lunedì 24 settembre 2018

Ti scrivo dal mio ufficio



Ciao.
Ti scrivo dal mio ufficio. Se vuoi, puoi passare a salutarmi. L'indirizzo è 31 Caroline Street North, Waterloo, Ontario - Canada N2L 2Y5. Semplice, no? Quando arrivi non lasciarti intimidire dalla scritta in lettere di bronzo sopra la porta d'ingresso:
Come tutti sappiamo vuole semplicemente dire che nessuno che non si interessi alla geometria entri qui
So già cosa obietterai con la tua aria da saputello, mi dirai che quella citazione è sbagliata, che la scritta che appariva sopra la porta d'ingresso dell'Accademia di Platone diceva in realtà che nessuno non portato per la geometria entri qui. Ma così dicendo avrai solo perso un'altra occasione di tacere, visto che la sostituzione di nessuno che non si interessi alla geometria con nessuno non portato per la geometria è voluta. Voluta da chi? Dai fondatori del Perimeter Institute, che, come lo spiega una scritta all'interno della porta, ci tenevano a far sapere che il loro lavoro lo svolgono per condividere la gioia delle loro scoperte con l'insieme della comunità.
Già, perché è qui che mi trovo, al Perimeter Institute for Physical Research di Waterloo, nell'Ontario, un centro di ricerca sulla fisica quantistica tra i più importanti al mondo. E mi hanno dato un ufficio tutto per me, il 267, al secondo piano — che per noi sarebbe il primo, ma non importa — anche se starò qui solo quattro giorni e anche se sono solo un guitto itinerante. Questi fisici sono pazzi.
Ma anche molto gentili, tant'è che quello che mi ha preceduto in questo stesso ufficio, usato solitamente dai fisici di passaggio, mi ha lasciato sulla lavagna tutta una serie di equazioni, sperando forse che le avrei risolte per il bene comune. Mmmhhh…
Tanto per darti un'ulteriore idea di quanto i fisici siano pazzi, se sono qui lo devo alla splendida Krista Blake, che svolge ufficialmente il compito di Catalizzatrice delle arti, della cultura e dell'immaginazione. Insisto: non è che sia lei che dice che quello è ciò che fa di mestiere, è proprio il suo titolo ufficiale: Catalyst of the Arts, Culture and the Imagination. Te lo immagini un titolo così in un'università nostrana?
Questa mia piccola tournée nordamericana, con tre date, due in altrettanti college dello Stato di New York e una qui in Canada, più che un sogno è una cosa che non avrei mai nemmeno osato sognare quando, più di dieci anni fa, mi è venuta l'idea di lavorare a un racconto sulla fisica. Già fare la prima dello spettacolo in occasione del festival della scienza di Genova era stato eccitante, ma qui, più che un bambino in un negozio di caramelle mi sento come un bambino al quale il negozio di caramelle l'hanno regalato. E più che un negozio è tutto un  centro commerciale ed è pieno solo di caramelle.
Ed eccomi qui, seduto a scrivere, con fuori dalla finestra il laghetto del Waterloo Park, mentre dal computer, piano, per non disturbare i vicini, escono le note del bellissimo CD del 2013 Hagar's Song, di Charles Llloyd e Jason Moran. 
Mi viene voglia di starmene qui a non far niente, solo a godermi questi momenti. Oltretutto il pass che ho in tasca mi dà accesso al Perimeter giorno e notte, quindi mi sa che stanotte dormirò qui, per terra. Ma forse prima andrò a comprarmi una grossa catena e mi legherò a non so bene cosa ma a qualcosa, perché io qui ci voglio restare per sempre, voglio mangiare tutti i giorni al Black Hole Bistro, il Caffè del buco nero, anche solo per le cose che quelli che lo gestiscono mettono su internet. In questo momento suggeriscono il rinfrescante sciroppo di menta in questi termini:
I neuroni incaricati di sentire il freddo emettono una proteina chiamata TRPM8. Quando questa proteina raffredda si apre come un portone e lascia entrare gli ioni presenti nell'aria dentro il neurone. Il cambiamento della carica elettrica all'interno del neurone e il messaggio “ricettori di freddo attivati!” viene mandato al cervello attraverso il sistema nervoso centrale.
Questa è biologia. Ma il fatto è che la TRPM8 non risponde solo al freddo. Risponde anche al mentolo, il composto cristallino presente nella menta e negli olii di menta. Perché il mentolo si aggrappi alla maniglia chimica della TRPM8 non lo sappiamo, ma una volta che la maniglia è girata la TRPM8 apre il cancello e i neutroni che rispondono al freddo vengono attivati.
Quei neutroni lanciano un solo tipo di messaggio e il risultato — straordinario — è che il sapore della menta è indistinguibile dalla sensazione di freddo. Urrà!
Cosa vuoi che ti dica, io in un caffè che si fa pubblicità in questi termini ho voglia di passarci altro che quattro giorni; settimane, mesi, anni. Quindi se capiti dalle parti di casa mia e ti viene voglia di suonare il campanello non stupirti se non ti rispondo. Sai dove sono.

