci facesse lì, immobile come una statua della Madonna di quelle che cambiano colore a seconda del tempo che fa), un gattino di pochi mesi, un gatto adulto, una volpe e qualche chilometro più in là altre due volpi scodinzolanti. E arrivi a casa dopo l'una e mezza, apri il frigo, ti pappi il resto d'insalata (insalata verde, pomodoro, cetriolo, rapanelli, olive verdi e nere, uovo sodo, mozzarella e semola) e poi ti infili sotto le lenzuola tutto contento che la temperatura sia scesa abbastanza da darti voglia di infilarti sotto le lenzuola invece di sudarcici sopra e riprendi il libro di Davide Enia che è proprio bello e ti parla degli sbarchi a Lampedusa come solo uno che a Lampedusa ci è andato più volte e ha visto coi suoi occhi cosa vuol dire vedere poveri cristi che arrivano dal mare dopo viaggi di mesi fatti di stenti e di violenze, di botte, di galera, di stupri, di orrori indicibili, uno che ha visto coi suoi occhi bambine di dodici tredici anni incinte, usate come cose da mercanti e soldati e poliziotti e miliziani, uno che è stato lì a distribuire merendine e tazze di tè ripetendo all'infinito welcome, bienvenue, stringendo i denti per impedire a quel groppone in gola di diventare cascata di lacrime, che non sarebbe cosa da uomo siciliano, da òmo vero, ma nemmeno cosa da uomo qualsiasi, perché in quei casi devi, devi!, tenere buono, perché il dolore vero non è il tuo, ma il loro, solo uno così può raccontarti quelle cose e tu ti dici che la lettura di quel libro dovrebbe essere obbligatoria per tutti i ministri cialtroni e per tutti quelli che li hanno votati e leggi, leggi e la cosa strana e bella è che ti rendi conto che quel libro non è uno strappalacrime, lo leggi quasi come un romanzo e ti accorgi che anche il padre di Davide ti appassiona e lo zio col suo cancro e Paola e Melo e il sommozzatore grande come una montagna venuto dal nord e il medico e il becchino e quando finisci per spegnere la luce perché sei davvere stanco, perché ormai le due sono passate da un pezzo, ti rendi conto di sentirti allo stesso tempo vuoto come dopo uno sforzo intenso e pieno come dopo esserti pappato un paio di cannoli freschi freschi, di quelli con le fettine di arancia candita alle due estremità che sanno di Sicilia come un piatto di pizzoccheri sa di Valtellina. E il mattino dopo vieni svegliato prima delle sette da lampi e tuoni che più ne ha più ne metta e che riescono appena per qualche istante a coprire il rumore della pioggia che viene giù a raganella manco fossimo a Calcutta durante il monsone e ti dici che ci siamo, è la fine dell'estate, e ti alzi e ti metti a scivere al computer senza nemmeno esserti preparato il tuo mezzo litro di tè nero, quello che finché non ce l'hai in corpo resti ancora addormentato anche se le dita si muovono, clic, clic, clic, sui tasti neri come se vivessero di vita propria. E il concerto di Steve Coleman è già dimenticato, non avvenuto, e intanto a forza di scrivere ha smesso di piovere e riapri la porta finestra che dà sul balcone e ti godi quel profumo di pioggia che resta nell'aria e ti dici che solo due mesi fa non ne potevi più della pioggia che aveva finito col diventare così deprimente che il sole te lo sognavi di notte, ma non puoi impedirti di pensare a quanti sono quelli che in questo momento stanno attraversando il mare, quante sono quelle che in questo istante vengono stuprate, quanti quelli che stanno annegando e quanti quelli che si stanno coprendo la testa con le braccia arricciandosi a terra per proteggersi dalle bastonate e dai calci, quanti quelli che stanno sognando di partire ma non sanno come fare e ti tornano in mente mille immagini d'Africa, dei momenti che hai vissuto nella polvere di Ouagadougou, Addis Abeba, Niamey, Conakry, Asmara e tutte le altre città, tutte così diverse l'una dall'altra e tutte così piene di donne, bambini, uomini, òmini veri, schiacciati da quella miseria che anni e anni e anni di sfruttamento e colonizzazione e postcolonizzazione e oggi ignoranza profonda come una caverna infinita hanno fermato nel tempo, come una maledizione divina, anche se divina non è mai stata. E ti dici che l'unica cosa che puoi davvero fare per combattere quell'ottusità animale e già che ci sei anche tutto quello che la vita ti ha portato via è cercare di vivere in maniera degna, come hai sempre cercato di fare anche se in maniera sgangherata, incominciando magari per andarti a preparare quel mezzo litro di tè nero che diventa davvero urgente, ché quello almeno non te lo porterà via nessuno.

sabato 11 agosto 2018

La scienza dei boxer


Sono ormai passati quasi 40 anni dal giorno in cui ho buttato in pattumiera il mio ultimo, orrido slip e sono passato ai molto più confortevoli boxer. No, non scrivo questo in seguito a non so quale improvviso desiderio di informarti sui dettagli della mia biancheria intima — ancorché non mi senta di escludere che il soggetto abbia un suo interesse, se non un suo fascino. No, se scrivo questo post è perché, come sono solito fare nei sabati mattina, soprattutto in agosto, poco fa stavo leggendo una delle mie riviste preferite, la nota Human Reproduction, pubblicata dall'Università di Oxford e che, come tutti ben sappiamo, è l'organo ufficiale — anche se forse la parola organo non è la migliore per una rivista che parla di riproduzione, ma forse sì, chi lo sa? — della popolarissima ESHRE, acronimo, per chi l'ignorasse ancora, di quell'European Society of Human Reproduction and Embriology, che, come lo indica il suo nome, si occupa di riproduzione umana e di embriologia.
E siccome la frase precedente è stata così lunga, adesso scusa, ma ho proprio bisogno di almeno una riga di pausa.

