mercoledì 26 luglio 2017

L'isola che mi fa sognare


Sono anni che mi dico che vorrei andarci. So che non ci andrò mai — e non solo perché andarci è molto difficile e complicato. Non è un'isola dei Mari del Sud, anche se è in mezzo al mare ed è a sud. È un posto dove piove in media 252 giorni all'anno. La temperatura massima mai registrata è di 24,4° e anche se la minima è di 4,6° la cosa è poco consolante. La superficie è un quarto di quella della Repubblica di San Marino, ma un buon terzo è occupato dai pendii del vulcano. C'è un unico paese, dove abitano 293 persone.
La prima isola di cui ho sognato in vita mia è stata quella di Robinson Crusoe. Defoe la mette dalle parti di Trinidad, al largo del Venzuela, anche se a ispirarlo è stata l'avventura vissuta da un certo Alexander Selkirk, un pirata scozzese che fu volontariamente abbandonato dal capitano della nave a bordo della quale si trovava su un'isoletta che oggi porta il suo nome, a 700 chilometri dalle rive cilene.
Più tardi sono arrivate L'isola misteriosa di Jules Verne e quella della Tortuga di Salgari, poi le Trobriand di Malinowski e la Ta'u di Margaret Mead, la Pitcairn degli ammutinati della Bounty, l'Isola di Pasqua e le Kerguelen. Ancora qualche giorno fa, quando ho letto che l'isoletta di Little Ross — quasi 12 ettari, con un casa e un faro, al largo della Scozia — era in vendita per 365.000€ non ho potuto evitare di pensare che beh, se fossi ricco magari...
Ma questa è diversa. Questa è la terra abitata più lontana da un'altra terra abitata che ci sia al mondo. E quell'altra terra abitata è anche lei uno sputacchio d'isola con poco più di 700 abitanti, più di 2.100 chilometri a nord, Sant'Elena. Se poi uno vuole trovare dei negozi, dei ristoranti e un po' di facce sconosciute ha la scelta tra farsi 2.431 chilometri verso est, per arrivare a Città del Capo, oppure 3.415 verso ovest, per arrivare a Montevideo. In nave, visto che sull'isola non c'è un aeroporto. Non esiste al mondo posto più sperduto.
Le uniche navi ad andarci con una certa regolarità sono dei pescherecci sudafricani, otto o nove volte all'anno. Ogni tanto arriva anche una nave da crociera, ma è raro. La nave deve buttare l'ancora al largo, poi ci vogliono le scialuppe per sbarcare i pochi turisti che se ne vanno in giro per due o tre ore per le vie del paese, vanno a vedere i campi di patate e i greggi di pecore, prima di partire comprano qualche francobollo e magari un maglione e poi se ne tornano via con le scialuppe.
Sì, lo so, gli abitanti non sono molto accoglienti. Per sbarcare devi prima chiedere l'autorizzazione ed è già capitato che quell'autorizzazione venisse rifiutata a qualche navigatore solitario di passaggio che magari avrebbe voluto solo bersi un paio di birre in compagnia di qualche altro essere umano, o mangiarsi un'aragosta o un po' di carne di pecora con le patate dopo settimane e settimane di solitudine.
Sì, lo so, passare la vita in capo al mondo senza mai vedere più di 292 altre facce non può che indurirti e renderti diffidente verso tutto ciò che viene dall'esterno.
Eppure io su quell'isola sogno davvero di andarci. Anche se non ci andrò mai.
Queelo che succede lo so da Facebook. Per esempio venerdì scorso la nave Edinbugh ha lasciato l'isola con a bordo tre ragazze che andranno a continuare i loro studi in Gran Bretagna. Scrivo queste righe e le immagino a bordo. Ormai dovrebbero vedere da lontano le coste sudafricane. Se tutto va bene sbarcheranno stasera. Chissà se è il loro primo viaggio lontano da casa? Dove dormiranno a Città del Capo? Quanti giorni si fermeranno prima di partire per Londra? E una volta arrivate là come sopporteranno lo choc? Difficile da immaginare.
Sì, lo so, oggi sull'isola hanno una connessione internet, possono vedere il mondo. Ma se penso al mio choc, quello della mia prima volta a New York, città che avevo visto decine e decine di volte al cinema, se penso a quel mio choc di ragazzo che comunque aveva sempre vissuto in una grande città, non riesco ad immaginare nemmeno da lontano quale sarà il loro.
Ricordo quanto successe nel 1961. Un'improvvisa eruzione vulcanica spinse tutti gli abitanti ad andarsi a rifugiare su un'isola deserta a 35 chilometri da casa. Da lì furono tratti in salvo da una nave olandese, che li portò in Gran Bretagna. Ma due anni dopo, quando venne loro proposto di scegliere tra restare in Inghilterra e tornare a casa, la maggior parte delle famiglie decise di tornare, alla faccia delle autostrade, degli scones, del tè delle 5 e della BBC. Gente fiera. Gente solitaria.
Pare che le rare volte che un italiano passa da quelle parti la prima cosa che si sente chiedere è se è di Camogli. Già, perché tra gli otto maschi e le sette femmine da cui tutta la popolazione discende, due erano dei camogliesi, Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, che vi naufragarono nel 1892.
Va bene, la smetto qui.
Una sola cosa ancora: l'isola è ovvimante Tristan da Cunha. E mi fa sognare.

martedì 25 luglio 2017

Della carota


Che in altre parti del mondo — in India per esempio — le carote fossero viola lo sapevo perché l'ho visto con i miei occhi. Non sapevo però perché le nostre carote fossero arancioni. Ma incominciamo dall'inizio. E parliamo della daucus carota.
Botanicamente parlando, daucus è un genere della famiglia delle apiaceae, dell'ordine degli apiales, delle sottoclasse delle rosidae e mi fermo qui, tanto siamo tutti fatti di quella roba di cui sono fatti i sogni, carote comprese. Pare che nell'antica Grecia la carota la chiamassero καρωτόν, cioè karotòn, il che è un po' ridicolo, ma non importa. Ciò che importa è che le carote erano un po' viola, un po' rosa, un po' biancastre e un po' gialle.
Poi cos'è successo? È successo che verso la fine del '600, in seguito a una sere di cose che non ti sto a raccontare e che vanno dalla Pace di Münster del 1648 alla Guerra degli Otto Anni, con tanto di presa di possesso del porto di Brielle da parte della Marina indipendentista olandese, tutte cose delle quali puoi trovare notizie su internet, è nata la Repubblica delle Sette Province Unite. Non che gli olandesi ci tenessero a vivere in una repubblica, per carità. Ma visto che Guglielmo I, detto il Taciturno, era morto e che non sembrava esserci in giro qualcun altro che desse voglia di farlo re, decisero di mettere su una repubblica.
Ma laddove tutto questo interessa le carote (si fa per dire) è che Guglielmo I, ancora oggi considerato il Padre della Patria con tanto di maiuscole, apparteneva alla dinastia dei Nassau-Orange.
Lasciamo pure perdere i Nassau, che come tutti sappiamo erano originari della Renania-Palatinato, che in tedesco fa Rheinland-Pfalz, con quel Pfalz un po' ridicolo ma non importa, e discendevano da tale Dudo-Enrico che visse a cavallo (non perché era nobile, aspetta), dicevo a cavallo dell'XI e del XII secolo. Sì, lasciamoli da parte e veniamo agli Orange, casato fondato da Bertrand I (o Bertrando di Baux) attraverso il suo matrimonio con Tiburge II di Orange nel 1173. Questi Orange vivevano dalle parti dell'omonima città francese, non tiravano il loro nome dall'arancia, frutto che sarebbe arrivato in Europa dal sud-est asiatico solo verso il 1300, bensì dal dio celtico dell'acqua Arausio. Quando i Romani fondarono un insediamento sulle rive del Rodano, nell'anno 35, lo chiamarono proprio così, Aurasio. Cioè, lo chiamarono Colonia Julia Firma Secundanorum Arausio, ma siccome il nome era un po' lungo, la gente si mise a chiamarlo solo Aurasio, il che era nettamente più comodo. Com'è come non è, Aurasio diventò prima Aurenja e poi Aurenjo in provenzale.
Là dove le cose si complicano è che il nome dell'arancia deriva dal sanscrito naranga, diventato poi narang in persiano e naranj in arabo. E qui, se mi permetti, mi offro una digressione. Eccola qua.
Pare siano stati i portoghesi a importare l'arancia in Europa ed è per questo che in Albania si chiama portokall, in Bulgaria e in Macedonia portokal, in Grecia portokali, in Romania portocala, in Georgia p'ort'oxali e persino in Etiopia birtukan. Senza poi parlare del dialetto napoletano, che usa la parola purtuallo. Come vedi, questa digressione valeva la pena di essere fatta.
Ma torniamo alla carota. Verso la fine del '600, come dicevo all'inizio, un contadino olandese, per rendere omaggio a Guglielmo I, Padre della Patria, e a tutta la sua dinastia, si mise a selezionare le carote fino a ottenerne di arancioni. Lui non se l'aspettava, ma quelle carote arancioni, oltre ad essere più belle da vedere, avevano anche un sapore più dolce e delicato di tutte le altre. Inutile dire che tutti i contadini d'Olanda e poi d'Europa si misero a fare la stessa cosa e che è così che le nostre carote odierne hanno lo stesso colore dell'ornithogalum dubium, o stella di Betlemme, che è un fiore sudafricano del quale magari ti parlerò un'altra volta.
Per ora vado a farmi un buon caffè.

domenica 23 luglio 2017

Quattro piccoli appunti



Prendo il mio Foglie d'erba, di Walt Whitman. Voglio verificare una citazione che ho appena trovato nell'ultimo capitolo dell'autobiografia di Andre Agassi: 

Do I contradict myself? 
Very well then I contradict myself,
(I am large, I contain multitudes).
 