venerdì 14 settembre 2018

Mai mi sarei aspettato questo nuovo amore



Non so se ti piace scrivere a mano. A me sì. Sopratutto con una stilografica, magari la bella Montblanc Meisterstück che la mia allora suocera mi regalò qualche anno fa, oppure la Pelikan M120 (a pennino largo) che mi sono comprato l'anno scorso e che è la replica esatta di quella che avevo alle elementari. Le carico con inchiostri inglesi, i Diamine (pronuncia dàiamin), che trovo nel negozietto della Casa della stilografica, in via Cavour, a Firenze, e che hanno bellissimi colori.
Ma ho voluto provare qualcosa di nuovo, anche se con una certa reticenza, visto che quello che avevo letto sulla Palomino Blackwing 602 mi sembrava davvero esagerato. Va bene, la usava Steinbeck, la usavano e usano Leonard Bernstein, John Williams e Quincy Jones, ma quelli sono musicisti… Cosa vuoi che ne sappiano delle penne?
Già, ma il fatto è che la Palomino Blackwing 602 non è una penna, è una matita.
Fu fabbricata dalla Eberhard Faber Pencil Company, che si trovava a New York, là dove oggi c'è il palazzo dell'ONU, dal 1934 all'88, poi dalla fabbrica americana della norimbergana Faber Castell dall'88 al '94 e in seguito dall'illinoisiana Stanford dal '94 al '98. Quell'anno, forse per protesta contro la nascita quasi contemporanea di Rihanna e di Adele, ma non ne sono sicuro, comunque non si sa, la Palomino sparì. Nel giro di un paio di lustri la si trovava solo a 40 o anche 50$ su ebay. Alcuni pezzi “antichi” raggiunsero i 100$. Vabbè…
Il 10 ottobre 2010, miracolo: come un volgare figlio di falegname palestinese e di madre vergine, ma grazie alla California Cedar Products, oggi Cal Cedar, la Palomino Blackwing 602 risorse. Alleluia!
Anzi no. Come direbbe il Commissario Montalbano: “Alleluia 'sta minchia!” La ragione? Semplice: come si era permesso Charles Berolzheimer, la cui famiglia fabbricava matite in Baviera da più di un secolo e che adesso possedeva la California Cedar Products, di “migliorare” la 602? Si può migliorare un quadro di Leonardo? Una scultura di Michelangelo? Un'opera di Verdi? Siamo seri... E infatti i fan protestarono vigorosamente.
Basterà ricordare che il corpo della matita da grigio diventò nero lucido (!); che la gomma fissata all'estremità da rosa diventò bianca (!!); che la formula della grafite fu modificata (!!!). Basta capire queste cose per non trattenere un urlo disumano. Agggrrrrhhh!!!
Ma poco per volta le cose cambiarono e i puristi si calmarono, forse anche perché la gomma ridiventò rosa, ma non ne sono sicuro, comunque non si sa.
Ciò che si sa per certo — anche se, diciamo la verità, lo sanno in pochi e se lo so io è perché c'ero — è che questa mattina, verso le 11 e 40, ora della East Coast, io sottoscritto qui presente e scrivente sono entrato nel negozio CW Pencils, sito al numero civico 15 di Orchard street, nel cuore di quel Lower East Side un tempo chiamato Kleindeutschland (che è un po' come dire Little Italy, ma in tedesco) prima di diventare un'enclave ebrea e poi latina, per finire, come tutto il sud di Manhattan, per trasformarsi in via chic, e mi sono comprato non solo una Palomino Blackwing 602, ma pure un temperino metallico sfavillante che sembra d'oro massiccio e (ma ciò che sto per scrivere merita una e maiuscola, magari pure in grassetto, quindi) E un point guard anche lui sfavillante, che ti spiego subito se mai non lo sapessi che un point guard è un cappuccio metallico protettivo nel quale infilare la punta della matita e che ti evita che la stessa punta si spezzi se metti la matita non so bene dove, ma comunque là dove le punte delle matite rischiano di spezzarsi.
Fatto questo, sono andato a sedermi in una di quelle tristi mescite che da queste parti chiamano café con una f sola e l'accento sbagliato, ho estratto dallo zaino la Palomino Blackwing 602 e il suo sfavillante temperino, le ho fatto una punta che più bella non si poteva, ho estratto — sempre dallo zaino — il piccolo carnet di marca Legami e di colore azzurro (un po' troppo azzurro a mio gusto, ma vabbè…) al quale ho permesso di sorvolare l'oceano in mia compagnia, l'ho aperto e, pur con una certa reticenza iniziale, ho scritto questa frase: “Vediamo come scrive questa Palomino Blackwing. Urca! Ma scrive proprio bene! Molto, molto bene! Ma è incredibile! Non ha niente a che vedere con le matite “normali.” Urca urca urca!!! Ma pensa tè!!!”
Poi mi sono messo a ululare come un volgare licantropo fino all'arrivo della polizia.
Adesso è notte. Sono in una cella del 5th Precint, in compagnia di uno spacciatore di Medellín e di un'attempata prostituta, nonché ex-maestra di asilo, originaria del Kansas. Circa un'ora fa un tenente mi ha detto che se la smettevo di ululare domattina mi avrebbe lasciato uscire. Allora ho smesso. Con fatica, ma ho smesso.
Meno male, così potrò andarmi a comprare una dozzina supplementare di Palomino Blackwing 602. O magari due dozzine, non ne sono sicuro, comunque non so, vedrò sul posto.
Chi l'avrebbe mai detto che questo nuovo e inatteso amore mi avrebbe sconvolto la vita? Urca urca urca! Che bello che bello che bello!
Come forse non l'avrebbe mai urlato ai quattro venti Søren Kierkegaard, che già era uno che non urlava molto — figuriamoci poi ai quattro venti… — ma come l'avrebbe di sicuro zirlato Dean Martin, al secolo Dino Paul Crocetti, that's amore (tippy-tippy-tay, tippy-tippy-tay).
Ahuuuuuuuu!