Ecco fatto.
Stavo dunque leggendo Human Reproduction, quando l'occhio mi è caduto — si fa per dire — su uno studio intitolato Type of underwear worn and markers of testicular function among men attending a fertility center (Tipi di biancheria intima portati e marcatori di funzione testicolare tra uomini che consultano centri di fertilità). Lo studio è firmato da ben otto ricercatori di Harvard i cui nomi, col caldo fa, sarebbero troppo lunghi da scrivere. La domanda dalla quale gli otto sono partiti è la seguente: il tipo di biancheria intima che uno porta è associata a marcatori di funzione testicolare tra uomini che consultano centri di fertilità?
Bella domanda, che ci siamo tutti fatti più di una volta.
La risposta sintetica alla domanda è la seguente: gli uomini che hanno affermato di portare soprattutto boxer hanno una concentrazione di sperma più alta e un numero più alto [di spermatozoi], nonché livelli più bassi di FSH di quelli che invece no (lo so, la mia traduzione non è proprio elegantissima, ma prova tu a tradurre i risultati di una ricerca americana alle 9 del mattino, a torso nudo sul balcone, mentre il termometro indica già 33° all'ombra). Tra parentesi — si fa anche qui per dire, visto che in questo frangente la parentesi mi pare superflua — l'FSH altro non è che quell'ormone follicolo-stimolante, o follitropina, che una volta arrivato a un'ovaia stimola la progressione verso la maturazione dei follicoli di Graaf, il che è una bella cosa, oppure no, dipende se uno, anzi due, vogliono passare decine di notti insonni a spupazzarsi un pargolo urlante avanti e indietro per il corridoio dell'appartamento.
Ciò che già si sapeva, spiegano gli autori, è che temperature scrotali elevate non favoriscono proprio per niente la funzione testicolare. Sappiamo tutti, o almeno tutti noi maschietti che siamo un giorno passati prima dalla mutanda classica di mamma allo slip e poi dallo slip al boxer, che l'uso di quest'ultimo è una specie di vittoria per i gioielli di famiglia che, non più surriscaldati e compressi da capi di biancheria intima manco fossero limoni di Sorrento, non sentono più il bisogno di liberare succhi sudoriferi puzzolenti che, saranno sì attrattivi per l'odorato canino, ma tendono a causare arrossamenti scrotali, nonché olezzi raramente apprezzati in caso di scambi di acrobazie intime che non sto a descriverti ma che puoi facilmente immaginare. Il problema però è che la letteratura epidemiologica come causa di aumento della temperatura scrotale e variazione della funzione testicolare è inconsistente.
Ecco allora l'importanza di questa ricerca, che ha implicato 656 maschi di coppie che si sono rivolte a un centro della fertilità per ricevere trattamenti contro la sterilità (anche perché il contrario sarebbe stato strano).
I partecipanti alla ricerca avevano in media 35,5 anni (32,0 a 39,3) e un BMI, o indice di massa corporea, di 26,3 (24.4 a 29,9) kg/m2. Circa la metà (53%; n=345) hanno affermato di portare regolarmente dei boxer. Gli uomini che hanno affermato di portare regolarmente dei boxer (questa poco elegante ripetizione non è mia, è degli autori) hanno una concentrazione spermatica più alta del 25% (95% CI = 7, 31%), un numero più alto di spermatozoi del 17% (95% CI = 0, 28%) e livelli di siero FHS più bassi del 14% (95% CI = −27, −1%) rispetto a quelli che hanno affermato di non portare boxer. Una precisione: non che io sappia cosa vogliono dire le cose tra parentesi, ma mi sembravano belle, allora le ho copiate.
I risultati della ricerca, specificano ancora gli autori, implicano che alcuni tipi di biancheria intima maschile (vedi gli orridi slip), compromettono la spermatogenesi e aumentano la secrezione di gonadotropina, il che pare non sia cosa buona in caso di desiderio di riproduzione.
Che dire? Tutto questo è estremamente interessante. Certo, possiamo limitarci a rammaricarci che il babbo di Matteo Salvini non abbia portato slip, magari di una misura inferiore al dovuto, ma vabbè. Per quanto mi riguarda, mo' che la scienza mi ha confermato che quella mia decisione di quasi 40 anni fa è stata saggia, vado a farmi una bella doccia, ché ormai sono passate le 9 e mezzo e qui sul balcone la temperatura continua a salire. Dopodiché un buon caffè non me lo toglie nessuno.

