lunedì 12 settembre 2011

Prego, porga la chioma...

Capelli misisteriali

Il ministro per i beni e le attività culturali, Giancarlo Galan, ex-governatore del Veneto, sfoggia sul suo augusto capo una chioma certo non folta, ma dall'aspetto manageriale. Buon per lui.
Quella chioma necessita naturalmente di cure presso un barbiere, acconciatore, parrucchiere, o coiffeur che dir si voglia. Poiché, al contrario del ministro, io da anni ormai ho scelto di andarmene in giro con un cranio oscenamente calvo, che rendo tale con un rasoio manuale di marca Gillette e una crema da barba del Dr. Harris &Co. Ltd (London), non conosco l'ammontare della spesa contemplata da un servizio di taglio e magari shampoo compreso. 20€? 15? 30? Non lo so.
Ma il nostro ministro per i beni e le attività culturali lo sa, ed è proprio per questo che, invece di recarsi da un artigiano che non mancherebbe di pretendere una somma probabilmente proibitiva per uno stipendio ministeriale, preferisce avvalersi dei servigi del parrucchiere della Camera.
Il solo piccolo problemino è che il Sior Galan deputato non lo è, e quindi, onde godere di quel piccolo privilegio che gli onorevoli (si fa per dire) rappresentanti del popolo sovrano si sono sovranamente attribuiti, si fa prestare il tesserino parlamentare da uno di loro. Anzi, da una, visto che l'onorevole (si fa sempre per dire) Giustina Destro, ex-sindaco di Padova nonché vicepresidente di Confindustria, ha candidamente ammesso l'incauto prestito.
“Davvero lei ha...” stava chiedendole un giornalista del Corriere della sera. “Beh, sa, con Galan siamo molto amici, siamo entrambi di Padova e... comunque sì, certo: gli ho prestato il mio tesserino per entrare dal barbiere”, si è affrettata a confessare la distinta signora, aggiungendo: “Credo che ogni tanto glielo prestino anche altri suoi amici deputati". Di Padova anche loro? Molto amici anche loro? Non si sa.
Quel che si sa è che l'egregia Sora Giustina trova che non ci sia di che, visto che così conclude: "Ma davvero le sembra una cosa tanto grave?”
Per carità, signora mia, la cosa non è affatto grave! Non siamo mica in Svezia, in Danimarca o in Gran Bretagna, dove un ministro colto sul fatto di piccola truffa capillare sarebbe rapidamente costretto alle dimissioni insieme all'onorevole (vedi sopra) che ha reso la truffa possibile... Siamo in Italia, perbacco! E lei ha perfettamente ragione quando ci invita a concentrarci “sui problemi gravi che il Paese vive in questo momento”. Vorrà mica mettere una cosa da ridere come un ministro tanto meschino da farsi tagliare i capelli gratis con un imbroglio, con quelle ben più gravi “che il Paese vive in questo momento”...
Il problema dei piccoli privilegi e delle piccole truffe della Casta a cui lei e il suo amico ministro appartenete sono bazzeccole, quisquilie, pinzillacchere, sciocchezzuole, bagatelle, banalità, inezie! Per Dinci e anche per Bacco!, come diceva un grande poeta, non esageriamo, sennò rischiamo davvero di far traboccare il vaso dalla goccia!
Un singolo licenziamento, una singola bolletta non pagata, una singola fattura non emessa, una singola tassa non versata, una singola casa costruita abusivamente, una singola auto blu usata per andare a far compere, sono tutte quisquiglie! E il suo partito e il governo che lei sostiene fanno benissimo a non occuparsene.
Gli stupidi siamo noi, che ci ostiniamo a sommare pinzillacchera a bagatella e banalità a sciocchezza, traendo l'insulsa conclusione della vostra indegnità a rappresentarci. Gli stupidi siamo noi che rifiutiamo di accettare che tutto questo sia normale.
Per fortuna, nonostante la nostra stupidità, possiamo contare su una classe politica che sa guardare altrove, più in su e più in là, senza lasciarsi avvilire da critiche tanto ingiuste quanto smisurate.
Scusi se mi permetto, ma io ogni mattina vado al bar a prendermi un caffé che mi costa 90 centesimi. A prescindere, avrebbe mica un tesserino da prestarmi?

domenica 11 settembre 2011

Un'immagine dell'11 settembre


Non conoscevo questa foto prima di trovarne traccia questa mattina in un articolo apparso sul Guardian del 2 settembre scorso. Non chiedetemi come ci sono arrivato, non me lo ricordo. So che stavo guardando le pagine di Libération, ho cliccato su qualcosa e sono arrivato lì.
Ovviamente la foto mi ha immediatamente colpito perché è un'immagine dell'11 settembre 2001 diversa da tutte le altre. Come lo spiega l'autore della foto, Thomas Hoepker, in un articolo apparso su Slate nel 2006 (http://www.slate.com/id/2149675/), è molto diversa anche da quest'altra, di Alex Webb, di cui lo stesso Hoepker dice che “ha un aspetto simile di vita che continua, ma anche una tenerezza che manca nella mia”. 