lunedì 27 agosto 2018

Piccola goduria matematica

Mario Livio

Nonostante in matematica sia sempre stato una capra, amo la matematica. Per questo ogni tanto mi leggo un libro di storia o di epistomologia matematica, sperando di capirci qualcosa in più.
In questo momento ne sto leggendo uno di Mario Livio, astronomo israeolo-americano nato in Romania. Ne avevo già letti tre suoi, uno su Évariste Galois, uno sulla sezione aurea e uno sulle cantonate scientifiche. 
Évariste Galois era un matematico francese, morto in duello a 21 anni dopo avere passato tutta la notte a scrivere quanto più poteva delle sue scoperte matematiche. La sezione aurea, detta anche costante di Fidia, è il numero irrazionale 1,6180339887..., che si ottiene effettuando il rapporto fra due lunghezze disuguali delle quali la maggiore a  è medio proporzionale tra la minore b e la somma delle due (a + b). Di cantonate scientifiche ce ne sono state talmente tante che lo stesso Livio si limita a esaminare alcuni incredibili abbagli di un piccolo numero di scienziati veramente grandi e capirne le implicazioni.
Il libro che sto leggendo, perentoriamente intitolato in Italia Dio è matematico, mentre il titolo originale è Is God a Mathematician? con un punto di domanda che cambia tutto, promette già bene nonostante sia arrivato solo a pagina 82.
Nel secondo capitolo Livio parla della concettura di Goldbach, che già conoscevo, ma anche della congettura di Catalan, di cui non avevo mai sentito parlare. La congettura di Goldbach, che appare in una lettera del matematico prussiano, nato a Könisberg, del 7 giugno 1742, sostiene semplicemente che ogni numero pari superiore a 2 può essere espresso come somma di due numeri primi. È solo nel 2013 che il peruviano Harald Helfgott (sì, ci sono dei peruviani ce si chiamano Helfgott, un po' come ci sono degli italiani che si chiamano Schuster) ha dimostrato l'esattezza di quella congettura.
La congettura di Catalan, matematico belga dell'800, sostiene invece che l'8 e il 9, che possono essere espressi rispettivamente come 23 e 32, sono gli unici due numeri con queste caratteristiche che si susseguono tra tutte le potenze dei numeri interi. Livio racconta che già nel 1342 il matematico Levi Ben Gerson aveva dimostrato che 8 e 9 sono le uniche due potenze di 2 e 3 la cui differenza sia 1, ma ci sono voluti 150 anni prima che il matematico rumeno Preda Mihăilescu riuscisse a confermare la congettura di Catalan.
Mi dirai me che tte frega di sapere una cosa del genere? Non lo so nemmeno io. Ma mi piace.
La matematica mi piace per lo stesso motivo per cui mi piace lo sport — parlo naturalmente degli sport nei quali se salti più in alto, lanci qualcosa più lontano o vai più veloce di un altro vinci, non certo di quelli nei quali un giurato finlandese o una giurata coreana decidono con un voto che ti sei tuffato o hai fatto un esercizio ginnico meglio di un altro: quelli non li considero nemmeno sport, sono cose più vicine ai premi letterari o ai reality show tipo Masterchef o X Factor, che mi interessano quanto i peti verbali di Matteo Salvini.
Amo la matematica, anche se, ripeto, sono una capra, per il suo aspetto poetico, perché mi fa sognare. E credo che se a scuola un insegnante (almeno uno!) mi avesse parlato, che so, della sequenza di Fibonacci, magari mi sarei innamorato abbastanza presto di quella disciplina per buttarmici dentro con l'entusiasmo che merita. Invece no: a scuola mi hanno insegnato solo a sommare delle mele, a calcolare in quanto tempo una macchina che va a 90 chilometri all'ora può fare il viaggio Milano-Bologna e a cimentarmi con astruse equazioni piene di x2 e di y. Per questo sono diventato marionettista. Il che è sempre meglio che diventare ragioniere o deputato 5 stelle, siamo d'accordo. Però, almeno col senno di poi, mi sarebbe piaciuto un sacco passare la vita in compagnia dei numeri, capire Gauss e Riemann, aprezzare fino in fondo Euclide e Poincaré, Eulero e Leibniz, Pitagora e Newton. Ma vabbè…
Anche leggere Mario Livio non è male. Tant'è che mi viene voglia di consigliarti tutti i suoi libri usciti in Italia:
  • Dio è un matematico, Rizzoli, 2009 
  • L'equazione impossibile, 2005, Rizzoli
  •  La sezione aurea, 2004 Ed. Hera 
  • La bellezza imperfetta del cosmo, UTET 2003 
  • La sezione aurea - Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni, 2003, Rizzoli