martedì 17 luglio 2018

Zakir



È solo un piccolo aneddoto, ma che mi ha reso felice.
Ieri ero all'Empoli Jazz Festival per il concerto di Dave Holland, Chris Potter e Zakir Hussain. Ci ero andato soprattutto per Hussain, musicista che amo molto ma che non avevo mai sentito dal vivo.
Il direttore del festival, Filippo d'Urzo, mi aveva indicato l'ora prevista per il sound-check, che è sempre un momento nel quale si possono fare foto più informali di quelle durante il concerto. Siccome, viste le previsioni meteo, la serata era stata spostata al chiuso, alle 18 sono arrivato al Teatro del Momento. I musicisti però, che avevano mancato una corrispondenza aerea, sono arrivati più di un 'ora dopo. Oltre tutto, pochi minuti prima del loro arrivo mi è stato detto che preferivano non essere fotografati durante il sound-check, quindi ho rimesso la macchina fotografica nello zaino e me ne sono andato. Ero lì fuori a chiedermi come avrei occupato le due ore seguenti, quando ho visto arrivare Zakir Hussain. Si guardava intorno, cercando l'ingresso degli artisti, che non è indicato perché in realtà è l'ingresso di un chiostro attraverso il quale si accede a un museo. Ho spiegato a Hussain da dove doveva passare, poi però non ho resistito e gli ho chiesto se poteva concedermi due minuti perché volevo raccontargli una storia. Ecco la storia.
Una trentina di anni fa ero in India per una piccola tournée con il mio Ubu re. Quella sera avevo fatto spettacolo a Hyderabad, capitale dell'Andhra Pradesh. Alla fine dello spettacolo il direttore dell'Alliance Française, co-organizzatrice della tournée, mi aveva portato a cena in uno dei ristoranti dell'Hotel Oberoi con alcuni amici indiani. Ero salito in macchina e all'accensione del motore era partito un CD.
Era una musica strana, che non conoscevo, con un sassofonista, un chitarrista, un flautista e un tablista. A quei tempi ascoltavo rock, folk e classica, soprattutto Schubert. Incuriosito, avevo chiesto cosa fosse quella musica e il direttore dell'Alliance me lo aveva spiegato.
Tornato in Francia una decina di giorno dopo, mi ero ricordato di quell'ascolto e avevo deciso di tentare il colpo. Ero andato al reparto CD del Virgin megastore di Marsiglia e avevo parlato con un venditore:
Sto cercando un CD di cui non ricordo né il titolo, né i nomi dei musicisti. So solo che sono in quattro, due europei e due indiani, e che uno dei due europei è quel chitarrista inglese di cui mi sfugge il nome, che vive con una delle due sorelle Labèque [che sono un duo pianistico classico francese che allora andava per la maggiore oltralpe].
Naturalmente non mi aspettavo la risposta che ricevetti:
Ah, sì, Making Music, di Zakir Hussain.
Making Music è un bellissimo CD, che ascolto ancora spesso: Jan Garbarek ai sax, John McLaughlin alla chitarra, Hariprasad Chaurasia al flauto bansuri e Zakir Hussain ai tabla.
Quel CD, ho spiegato a Hussain, mi aveva aperto le porte delle due musiche che oggi amo di più, il jazz e la musica classica indiana. E gli ho detto quanto fossi felice di poterlo ringraziare di persona, tanti anni dopo, per avere cambiato la mia vita. Perché la musica ti cambia la vita
Ci siamo stretti la mano, lo ringraziavo, e lui thank you, thank you, thank you, ringraziava me, e si è inchinato e ha portato la mia mano e la sua alla fronte dicendo thank you, oh, you made my day. E io lì a ringraziare lui e il tempo si è fermato ed è stato uno di quei momenti in cui ti senti così felice che ti viene voglia di metterti a ballare, semplicemente perché hai appena avuto la conferma di ciò che sospettavi, che quell'immenso musicista è anche una bella persona e che tu hai avuto il privilegio di fargli un piccolo regalo.
Più tardi, dopo il concerto, mi ha visto e si è avvicinato. Thank you for the story you told me e mi ha stretto la mano e mi ha abbracciato, manco fossimo stati amici da trent'anni. E io me ne sono tornato verso la macchina, sotto la pioggia, con sulla faccia un sorriso che andava da orecchio a orecchio.