Hoepker ha aspettato quattro anni e mezzo prima di far vedere la sua foto. Ecco come ci spiega questo ritardo:
“(In un primo momento) misi da parte quella scena idilliaca, sentendo che non rifletteva per nulla la realtà di quel giorno. Sentivo che la foto era ambigua e prestava a confusione: pubblicarla avrebbe potuto distorcere la verità di ciò che sentimmo quel giorno. (…) La foto non mi sembrava “giusta” in quel momento. (…) (Quattro anni e mezzo dopo), lontana dall'avvenimento, mi apparì strana e surreale. Faceva domande, ma non dava risposte. Come può un disastro capitarci addosso in una così bella giornata? Come può quel gruppetto di ragazzi cool starsene lì seduto in maniera così rilassata e apparentemente indifferente di fronte alla madre di tutte le catastrofi che si svolge sullo sfondo? Questa era l'insensibilità di una generazione che ha visto troppa CNN e troppi film dell'orrore? Oppure era la menzogna ambigua di uno scatto che ignorava i secondi precedenti e seguenti il momento in cui avevo schiacciato il bottone? Forse questo gruppo aveva appena vissuto un momento di agonia e di catarsi, o magari aveva discusso a lungo in maniera preoccupata? Era obbligatorio correre a destra e a sinistra con la faccia preoccupata quel giorno, o nelle settimane seguenti l'11 settembre? Come sarei apparso a un osservatore distante in quel giorno? Probabilmente, come un fotografo dal cuore di ghiaccio preoccupato dall'idea di fare lo scatto della sua vita. Io mi ricordo solo che ero sotto shock, confuso, impaurito, disorientato e emotivo, ma che mi sforzavo di rimanere concentrato sulle mie foto. (…) Credo che questa foto abbia toccato molte persone proprio perché resta confusa e ambigua in tutta la sua chiarezza inondata dal sole”.
E poi mi è venuta in mente un'altra foto, quella che valse a Kevin Carter il Pulitzer 1994.


Anche qui c'è qualcosa di profondamente equivoco e disorientante, qualcosa che ci provoca un'immediata reazione di sconcerto e di orrore, visto che l'immagine suggerisce che l'avvoltoio stia aspettando la morte del bambino per mangiarselo. L'impressione è ulteriormente rafforzata dalla posizione dell'avvoltoio (a sinistra della foto, quindi "entrante"), nonché dalla testa chinata del bambino, che sembra stia morendo. Anche qui le cose stavano diversamente, come lo ha spiegato un collega di Carter, João Silva, presente sul posto. 
Secondo Silva, i due erano andati in Sudan con le Nazioni Unite l'11 marzo 1993. Atterrarono da qualche parte nel sud del paese e i responsabili UN dissero loro che non avevano che 30 minuti prima di ripartire, poi incominciarono a distribuire cibo ai rifugiati. Gli adulti si accalcarono intorno all'aereo, lasciando per qualche istante soli i bambini. Carter vide la scena e, per ottenere una maggiore profondità di campo, si avvicinò al soggetto molto lentamente (per non spaventare l'avvoltoio, che avrebbe potuto volare via) e fece poi il suo scatto. Pochi istanti dopo l'avvoltoio se ne volò effettivamente via.
Guardando le due foto, quella di Hoepker e quella di Carter, una accanto all'altra, mi chiedo cosa ci sia di simile e cosa di diverso. Prima di tutto, direi, la distanza del fotografo, che è lontano nella prima e molto vicino nella seconda. Poi il fatto che mentre quella di Hoepker mostra una tragedia in corso (pur se in secondo piano e solo suggerita dalla nuvola di fumo), quella di Carter sovrappone alla tragedia in corso (la fame del bambino) una tragedia a venire (la morte del bambino e il pasto dell'avvoltoio). Sovrapponendo le tragedie, e facendolo così da vicino, è come se Carter finisse con l'annullarle l'un l'altra proponendoci, anzi obbligandoci quasi a un'altra lettura dell'immagine, quella dell'indifferenza di chi preferisce scattare piuttosto che intervenire. Il che, ovviamente, è un dibattito vecchio come il fotogiornalismo.
Ma quel che fa la vera differenza tra le due foto è che mentre quella di Carter ci opprime immediatamente con la sua brutalità e il suo apparente voyeurismo, quella di Hoepker ci porta a farci delle domande. Anche se la nostra prima reazione è di stupore davanti all'apparente indifferenza di quei ragazzi, immediatamente ci chiediamo il perché di quell'indifferenza, e se sia vera indifferenza. È come se l'immagine di Hoepker fosse stata scattata da un passante sorpreso (il che, in un certo senso è vero, come spiega Hoepkner stesso), mentre quella di Carter avesse dietro una precisa volontà di denuncia attraverso uno shock emotivo.
Carter finì col suicidarsi pochi mesi dopo aver ricevuto il Pulitzer. Lasciò un biglietto nel quale diceva che si sentiva “tormentato dai vividi ricordi di omicidi e cadaveri e rabbia e dolore... di bambini affamati o feriti, di uomini impazziti dalla felicità provocata dal grilletto, spesso poliziotti, di assassini professionisti...”.
Forse è questa la vera differenza che traspare dalle due immagini: nella prima c'è lo sguardo di qualcuno che di fronte all'orrore non se ne fa divorare e si sforza di rimanere concentrato sulle sue foto; qualcuno, cioè, che in un momento di estrema tensione si sforza di continuare a fare il suo mestiere di fotografo. Nella seconda c'è invece tutto lo smarrimento di un fotografo che dall'orrore si lascia soverchiare fino a scordarsi di essere fotografo. Carter non documenta quell'orrore, ne diventa a sua volta vittima, fino a non sopportarlo più, a non sopportare più il mondo che lo ha generato e a decidere di suicidarsi.
Forse allora è proprio questo il problema della foto di Carter: che ci obbliga quasi a spostare il nostro sentimento di orrore dalla scena fotografata verso l'atto stesso del fotografarla. Anche per questo la foto di Hoepkner mi sembra infinitamente più interessante, oltre ad essere infinitamente più "utile".
 