Credevo che il mio vecchio libro fosse con testo a fronte, inglese e italiano, ma scopro che è solo in italiano. L'ha pubblicato Einaudi, nel 1965. Io l'ho comprato nel '69, lo so perché metto sempre la data su tutti imiei libri.
Sullo scaffale riservato alla poesia, Foglie d'erba è di fianco a una versione originale inglese, Leaves of Grass, pubblicata da Signet Classics, una casa editrice newyorkese che dal '48 in poi ha pubblicato testi classici in formato tascabile a basso costo. Quel libro me l'ha regalato nel '72 Heather, una ragazza di Vancouver. Avevamo passato un paio di mesi insieme, grazie a lei avevo fatto il mio primo bagno nell'Oceano Pacifico. Ricordo che in piena estate l'acqua era freddissima. Il giorno della mia partenza, Heather mi ha accompagnato alla stazione ferroviaria e all'ultimo momento mi ha messo in mano un pacchetto, dicendomi di aprirlo sul treno. Il viaggio da Vancouver a Montreal durava 70 ore, ma il pacchetto l'ho aperto appena seduto. Sulla prima pagina interna, sopra una nota biografica dell'autore, c'era scritto Massimo - All my love.
Trovo la citazione in italiano, la traduzione non mi convince: 

Forse che mi contraddico?
Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico,
(io sono vasto, contengo moltitudini)

Preferirei: 

Mi contraddico? 
Va bene, allora mi contraddico, 
(sono largo, contengo moltitudini).
 
Sfoglio il libro, qua e là trovo qualche sottolineatura. Per esempio: 

Dell'Uguaglianza — come se potesse danneggiar me concedere agli altri le stesse opportunità, i diritti che godo io — come se non fosse indispensabile ai miei diritti che anche altri li godano al pari di me.

Arrivo alla fine, all'ultima pagina e alla terza di copertina. Sulla destra c'è una semplice annotazione: Thoreau; sulla sinistra, tre citazioni. La prima, scritta con una biro nera:

Avete superato gli altri? Siete Presidente?
È una sciocchezza, tutti raggiungeranno quel punto, ciascuno d'essi, e passeranno oltre (p. 65)

La seconda, scritta con una biro blu: 
 
Producete grandi Individui, il resto seguirà (p. 424)

La terza, scritta con un pennarello nero:
Non ci siamo ottenebrati e instupiditi abbastanza coi libri? (p. 515)

Quattro piccoli appunti di 48 anni fa. Come un messaggio da quel Massimo di cui ho ricordi appannati.
Il messaggio dovrebbe insegnarmi qualcosa. Ma non so bene cosa.

 






venerdì 21 luglio 2017

Una ferita al silenzio


Credo di avere già parlato, in un post di un paio d'anni fa, di un cofanetto di tre CD introduttivi alla musica indiana che ho comprato molto tempo fa all'aeroporto di Delhi. C'è una voce narrante che spiega e ci sono dei brevi brani che permettono di capire meglio le spiegazioni.
Ieri mattina mi è venuta voglia di riascoltare il primo di quei CD e ascoltandolo mi sono detto che trovavo davvero molto belli i primi minuti di narrazione. E siccome quando trovo una cosa molto bella ho voglia di condividerla, eccola qua:

Nel cuore della musica c'è il silenzio. Quando questo silenzio, anhad, è reso udibile diventa nad, il suono primordiale. Nad è il suono percepibile, quello che i sensi possono captare. Ma è un suono ancora indifferenziato, non è ancora filtrato attraverso la scala melodica, il saptak delle sette note. Forse perché è indivisibile, nad viene anche chiamato Nad Brahma — la realtà suprema resa manifesta attraverso il suono.
La voce del musicista è cullata in questo ventre onnicomprensivo del suono, di cui il tambura [strumento indiano a quattro o cinque corde che vengono pizzicate durante tutto un raga per creare un bordone] si sforza di diventare l'eco.
È questo suono primordiale, puro, che è evocato, vissuto e comunicato attraverso la miriade di raga che i musicisti creano durante le loro esibizioni. E miracolosamente è attraverso l'esperienza del Nad Brahma che possiamo fondere le nostre identità individuali in quell'eterno e sempre creativo oceano di silenzio che è anhad.
Due oggetti devono colpirsi l'un l'altro per produrre nad — dev'esserci aghat.
È significativo che aghat voglia dire 'colpire', o 'ferire.' È solo una volta che il silenzio è stato ferito che nad può sorgere.
Nel cuore della musica indiana c'è quindi questa ammissione di vulnerabilità, questo riconoscimento del fatto che il cuore dev'essere trafitto. Dobbiamo arrenderci volontariamente al dolore della ferita del silenzio. Solo così possono nascere la gioia e la bellezza della musica, che è la più perfetta delle arti.
L'anhad può essere colpito in vari modi per creare il nad, con i palmi delle mani, con le unghie, con il vento o con il fiato, con del cuoio o con il corpo. Lo strumento principale della musica è la voce umana. Questa resta, malgrado la multitudine di strumenti, l'ideale al quale ogni strumento fa di tutto per avvicinarsi. Perché la voce è suprema?
Si pensa che tutti gli strumenti, per quanto sofisticati, abbiano dei limiti, mentre la voce non ne ha nessuno. Inoltre la voce è l'eco di ciò che l'orecchio sente naturalmente e spontaneamente. E poi la voce sembra creare musica da sola, senza oggetti a lei esterni: è indivisibile e autosufficiente. Se la musica è un dono divino, la voce umana è l'esempio più perfetto di questo dono.

A questo punto sul mio CD c' è l'inizio del Raga Shankara cantato da Pandit Jasraj, che puoi trovare qui.
E poi, tanto per permetterti di fare la differenza, ecco lo stesso raga cantato dalla voce femminile di Veena Sahasrabuddhe, o suonato dal sarangi di Ram Narayan.