domenica 15 luglio 2018

La lista dei miei libri



Non ricordo quando ho iniziato a tenere traccia sul computer di tutti i libri che leggevo o che avevo letto. Ma il mio amore per le liste, che magari è più una mania, se non un'ossessione, mi ha portato già anni fa a ordinare i miei libri in un file Excel, dove ogni titolo è messo in ordine secondo:
  • autore
  • titolo
  • lingua nella quale il libro è strato scritto
  • lingua nella quale l'ho letto
  • anno dell'acquisto
  • voto di preferenza
  • genere.
Aggiungendo alla lista il libro che ho appena finito di leggere (The Six Numbers, di Martin Reese), mi sono accorto che ero arrivato a 2028 titoli. Il fatto che il 2028 sarà un anno bisestile che incomincerà con un sabato non mi appare rilevante, quindi non ne parlerò.
Siamo giusti: 138 di quei libri non li ho letti. Alcuni perché mi sono stati regalati in lingue che non leggo (come Dopóki bonie nie płacze, in polacco, o Svět loutek, in ceco), altri perché erano vecchi libri di autori stranieri tradotti in italiano molti decenni fa in maniera orrendamente pomposa (come i quattro volumi delle Opere complete di Goethe, ereditati alla morte della zia Emi), altri ancora perché… boh, non li ho letti e basta.
Restano comunque più di 1850 titoli. Dal punto di vista cronologico, due non li ho di sicuro comprati io: il primo è un Pinocchio edito nel 1955 da Vallecchi, con delle bellissime nonché deliziosamente datatissime illustrazioni di Leo Mattioli, e con sulla seconda pagina la scritta Omaggio Azienda di cura Montecatini Terme, dove mio nonno Giovanni mi portò una volta, quando avevo 5 o 6 anni; il secondo è un Robinson Crusoe dei Fratelli Fabbri Editori, anche lui del '55, con quattro illustrazioni in stile fumettistico di Giuseppe Bartoli.
Assenti, ahimé, dalla lista sono i numerosi Urania e Gialli Mondadori che mi sono letto a bizzeffe tra i 13 e i 16 anni, più altre cose ormai dimenticate.
Visto che a ogni libro assegno un voto da 0 a 10, mi ha divertito constatare che a quattro libri ho assegnato uno 0:
  • Serbie, di Patrick Besson
  • La pyramide assassinée, di Christian Jacques
  • À nous deux, Manhattan, di Judith Krantz
  • Polonia, di James Michener.
L'unico dei quattro di cui abbia un vago ricordo è Serbie, orrido pamphlet pro-serbo pubblicato durante l'assedio di Sarajevo. Degli altri tre ricordo solo che erano scritti così male che mi erano caduti dalle mani dopo una ventina di pagine.
All'altra estremità, ho dato un bel 10 a ben 29 titoli:
  • Mahabharata, di anonimo
  • Storia dei paladini di Francia, di anonimo, che mi fu regalato anni fa da Mimmo Cuticchio
  • The Narrow Road to the North and Other Travel Sketches, di Bashô
  • Decameron, di Boccaccio
  • 108 racconti, di Buzzati
  • La vita, di Cellini
  • Il Conte di Montecristo, I tre moschettieri, Vent'anni dopo e Il Visconte di Bragelonne, di Dumas
  • Orestiade, di Eschilo
  • I disastri della guerra, di Goya
  • Lo zen e il tiro con l'arco, di Herrigel
  • Histoire universelles des chiffres, in due volulmi, di Georges Ifrah
  • Opere complete, in tre volumi, di Jarry
  • Poesie, di Michelangelo
  • Lolita, di Nabokov
  • Iliade, di Omero
  • Tutte le opere di Shakespeare
  • Teatro completo di Sofocle
  • Il giro del mondo in 80 giorni, Viaggio al centro della Terra, Ventimila leghe sotto i mari e Michele Strogoff, di Verne
  • Lettere a un giovane poeta e Il testamento, di Rilke
  • Il caos e l'Armonia, di Trinh Xuan-Thuan
  • Mattatoio n° 5, di Vonnegut
  • Foglie d'erba, di Whitman
La cosa che mi stupisce è che, a parte forse la poco nota raccolta di poesie di Michelangelo alla quale avevo messo un 10 per l'importanza che quella lettura aveva avuto per me verso l'età di 16 anni, sono ancora abbastanza d'accordo su tutti gli altri titoli. Probabilmente oggi trasformerei in 10 qualcuno dei 239 9, ma va bene così. Le liste, tutte le liste, sono legate al momento particolare nel quale vengono stilate e non è mai bello modificarle col senno di poi. Ciò che è bello è andaresele a riguardare di tanto in tanto. Aiuta a capire un po' chi sei stato e quindi magari un po' chi sei diventato. Il che è sempre utile.