venerdì 9 settembre 2011

9 settembre

Ahmad Shah Massud

Ho fatto un piccolo quanto involonario (o inconscio?) esperimento su Facebook. Oggi è il 9 settembre, cioè per molti l'antevigiglia dell'11, anche perché da giorni ormai radio, televisioni e giornali ci inondano di annunci di celebrazioni del decimo anniversario di quella tragica data.
Niente da dire sull'11 settembre naturalmente, o per lo meno niente da dire sulle 2606 vittime di New York, sulle 246 del “quarto aeroplano” e nemmeno sulle 125 del Pentagono.
Però oggi non è l'11 settembre, è il 9. Per questo ho pubblicato sulla mia pagina Facebook una foto di Ahmad Massud, “il leone del Panshir”, che fu ucciso da due estremisti islamici il 9 settembre 2001. Ho pubblicato anche un link (http://www.afghan-web.com/documents/let-masood.html) verso il testo, in inglese, di una sua Lettera al popolo americano del 1998.
Prima constatazione: uno pubblica su Facebook una foto di vacanze, un commento sulle tette di una velina, uno scontatissimo commento su un uomo politico e nei minuti che seguono riceve tutta una serie di mi piace e di altri commenti. Sette ore dopo la mia pubblicazione, niente.
Sia chiaro, non è che stia piagnucolando perché nessuno ha fatto click su mi piace, non è questo il punto. Il punto è che mi pare che la morte di Massud abbia costituito un avvenimento per lo meno degno di una commemorazione dieci anni dopo.
Ahmad Massud non era un angelo, era un combattente. Aveva combattuto contro i sovietici quando questi occupavano il suo paese e combatteva contro i talebani che dello stesso paese erano nel frattempo diventati gli ignobili dirigenti. Era un musulmano fervente, cosa che non attirava certo la mia simpatia (che peraltro è molto limitata anche nei confronti di cristiani, ebrei, induisti, buddisti, animisti, o altri ...isti ferventi. Ma è vero che nella misura in cui la religiosità di chicchessia non diventa invadente e intollerante ho l'abitudine di prenderla come l'espresione di un diritto che non capisco, ma che rispetto).
Ma neanche questo è un punto fondamentale.
Quel che conta è che Massud era un simbolo, uno di quei simboli di cui abbiamo sempre tutti bisogno per trovare in loro uno stimolo alla nostra piccola, individuale e privata ricerca di dignità. A suo tempo (io ero bambino), Patrice Lumumba fu uno di quei simboli. In passato, Giuseppe Garibaldi, Simon Bolivar, Abraham Lincoln, Winston Churchill furono simboli. Più tardi lo furono Ernesto Che Guevara, Thomas Sankara, Nelson Mandela. John Kennedy è stato un simbolo, e poi lo sono stati, almeno per un breve periodo, Michail Gorbacev e Barak Obama. Oggi,in maniera diversa, lo sono il Dalai Lama e Aung San Suu Kyi. Nessuno di questi personaggi, soprattutto se visto col senno di poi, è stato o è un angelo. Tutti hanno commesso errori e tutti sono almeno parzialmente discutibili. Ma nonostante ciò, il mondo sarebbe un po' peggiore di quello che è se anche uno solo di loro non fosse esistito. È su di loro che ci siamo costruiti, che ci siamo strutturati, che siamo diventati quello che siamo. Possiamo amarne uno più di un altro, possiamo preferire Giordano Bruno a San Francesco, Galileo a Copernico, Pasternak a Solzenicyn, Goya a Picasso, ma tutti, anzi ognuno di loro è una delle pietre del piedestallo sul quale cerchiamo di rimanere in piedi nonostante i venti di stupidità, intransigenza e violenza che cercano di buttarci giù.
Ricordare Massud oggi non vuol dire soltanto commemorare una vittima del fanatismo religioso. Significa soprattutto contribuire a tenere acceso uno di quei lumi di speranza di cui i nostri figli e nipoti non possono fare a meno e di cui noi stessi continuiamo ad avere bisogno.
Ricordo perfettamente quel giorno dell'ottobre 1967 in cui, passando per via Brera, a Milano, vidi per la prima volta un manifesto in bianco e nero con la foto del “Che” e la scritta “il Che vive”. Perché oggi non vedo manifesti con su scritto “Massud vive”?