sabato 8 luglio 2017

Un grande poeta

La tomba di Sarmad, a Delhi


Non so dirti perché mi piaccia la musica classica persiana. So dirti ancora meno perché della Persia classica mi piaccia molto pure la poesia. Ma è così e non posso farci niente. Quindi sono stato molto contento quando qualche frase nell'ultimo libro di Arundhati Roy, "Il ministero della suprema felicità," mi ha fatto scoprire un poeta persiano che non conoscevo, Sarmad Shaheed, o, se vogliamo pure mettergli il tradizionale titolo onorifico, Hazrat Sarmad Shaheed.
Sarmad era sì persiano, ma di lingua, perché di famiglia era ebreo e in più viveva in Armenia. Il che già me lo rende simpatico e interessante: ebreo, che parla la lingua di un paese musulmano e vive in un paese cristiano (mai dimenticare che l'Armenia è stato il primo paese della storia a dichiararsi ufficialmente cristiano). Cose quasi impensabili al giorno d'oggi.
Il padre di Sarmad faceva il mercante. Ora, com'è come non è, al giovane arrivò l'informazione che in India gli oggetti d'arte persiana  si vendevano molto bene. Detto fatto, ne radunò una certa quantità e partì verso est. Anzi, per dire tutta la verità partì verso sud, per girare a est solo una volta arrivato in Persia, visto che la strada verso l'India passava da Ispahan. 
Arrivato nella città di Thatta, nell'attuale provincia pakistana del Sindh, incontrò un giovane induista, Abhay Chand, e se ne innamorò perdutamente. Da un giorno all'altro rinunciò alle sue ricchezze, rinunciò pure a vestirsi e si mise ad andare in giro nudo per le strade, come lo facevano i sadhu, gli asceti induisti. Ogni mattina andava a sedersi sui gradini della casa nella quale abitava Abhay e se ne stava lì ad aspettare, per ore. Alla fine il padre di Abhay, commosso da quella perseveranza e dalla purezza dei sentimenti dell'asceta verso suo figlio, lo invitò ad entrare. L'amore di Sarmad fu pienamente ricambiato da Abhay, così i due lasciarono Thatta e dopo varie peregrinazioni finirono con l'arrivare a Delhi.
L'imperatore dell'India a quei tempi era quello Shah Jahan che fece costruire sia il Forte Rosso che la Grande Moschea di Delhi, ma anche e soprattutto il Taj Mahal di Agra, che tra tutte le cose belle che ho avuto la fortuna di vedre in vita mia è di sicuro la più bella. 
Jahan aveva tre figli, Dara Shikoh, Shah Shujah e Aurangzeb. Il primogenito, Dara Shikoh, era un musulmano estremamente tollerante che si riconosceva nel sufismo, quella scuola di pensiero mistico lontana dall'instransigenza dei mullah almeno quanto il francescanesimo cristiano lo è stato dal fanatismo dei Crociati. È del tutto naturalmente che Dara si avvicinò a Sarmad, del quale si mise a seguire gli insegnamenti.
Purtroppo alla morte di Shah Jahan fu il suo terzo figlio, Aurangzeb, un musulmano intransigente, fautore della sharia, che si impadronì del trono dopo avere sconfitto in battaglia i suoi due fratelli — che più tardi farà uccidere, ma questa è un'altra storia. Siccome il primo dei due, Dara, era stato un devoto di Sarmad, Aurangzeb fece arrestare l'ormai vecchio saggio e lo condannò a morte. Sarmad fu decapitato e la sua testa rotolò nella polvere nei pressi della porta est della Grande Moschea, dove ancora oggi la sua tomba è meta di pellegrinaggi.
Dei suoi componimenti poetici, 334 rubayyat, o quartine, sono giunte fino a noi. Tra queste ce n'è una nella quale lui stesso riconosce come suoi maestri due grandi poeti persiani, Khayyam e Hafez. Il primo, che oltre ad essere poeta fu anche un importante matematico, al quale dobbiamo la codificazione dei principi dell'algebra e la soluzione delle funzioni cubiche, era nato nella provincia persiana del Khorasan nel 1048. Il secondo, considerato il più grande poeta persiano della storia, nacque a Shiraz nel 1315. Entrambi celebrarono l'amicizia, il vino e l'amore ed entrambi stigmatizzarono l'ipocrisia religiosa. Ricordo ancora con una certa emozione il giorno in cui ebbi l'occasione di visitare la tomba di Hafez, nei giardini Musalla, nella periferia nord di Shiraz.
Non ho trovato traccia di una traduzione italiana delle quartine di Sarmad. Ne esiste una in inglese, accompagnata da una nota biografica di tale Paul Smith, traduttore anche di vari altri poeti classici persiani. Amando quel genere di poesia, mi sono ovviamente subito scaricato quel libro, del quale prevedo una lettura goduriosa.
Magari mi dirai che la poesia persiana del XVII secolo, per non parlare di quelle dell'XI e del XIV, ti interessa quanto la scultura proto-bizantina dell'Anatolia settentrionale, o quanto la composizione di canzonette da minatori nell'Alaska degli anni 30 del '900, ma avrai torto. Almeno a mio modesto avviso.
Io te l'ho detto. Mo' vedi tu.
Tanto per farti un esempio, questa quartina che traduco da una traduzione inglese, quindi da prendersi con tutte le pinzette possibili, mi dà grande gioia.

Sono una cosa inutile. Un albero che non dà frutti.
Avendo calcolato il mio valore ho capito.
Sono la più piccola particella
che non è nemmeno inclusa nel calcolo.

venerdì 7 luglio 2017

Elogio del pelo


Siamo ormai in piena estate e come ogni anno è arrivata la solita epidemia di isteria pseudo-salutista e di fanatismo anti-pilosità femminile. A me, come ogni anno, viene un po' da vomitare.
Non credo di essere solo. Credo però che la pressione sia tale che molti esitano a confessare di non essere d'accordo con il dogma politicamente corretto della femmina depilata.
A più di quarant'anni di distanza ricordo ancora con un certo ribrezzo l'impressione che mi fece il primo contatto con un pube femminile interamente rasato. Fu una cosa tanto raccapriciante quanto sorprendente, che mi provocò uno stupore di quelli che si provano davanti a qualcosa, o qualcuno, di incommensurabilmente stupido. Perché?, mi chiesi. Perché?
Da allora sono stato abbastanza fortunato, o forse sono solo stato estremamente vigile, rifiutando anche solo la possibilità di un contatto intimo con qualunque persona di sesso femminile mi lasciasse sospettare una propensione sconsiderata alla rasatura totale. Negli anni ho dovuto finire con l'accettare l'assenza di peli sulle gambe, andando fino a sorridere, falsamente compiaciuto, quando la donna con la quale ero mi diceva "guarda che bello! Mi sono rasata le gambe!", manco quello fosse stato un giustificabile motivo d'orgoglio. 
Ma sono soprattutto i peli sotto le ascelle che mi sono (troppo) spesso mancati. Mi è mancata la ricchezza del loro mistero, la profondità del loro sentore, il contatto vellutato con la loro densità.
Quanto al pube, quanta miseria in quelle colline spelacchiate, in quelle tristi superfici umiliate da rasoi e cerette, rese sterili e morte da incomprensibili aneliti verso non so quale stupida purezza! Un sesso privato della sua corona di peli l'ho sempre visto come una cosetta squallida e umiliata, come uno di quegli alberelli potati fino ad assomigliare a dei vasi barocchi, o una di quelle statuette di ceramica da quattro soldi che la gente compra per metterle sul comò ad affermare un buon gusto che buon gusto lo è solo per chi gusto non ne ha.
Forse prenderai queste mie parole per le divagazioni di un vecchio solitario che, non avendo di meglio da fare, di sesso si limita a parlare. Fai pure. Ma quando cammino per le vie di una città e mi sento assalito da ogni parte da immagini di giovani donne che sembrano affermare come una vittoria alle Termopili la loro triste rinuncia ad ogni traccia di animalità, di pilosità e di odore, quando incrocio, a centinaia, quelle specie di insipidi surrogati di femmine dalle quali emanano solo profumi artificiali, quei corpi negati sotto strati di creme, deodoranti, ciglia finte, sederi e seni rifatti, nasi limati e labbra botulinate, quando vedo solo movimenti studiati e coreografati, sguardi calcolati e ammiccamenti privi di ogni spontaneità ripenso con gioia a quegli anni passati ad assaporare ambrosie delle quali ormai resta solo il ricordo.