venerdì 24 agosto 2018

Un bel museo



Noi curiosi, a forza di bazzicare qua e là lasciandoci portare dalla semplice voglia di saperne un po' di più su cose anche triviali, certe volte facciamo delle scoperte interessanti. E non importa se quelle scoperte sono già conosciute da tempo da molti altri, ciò che conta è la gioia che ci dà scoprirle in modo quasi casuale.
A partire da una frase in un documentario che non c'entrava niente, ultimamente mi sono interessato a Van Eick, il pittore fiammingo al quale il Vasari attribuì l'invenzione della pittuira a olio, che invece era già usata in Afghanistan 7 secoli prima. Ovviamente il Vasari non sapeva niente dell'Afghanistan, anche perché ai suoi tempi quella parte del mondo faceva parte dell'Impero Timuride fondato da Tamerlano ed è solo ai primi dell'800 che verrà usato il nome Afghanistan.
Van Eyck era di Maaseik, un paesino oggi al confine tra Belgio e Olanda, ma passò gli ultimi sedici anni della sua vita a Bruges, allora incontestata capitale europea dei tessuti di lusso. Prima di andarsene a Bruges era stato pittore di corte di Giovanni di Baviera, all'Aia, poi aveva svolto la stessa mansione a Digione, presso Filippo il Buono di Borgogna.
Nessuno prima di lui aveva mai dipinto tessuti e drappeggi con altrettanta maestria, anche perché nessuno in Occidente aveva mai usato la pittura a olio. Ma oltre a tessuti e drappeggi, Van Eyck dipinse in maniera strepitosa anche alcune armature, come quella di San Giorgio nella Madonna del canonico van der Paele. Ed è questo che mi ha portato a fare qualche ricerca sulle armature del 3 e '400, alcune delle quali erano veri capolavori di maestria artigianale. È così che ho scoperto l'esistenza di un museo fiorentino di cui non avevo mai sentito parlare, il Museo Stibbert.
Frederick Stibbert era uno che di mestiere faceva il ricco e di hobby il massone e il garibaldino. La sua fortuna l'aveva ereditata dal padre, che di mestiere aveva fatto il colonnello delle Coldstream Guards, quei militari visibili ancora oggi nel Regno Unito, che portano una giubba rossa e un monumentale colbacco di 47 centimentri in pelo di orso bruno canadese. Mi dirai che anche le Granadier Guards, le Scots Guards, le Irish Guards e le Welsh Guards portano lo stesso colbacco e la stessa giubba rossa, ma così facendo dimostrerai solo la tua ignoranza, visto che è noto a tutti che mentre i bottoni della giubba delle Coldstream Guards sono accoppiati due a due, quelli delle Granadier Guards sono singoli, quelli delle Scots Guards sono accoppiati per 3, quelli delle Irish Guards per 4 e quelli delle Welsh Guards per 5. Allora taci e continua a leggere.
Il padre di Frederick la sua fortuna l'aveva ereditata da suo padre, Giles Stibbert, che di mestiere aveva fatto il generale comandante puzzone della Compagnia delle Indie e il Governatore superpuzzone del Bengala, che erano cose che permettevano di arricchirsi in maniera spudorata senza nemmeno sforzarsi troppo. Lui però si era sforzato lo stesso.
Frederick era nato a Firenze, tant'è che in Italia lo chiamavano Federigo. Suo padre si chiamava Thomas e aveva finito per sposare la sua governante, tale Giulia Cafaggi, di Stia, alla quale aveva già fatto un figlio e due figlie fuori dal matrimonio. Poi l'aveva sposata. Poi era morto. Ed è così che Frederick si era trovato ricco. Molto ricco.
Alla morte del marito, Giulia aveva comprato una villa sulla collina di Montughi, un paio di chilometri a nord del Duomo e vi si era trasferita con i figli. È lì che Frederick riunirà in una cinquantina d'anni un'impressionante collezione di artefatti, tra i quali centinaia di armature europee, mediorientali, indiane e giapponesi. Oggi quella villa, che lo stesso Frederick ampliò, è un museo. Ed è molto bello. La collezione di armature giapponesi in particolare, seconda, al di fuori del Giappone, solo a quella del Metropolitan di New York, vale la visita.
Lo so, uno di solito non va a Firenze per vedere delle armature giapponesi, ma io ti consiglio lo stesso di farlo. L'ho fatto stamattina e ne sono uscito felice.
Aggiungo che oltre alle armature ci sono migliaia di altri oggetti, quadri, porcellane, mobili e quant'altro, di grande interesse, senza parlare dello splendido giardino che è aperto gratuitamente tutti i giorni fino alle 19.
Le visite sono obbligatoriamente guidate, ma senza sovrapprezzo, e la guida che è capitata a me era disponibilissima a rispondere alle mie domande. L'indirizzo è via Federigo Stibbert 26, 50134 Firenze; il telefono è lo 055475520. Non ci sono problemi per parcheggiare in via Stibbert.
Un buon caffè me lo sono meritato sì o no? Io dico di sì. Però prima di andarmelo a preparare ti metto qualche altra foto.