mercoledì 11 luglio 2018

Robe da dylaniani



In origine The Basement Tapes è un doppio LP firmato da Bob Dylan e The Band e pubblicato nel 1975 dalla Columbia Records. Contiene 24 pezzi, cantati in parte da Dylan e in parte da Rick Danko e Levon Helm, della Band. In realtà quei pezzi, più un'altra ottantina, furono registrati nel 1967. Perché allora aspettare otto anni per pubblicarli?
In un certo senso tutto era incominciato il 29 luglio del '66. Dylan se ne stava tornando a casa in moto, una Triumph T100 del '64, quando, forse a causa di una macchia d'olio sull'asfalto, perse il controllo e si schiantò, fratturandosi una vertebra. L'incidente fu tenuto segreto, ma portò comunque all'annullamento di un paio di tournée.
Era ormai un anno che Dylan girava e registrava con la Band, che all'inizio si chiamava ancora The Hawks. I cinque componenti, tutti canadesi, si erano scelti quel nome quando erano diventati gli accompagnatori ufficiali di Ronnie Hawkins, soprannominato The Hawk, il falco, un cantante di rock, rockabilly, country e bluegrass, originario dell'Arkansas, ma trapiantato in Canada. Dylan li aveva sentiti in un locale di Toronto, Le Coq d'Or Tavern, e aveva ingaggiato prima il batterista Levon Helm e il chitarrista Robbie Robertson, poi l'insieme della band per quelle che sarebbero state le sue prime tournée elettriche.
Oggi può sembrare strano, ma nel '65 e nel '66, sera dopo sera e concerto dopo concerto, sia negli Stati Uniti che in Europa e in Australia, i fan, che conoscevano Dylan come cantante folk “impegnato”, lo fischiavano, gli urlavano “traditore!”, “Giuda!”, “venduto!” e altre amenità che lo lasciavano peraltro totalmente indifferente. Gli amanti del folk vedevano con grande diffidenza la musica che andava per la maggiore, sia quella dei Beatles, dei Rolling Stones, delle Supremes, dei Mamas and Papas, o di Sonny & Cher, che quella psichedelica che incominciava a farsi strada e avrebbe travolkto tutto in breve tempo. Per i puristi, che “il menestrello della sua generazione” si fosse messo a suonare la chitarra elettrica era semplicemente scandaloso e inaccettabile.
Tra l'ottobre del '65 e il marzo del '66, due membri della Band, il bassista Rick Danko e il chitarrista Robbie Robertson (che magari non c'entra niente però era figlio di un'indiana mohawk e di uno scommettitore professionista di origine ebraica), avevano accompagnato Dylan durante le registrazioni del mitico doppio LP Blonde on Blonde, quello con Just Like a Woman, Sad-Eyed Lady of the Lowlands, Rainy Day Women #12 & 35 e altri capolavori.
Sta di fatto che l'incidente in moto mise fine a quel periodo caotico fatto di tournée, di fischi, urla e insulti, e di polemiche a non finire. Dylan si ritirò dalla scena, anzi dalle scene, visto che non apparve più in pubblico per otto anni, fino al gennaio del '74.
È così che nel '67 se ne andò a vivere con la famiglia, cioè la moglie Sara e i primi due figli, Jesse Byron e Anna Lea, dalle parti di Woodstock, 150 chilometri a nord di New York.
Allo stesso momento tre membri della Band, il bassista Rick Danko, il tastierista Garth Hudson e il cantante e tastierista Richard Manuel, presero in affitto una casa isolata, a una quindicina di chilometri da Woodstock, sul territorio del paesino di Saugerties. Hudson, al quale piaceva armeggiare con microfoni, registratori e amplificatori, improvvisò uno studio di registrazione del tutto amatoriale, prima nella red room del primo piano (che rossa non era, ma si diceva lo fosse stata un tempo) e più tardi nella cantina.
Senza un vero piano di lavoro, Dylan e la Band, presero l'abitudine di ritrovarsi per provare cose nuove, oppure nuove versioni di cose vecchie, registrandole sul magnetofono rigorosamente mono di Hudson.
Nel frattempo l'editore delle musiche di Dylan continuava a chiedergli nuove canzoni da dare ad altri gruppi, visto anche il successo che i Byrds avevano avuto con Mr. Tambourine Man e All I Really Want to Do, oppure Peter, Paul and Mary con Blowin' in the Wind e The Times They Are a-Changin'.
Ma l'essenziale lo ricorda Robbie Robertson in un'intervista di qualche anno fa:
[Suonavamo quella musica] solo per noi. Eravamo in cerchio e l'idea che fosse possibile fare quella musica e registrarla dicendoci che non importava se nessuno l'avesse mai sentita, era eccitante. Era così strano e così grandioso suonare tutte quelle canzoni. La libertà musicale delle Basement Tapes forse non è stata più raggiunta da nessuno fino a oggi.
In un'altra intervista Robertson, parlando del fatto di registrare in casa, ricorda:
Oggi lo fanno tutti. Ma a quei tempi la cosa era molto rara. Les Paul l'aveva fatto, ma tutti gli altri, per fare un disco, andavano là dove si fanno i dischi […], dove c'è un grosso orologio al muro e un membro del sindacato che ti dice che è arrivata l'ora della pausa pranzo.
Garth Hudson racconta a sua volta come alcune delle canzoni fossero nate direttamente sul posto: Dylan si metteva alla macchina da scrivere, scriveva un testo, poi tutti scendevano in cantina, trovavano una melodia e registravano. Tutto lì.
La cosa andò avanti per mesi. Alcune registrazioni vennero date all'editore musicale di Dylan, altre finirono qua e là, dimenticate per anni. In un filmato su YouTube si vedono perfino dei vecchi nastri che fanno capolino da una vecchia scatola di cartone con su scritto Cantina Sociale Colli Albani – Ariccia. Poco per volta però qualche furbetto riuscì a procurarsi delle copie di alcune registrazioni ed è così che iniziarono a circolare i primi bootleg. Fino a quando, nel '74, la Columbia decise di farne un doppio LP.
Quello che non sapeve o che ho scoperto un po' per caso su internet una decina di giorni fa à che nel 2014, dopo un lungo lavoro di ricerca e di restauro, la Columbia ha pubblicato un cofanetto di 6 CD, intitolato The Basement Tapes Complete, che comprende 138 Pezzi. Non sono 138 canzoni, perché 17 sono in due versioni e 3 in 3. Ma ciò che conta è che il cofanetto è una meraviglia da tutti i punti di vista. Innanzitutto, viste le sue dimensioni (22x21x4 cm) bisognerebbe chiamarlo cofanone piuttosto che cofanetto. Poi il libro cartonato di 40 pagine che contiene i 6 CD e quello di 122 pagine che lo accompagna sono estremamente interessanti sia per l'iconografia e l'impaginazione che per le informazioni che offrono. E poi c'è la musica! Una musica spontanea, senza fronzoli, improvvisata, calda come la copertina di Linus, intelligente, autentica. Una goduria totale.
E se credi che il prezzo del cofanone, che supera di poco i 100€, sia eccessivo, beh, continua pure a comprarti delle mutande griffate. Peggio per te. Io il ,mio cofanone ce l'ho e sono felice come una Pasqua.
Adesso ti lascio e vado a riascoltarmi il CD 3, quello con le due versioni di I Shall Be Released. E magari mi faccio pure un buon caffè.