venerdì 2 settembre 2011

Di fotografia, ancora

Leica A

Il mio post dell'altro ieri, intitolato Di fotografia, mi ha valso vari commenti. Grazie innanzitutto a chi mi ha offerto la sua opinione. Ma vorrei tornare sul tema della fotografia, sul quale non solo ci sarebbero un sacco di cose da dire, ma sul quale in molti abbiamo, a torto o a ragione, l'impressione di avere un sacco di cose da dire.
Mi è tornata in mente quella storiella secondo la quale dando a una scimmia una tastiera di computer su cui scrivere, statisticamente prima o poi ci si dovrebbe trovare in mano il testo integrale della Bibbia (o dell'Iliade, o di quello che volete).
Allo stesso modo, dando in mano alla stessa, occupatissima scimmia una macchina fotografica, sarà inevitabile, prima o poi, avere sotto gli occhi una cosa degna di Avedon, Koudelka, o Burri.
La “bella” fotografia, se non addirittura il capolavoro, non è di per sé indice di genialità creativa. Può essere un incidente di percorso, un caso, un unicum dovuto a un'ineluttabilità legata alla quantità di scatti. La differenza tra il dilettante e il professionista sta nella ripetibilità di questo unicum molto più che nelle indicazioni riportate sulla busta paga del fotografo. Che chi ha fatto lo scatto sia “fotografo professionista” o no, cioé che si guadagni da vivere o no scattando foto, c'entra ben poco.
Non solo: non è nemmeno detto che questa ripetibilità sia più probabile per chi si guadagna da vivere scattando foto che per altri, che fanno altri mestieri. Non si capirebbe altrimenti perché esistanto tante foto scattate da “professionisti” che sono tanto scadenti, ininteressanti, banali e insulse.
La “professionalità” non è mai prova di qualità, tanto meno nelle nostre società mercantili. Semmai è prova di professionalità nella vendita, il che è un'altra cosa. Confondere le due è profondamente errato e serve solo a portare acqua al mulino dei mercanti più disonesti.
Con questo non voglio dire che non ci sia mai nessuna differenza tra dilettanti e professionisti. Le differenze ci sono, ma quando ci troviamo davanti a una situazione nella quale chiunque ha la possibilità di produrre migliaia e decine di migliaia di scatti all'anno per un prezzo irrisorio, queste differenze si trovano altrove, nella conoscenza tecnica del mezzo impiegato, nella capacità o meno a incorrere in errori madornali di esposizione, inquadratura, ecc. Il che è un vero problema, perché ci spinge a un cambiamento epocale della valutazione della professionalità e del dilentattismo: o restiamo ancorati a una logica che ci fa chiamare professionista chiunque riesca a vivere delle sue foto, oppure dobbiamo trovarne un'altra.
In realtà tutte le discipline artistiche hanno la stessa caratteristica: lasciano spazio sia ai maestri che ai ciarlatani. Finché i mercati erano limitati e meno dominanti, si operava una specie di selezione naturale che lasciava adito a pochi dubbi. Ma oggi, quando la figura dell'artista è spesso considerata più importante della sua creazione, tutto diventa più complesso. Se da un lato i maestri restano maestri e i fotografi della domenica restano fotografi della domenica (come i teatranti, i ballerini, i cineasti, ecc. della domenica), assistiamo a un'espansione pazzesca di quell'area grigia e indistinta nella quale si situano milioni di dilettanti che “hanno un occhio” e sanno sfruttare al meglio le possibilità tecniche di apparecchi accessibili e relativamente semplici.
C'è chi si indigna di questa nuova situazione, prendendo spunto da comportamenti particolarmente scorretti. C'è chi ne approfitta in maniera vergognosa, spostando il rapporto coi professionisti verso un piano amatoriale. Ma queste reazioni mi sembrano destinate a sparire col tempo. Cosa verrà fuori da questo rimescolamento delle carte? Nessuno lo può dire con certezza, tanto più che il rimescolamento in corso va largamente al di là del campo dell'espressione artistica allargandosi alla politica, alle ideologie, all'etica, alla morale, al modo di vivere di tutti noi in società che sembrano impazzite e che corrono al baratro gridando di gioia.
Ogniqualvolta mi sono trovato a lavorare in paesi poveri, del terzo mondo, mi sono sorpreso a pensare quanto la vita laggiù fosse più “facile”. Non certo più facile nei rapporti con lo Stato, né coi datori di lavoro, ma estremamente più facile umanamente ed eticamente. Quando guadagnarsi da vivere è difficile (e parlo di vere difficoltà, ben più grandi di quelle che molti di noi hanno, difficoltà da terzo mondo, appunto), è molto più facile distinguere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto, l'accettabile dall'inaccettabile. I “buoni” sono davvero buoni e i cattivi lo sono fino in fondo. C'è poco da discutere in società “semplici” nelle quali la sopravvivenza quotidiana è il problema essenziale della maggior parte della popolazione. Le disquisizioni dotte e complesse nascono solo nel momento in cui una data società diventa lei stessa dotta e complessa. La risposta alle domande che tanti di noi si pongono oggi non può essere trovata se non attraverso posizioni di rifiuto quanto più possibile radicale dell'insieme dei valori che la nostra società attuale tende ad imporci. Non si tratta di essere passeisti e di sognare un ritorno indietro verso una società rurale, ma di cercare quotidianamente e in tutti i campi di non lasciarsi abbindare da chi ha bisogno che le cose siano sempre più confuse e complesse per aumentare il suo potere e il suo controllo sugli altri.
Ci sono discussioni che vanno semplicemente rifiutate perché non hanno altra utilità che quella di togliere dignità a chi vi prende parte. Non è vero che si debba sempre e comunque cercare di dimostrare a chi ha torto che lo ha: è sempre più vero che il silenzio e il rifiuto del finto dialogo sono le sole scelte dignitose da fare.
Vabbé, mi sono lasciato prendere la mano... Ma spero che quel che volevo dire sia comunque chiaro. Dilettanti o professionisti che siamo, cerchiamo di andare avanti in maniera dignitosa, senza occuparci di nani, ballerine, incantatori e profeti che senza la nostra complicità cesserebbero semplicemente di esistere. Smettiamo di accordare importanza a chi blatera e sproloquia, a chi vende fumo e soprattutto a chi fa di tutto per farci credere che senza quel fumo saremmo dei poveri sprovveduti, degli ignoranti e delle vittime inconsapevoli. È vero proprio il contrario: è sprecando adrenalina e saliva ad ogni nuova baggianata che rischiamo di finire tutti come i personaggi del 1984 di Orwell.
E adesso un buon caffé, prima di fare qualche scatto.