martedì 14 agosto 2018

Il mattino dopo



...e poi ci sono concerti come quello di Steve Coleman, ieri sera, al Teatro delle rocce di Gavorrano, dove la musica è così intransigente da finire col sembrare completamente chiusa su se stessa e tu, spettatore, ti senti quasi un intruso, uno che è lì ma che se non ci fosse sarebbe lo stesso, sul palco succederebbero le stesse cose. E te ne vieni via perplesso, chiedendoti il perché di quegli applausi insistenti e dicendoti che vabbè, il bello del jazz è anche quello, c'è posto per tutti e va davvero bene così. E guidi a notte alta per un'ora e mezza lungo piccole provinciali grossetane e senesi più sinuose del corpo di Betty Boop, con l'eterno timore di trovarti improvvisamente davanti un cinghiale sbucato dal nulla, come ti è già successo un paio di volte la settimana scorsa obbligandoti a sterzare all'ultimo secondo smadonnando come un portuale livornese. D'accordo, non erano scrofe, erano chinghialini bimbi, ma la madre non doveva essere lontana e una scrofa presa in pieno anche solo a settanta all'ora, lo sai, non sarebbe cosa buona, farebbe magari la gioia del tuo carrozziere, è più che probabile, ma certamente non quella della tua piccola utilitaria coreana, né tantomento la tua. E allora guidi aggrappato al volante con gli occhi sbarrati e ti senti anche un po' ridicolo, ma per fortuna stanotte in mezzo alla carreggiata finisci col vedere solo una civetta (che il mattino dopo ti chiedi ancora cosa ci facesse lì, immobile come una statua della Madonna di quelle che cambiano colore a seconda del tempo che fa), un gattino di pochi mesi, un gatto adulto, una volpe e qualche chilometro più in là altre due volpi scodinzolanti. E arrivi a casa dopo l'una e mezza, apri il frigo, ti pappi il resto d'insalata (insalata verde, pomodoro, cetriolo, rapanelli, olive verdi e nere, uovo sodo, mozzarella e semola) e poi ti infili sotto le lenzuola tutto contento che la temperatura sia scesa abbastanza da darti voglia di infilarti sotto le lenzuola invece di sudarcici sopra e riprendi il libro di Davide Enia che è proprio bello e ti parla degli sbarchi a Lampedusa come solo uno che a Lampedusa ci è andato più volte e ha visto coi suoi occhi cosa vuol dire vedere poveri cristi che arrivano dal mare dopo viaggi di mesi fatti di stenti e di violenze, di botte, di galera, di stupri, di orrori indicibili, uno che ha visto coi suoi occhi bambine di dodici tredici anni incinte, usate come cose da mercanti e soldati e poliziotti e miliziani, uno che è stato lì a distribuire merendine e tazze di tè ripetendo all'infinito welcome, bienvenue, stringendo i denti per impedire a quel groppone in gola di diventare cascata di lacrime, che non sarebbe cosa da uomo siciliano, da òmo vero, ma nemmeno cosa da uomo qualsiasi, perché in quei casi devi, devi!, tenere buono, perché il dolore vero non è il tuo, ma il loro, solo uno così può raccontarti quelle cose e tu ti dici che la lettura di quel libro dovrebbe essere obbligatoria per tutti i ministri cialtroni e per tutti quelli che li hanno votati e leggi, leggi e la cosa strana e bella è che ti rendi conto che quel libro non è uno strappalacrime, lo leggi quasi come un romanzo e ti accorgi che anche il padre di Davide ti appassiona e lo zio col suo cancro e Paola e Melo e il sommozzatore grande come una montagna venuto dal nord e il medico e il becchino e quando finisci per spegnere la luce perché sei davvere stanco, perché ormai le due sono passate da un pezzo, ti rendi conto di sentirti allo stesso tempo vuoto come dopo uno sforzo intenso e pieno come dopo esserti pappato un paio di cannoli freschi freschi, di quelli con le fettine di arancia candita alle due estremità che sanno di Sicilia come un piatto di pizzoccheri sa di Valtellina. E il mattino dopo vieni svegliato prima delle sette da lampi e tuoni che più ne ha più ne metta e che riescono appena per qualche istante a coprire il rumore della pioggia che viene giù a raganella manco fossimo a Calcutta durante il monsone e ti dici che ci siamo, è la fine dell'estate, e ti alzi e ti metti a scivere al computer senza nemmeno esserti preparato il tuo mezzo litro di tè nero, quello che finché non ce l'hai in corpo resti ancora addormentato anche se le dita si muovono, clic, clic, clic, sui tasti neri come se vivessero di vita propria. E il concerto di Steve Coleman è già dimenticato, non avvenuto, e intanto a forza di scrivere ha smesso di piovere e riapri la porta finestra che dà sul balcone e ti godi quel profumo di pioggia che resta nell'aria e ti dici che solo due mesi fa non ne potevi più della pioggia che aveva finito col diventare così deprimente che il sole te lo sognavi di notte, ma non puoi impedirti di pensare a quanti sono quelli che in questo momento stanno attraversando il mare, quante sono quelle che in questo istante vengono stuprate, quanti quelli che stanno annegando e quanti quelli che si stanno coprendo la testa con le braccia arricciandosi a terra per proteggersi dalle bastonate e dai calci, quanti quelli che stanno sognando di partire ma non sanno come fare e ti tornano in mente mille immagini d'Africa, dei momenti che hai vissuto nella polvere di Ouagadougou, Addis Abeba, Niamey, Conakry, Asmara e tutte le altre città, tutte così diverse l'una dall'altra e tutte così piene di donne, bambini, uomini, òmini veri, schiacciati da quella miseria che anni e anni e anni di sfruttamento e colonizzazione e postcolonizzazione e oggi ignoranza profonda come una caverna infinita hanno fermato nel tempo, come una maledizione divina, anche se divina non è mai stata. E ti dici che l'unica cosa che puoi davvero fare per combattere quell'ottusità animale e già che ci sei anche tutto quello che la vita ti ha portato via è cercare di vivere in maniera degna, come hai sempre cercato di fare anche se in maniera sgangherata, incominciando magari per andarti a preparare quel mezzo litro di tè nero che diventa davvero urgente, ché quello almeno non te lo porterà via nessuno.