lunedì 25 giugno 2018

Tournée

Ubu e io, anni '80

Ritrovo in mezzo a scartoffie dimenticate un foglio di carta con su scritte a matita le date della mia prima tournée teatrale extraeuropea. Correva l'anno 1986.
20/10 – Surabaya
22/10 – Balikpapan (Borneo)
24/10 – Giacarta
28/10 – Bangkok
31/10 / 2/11 – Saigon (x3)
8/11 – Kuala Lumpur
12/11 – Singapore
17/11 – Rangoon
Avevamo preso un aereo da Parigi a Copenhagen e da lì a Giacarta, dove eravamo rimasti due o tre giorni visitando templi e musei. Poi altro aereo per Surabaya (sì, quella del Surabaya Johnny di Brecht/Weill). Il mio primo giro in rickshaw, la mia prima pagoda, la mia prima moschea. Nessun ricordo dello spettacolo. 
L'indomani, piccolo bimotore verso l'isola del Borneo, con atterraggio su una pista in terra battuta. Montaggio e spettacolo con un'umidità e una temperatura pazzesche, 1° a sud dell'equatore. Dormiamo in tre nella lussuosa Country House del villaggio Elf (o forse Total) e ognuno di noi ha un cameriere a sua disposizione esclusiva. Siesta in amaca, con whisky & soda al risveglio. Cena francese con il capo dell'Elf (o Total) e un ottimo camembert, che mangiato al Borneo fa molto strano, ma non importa. Altro giorno libero, gita in barca a motore lungo un fiume che si infila nella giungla. Alberi pieni di scimmie e di orchidee parassite, coloratissime (le orchidee, non le scimmie). Ogni tanto una capanna, con bambini seminudi che salutano con la mano, tipo Regina Elisabetta. Commetto l'errore di restare forse un'ora a testa nuda e la mia pelata si trasforma in una specie di carta geografica di un arcipelago di isole rosse che diventereanno marroni già dall'indomani.  
Di nuovo a Giacarta. Altri due giorni liberi. Altro spettacolo in una sala senza aria condizionata, da morire. Altro giorno libero, musei, mercati, poi via verso Bangkok.
Anche qui due giorni liberi. Pagode, templi, mercato sull'acqua, aperitivo all'hotel Oriental, dove le suite hanno nomi di scrittori che ci hanno abitato (Conrad, Hugo, Greene, Kipling, ecc.). Inquinamento, rumore, folla, ogni genere e tipo di prodotti taroccati. Mi compro una camicia e il venditore mi chiede che nome di marca deve cucire nel colletto, oppure sul taschino. Grazie, va bene anche senza.
1l 29, aereo per Saigon, o Ho-Chi-Minh, come preferisci, per un'intera settimana. Incredibile balletto di decine, forse centinaia di migliaia di biciclette (rimpiazzate qualche anno dopo da motorini cinesi), poche macchine, foto di Juliette Gréco sul muro del ristorante dell'albergo, polizia dappertutto, rickshaw, venditori ambulanti, bonzi, mercati affollatissimi, angoscia di vecchio militante contro la guerra in Vietnam. Gita organizzata al mare di Vung Tau, ragazzi che cercano di parlarci ma che vengono subito allontanati dai nostri “accompagnatori” (in realtà commissari politici), gigantesca sbronza di vodka. Incomincio a chiedermi se sono un marionettista o una rock-star. In aeroporto facciamo il check-in al banco dell'Air France, poi andiamo a sederci in sala d'aspetto. Arriva uno dell'Air France, ci chiede i biglietti, c'è un problema?, non si preoccupi, torno subito, e complimenti per lo spettacolo di ieri sera. Torna, ci ridà i biglietti. Al momento dell'imbarco verifico, scopro che i biglietti sono cambiati, viaggeremo in prima classe. Urca. E merci, Air France.
Kuala Lumpur, Malesia. Grattacieli in costruzione dappertutto, spettacolo e poi cena con il Viceré (manco sapevo che avessero un re, in Malesia). Malesi, cinesi, indiani, incroci, meticciamenti, le donne più belle del mondo, torcicollo assicurato. Lunga serata, da night-club a night-club con la limousine del Principe Abdul, accolti ovunque come VIP. Donne sempre più belle, Abdul che mi dice "Massimo, sèrviti pure...", ma non ce la faccio proprio a farmi pagare una ragazza da un principe malese. Regent Hotel, con il letto più largo in cui abbia mai dormito. Risveglio, doccia, poi giù in accappatoio fino alla piscina del decimo piano, qualche tuffo, prima colazione ai bordi della piscina, per l'uovo alla coque quattro minuti, grazie. Visita al museo del durian, che è il frutto più puzzolente del mondo — tipo formaggio iperstagionato in barili di ammoniaca, ma peggio —, però i malesi lo adorano.
Tre o quattro giorni a Singapore, città-Stato pulitissima e ubuesca. Severamente vietato attraversare fuori dalle striscie, vietato far cadere cenere di sigaretta sul marciapiede, vietato tutto, anche se poi il tassista ti offre prostitute o, se preferisci, bambini. Altro hotel di superlusso, con giardino incredibile. Questa non è più una tournée teatrale, è un viaggio da milionari interamente pagato coi soldi dei contribuenti francesi. Infatti non mi ricordo nemmeno dello spettacolo. Negozi e negozi e negozi di elettronica duty-free, mi compro un walkman e una cassetta del quartetto La Morte e la fanciulla di Schubert. Singapore è così deprimente che la sera, al ristorante dell'hotel, ordino una bottiglia di Borgogna (Gevrey-Chambertin, se non sbaglio), anche se mi costa un monte e mezzo. Fanculo.
Ultima tappa, una settimana a Rangoon, Birmania. L'aereo per arrivarci è piccolo e siccome noi io, il mio assistente Daniel e altre due compagnie di teatro di figura abbiamo in tutto 18 o 19 casse con dentro il nostro materiale, all'ultimo momento gli operai della compagnia aerea birmana smontano una dozzina di sedili e caricano le casse in cabina. Per i dodici viaggiatori messi a terra che problema c'è? Nessuno: partiranno con il prossimo aereo, tra una settimana. Mi vergogno come un cane.
Altro spettacolo con temperatura e umidità disumane. Intervista mattutina nei locali del Daily Worker, quotidiano inglese situato all'interno del palazzo del Ministero degli Interni, così è più comodo da sorvegliare. Lussuosissimo pranzo nel migliore ristorante della città in compagnia del fottutissimo Ministro della Cultura. Impossibile e semplicemente vietato uscire dall'hotel senza scorta. È per il nostro bene, ci dicono, è pericoloso andare in giro da soli. Visita della grande pagoda di Shwedagon (meraviglia!), accompagati da soldati che non esitano a colpire con il manico del fucile chiunque cerchi di avvicinarsi. Ultimo giorno, dobbiamo partire per l'aeroporto alle 11 del mattino, riesco a sgattaiolare fuori poco dopo le 5, me ne vado in giro da solo per la città, torno alla grande pagoda, compro una statuetta di legno di sandalo, torno in albergo verso le 10, ci sono poliziotti e militari nel panico, mi cercano da ore, ma, signori miei, sono un invitato ufficiale, non potete farmi niente, andate a farvi fottere.
Aereo per Singapore, poi da lì a Bangkok. Sei ore di attesa. Da Bangkok a Parigi, da Parigi a Roma, da Roma a Palermo con due ore di ritardo, in tutto 22 ore di viaggio. Ma non ci posso fare niente: domani ho uno spettacolo nel teatrino di Mimmo Cuticchio.
Bei tempi.