domenica 11 giugno 2017

Un incontro, 15 anni fa

Arundhati Roy
Stamattina ho letto un'intervista ad Arundhati Roy, l'autrice del "Dio delle piccole cose." È appena uscito il suo secondo romanzo, "Il ministero della suprema felicità."
Ricordi.
Gennaio 2002. Sono a Delhi. Quattro mesi prima ho deciso di fare uno spettacolo sul Mahabharata. L'ho deciso d'impulso, sulla base del ricordo della versione di Peter Brook, che avevo visto 16 anni fa, e di tre viaggi in India. Ero in una libreria, ad Avignone. Su uno scaffale ho visto un Mahabharata (la versione molto condensata e abbastanza brutta di Jean-Claude Carrière) e ho deciso.
In realtà non ho mai deciso di fare nessuno spettacolo. Ho sempre aspettato ed è sempre arrivato un momento nel quale il desiderio di fare un determinato spettacolo si è presentato come un'evidenza. Chiamala ispirazione, se vuoi. A me quella parola sembra un po' grossa.
Seconda decisione: cercare qualcuno che mi darà una mano a farmi strada in quelle diecimila pagine di testo. Arundhati Roy. Ne parlo ad alcuni amici. Uno mi dice che la figlia di un suo conoscente ha sposato un cineasta indiano. Mi trova la sua email. Scrivo. Un paio di settimane dopo ricevo l'email e il numero di telefono di Arundhati Roy. Le scrivo. Nessuna risposta. la chiamo, mi risponde una segretaria. Nessun seguito. Parto per l'India.
Mia figlia Nora vive a Delhi, vicino al Chor Minar, la torre dei ladri, dove nel '400 venivano esposte le teste dei ladri decapitati. Da lì in meno di mezz'ora a piedi si arriva a uno dei miei posti preferiti della città, il quartierino di Haus Khas, che non è ancora il posto chic e alla moda che diventerà più tardi.
Chiamo più volte Arundhati Roy. Mi risponde la segretaria, oppure il marito. Quello è un momento complicato per lei, è sotto processo per avere detto che la Corte Suprema indiana ha mostrato una "inquietante inclinazione" verso l'insabbiamento di ogni critica e di ogni dissenso. Rischia grosso. Il processo si svolge proprio in quei giorni. Impossibile vederla. Con rammarico, ci metto una pietra sopra. Leggo sul giornale che è stata condannata a un giorno simbolico di prigione e a 2500 rupie di multa.
Un pomeriggio, con mia figlia, andiamo a prenderci un caffè a Defence Colony. Entriamo in un Barista, caffè che fa parte di una catena che sarà più tardi comprata dalla Lavazza. Benché ami il tè indiano, ogni tanto un caffè ci vuole. Ci sediamo a un tavolino. Passa un quarto d'ora ed entra una coppia. Una donna molto bella, sui 40 anni, accompagnata da un uomo più giovane. Si siedono un po' più in là. Guardo la donna, trovo che assomigli in modo stupefacente ad Arundhati Roy. Lo faccio notare a Nora, che si gira e trova anche lei la somiglianza stupefacente. Capiamo che non è una somiglianza, è proprio lei, lei che ho cercato invano di contattare per settimane.
Mi alzo, vado al suo tavolo, le spiego che vorrei parlarle, le chiedo un appuntamento. Mi dice di tornare lì l'indomani, alla stessa ora.
La notte non riesco a dormire. Quante probabilità c'erano di incontrare proprio lei in una città di 13 milioni di abitanti (oggi più di 16)? Possibile che sia davvero un segno del destino?
L'indomani, con Nora, arriviamo in anticipo. Dopo un po' lei arriva. Prende un cappuccino. Le spiego il mio progetto, le spiego perché vorrei lavorare con lei, le dico che so che non è induista (sua madre è una cristiana siriaca del Kerala), ma non voglio fare uno spettacolo sull'induismo, ma sull'India. È stupita. A capo del governo in quel momento c'è Atal Bihari Vajpayee, un conservatore, membro del BJP, il Bharatyia Janata Party, Partito del Popolo Indiano, che usa e abusa del Mahabharata per la sua propaganda induista, a scapito delle minoranze musulmana, buddista, jain e tutte le altre. Diffondere ancora di più il Mahabharata in quel momento le sembra un controsenso, un favore fatto agli ultranazionalisti del governo.
In realtà mi accorgo che le interessa molto più parlare con Nora che con me, capire perché una ragazza occidentale se n'è venuta a vivere con un indiano del Punjab, sapere come lui la tratta, come lei si sente. E comunque mi dice che anche se volesse non avrebbe tempo, che deve assolutamente finire il suo secondo romanzo.
Dietro il suo sguardo dolce e la sua bellezza folgorante sento una determinazione d'acciaio. Il mio sogno svanisce.
Più tardi succederanno altre cose, altri incontri, lo spettacolo lo farò lo stesso, nell'estate del 2003, con delle bellissime marionette fabbricate da Enrico Baj, che purtroppo morirà un mese prima della prima rappresentazione. Lo porterò in giro in Italia, in Francia, in altri paesi d'Europa, in Africa e persino in India.
Certo, resta il rammarico di non avere potuto lavorare con lei. Ma resta soprattutto il ricordo di un incontro intenso, raro e profondo. Il ricordo di una donna che in qualche strano modo mi ha comunque accompagnato durante tutte le prove e tutte le rappresentazioni. E di questo le sono estremamente riconoscente.
Adesso che il secondo romanzo l'ha finalmente scritto me lo leggerò con piacere e sono sicuro che leggendolo avrò l'impressione di risentire la sua voce.

giovedì 25 maggio 2017

13 centimetri di costola


Un pezzo di costola umana lungo 13 centimetri, proveniente dal corpo di Nicola di Bari è stato spedito dall'Italia alla Russia. E perché mai, mi dirai, un pezzo di costola del cantante nato in provincia di Foggia e noto per avere vinto due Festival di Sanremo consecutivi nel 1971 e 72, rispettivamente con l'indimenticabile Il cuore è uno zingaro e con la travolgente I giorni dell'arcobaleno, è stato spedito in Russia? E perché poi gli hanno tolto un pezzo di costola dal torace, visto che è ancora vivo e vegeto e celebrerà il suo settantasettesimo compleanno il prossimo 29 settembre?
Ti rassicuro subito: quel pezzo di costola apparteneva a un altro Nicola di Bari, uno che in realtà non c'entrava niente con Bari, visto che era nato in Anatolia ai tempi dell'imperatore Claudio II, detto il Gotico, che è uno che se non l'hai ma sentito nominare va bene lo stesso perché non ha fatto niente di importante. Quel Nicola lì, quello giusto, era morto nell'attuale Demre, cittadina turca di poco più di 26.000 abitanti, che ai tempi di Claudio il Gotico si chiamava Myra, proprio come la cantante americana di origine messicana, nota soprattutto per la sua interpretazione di Dancing in the Street, che se proprio vuoi farti del male puoi ascoltare qui.
Siccome questo Nicola di Bari è uno che di mestiere faceva il Santo, alla sua morte i Myresi (o comunque si chiamassero gli abitanti di Myra) gli avevano fatto una bella tomba da Santo con intorno una cattedrale. Tutto filò liscio come l'olio (santo) per 744 anni, finché nel 1087 a Myra arrivarono 62 marinai baresi, tra i quali c'erano anche due sacerdoti, tali Lupo e Grimoldo. Ora, siccome Bari non aveva un Santo tutto suo, i due sacerdoti, animati da uno spirito stracolmo di carità cristiana, decisero di rubare il corpo di quello di Myra e di portaselo a casa. Visto però che la carità cristiana era così presente nei loro cuori, affettarono lo scheletro in due pezzi e se ne portarono via solo la metà. Secondo altre versioni a quei tempi Nicola era già stato affettato da qualcun altro e quindi Lupo e Grimoldo se ne portarono via solo la metà perché il resto era nascosto da un'altra parte, ma non importa. Ciò che importa (o magari no, ma te lo dico lo stesso) è che l'altra metà fu più tardi trafugata dai veneziani, che già che c'erano si presero pure i corpi di un altro Nicola, zio del Nostro, e di tale Teodoro, martire.
Nel XII secolo un infido vescovo tedesco che non si sa bene per quale motivo si trovasse a Bari rubò l'omero sinistro di Nicola e lo portò a Rimini, dove si trova ancora oggi, nella chiesa di San Nicolò, in via Ferdinando Graziani, di fronte alla bigiotteria Tanvir e a Europcar. Si trova ancora lì oggi, ma non tutto, visto che nel 2003 i generosi riminesi decisero di tagliarne via una fettina e di farne dono alla città greca di Volos, cosa che i volosiani hanno giustamente apprezzato.
Insomma, a Bari ci sono vari pezzi di Nicola di Bari — che, detto per inciso, è poi quel San Nicola che diventò Father Christmas in Inghilterra nel XVI secolo, de Kerstman in Olanda un po' più tardi, Santa Claus in un sacco di altri posti e che ha finito col guadaganrsi da vivere facendo la pubblicità per la Coca-Cola a partire dagli anni '30 del secolo scorso. Ciò che importa è che 13 centimetri di costola di Nicola di Bari sono stati mandati in Russia, dove resteranno fino al 13 luglio.
E allora?, mi dirai.
Beh, allora ecco qua: quei 13 centimetri di osso di braccio sono stati depositati dentro una bacheca fabbricata apposta in Russia, bacheca riccamente decorata con bassorilievi che raccontano la vita del Santo e dotata di un coperchio e di una parte anteriore in vetro che permettono di constatare che dentro ci sono proprio quei 13 centimetri di omero, nel caso qualcuno avesse dei dubbi. Il sito http://www.rainews.it non esita a definire quella spedizione un evento storico, un gesto d'amore e di pace, un seme nel mare dell'ecumenismo. E tanto per dirla tutta, ieri davanti alla cattedrale del Cristo Salvatore, a Mosca, sulle rive della Moscova, c'era una fila di gente lunga 2 chilometri, tutti lì per vedere quei 13 centimetri di matrice extracellulare molto dura, compatta e mineralizzata, nonché di un'indefinita dose di defunti osteociti. Già si prevede che nel week-end, che in russo si dice выходные, ma anche уикенд, la fila sarà non di 2, ma di 5 chilometri.
Leggo sul Corriere della sera: Igor, che viene da Starij Oskol, nel sud della Russia, si aspetta un evento eccezionale perché già nel 2011, quando giunse a Mosca per vedere un frammento della cintura della Madonna proveniente dalla Grecia, gli nacque miracolosamente un nipotino. Essendo molto felice per Igor mi guarderò bene dal fargli notare che di cinture della Madonna tutte intere in giro per l'Europa e il Medio Oriente ce ne sono altre nove, una a Prato, una a Costantinopoli, una a Homs, una a Cipro, una al Monte Athos, una a Terragona, in Spagna, una a Bruton, nel Somerset inglese, e due in Francia, a Le-Puy-Notre-Dame e a Quintin, in Bretagna. Naturalmente non dispongo di dati precisi, ma sappiamo tutti come va con le cinture: una la perdi, un'altra la butti via perché si è rotta, di altre di devi sbarazzare man mano che ingrassi, altre ancora finiscono semplicemente col non piacerti più. Sì, va bene, secondo la tradizione fu Maria stessa a regalare la sua cintura all'apostolo Tommaso prima di partire per il cielo con tanto di anima e corpo. La cintura, mica 9 cinture. 
Tra l'altro, quella che Igor aveva visto nel 2011, o della quale aveva visto un frammento, è famosa perché permette alle donne sterili che la toccano di avere dei figli. Ma siccome era conservata da secoli in un monastero sul Monte Athos il cui ingresso è vietato alle donne, non serviva a granché. Infatti la sua tournée in Russia — dico tournée perché l'hanno portata in giro per ben 13 città — doveva servire proprio a favorire nuove nascite in un paese nel quale la demografia diminuisce in maniera preoccupante.Se la cosa abbia funzionato o no per ora non si sa.
No, tutto questo non lo farò mai notare a Igor. Ma devo ammettere che l'idea di decine di migliaia di persone che fanno la coda per vedere un pezzetto di osso e che poi magari si convinceranno che è proprio grazie a quella vista che potranno passare la serata a occuparsi del nipotino mentre i genitori vanno al cinema, oppure che, come la madre di tale Vladislav, diciassettenne di Krasnodar, vivranno qualche altra meravigliosa esperienza, visto che San Nicola già in passato l'ha aiutata a ritrovare l'automobile che le era stata rubata, mi turba. Sì, certo, mi fa molto ridere, ma mi turba anche. E siccome sono uno che certe volte mette i suoi turbamenti sul suo blog, ecco, l'ho fatto.
E mo' vado a farmi una tazza di té Ruschka, che è un té nero profumato al bergamotto e altri frutti e che se vuoi puoi comprarti qui per 8€ all'etto.