sabato 11 agosto 2018

La scienza dei boxer


Sono ormai passati quasi 40 anni dal giorno in cui ho buttato in pattumiera il mio ultimo, orrido slip e sono passato ai molto più confortevoli boxer. No, non scrivo questo in seguito a non so quale improvviso desiderio di informarti sui dettagli della mia biancheria intima — ancorché non mi senta di escludere che il soggetto abbia un suo interesse, se non un suo fascino. No, se scrivo questo post è perché, come sono solito fare nei sabati mattina, soprattutto in agosto, poco fa stavo leggendo una delle mie riviste preferite, la nota Human Reproduction, pubblicata dall'Università di Oxford e che, come tutti ben sappiamo, è l'organo ufficiale — anche se forse la parola organo non è la migliore per una rivista che parla di riproduzione, ma forse sì, chi lo sa? — della popolarissima ESHRE, acronimo, per chi l'ignorasse ancora, di quell'European Society of Human Reproduction and Embriology, che, come lo indica il suo nome, si occupa di riproduzione umana e di embriologia.
E siccome la frase precedente è stata così lunga, adesso scusa, ma ho proprio bisogno di almeno una riga di pausa.

Ecco fatto.
Stavo dunque leggendo Human Reproduction, quando l'occhio mi è caduto — si fa per dire — su uno studio intitolato Type of underwear worn and markers of testicular function among men attending a fertility center (Tipi di biancheria intima portati e marcatori di funzione testicolare tra uomini che consultano centri di fertilità). Lo studio è firmato da ben otto ricercatori di Harvard i cui nomi, col caldo fa, sarebbero troppo lunghi da scrivere. La domanda dalla quale gli otto sono partiti è la seguente: il tipo di biancheria intima che uno porta è associata a marcatori di funzione testicolare tra uomini che consultano centri di fertilità?
Bella domanda, che ci siamo tutti fatti più di una volta.
La risposta sintetica alla domanda è la seguente: gli uomini che hanno affermato di portare soprattutto boxer hanno una concentrazione di sperma più alta e un numero più alto [di spermatozoi], nonché livelli più bassi di FSH di quelli che invece no (lo so, la mia traduzione non è proprio elegantissima, ma prova tu a tradurre i risultati di una ricerca americana alle 9 del mattino, a torso nudo sul balcone, mentre il termometro indica già 33° all'ombra). Tra parentesi — si fa anche qui per dire, visto che in questo frangente la parentesi mi pare superflua — l'FSH altro non è che quell'ormone follicolo-stimolante, o follitropina, che una volta arrivato a un'ovaia stimola la progressione verso la maturazione dei follicoli di Graaf, il che è una bella cosa, oppure no, dipende se uno, anzi due, vogliono passare decine di notti insonni a spupazzarsi un pargolo urlante avanti e indietro per il corridoio dell'appartamento.
Ciò che già si sapeva, spiegano gli autori, è che temperature scrotali elevate non favoriscono proprio per niente la funzione testicolare. Sappiamo tutti, o almeno tutti noi maschietti che siamo un giorno passati prima dalla mutanda classica di mamma allo slip e poi dallo slip al boxer, che l'uso di quest'ultimo è una specie di vittoria per i gioielli di famiglia che, non più surriscaldati e compressi da capi di biancheria intima manco fossero limoni di Sorrento, non sentono più il bisogno di liberare succhi sudoriferi puzzolenti che, saranno sì attrattivi per l'odorato canino, ma tendono a causare arrossamenti scrotali, nonché olezzi raramente apprezzati in caso di scambi di acrobazie intime che non sto a descriverti ma che puoi facilmente immaginare. Il problema però è che la letteratura epidemiologica come causa di aumento della temperatura scrotale e variazione della funzione testicolare è inconsistente.
Ecco allora l'importanza di questa ricerca, che ha implicato 656 maschi di coppie che si sono rivolte a un centro della fertilità per ricevere trattamenti contro la sterilità (anche perché il contrario sarebbe stato strano).
I partecipanti alla ricerca avevano in media 35,5 anni (32,0 a 39,3) e un BMI, o indice di massa corporea, di 26,3 (24.4 a 29,9) kg/m2. Circa la metà (53%; n=345) hanno affermato di portare regolarmente dei boxer. Gli uomini che hanno affermato di portare regolarmente dei boxer (questa poco elegante ripetizione non è mia, è degli autori) hanno una concentrazione spermatica più alta del 25% (95% CI = 7, 31%), un numero più alto di spermatozoi del 17% (95% CI = 0, 28%) e livelli di siero FHS più bassi del 14% (95% CI = −27, −1%) rispetto a quelli che hanno affermato di non portare boxer. Una precisione: non che io sappia cosa vogliono dire le cose tra parentesi, ma mi sembravano belle, allora le ho copiate.
I risultati della ricerca, specificano ancora gli autori, implicano che alcuni tipi di biancheria intima maschile (vedi gli orridi slip), compromettono la spermatogenesi e aumentano la secrezione di gonadotropina, il che pare non sia cosa buona in caso di desiderio di riproduzione.
Che dire? Tutto questo è estremamente interessante. Certo, possiamo limitarci a rammaricarci che il babbo di Matteo Salvini non abbia portato slip, magari di una misura inferiore al dovuto, ma vabbè. Per quanto mi riguarda, mo' che la scienza mi ha confermato che quella mia decisione di quasi 40 anni fa è stata saggia, vado a farmi una bella doccia, ché ormai sono passate le 9 e mezzo e qui sul balcone la temperatura continua a salire. Dopodiché un buon caffè non me lo toglie nessuno.