Chi è Alessandro Zamboni?



Stamattina ancora ricevo su Facebook il messaggio seguente: 
“ATTENZIONE!!! NON accettate richiesta di amicizia di questa persona: ALESSANDRO ZAMBONI sta cercando di accedere alle foto dei bambini. Copia e incolla sulla tua bacheca! URGENTISSIMO”.
Siccome questo messaggio mi era già stato mandato ieri e l'altro ieri e il giorno prima da altre persone, sono andato a vedere chi fosse questo Alessandro Zamboni e in pochi istanti ne ho trovati più di cinquanta.
Ma soprattutto questo tipo di messaggio mi fa sempre pensare ad altre cose simili, tra le quali la famosa “voce di Orléans” (rumeur d'Orléans). Nel 1969, nella tranquilla città francese di Orléans, si sparse una voce secondo la quale alcuni camerini di prova di negozi d'abbigliamento appartenenti, guarda caso, a degli ebrei, sarebbero stati delle trappole nelle quali ignare donne venivano addormentate con una puntura e poi consegnate a dei magnaccia che controllavano un giro di prostitute. Si arrivò persino a dire che le donne venivano portate in un sottomarino immerso nella Loira e da lì poi... chissà dove.
Io non conosco nessun Alessandro Zamboni e non posso escludere a priori che almeno uno di loro sia uno schifoso pedofilo a cui piacerebbe accedere alle foto dei miei nipoti. Però mi chiedo: chi ha per primo parlato di Alessandro Zamboni come di un pedofilo? Perché l'ha fatto senza dare nemmeno la più piccola spiegazione di quanto affermava? Perché tante persone normalmente ragionevoli e rispettabili mettono in guardia amici e parenti contro un individuo di cui non sanno nulla?
E poi, ed è questo il fondo della questione: è più grave non diffondere questo tipo di “notizia” anche se la si è ricevuta da persone “fidate”, oppure diffonderla comunque, aumentando così la paranoia generale?
Mi pare che la diffusione sconsiderata di questo tipo di cosa dipenda da due elementi: 1) la paura di scoprire troppo tardi che non si era fatto niente, mentre si sarebbe potuto farlo; 2) il timore che, semmai ci si trovasse un giorno nella posizione di vittime, non ci si potrebbe difendere adeguatamente.
La “voce di Orléans” è stata a lungo analizzata in Francia e ha addirittura costituito il soggetto di un libro di Edgar Morin (Edgar Morin, La rumeur d’Orléans, Seuil, coll. «L’histoire immédiate», Parigi, 1969). È ormai opinione comune che il suo successo fu dovuto a un sentimento di antisemitismo non lontano da quello che, a suo tempo, ma ancora oggi, vorrebbe dare una qualsiasi credibilità all'infame quanto famoso Protocollo dei Saggi di Sion messo in giro dalla polizia zarista dei primi del '900.
Qui ovviamente non si tratta di antisemitismo. Piuttosto di paura nei confronti dei pedofili, uno dei quali potrebbe in qualsiasi momento costituire un vero pericolo per i nostri figli o nipoti. Ma se è vero che questa paura è giustificata e comprensibile (anzi, se è vero che l'assenza di questa paura sarebbe colpevole e incosciente), non è altrettanto vero che la diffusione di notizie non verificate né verificabili non fa altro che trasformare quella paura in paranoia, oltre ad infangare in maniera ignobile un certo numero di persone perfettamente innocenti?
Forse è bene ricordarsi ciò che canta Don Basilio nel Barbiere di Siviglia di Rossini:
“La calunnia è un venticello / un'auretta assai gentile / che insensibile, sottile / leggermente, dolcemente / incomincia a sussurrar. / Piano piano, terra a terra / sotto voce, sibillando / va scorrendo, va ronzando. / Nelle orecchie della gente / s'introduce destramente / e le teste ed i cervelli / fa stordire e fa gonfiar. / Dalla bocca fuori uscendo / lo schiamazzo va crescendo: / prende forza a poco a poco, / scorre già di loco in loco, / sembra il tuono, la tempesta / che nel sen della foresta, / va fischiando, brontolando / e ti fa d'orror gelar. / Alla fin trabocca e scoppia, / si propaga, si raddoppia / e produce un'esplosione / come un colpo di cannone, / un tremuoto, un temporale, / un tumulto generale / che fa l'aria rimbombar. / E il meschino calunniato, / avvilito, calpestato / sotto il pubblico flagello / per gran sorte va a crepar”.
Se non si vuole correre il rischio che qualcuno se ne “vada a crepar” seppure innocente, forse sarebbe bene astenersi da calunnie, illazioni, diffusioni di “informazioni” anonime e cose del genere. Anche quelle fanno parte della macchina del fango.



mercoledì 31 agosto 2011

Di fotografia

Una mia recente foto al festival Time in Jazz di Berchidda

Questo post sarà lungo. E parlerà di fotografia.
Se sarà lungo è perché prima voglio pubblicare un testo che un'amica mi ha mandato via Facebook. L'autore è Tony Sleep, un fotografo freelance inglese. Ecco ciò che scrive:

Ogni settimana, ricevo in media un paio di proposte di lavoro da parte di gente che “non ha soldi” per pagare le mie foto. Case editrici, riviste, giornali, organizzazioni, aziende affermate o appena avviate: tutti pensano che la fotografia non costi niente, o peggio che mi stiano facendo un favore ad offrirmi di pubblicare il mio lavoro offrendo come compenso di aggiungere il mio nome qui o là.
Ho smesso di rispondere a queste richieste personalmente e linko semplicemente al seguente testo.
Allora, mettiamo le cose in chiaro. “Non abbiamo un budget per le fotografie” significa in realtà: “Pensiamo che i fotografi siano dei coglioni”.
Questa interpretazione potrà forse sembrarvi offensiva, ma possiamo facilmente verificarla con un esperimento: provate ad entrare in un ristorante della vostra città dicendo garbatamente “vorrei mangiare qui, ma non ho previsto un budget per pagarvi”. Aggiungere che in cambio farete pubblicità presso tutti i vostri amici non impedirà al proprietario di sbattervi cortesemente fuori a calci.
Ora, immaginate di essere voi stessi i proprietari di un ristorante dove la maggior parte degli avventori provano a cenare gratis con questa tecnica. La risposta è NO, volendo essere esageratamente gentili.
E se in realtà “non abbiamo un budget” era solo una strategia per tastare il terreno, la risposta è sempre e comunque NO. Non voglio avere niente a che fare con degli avidi opportunisti che vorrebbero imbastire una relazione professionale mentendo sin dall'inizio. Avete già dimostrato di non meritare fiducia, dunque mi date anche ragione di pensare che non sarete onesti sullo sfruttamento delle immagini e che comunque farete di tutto per non pagare un euro.
Se invece siete di quelli che promettono un sacco di lavoro meglio pagato più avanti se io accetto di aiutarvi a costo zero adesso, ottimo, ci sto, offritemi un contratto. Altrimenti per quanto mi riguarda le vostre sono tutte stronzate e la risposta è NO.
Anche perché, vedete, non me ne frega niente di “farmi conoscere” regalandovi il mio lavoro. Quello che voglio è invece un rapporto professionale di mutua collaborazione e beneficio. Da parte mia cerco di offrire la massima onestà ed integrità professionale e mi aspetto che i miei clienti facciano lo stesso con me. “Farsi conoscere” è la naturale conseguenza di un lavoro ben fatto, non un mezzo per ottenere qualcosa e lo stesso vale per il mio nome pubblicato insieme al mio lavoro: è una prassi, nonché indice di correttezza. Al contrario, di guadagnarmi applausi lavorando come un dilettante non me ne frega niente. Se avere un prodotto gratis è più importante di avere un prodotto di qualità, chiedete pure a qualcun altro.
Come la maggior parte delle persone, anch'io lavoro per pagarmi le bollette e mandare avanti la mia professione e la mia famiglia. Il fatto che io ami quello che faccio è semplicemente la ragione per cui sono quarant'anni che mi impegno al massimo nonostante le difficoltà: se pensate di avere il diritto di mancare di rispetto alla mia professionalità in virtù di questo, vi sbagliate di grosso.
Perciò non vi sorprendete se scelgo di non aiutare dei parassiti che guadagnano, o pretendono di farlo, sfruttando il lavoro dei fotografi – e anche il mio – fino al midollo. Con alcune rare eccezioni (piccole associazioni veramente no profit, mandate avanti da volontari) sono io che questa volta non ho previsto un budget per rendere le imprese degli altri più redditizie: già far quadrare i miei bilanci non è cosa da poco, vista anche questa recente tendenza a far passare lo “sfruttamento” come “un'incredibile opportunità”.