mercoledì 19 aprile 2017

La torre di Hanoi

Si narra che all'inizio dei tempi, Brahma, il Dio creatore, portò nel grande tempio di Benares, sotto la cupola d'oro che si trova al centro del mondo, tre colonnine di diamante e sessantaquattro dischi d'oro. I dischi, bucati al centro, erano collocati su una delle colonnine in ordine decrescente, dal più piccolo in alto, al più grande in basso. Si dice che da allora i monaci del tempio siano impegnati a trasferire i dischi dalla prima alla terza colonnina rispettando due regole semplici, dettate dallo stesso Brahma:
  1. possono spostare solo un disco alla volta;
  2. non possono mai mettere un disco più grosso sopra un disco più piccolo.
Si crede che quando tutti i dischi saranno stati spostati sulla terza colonnina la torre crollerà, il tempio crollerà e sarà la fine del mondo.
Quello che si sa poco è che se i monaci spostassero un disco al secondo per 24 ore al giorno la loro impresa durerebbe quasi 585 miliardi di anni. Tenendo presente che il nostro universo esiste da 13,7 miliardi di anni, la Terra da 4,65 e l'homo sapiens da 200.000 anni, direi che per il momento non ci sarebbe da preoccuparsi.
Purtroppo ciò che si narra e si racconta non è sempre vero. E infatti non solo a Benares non esiste nessuna cupola d'oro, ma sappiamo tutti, grazie alla rivelazione cosmogonica di Salvador Dalì, che il centro del mondo è la stazione di Perpignan.
Quello dei dischi da spostare da una colonnina a un'altra utilizzandone una terza è solo un gioco, che forse già conosci come La torre di Hanoi. Forse però non sai che il gioco è stato inventato dal Professor Claus (de Siam), del Collegio di Li-Sou-Stian.
Ahimé, anche questo non è vero, visto che Claus (de Siam) è solo l'anagramma di "Lucas (d'Amiens)" e che Li-Sou-Stian è a sua volta l'anagramma di Saint-Louis.
Édouard Lucas era un professore di matematica. Era nato ad Amiens, in Piccardia, nel 1842 e morì a Parigi nel 1891 a causa di un banale incidente. Qualche giorno prima, mentre partecipava, a Marsiglia, a un banchetto in occasione del congresso dell'Associazione Francese per l'Avanzamento delle Scienze, fu colpito in testa da un piatto che un cameriere gli fece inavvertitamente cadere in testa dopo avere inciampato in un tappeto. Il piatto gli provocò un'erisìpola, che come tutti sappiamo è un'infezione acuta della pelle causata da batteri piogeni. In pochi giorni, l'erisìpola ebbe ragione del professore.
8 anni prima, Lucas aveva commercializzato un gioco che aveva chiamato La torre di Hanoi. Sulla scatola c'era scritto La tour d'Hanoï - Véritable casse-tête annamite - Jeu rapporté du Tonkin par le Professeur N. Claus (de Siam), Mandarin du Collège de Li-Sou-Stian (La torre di Hanoi - Gioco portato dal Tonchino dal Professore N. Claus (del Siam), Mandarino al Collegio di Li-Sou-Sian). Lucas insegnava matematica all'allora Collegio e oggi Liceo Saint-Louis, che si trova a Parigi, al 44 del Boulevard Saint-Michel. Il foglio con le spiegazioni all'interno nella scatola indicava anche che quel gioco inedito era stato trovato negli scritti dell'illustre Mandarino Fer-Fer-Tam-Tam. Sullo stesso foglio si prometteva, senza alcun rischio, una ricompensa superiore a 1 milione di franchi a chi fosse riuscito a spostare una torre di 64 dischi da una colonnina a un'altra, visto che l'impresa avrebbe necessitato 18.446.744.073.709.551.615 mosse.
L'immagine all'inizio di questo post l'ho presa dal sito Amazon, dove il gioco è in vendita per 19;99€. Qualora l'invidiabile stato delle tue finanze ti invogliasse a lanciarti in una simile spesa, che peraltro comprende anche la spedizione, sappi che se per spostare gli 8 dischi ti ci vorranno 255 mosse, nulla ti impedirà di giocare solo con 3 (7 mosse), con 4 (15 mosse), con 5 (31 mosse), o magari con 6 (63 mosse). Se poi, spinto da non so quale masochismo, volessi fabbricarti da solo una versione del gioco comprendente ancora più dischi, per sapere quante mosse saranno necessarie per un dato numero di dischi ti basterà usare la formula 2n - 1, dove n è uguale al numero di dischi.
Infine se la tua leggendaria pigrizia dovesse impedirti di giocare potresti sempre guardare un bambino che fa tutto in 2 minuti e 34 secondi cliccando qui.
Guarda, sono così contento di averti raccontato questa roba che adesso vado a farmi un caffè.

domenica 16 aprile 2017

Pasqua!