martedì 17 luglio 2018

Zakir



È solo un piccolo aneddoto, ma che mi ha reso felice.
Ieri ero all'Empoli Jazz Festival per il concerto di Dave Holland, Chris Potter e Zakir Hussain. Ci ero andato soprattutto per Hussain, musicista che amo molto ma che non avevo mai sentito dal vivo.
Il direttore del festival, Filippo d'Urzo, mi aveva indicato l'ora prevista per il sound-check, che è sempre un momento nel quale si possono fare foto più informali di quelle durante il concerto. Siccome, viste le previsioni meteo, la serata era stata spostata al chiuso, alle 18 sono arrivato al Teatro del Momento. I musicisti però, che avevano mancato una corrispondenza aerea, sono arrivati più di un 'ora dopo. Oltre tutto, pochi minuti prima del loro arrivo mi è stato detto che preferivano non essere fotografati durante il sound-check, quindi ho rimesso la macchina fotografica nello zaino e me ne sono andato. Ero lì fuori a chiedermi come avrei occupato le due ore seguenti, quando ho visto arrivare Zakir Hussain. Si guardava intorno, cercando l'ingresso degli artisti, che non è indicato perché in realtà è l'ingresso di un chiostro attraverso il quale si accede a un museo. Ho spiegato a Hussain da dove doveva passare, poi però non ho resistito e gli ho chiesto se poteva concedermi due minuti perché volevo raccontargli una storia. Ecco la storia.
Una trentina di anni fa ero in India per una piccola tournée con il mio Ubu re. Quella sera avevo fatto spettacolo a Hyderabad, capitale dell'Andhra Pradesh. Alla fine dello spettacolo il direttore dell'Alliance Française, co-organizzatrice della tournée, mi aveva portato a cena in uno dei ristoranti dell'Hotel Oberoi con alcuni amici indiani. Ero salito in macchina e all'accensione del motore era partito un CD.
Era una musica strana, che non conoscevo, con un sassofonista, un chitarrista, un flautista e un tablista. A quei tempi ascoltavo rock, folk e classica, soprattutto Schubert. Incuriosito, avevo chiesto cosa fosse quella musica e il direttore dell'Alliance me lo aveva spiegato.
Tornato in Francia una decina di giorno dopo, mi ero ricordato di quell'ascolto e avevo deciso di tentare il colpo. Ero andato al reparto CD del Virgin megastore di Marsiglia e avevo parlato con un venditore:
Sto cercando un CD di cui non ricordo né il titolo, né i nomi dei musicisti. So solo che sono in quattro, due europei e due indiani, e che uno dei due europei è quel chitarrista inglese di cui mi sfugge il nome, che vive con una delle due sorelle Labèque [che sono un duo pianistico classico francese che allora andava per la maggiore oltralpe].
Naturalmente non mi aspettavo la risposta che ricevetti:
Ah, sì, Making Music, di Zakir Hussain.
Making Music è un bellissimo CD, che ascolto ancora spesso: Jan Garbarek ai sax, John McLaughlin alla chitarra, Hariprasad Chaurasia al flauto bansuri e Zakir Hussain ai tabla.
Quel CD, ho spiegato a Hussain, mi aveva aperto le porte delle due musiche che oggi amo di più, il jazz e la musica classica indiana. E gli ho detto quanto fossi felice di poterlo ringraziare di persona, tanti anni dopo, per avere cambiato la mia vita. Perché la musica ti cambia la vita
Ci siamo stretti la mano, lo ringraziavo, e lui thank you, thank you, thank you, ringraziava me, e si è inchinato e ha portato la mia mano e la sua alla fronte dicendo thank you, oh, you made my day. E io lì a ringraziare lui e il tempo si è fermato ed è stato uno di quei momenti in cui ti senti così felice che ti viene voglia di metterti a ballare, semplicemente perché hai appena avuto la conferma di ciò che sospettavi, che quell'immenso musicista è anche una bella persona e che tu hai avuto il privilegio di fargli un piccolo regalo.
Più tardi, dopo il concerto, mi ha visto e si è avvicinato. Thank you for the story you told me e mi ha stretto la mano e mi ha abbracciato, manco fossimo stati amici da trent'anni. E io me ne sono tornato verso la macchina, sotto la pioggia, con sulla faccia un sorriso che andava da orecchio a orecchio.