Il mio sostegno lo garantisco volentieri quando posso, attraverso piccole donazioni ad organizzazioni che ritengo di voler aiutare o semplicemente offrendo un pranzo ad un senzatetto. Vi assicuro inoltre che quando lavoro per onlus e associazioni, lo faccio a tassi agevolati. Penso di essere una persona onesta, generosa e gentile, ma mi sento di non fare l'elemosina a degli accattoni stipendiati che mi chiedono di riempirgli le tasche con soldi a manciate. Mi fanno incazzare. Specialmente quando mi insultano dicendo che si, il mio è proprio un bel lavoro, però non lo pagherebbero un cent.
Ho avuto delle conversazioni esilaranti con un sacco di gente che, a quanto pare, pensa che delle buone immagini siano solo il frutto di circostanze fortunate e che dunque sia loro diritto averle a costo zero, semplicemente perché gli elettroni non hanno ancora un preciso valore di mercato. Come la volta in cui incontrai la manager di un'importante organizzazione inglese (con un utile dichiarato di oltre 3 milioni di sterline). La signora mi spiegava quanto tenesse a pubblicare più foto possibile sul sito internet del gruppo di cui era a capo: i visitatori le trovavano infatti più efficaci ed immediate dei testi (prodotti per altro da uno specifico team di scrittori retribuiti). Dunque l'importanza delle foto era fuori discussione. Ma, forse, sarebbe stato anche il caso di pagarle: magari usando una parte del budget annuo di 160.000 sterline che la suddetta organizzazione destinava ai contenuti web (di nuovo, ho controllato le cifre dichiarate, disponibili online). La signora proprio non riusciva a capire che la foto che aveva davanti e che avrebbe tanto voluto pubblicare esisteva solo perché io avevo investito tempo, denaro e lavoro nel crearla. “Ma tutti i fotografi di solito sono ben felici di lasciarci pubblicare le loro immagini gratuitamente” mi spiegava. Non credo proprio lo siano, probabilmente hanno solo omesso di dare un'occhiata alle solite cifre che dicevo sopra: se lo avessero fatto si sarebbero accorti che lei guadagnava qualcosa come 66.000 sterline l'anno (circa €74.000 al cambio attuale, ndr) – giusto qualche soldo in più della retribuzione zero che invece offriva in cambio delle immagini.
E' chiaro che soltanto i fotografi amatoriali possono permettersi di fornire servizi senza ricevere un compenso: la fotografia non è per loro una fonte di reddito. Fanno altri lavori, hanno una pensione, guadagnano in altro modo, sono dei romantici con tendenze suicide – non mi interessa. Io no. L'atteggiamento di far guerra ai professionisti per farsi belli è profondamente egoista e ha conseguenze disastrose: distrugge la fotografia come mestiere, come rispettabile fonte di guadagno per la vita.
Ecco, questa è gente vanitosa e piena di sé e davvero si accontenta di lavorare in cambio del proprio nome scritto accanto ad un'immagine: se è tutto ciò che avete da offrire, chiamate pure uno di loro. In alternativa, avete a disposizione una folta schiera di studenti e neolaureati da sfruttare – sono disperati ed inesperti, vi consiglio di cogliere al volo la ghiotta occasione di risparmiare qualche soldo e peggiorare di un altro po' le loro già precarie condizioni economiche.
Tutto questo significa che forse non riuscirete a procurarvi le immagini che volete a costo zero? Beh, benvenuti nel mondo, è dura. A me non danno certo macchine fotografiche, computer, programmi, benzina, una casa e da mangiare senza spendere un euro. La fotografia è facile ed economica no? Allora prendete una macchina fotografica e scattatevele da soli le vostre stupide foto.
E se dopo aver letto vi sentite offesi, probabilmente è perché almeno una volta, ci avete provato anche voi.