Oggi è Pasqua. Non è Pasqua solo per i cattolici, ma anche per gli ortodossi. Il che credevo fosse relativamente raro finché ho verificato e ho visto che questa è già la settima volta che succede dal 2000. 
Il calcolo del giorno in cui festeggiare Pasqua è abbastanza comico. All'inizio i primi cristiani, che ovviamente erano ebrei, festeggiavano la resurrezione del loro Messia lo stesso giorno in cui gli altri ebrei festeggiavano l'esodo dall'Egitto alla Terra Promessa. Quella festa si chiamava e si chiama tutt'ora "Pesach." Il nome è legato all'episodio della Bibbia raccontato nel Libro dell'Esodo. Quando il "buon" Dio decide di sterminare tutti i primogeniti d'Egitto perché gli egiziani gli stanno molto meno simpatici degli ebrei, dice a Mosé che lui e i suoi compagni dovranno imbrattare le porte delle loro case con un po' di sangue dell'agnello che si saranno pappati in famiglia (avendo fatto bene attenzione di arrostirlo e non di bollirlo!). "Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro — prosegue l'onnipotente; — io vedrò il sangue e passerò oltre." Ed è da quel "passare oltre" che viene la parola Pesach, diventata poi Pasqua per i cristiani. 
Già, ma perché mai allora gli inglesi chiamano Pasqua "Easter" e i tedeschi "Ostern"? Probabilmente per rendersi interessanti, ma non solo. 
Quelle parole deriverebbero dall'inglese medievale "Ēastrun", o "Ēastran", o magari pure "Ēastron", ma non importa, che deriverebbe a sua volta dal nome della dea Ēostre, o Ēastre, o anche Ôstara, ma non importa, che veniva festeggiata in aprile, tant'è vero che quel mese si chiamava "Eostur-Monath." Durante quella festa la gente si scambiava delle uova, prima di serpente e più tardi di gallina, forse anche perché quelle di gallina erano più facili da trovare. 
Chi parla della dea Ēostre è San Beda il Venerabile, che era uno che faceva il monaco in un convento dedicato ai Santi Pietro e Paolo nel regno di Northumbria (che si chiamava così perché la sua frontiera meridionale coincideva con l'estuario del fiume Humber, nel nord-est dell'attuale Inghilterra, e non perché era molto a nord dell'Umbria, cosa che lasciava del tutto indifferenti gli inglesi del nord dell'VIII secolo). Questo San Beda scrisse una "Historia ecclesiastica gentis Anglorum" che non solo gli ha fatto meritare il titolo di Padre della storia inglese, ma pure quello di Dottore della Chiesa (cattolica), che è una cosa così importante che di Dottori della Chiesa ce ne sono solo 36 e che lui è l'unico britannico. A Beda si deve la famosa profezia secondo la quale "finché starà il Colosseo starà Roma, quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma e quando cadrà Roma cadrà il mondo", che magari non sarà l'unico motivo per il quale la famiglia Della Valle ha deciso bene di sponsorizzare il restauro dell'anfiteatro voluto dall'imperatore Vespasiano, ma magari sì. 
Comunque sia, pare che questa Ēastrun fosse una dea molto popolare, che si occupava di primavere e di fertilità e che veniva associata alla lepre e/o al coniglio per via della rapidità con la quale quegli animali si riproducono. 
Ma avevo incominciato parlando delle date della Pasqua cristiana e di quella ortodossa, nonché di quella del Pesach ebraico. Il Pesach deriva da una festa ancora più antica, nella quale si celebrava il ritorno della primavera in occasione del primo raccolto di orzo, che veniva usato per preparare il pane azzimo. Come ho già detto, i primi cristiani si limitarono a trasformare quella festa nella celebrazione della resurrezione del figlio del loro Dio. Poi però nel 325 arrivò il Concilio di Nicea che stabilì che la festa doveva essere celebrata la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera. La cosa fu accettata da tutti fino a quando Papa Gregorio XIII pubblicò la sua bolla papale "Inter gravissimas", nel 1582. Quella bolla buttava alle ortiche il calendario giuliano e ufficializzava il gregoriano. Cosa che fece incazzare gli ortodossi — che a dire il vero si incazzavano facilmente appena il papa di Roma diceva una cosa — che quindi decisero di tenersi il vecchio calendario. Ecco perché ancora oggi la Pasqua ortodossa è celebrata 13 giorni dopo quella cattolica, che cade ineluttabilmente tra il 22 marzo e il 25 aprile. 
Queste cose di Chiesa mi sembrano sempre un po' buffe, mi danno l'impressione di piccole beghe tra impiegatucci dispettosi. Sta di fatto che oggi in Italia è Pasqua e questo mi permette di offrirti la ricetta dell'omelette al cioccolato che ho appena trovato su internet:


Ingredienti per 4 persone:
4 uova
1/2 bicchiere di latte
4 cucchiai di zucchero a velo
30 g di cioccolato a pezzi
burro
cacao amaro
Procedimento:
Sbattete le uova con lo zucchero come per una comune omelette. Aggiungete il latte e continuate a montare il composto. Unite il cioccolato ridotto a piccoli pezzi. In un largo padellino mettete una noce di burro e appena si sarà sciolto versate il composto delle uova. Ripiegate metà dell'omelette su se stessa e continuate la cottura per pochi minuti (deve essere cotta ma rimanere morbida). Servite l'omelette con una bella spolverata di cacao amaro. 

Secondo me è una schifezza, ma se vuoi provarla, fai pure.

lunedì 3 aprile 2017

Sui capolavori

Gertrude Stein


Non mi ricordavo come fosse incominciata la cosa ma poi me ne sono ricordato. Stavo guardando una partita del campionato inglese. Lo faccio spesso perché chiunque si interessi un minimo al calcio sa benissimo che le partite del campionato inglese sono molto più belle delle partite italiane. Oltretutto quello era un derby, Liverpool / Everton.
Stavo guardando la partita quando non so più se dopo un passaggio, una parata o un tiro in porta il commentatore ha parlato di capolavoro.
Ci sono due parole che che la stampa sia scritta che televisiva ci propina ormai senza il minimo ritegno: eroe e capolavoro. Basta che uno si butti vestito in piscina perché vede una bambina di due anni che sta affogando e diventa un eroe; basta che uno dia un calcio giusto a un pallone e ha fatto un capolavoro. Naturalmente sottinteso dalla parola eroe c'è il fatto che insomma, magari tu non ti saresti buttato in quella piscina anche se sai nuotare benissimo, però la cosa non è grave perché per farlo bisogna essere eroi. Sottinteso invece dalla parola capolavoro c'è il messaggio subliminale che ti dice che sei uno molto fortunato perché la "tua" televisione "ti" sta facendo vedere una cosa straordinaria, anche se poi in realtà quella cosa straordinaria non lo è.
Insomma, stavo guardando il Liverpool che faceva a pezzi l'Everton quando quella fesseria del commentatore mi ha fatto pensare a un testo che mi aveva entusiasmato quando l'avevo letto per la prima volta, più o meno 45 anni fa, e che ancora oggi mi piace un sacco. È il testo di una conferenza di Gertrude Stein all'università di Oxford nel 1936. Si intitola "Cosa sono i capolavori e perché ce ne sono così pochi."
Più o meno 45 anni fa un'amica canadese, Barbara, mi regalò il mio primo libro della Stein, un'antologia pubblicata dalla Penguin con il titolo "Look at Me Now and Here I Am." Quel libro ce l'ho ancora e quando mi è venuta in mente la sua conferenza sui capolavori sono andato a rileggermela, abbandonando vigliaccamente tanto il Liverpool quanto l'Everton. E poi...

Perché? Perché mai mi sono messo lì a tradurre quel testo intraducibile? Perché?
Sarà che a quel libro, con le sue pagine in gran parte scollate, la copertina sgualcita e i fogli ingialliti, ormai sono affezionato. Sarà perché scoprire Gertrude Stein 44 anni fa è stato così importante che ho finito col dare a mia figlia, come secondo nome, Gertrude, cosa che non mi perdonerà mai. Sarà perché non credo che quel testo esista in italiano. Sarà per masochismo. Sarà per amore, visto che di questi tempi di amore ce n'è poco.
Comunque sia, l'ho tradotto. Non so se ti piacerà. Non so se ce la farai e leggerlo. È ovviamente un testo datato, ma lo è come è datato qualsiasi altro grande testo scritto in un modo ormai datato, che dice cose ormai datate, ma che continua in qualche strano suo modo a non essere datato e a non dire cose ormai datate.
Il pericolo con Gertrude Stein è sempre questo, leggi qualcosa che ha scritto e cerchi subito di metterti a scrivere come lei anche se sai che non riuscirai mai a scrivere come lei e che comunque anche se ci riuscissi non sarebbe interessante.
Quindi la smetto subito.

Gertrude Stein
COSA SONO I CAPOLAVORI E PERCHÉ CE NE SONO COSÌ POCHI

Stavo quasi per parlare a questa conferenza invece di scrivere e poi leggere perché tutte le conferenze che ho scritto e letto in America sono state pubblicate e anche se per voi potrebbero anche essere lette come se non fossero state pubblicate tuttavia c'è una cosa a proposito di ciò che è stato scritto e pubblicato che lo rende non più di proprietà di chi l'ha scritto e quindi non c'è più ragione per l'autore di leggerlo di quanta ce ne sia per chiunque altro e quindi non lo fa.

Per questa ragione stavo per parlarvi ma a dire il vero è impossibile parlare di capolavori e di cosa siano perché parlare non ha essenzialmente niente a che vedere con l'atto creativo. Io parlo molto mi piace parlare e parlo anche più di quanto potrei dire parlo quasi sempre e molto spesso ascolto anche e come ho detto l'essenza del genio è la sua capacità di parlare e di ascoltare ascoltare mentre parla e parlare mentre ascolta ma e questo è molto importante molto importante per davvero parlare non ha nulla a che vedere con l'atto creativo. Cosa sono i capolavori e perché ce ne sono così pochi. Dopotutto si potrebbe dire che ce ne sono molti ma in qualsiasi proporzione a quello che tutti quelli che fanno qualcosa hanno fatto ce ne sono molto pochi. Durante tutta l'estate ho meditato e ho scritto su questo soggetto e la cosa ha finito col diventare una discussione sulle relazioni tra natura umana e mente umana e identità. La cosa che uno finisce poco per volta per scoprire è che uno non ha un'identità voglio dire nel momento in cui sta facendo una qualsiasi cosa. L'identità è il riconoscimento, sai chi sei perché tu e altri ricordate qualcosa di te stesso ma essenzialmente tu non sei quella cosa quando stai facendo una cosa qualsiasi. Io sono io perché il mio cagnolino mi conosce ma, parlando di creatività, il cagnolino che sa che tu sei tu e il tuo riconoscimento del fatto che lui sa, è quello che distrugge l'atto creativo. È questo che diventa scuola. Picasso una volta ha detto non m'importa chi mi ha influenzato o mi influenza almeno nella misura in cui non sono io.