lunedì 4 giugno 2018

Ateismo e teismo

Jim Al-Khalili, fisico ed ex-presidente della British Humanist Association

Se non credi in una qualsiasi religione sei un ateo. L'unico parola italiana che hai per definirti è quella: ateo. Una parola che incomincia con un a privativo. Come se non credere in una divinità facesse di te qualcuno a cui manca qualcosa.
Lo stesso vale per il francese, mentre l'inglese ci offre un'altra possibilità, quella della parola “humanist.”
Humanist” non è traducibiole con umanista. Dovrebbe esserlo, ma non lo è. In italiano un umanista, secondo il vocabolario Treccani, è un insegnante di lettere classiche, oppure un rappresentante dell'umanesimo del XV e XVI secolo.
A me secca sempre molto definirmi ateo, proprio per via di quella a iniziale, perché non ho per nulla la sensazione di mancare di qualcosa. Mi pare che sia chi “crede” che dovrebbe essere definito teista. E lo dico senza nessuna acrimonia. Che qualcuno “creda” in una potenza soprannaturale non mi dà fastidio. Tutt'al più mi fa sorridere, come mi fanno sorridere gli oroscopi, le predizioni di Nostradamus, o la psicanalisi.
Lo sviluppo della scienza, ovvero della conoscenza, fa sì che, secondo tutti i dati disponibili, ci siano nel mondo sempre meno teisti e sempre più “humanist.” Che poi varie religioni tendano oggi a un'indiscutibile radicalizzazione, mentre altre vanno diluendosi è un altro discorso. Il cammino verso un non teismo maggioritario è ancora lungo, ma appare sempre più inesorabile. Da secoli le religioni tentano di contrastarlo, insistendo sulla correlazione, del tutto mendace, tra religione e morale, come se le due cose fossero intrinsecamente legate l'una all'altra. Lo fanno mettendo da parte la storia di tutte le guerre di religione, dei placet pontifici alle Crociate, alla schiavitù, alla conversione forzata, all'esclusione dei non credenti. Lo fanno difendendo la sacralità del matrimonio, la superiorità degli scritti “divini” sulla scienza, impadronendosi sfacciatamente di concetti come la compassione, la pietà, o l'amore, arrampicandosi sui vetri della pseudo compatibilità tra l'idea di creazione divina e teoria dell'evoluzione. Lo fanno, almeno per quanto riguarda il cristianesimo, ingoiando un rospo dopo l'altro, affermando che ciò che è scritto nero su bianco nel loro libro sacro — e che è contrario all'evidenza scientifica — va preso in senso allegorico, mentre per secoli ce l'avevano venduto come verità assoluta.
Discutere di religione con un teista può essere faticoso. Prima o poi viene sempre fuori che loro, i teisti, Dio lo “sentono” nel cuore. Non importa che quel sentimento non sia dissimile da molti altri, altrettanto indimostrabili ed errati. Non abbiamo tutti “sentito” per millenni che il Sole girava intorno alla Terra? Che pregare per la pioggia aveva un senso? Che il cuore era il centro dei sentimenti? Che il coraggio ci veniva dal fegato? Che i lampi li scagliava Zeus? Che il passaggio di una cometa era un segno divino? Che la “fortuna” e la “sfortuna” decidevano almeno in parte delle nostre vite? Non abbiamo dato per millenni importanza a mille altre baggianate che la conoscenza scientifica ci ha insegnato poco per volta a trattare come superstizioni? Eppure non c'è niente da fare: il bisogno di aggrapparsi a spiegazioni facili quanto illusorie resta ancora una caratteristica della nostra specie. È un danno collaterale della nostra evoluzione. Ma se consideriamo la relativa giovinezza dell'homo sapiens, visto che 2 o 300.000 anni sono davvero poca cosa davanti agli 85 milioni di anni dell'esistenza dei mammiferi, quel danno collaterale appare solo come un problema adolescenziale. Il teismo è l'acne giovanile dell'homo sapiens.
Due sondaggi della Gallup, uno del 2005 e uno del 2012, che hanno raccolto le opinioni di più di 50.000 persone in 57 paesi del mondo, offrono informazioni interessanti.
  1. Innanzitutto, il 59% degli intervistati si dichiara religioso, il 23% non religioso e il 13% ateo. Già queste cifre dovrebbero fare riflettere tutti quelli che credono che il teismo sia una specie di componente genetica dell'essere umano.
  2. La religiosità è più presente tra i poveri e diminuisce man mano che il benessere aumenta — e questo è vero sia mettendo a confronto paesi poveri e paesi ricchi che individui appartenenti ai ceti poveri o ricchi in uno stesso paese.
  3. In soli sette anni, il numero di persone che si dichiarano religiose è diminuito nel mondo del 9%, mentre quello degli atei è aumentato del 3% (rispettivamente 1% e 2% in Italia).
  4. Nel 2012 i tre paesi più religiosi erano Ghana, Nigeria e Armenia, mentre i tre meno religiosi erano Cina, Giappone e Repubblica Ceca. Le tre regioni mondiali più religiose erano l'Africa (89%), l'America Latina (84%) el'Asia del Sud (83%). La meno religiosa era l'Asia del Nord (17%), seguita dall'Asia dell'Est (39%) e dall'Europa Occidentale (51%).
Purtroppo noi — tu che leggi e io che scrivo — non ci saremo più da molto tempo quando i nostri lontani discendenti racconteranno con un sorriso che i loro avi credevano nell'esistenza di esseri supremi. Lo faranno sorridendo, nello stesso modo in cui noi oggi sorridiamo alla storia di Giosuè che chiede a Dio di fermare il Sole durante durante la battaglia di Gerico, o a quella, parallela, di Krishna che fa risorgere il Sole già tramontato durante la battaglia di Kurukshetra. Non che quelle storie non abbiano una loro bellezza e un loro valore mitologico. Forse i nostri avi continueranno a raccontarle. Magari non racconteranno più che la donna è stata creata dalla costola di un uomo, o che un profeta ha cavalcato un cavallo alato che gli ha fatto fare in una notte i 1500 chilometri dalla Mecca a Gerusalemme. Chissà… 
Ma non è solo per ottimismo che credo che un giorno (lontano) non ci saranno più religioni. Lo credo perché sono sicuro che alla lunga la ragione, la scienza e la conoscenza ci permetteranno di liberarci dagli orpelli delle superstizioni che troppo spesso ci impediscono ancora di comportarci da mammiferi davvero ragionevoli e ragionanti. Non è perché il cammino è lungo che si deve rinunciare a percorrerlo.