domenica 15 luglio 2018

La lista dei miei libri



Non ricordo quando ho iniziato a tenere traccia sul computer di tutti i libri che leggevo o che avevo letto. Ma il mio amore per le liste, che magari è più una mania, se non un'ossessione, mi ha portato già anni fa a ordinare i miei libri in un file Excel, dove ogni titolo è messo in ordine secondo:
  • autore
  • titolo
  • lingua nella quale il libro è strato scritto
  • lingua nella quale l'ho letto
  • anno dell'acquisto
  • voto di preferenza
  • genere.
Aggiungendo alla lista il libro che ho appena finito di leggere (The Six Numbers, di Martin Reese), mi sono accorto che ero arrivato a 2028 titoli. Il fatto che il 2028 sarà un anno bisestile che incomincerà con un sabato non mi appare rilevante, quindi non ne parlerò.
Siamo giusti: 138 di quei libri non li ho letti. Alcuni perché mi sono stati regalati in lingue che non leggo (come Dopóki bonie nie płacze, in polacco, o Svět loutek, in ceco), altri perché erano vecchi libri di autori stranieri tradotti in italiano molti decenni fa in maniera orrendamente pomposa (come i quattro volumi delle Opere complete di Goethe, ereditati alla morte della zia Emi), altri ancora perché… boh, non li ho letti e basta.
Restano comunque più di 1850 titoli. Dal punto di vista cronologico, due non li ho di sicuro comprati io: il primo è un Pinocchio edito nel 1955 da Vallecchi, con delle bellissime nonché deliziosamente datatissime illustrazioni di Leo Mattioli, e con sulla seconda pagina la scritta Omaggio Azienda di cura Montecatini Terme, dove mio nonno Giovanni mi portò una volta, quando avevo 5 o 6 anni; il secondo è un Robinson Crusoe dei Fratelli Fabbri Editori, anche lui del '55, con quattro illustrazioni in stile fumettistico di Giuseppe Bartoli.
Assenti, ahimé, dalla lista sono i numerosi Urania e Gialli Mondadori che mi sono letto a bizzeffe tra i 13 e i 16 anni, più altre cose ormai dimenticate.
Visto che a ogni libro assegno un voto da 0 a 10, mi ha divertito constatare che a quattro libri ho assegnato uno 0:
  • Serbie, di Patrick Besson
  • La pyramide assassinée, di Christian Jacques
  • À nous deux, Manhattan, di Judith Krantz
  • Polonia, di James Michener.
L'unico dei quattro di cui abbia un vago ricordo è Serbie, orrido pamphlet pro-serbo pubblicato durante l'assedio di Sarajevo. Degli altri tre ricordo solo che erano scritti così male che mi erano caduti dalle mani dopo una ventina di pagine.
All'altra estremità, ho dato un bel 10 a ben 29 titoli:
  • Mahabharata, di anonimo
  • Storia dei paladini di Francia, di anonimo, che mi fu regalato anni fa da Mimmo Cuticchio
  • The Narrow Road to the North and Other Travel Sketches, di Bashô
  • Decameron, di Boccaccio
  • 108 racconti, di Buzzati
  • La vita, di Cellini
  • Il Conte di Montecristo, I tre moschettieri, Vent'anni dopo e Il Visconte di Bragelonne, di Dumas
  • Orestiade, di Eschilo
  • I disastri della guerra, di Goya
  • Lo zen e il tiro con l'arco, di Herrigel
  • Histoire universelles des chiffres, in due volulmi, di Georges Ifrah
  • Opere complete, in tre volumi, di Jarry
  • Poesie, di Michelangelo
  • Lolita, di Nabokov
  • Iliade, di Omero
  • Tutte le opere di Shakespeare
  • Teatro completo di Sofocle
  • Il giro del mondo in 80 giorni, Viaggio al centro della Terra, Ventimila leghe sotto i mari e Michele Strogoff, di Verne
  • Lettere a un giovane poeta e Il testamento, di Rilke
  • Il caos e l'Armonia, di Trinh Xuan-Thuan
  • Mattatoio n° 5, di Vonnegut
  • Foglie d'erba, di Whitman
La cosa che mi stupisce è che, a parte forse la poco nota raccolta di poesie di Michelangelo alla quale avevo messo un 10 per l'importanza che quella lettura aveva avuto per me verso l'età di 16 anni, sono ancora abbastanza d'accordo su tutti gli altri titoli. Probabilmente oggi trasformerei in 10 qualcuno dei 239 9, ma va bene così. Le liste, tutte le liste, sono legate al momento particolare nel quale vengono stilate e non è mai bello modificarle col senno di poi. Ciò che è bello è andaresele a riguardare di tanto in tanto. Aiuta a capire un po' chi sei stato e quindi magari un po' chi sei diventato. Il che è sempre utile.