È molto difficile così difficile che è sempre stato difficile ma è ancora più difficile adesso conoscere il rapporto tra la natura umana e la mente umana perché devi sapere qual'è la relazione tra l'atto di creare e il soggetto che il creatore usa per creare quella cosa. Si dicono un sacco di sciocchezze a proposito di ogni tipo di cosa. Dopotutto c'è sempre lo stesso soggetto ci sono le cose che vedi e ci sono esseri umani e esseri animali e tutti quelli che puoi immaginare dall'inizio dei tempi sanno praticamente dall'inizio e fino alla fine tutte queste cose. Dopotutto qualsiasi donna in qualsiasi villaggio o anche uomo se preferite o perfino bambino conosce la psicologia umana tanto quanto tutti gli scrittori che hanno mai vissuto. Dopotutto ci sono cose che sai chiunque a modo suo le sa tutte e non è questo sapere che fa i capolavori. Per niente per niente proprio per niente. Chi riconosce i capolavori dice che questa è la ragione ma non lo è. Non è il modo in cui Amleto reagisce al fantasma del padre che fa il capolavoro, per Shakespeare avrebbe potuto reagire in una dozzina di modi diversi e tutti sarebbero stati altrettanto colpiti dalla psicologia della cosa. Ma non c'è psicologia in quella cosa, quello probabilmente non è il modo in cui un qualsiasi giovane reagirebbe davanti al fantasma del padre e non c'è motivo per cui dovrebbe farlo. Se quello fosse il modo in cui un giovane potrebbe reagire davanti al fantasma del padre allora sarebbe una cosa che chiunque in qualsiasi villaggio saprebbe potrebbero parlarne parlarne per ore ma quello non farebbe un capolavoro e questo ci porta una volta ancora al soggetto dell'identità. In qualsiasi momento tu sia tu sei tu senza la memoria di te stesso perché se ti ricordi te stesso mentre sei tu allora non lo sei con lo scopo di creare te. Questo è così importante perché ha molto a che vedere con la questione di uno scrittore nei confronti dell suo pubblico. Una delle cose che ho scoperto facendo conferenze è che uno finisce gradualmente per non ascoltare più ciò che dice finisce col sentire ciò che il pubblico gli sente dire, questo è il motivo per cui l'oratoria non è praticamente mai un capolavoro molto raramente e molto raramente una storia, perché la storia si occupa di persone che sono oratori che sentono non cosa sono non cosa dicono ma cosa il loro pubblico li sente dire. È molto interessante che scrivere lettere presenti la stessa difficoltà, la lettera scrive ciò che l'altra persona dovrà sentire e quindi non esiste un'entità ci sono due presenti invece di uno e ancora una volta l'atto creativo collassa. Una volta scrivendo The Making of Americans ho scritto scrivo per me e per degli sconosciuti ma quello era solo un formalismo letterario perché se avessi scritto per me e per degli sconosciuti se l'avessi fatto non avrei scritto davvero perché a quel punto l'identità avrebbe preso il posto dell'entità. È estremamente difficile, un'azione è diretta ed effettiva ma in fondo l'azione è necessaria e tutto ciò che è necessario ha a che vedere con la natura umana e non con la mente umana. Quindi un capolavoro essenzialmente non deve essere necessario, deve essere cioè che è deve esistere ma non deve essere necessario non è una risposta alla necessità come azione è perché nel momento in cui è necessario non ha in sé la possibilità di proseguire.

Per tornare a ciò che il capolavoro ha come soggetto. Scrivendo di pittura ho detto che un'immagine esiste per e in se stessa e il pittore deve usare oggetti paesaggi e persone come un modo il solo modo in cui è capace di fare esistere il quadro. Quello è il problema di tutti e particolarmente il problema proprio adesso quando chiunque scriva o dipinga deve essere anormalmente conscio delle cose che usa cioè i fatti le persone gli oggetti e i paesaggi e fondamentalmente nel momento in cui uno è conscio profondamente conscio di queste cose come soggetto l'interesse per queste cose non esiste.

È così chiaro nella difficoltà di scrivere romanzi o poesia oggi. La tradizione è sempre stata di descrivere più o meno cose che succedono uno le immagina naturalmente ma poi descrive più o meno le cose che succedono ma oggi sappiamo sempre tutti cosa succede e quindi ciò che succede non è molto interessante, lo sai dalla radio cinema giornali biografie autobiografie finché ciò che succede non è più eccitante per nessuno, eccita un po' ma non eccita per davvero. Il pittore non può più dire che ciò che fa è ciò che vede nel mondo perché non può più guardare il mondo, è stato troppo fotografato e allora lui deve dire che fa qualcos'altro. In passato un pittore diceva che dipingeva ciò che vedeva naturalmente non lo faceva ma comunque poteva dirlo, adesso non vuole dirlo perché vedere non è interessante. Questo ha qualche rapporto con i capolavori e col perché ce ne sono così pochi ma non proprio.

Quindi vedi bene perché parlare non ha niente a che vedere con l'atto creativo, parlare è nella natura umana così com'è e la natura umana non ha niente a che vedere con i capolavori. È assai curioso ma i gialli che si può dire che siano la sola vera forma letteraria nata ai nostri tempi si sbarazzano della natura umana facendo morire l'uomo fin dall'inizio l'eroe è morto fin dall'inizio e quindi tu devi per così dire sbarazzarti dell'evento prima che il libro inizi. C'è un'altra cosa curiosa nei gialli. Nella vera vita la gente è più interessata al crimine che alla soluzione, è il crimine che provoca lo shock l'eccitazione l'orrore ma nella storia è la soluzione che solleva l'interesse e ciò è abbastanza naturale perché la necessità per quello che riguarda l'azione è il morto, è un'altra funzione che ha molto poco a che vedere con la natura umana che rende la soluzione interessante. E quindi è sempre vero che il capolavoro non ha niente a che vedere con la natura umana o con l'identità, ha a che vedere con la mente umana e con l'entità cioè con una cosa in se stessa e non in relazione. Nel momento in cui è in relazione è una cosa risaputa e chiunque può sentirla e saperla e non è un capolavoro. Allo stesso tempo tutti in maniera curiosa sentono prima o poi la realtà di un capolavoro. La cosa in se stessa della quale la natura umana è solo un vestito attira l'attenzione. Ho molto meditato su questo punto. I modi e le abitudini dei tempi biblici o dei greci o dei cinesi non hanno niente a che vedere con i nostri oggi ma i capolavori esistono lo stesso e non esistono per la loro identità, cioè ciò che tutti si ricordavano allora, non esistono per via della natura umana perché tutti sanno sempre tutto ciò che c'è da sapere sulla natura umana, esistono perché sono diventati una cosa che è fine a se stessa e in quel senso è all'opposto della vita che è relazione e necessità. Questo è ciò che un capolavoro non è anche se potrebbe facilmente essere ciò di cui un capolavoro parla. È un'altra delle curiose difficoltà di un capolavoro cioè incominciare e finire, perché a dire il vero non è ciò che un capolavoro fa non comincia e finisce se lo facesse sarebbe per necessità e in relazione e questo è proprio ciò che un capolavoro non è. Tutti se ne proccupano adesso tutti questo è ciò che li fa parlare di astrattismo e che li fa preoccupare di punteggiatura e maiuscole e minuscole e di cos'è una storia. Tutti se ne preoccupano non perché tutti sanno cosa sia un capolavoro ma perché alcuni hanno scoperto cosa non è un capolavoro. Persino gli stessi capolavori sono sempre stati preoccupati dall'inizio e dalla fine perché quello è essenzialmente ciò che un capolavoro non è. Eppure dopotutto come soggetti della natura umana i capolavori devono utilizzare l'inizio e la fine per esistere. E poi comunque sia chiunque stia cercando di fare una qualsiasi cosa oggi sta disperatamente non avendo un inizio e una fine anche se in un modo o nell'altro uno deve finire per fermarsi. Mi fermo.

Non so se ho chiarito le cose, è chiaro, ma purtroppo ho messo tutto questo per scritto durante l'estate e nonostante tutto me ne ricordo adesso e quando uno ricorda non è mai chiaro. È questo che crea la scrittura secondaria, il ricordare, è molto curioso incominci a scrivere qualcosa e improvvisamente ti ricordi qualcosa e se continui a ricordarti quello che scrivi diventa molto confuso. Se non ricordi mentre scrivi, può sembrare confuso ad altri ma in realtà è chiaro e prima o poi quella chiarezza sarà chiara, è questo il capolavoro, ma se ricordi mentre scrivi sembrerà chiaro a tutti nell'immediato ma la chiarezza se ne andrà è questo ciò che un capolavoro non è.