martedì 29 maggio 2018

Che ora è?


Un'oretta fa stavo camminando per la campagna e stavo ascoltando Bob Dylan. Il fatto che stessi ascoltando Bob Dylan non c'entra niente con ciò che sto per scrivere, è solo una scusa per poter dire che il triplo CD “Triplicate” è davvero molto bello.
Dunque, stavo camminando per la campagna, quando mi sono chiesto quale fosse in quell'istante la “vera” ora. Sarà perché avevo appena guardato l'orologio? Sarà perché avevo appena ascoltato “As Time Goes By”, che è una delle canzoni che ci sono nel bellissimo triplo CD “Triplicate” di Bob Dylan? Non lo so. E non importa.
Ciò che importa è che anche solo chiedersi che ora sia per davvero nella campagna Toscana o in qualsiasi altro posto non ha senso perché: 1) non esiste una “vera” ora e 2) perché non esiste nemmeno il tempo (v. Carlo Rovelli, “L'ordine del tempo”, Adelphi 2017; sennò puoi sempre guardarti questo breve video: https://www.youtube.com/watch?v=bWTFwYbscnk).
D'accordo, il tempo non esiste, però ci fa comodo pensare che esista ed è per questo che diciamo che sono le 11 del mattino o le 3 di notte. Nella nostra idea convenzionale di tempo, sappiamo che ora è basandoci su tutta una serie di, per l'appunto, convenzioni, tra le quali quella secondo cui l'ora di riferimento è quella del meridiano di Greenwich. Quella particolare convenzione diventò necessaria nell'800 con l'arrivo delle ferrovie. Fino ad allora l'ora di Glasgow e quella di Londra, tanto per prenderne due a caso, erano diverse. Ma visto che i treni permettevano di spostarsi molto più rapidamente dei cavalli, sembrò logico e pratico poter sapere, guardando un orario ferroviario, non solo l'ora di partenza da Glasgow e quella di arrivo a Londra, ma anche la durata del viaggio. L'ora di Greenwich, detta anche ora Zulu perché la maggior parte delle marine militari del mondo usano l'ora di Greenwich come riferimento quando sono in viaggio e si riferiscono al meridiano di Greenwich con la lettera Z, fu adottata dalle ferrovie inglesi nel 1847.
Io però un'oretta fa non stavo camminando nel Parco di Greenwich e nemmeno nel Parco Mudchute, che come tutti sappiamo si trova giusto dall'altra parte del Tamigi rispetto al noto osservatorio, bensì in Toscana, in un posto, se vogliamo essere precisi, un po' più di 11° a est e un po' meno di 8° a sud di Greenwich. Entrambe le misure, quella inerente alla longitudine e quella inerente alla latitudine, dovrebbero essere prese in considerazione, almeno teoricamente, al fine di determinare la “vera” ora in un momento dato. C'è però anche una terza cosa che dovrebbe essere presa in considerazione, visto che anche l'ora di Greenwich è più o meno “vera” a seconda del momento dell'anno. L'inclinazione dell'asse terrestre (23° 27'), grazie alla quale almeno nelle zone temperate godiamo di quattro stagioni, fa sì che l'ora “vera” cambi anche lei e che non sia “vera vera” che una volta all'anno (o forse due, non sono sicuro). Così, se il fatto di essere più a est di Greenwich fa sì che l'ora “vera” della Toscana sia più avanzata di quella di Greenwich, il fatto di essere più a sud aumenta ulteriormente, oppure diminuisce quella differenza a seconda della stagione.
Vabbè, mi dirai, ma kissenefrega?
Non lo so. Forse però tutto questo può aiutarci a capire che non c'è niente di “vero vero” al mondo e quindi faremmo meglio a prendere tutto con un po' più di calma. A cominciare, almeno in questi giorni, dalle fesserie di Di Maietto e le turpitudini di Salvinazzo.
Sai cosa? Mo' mi faccio delle trenette al pesto, magari ascoltandomi uno dei tre CD dell'ottimo “Triplicate” di Bob Dylan.