Tutto questo sembra terribilmente complicato ma non è complicato per nulla, è solo ciò che succede. Chiunque tra voi quando scrive cerca di ricordare cosa sta per scrivere e vede immediatamente quanto ciò che scrive diventa privo di vita è per questo che la scrittura descrittiva è così noiosa perché è tutta ricordata, è per questo che l'illustrazione è così noiosa uno ricorda l'aspetto di qualcuno e fa assomigliare la sua illustrazione a quell'aspetto. Nel momento in cui la memoria funziona mentre fai qualcosa questo può risultare molto popolare ma in realtà è noioso. E questo è ciò che un capolavoro non è, può essere sgradevole, ma non è mai noioso.

E quindi allora perché ce ne sono così pochi. Ce ne sono così pochi perché in genere la gente vive nell'identità e nella memoria intendo quando pensa. Uno sa di essere perché il suo cagnolino lo conosce, e quindi non è un'entità ma un'identità. Ed essendo questo la memoria è necessaria alla sua esistenza e quindi uno non può creare capolavori. Si è detto dei geni che sono eternamente giovani. Una volta dissi a cosa serve essere un bambino se poi devi crescere fino a diventare uomo, il bambino e l'uomo non hanno niente a che vedere l'uno con l'altro, a parte per ciò che riguarda la memoria e l'identità, e se hanno qualcosa a che vedere l'uno con l'altro per ciò che riguarda la memoria e l'identità allora non creeranno mai un capolavoro. Capisci capisci davvero bene non fa molta differenza perché dopotutto i capolavori sono quello che sono e la ragione è che ce ne sono così pochi. Nel momento in cui tu sei tu perché il tuo cagnolino ti conosce non puoi fare un capolavoro e questo è chiaro.

Non è molto complicato non avere un'identità ma è molto complicato sapere di non avere un'identità. Si potrebbe dire che è impossibile ma non è impossibile è provato dall'esistenza dei capolavori che non sono nient'altro che questo. Sono il sapere che non c'è identità e il produrre mentre non c'è identità.

Questo è cioè che un capolavoro è.

Quindi adesso sappiamo cos'è un capolavoro e sappiamo anche perché ce ne sono così pochi. Hanno tutto contro. Tutto ciò che fa andare avanti la vita crea identità e tutto ciò che crea identità è necessariamente una necessità. E i piaceri della vita come le necessità aiutano la necessità di un'identità. I piaceri che rassicurano hanno tutti a che vedere con l'identità e i piaceri che eccitano hanno tutti a che vedere con l'identità e in più ci sono l'orgoglio e la vanità che giocano con i capolavori come lo fanno con chiunque e anche loro hanno a che vedere con l'identità, e quindi naturalmente è naturale che ci sia più identità di quanto uno non lo pensi più di quanto non pensi a qualsiasi altra cosa che sa e la cosa peggiore di tutte è che l'unica cosa che uno pensa è l'identità e pensare è qualcosa che ha così bisogno di essere memoria e se poi lo è non ha naturalmente niente a che vedere con un capolavoro.

Ma un capolavoro di cosa può trattare può soprattutto trattare di identità e trattandone non può averne alcuna. Stavo pensando a una cosa qualsiasi e pensando a una cosa qualsiasi ho visto qualcosa. Vedendo quella cosa la vedremo forse senza che lei si trasformi in identità, il momento non è un momento e la vista non è la cosa vista eppure lo è. I momenti non sono importanti perché naturalmente i capolavori non hanno più tempo di quanto abbiano identità anche se il tempo come l'identità è ciò che li riguarda naturalmente è ciò che li riguarda.

Una volta quando uno ha detto quello che dice è vero o non è vero. Questo è il problema col tempo. Questo è ciò che rende ciò che dicono le donne più vero di ciò che dicono gli uomini. Questo è indubbiamente il problema col tempo e sempre in rapporto ai capolavori. Una volta ho detto che non c'è niente che mi dia più fastidio del fatto che una cosa diventa morta una volta che è stata detta. E se lo fa è perché c'è questo problema col tempo.

Il tempo è molto importante in rapporto ai capolavori, naturalmente crea identità il tempo crea identità e l'identità interrompe la creazione di capolavori. Ma il tempo fa qualcosa di per sé per interferire con la creazione di capolavori oltre a far parte di ciò che fa l'identità. Se non continui a ricordare te stesso non hai identità e se non hai tempo non continui a ricordare te stesso e mentre ricordi te stesso non crei lo sanno tutti.

Pensa a come crei se crei non ricordi te stesso mentre crei. Eppure il tempo e l'identità sono le cose delle quali parli mentre crei solo che mentre crei loro non esistono. È questa la realtà.

E tu crei sì se esisti ma tempo e identità non esistono. Viviamo nel tempo e nell'identità ma così come siamo non conosciamo il tempo e l'identità lo sanno tutti. È così semplice che lo sanno tutti. Ma sapere ciò che uno sa è spaventoso vivere ciò che uno vive è rassicurante e anche se a tutti piace provare spavento ciò che tutti vogliono è essere rassicurati ed è per questo che i capolavori sono così pochi non che siano spaventosi in sé stessi naturalmente no perché se chi ha creato il capolavoro è spaventato allora non esiste senza memoria del tempo e identità, e nella misura in cui lui è così è spaventato e nella misura in cui è spaventato il capolavoro non esiste, sembra così, ma la memoria dello spavento distrugge il capolavoro. Robinson Crusoe e le orme di Venerdì sono uno degli esempi perfetti della non esistenza del tempo e dell'identità che fa un capolavoro. Spero che vediate ciò che dico ma comunque chiunque conosce Robinson Crusoe e le orme di Venerdì sa che è vero. Non c'è tempo né identità nel modo in cui è successo ed ecco perché non c'è spavento.

E quindi ci sono pochissimi capolavori naturalmente ci sono pochissimi capolavori perché essere capaci di sapere cosa significa non avere identità e tempo ma non preoccuparsi di parlare come se ci fossero perché ciò non interferisce con niente e continuare a essere non come se non ci fossero tempo e identità ma come se ci fossero ed esistere contemporaneamente senza tempo e identità è così semplice che è difficile trovare molti che lo siano. E naturalmente è questo che un capolavoro è ed ecco perché ce ne sono così pochi e tutti lo sanno.

A cosa serve essere un bambino se poi crescerai per essere un uomo. E a cosa serve non serve a niente dal punto di vista dei capolavori non serve a niente. Lo sanno tutti.

Non serve proprio a niente essere un bambino se poi crescerai per essere un uomo perché poi l'uomo e il bambino puoi stare certo che la cosa continua e un capolavoro non continua è com'è ma non continua. È molto interessante che nessuno si accontenti di essere un uomo e un bambino ma abbia bisogno di essere anche un figlio e un padre e il fatto che tutti muoiono ha qualcosa a che vedere col tempo ma non ha niente a che vedere con un capolavoro. La parola puntuale com'è usata nelle nostre frasi è molto interessante ma uno può chiunque può vedere che questo non ha niente a che vedere con i capolavori lo sappiamo tutti. La parola puntuale dice che i capolavori non hanno niente a che vedere col tempo.

È molto interessante avere dentro di sé che mai mentre ti conosci ti conosci senza guardare e sentire e guardare e sentire fanno sì che che tu sia qualcuno che hai visto. Se hai visto qualcuno lo conosci per com'è che si tratti di te stesso o di un qualsiasi altro e quindi l'identità consiste nel riconoscimento e riconoscendo perdi identità perché dopotutto nessuno sembra quello che sembra, non sembrano così lo sappiamo tutti di noi stessi e di chiunque altro. E quindi in qualsiasi modo è un problema e quindi scrivi tutti scrivono per confermare ciò che uno è e più uno lo fa più più uno sembra ciò che era e di questo è fatta l'identità anche di più e quell'identità non è ciò che chiunque può avere come una cosa da essere ma come una cosa da vedere. E siccome è una cosa da vedere nessun capolavoro può vedere ciò che può vedere se lo fa è puntualmente e ssiccome è puntualmente non è un capolavoro.

Ci sono talmente tante cose da dire. Se non ci fosse l'identità nessuno potrebbe essere governato ma siamo tutti governati da tutti ed ecco perché nessuno fa capolavori, e anche perché governare non non ha niente a che vedere con i capolavori non ha assolutamente niente a che vedere con l'identità ma non ha niente a che vedere con i capolavori. Ed è per questo che governare è occupare ma non è interessante, i governi occupano ma non sono interessanti perché i capolavori sono esattamente ciò che loro non sono.

C'è un'altra cosa da dire. Quando scrivi prima che ci sia un pubblico la cosa scritta è altrettanto importante di qualsiasi altra cosa e tu ami qualsiasi cosa tu abbia scritto. Quando arriva il pubblico naturalmente crea qualcosa cioè crea te, e quindi non tutto è così importante, qualcosa è più importante di qualcos'altro, il che non era vero quando tu eri tu cioè quando non eri tu così come ti conosce il tuo cagnolino.

E quindi eccoci qua e c'è talmente tanto da dire ma comunque non dico che non ci sia dubbio che i capolavori siano capolavori in quel modo e ce ne sono molto pochi.