Non mi sento offeso. Ma siccome non più tardi di dieci giorni fa due quotidiani hanno pubblicato mie fotografie avute gratis, voglio commentare.
Innanzitutto, sono fondamentalmente d'accordo con quanto scrive Sleep, anche perché nel mio lavoro di teatrante ho spesso avuto reazioni simili. È vero, qualsiasi lavoro merita una retribuzione ed è vero anche che l'avere foto gratis è diventata una specie di cosa “normale” per moltissimi editori.
Preciso subito che non sono un professionista della fotografia, nel senso che non è con quella che mi pago il burro da mettere sulla pasta e la Nutella da spalmare sul pane. Sono uno dei numerosi dilettanti che cercano di prendere la fotografia sul serio e ci si applicano in maniera diversa da quella del turista col telefonino. Il che non è un motivo di vanto, ma una semplice constatazione.
Negli ultimi anni mi è capitato di fare qualche mostra, di pubblicare un libro e di vendere qualche foto a riviste teatrali e anche a case editrici per qualche libro. Queste vendite mi hanno fruttato poche decine di euro.
Ho amici fotografi professionisti e so quanto sia difficile per loro guadagnarsi da vivere. Anche per questo nel quadro di un rapporto professionale chiedo che le foto mi siano pagate, pur accettando i prezzi imposti senza discutere.
Ovviamente mi fa piacere vedere una mia foto pubblicata, ma non è certo vedendone una su La nuova Sardegna, come successo recentemente, che il mio ego si gonfia a dismisura.
Mi pare che il problema fondamentale sia che oggi tutti fanno foto, semplicemente perché la tecnica digitale e i prezzi degli apparecchi hanno permesso una “democratizzazione” (anche se la parola non mi piace) tale da rendere l'atto fotografico alla portata di tutti.
È un po' quello che è successo con internet, che permette a tutti di inondare il mondo di scritti e immagini di ogni tipo, compresi i peggiori. Ma così come internet non ha ucciso la letteratura o il giornalismo, non credo che ucciderà la fotografia, né il mercato fotografico.
Le ragioni per dare una foto gratis a un giornale possono essere molteplici e non starò qui a spiegare quali siano state le mie. Qualunque queste siano, credo vadano separate dalla richiesta di gratuità da parte dei giornali. Sono d'accordo che sia scandaloso che i giornali ritengano un diritto il fatto di avere foto gratis. Non sono d'accordo sul fatto che dare una foto gratis sia di per sé indice di incoscienza o di offesa alla categoria dei fotografi.
Lo so, questo discorso può sembrare ambiguo e tirato per i capelli, ma non lo è. Il dilentattismo, in molti campi, è l'anticamera del professionalismo. Lo è nella fotografia, lo è nel teatro, nel cinema, nella pittura, nella danza, nella musica, nella letteratura, perfino nel giornalismo. In tutte questi campi si affiancano due tipologie: quella di chi ha ricevuto una formazione scolastica e quella di chi “si è fatto da sé”. Nei sistemi socialisti dell'Europa del dopoguerra era impossibile fare l'attore, cioè andare in scena davanti a un pubblico, se non si possedeva un regolare diploma, mentre nei paesi democratici moltissimi attori, registi, scenografi e tecnici hanno incominciato da dilettanti. Io sono stato uno dei rari, negli anni 70 e nel mondo tel teatro di figura italiano, ad iniziare la mia attività dopo una formazione teatrale alla scuola del Piccolo Teatro di Milano. Eppure ho incominciato da dilettante, non pagato, e ho tirato avanti per anni solo grazie all'aiuto della famiglia dei miei suoceri di allora.
Durante quegli anni ho lavorato gratis molte volte, sempre pensando che non era normale, ma sapendo che quella era la sola via possibile. Poi un mio spettacolo ha avuto successo e da quel momento ho potuto guadagnarmi da vivere col mio lavoro.
Mai, durante quegli anni, ho avuto l'impressione di essere “un romantico con tendenze suicide”, né di “far guerra ai professionisti per farmi bello”. Quell'impressione non ce l'ho nemmeno oggi con la fotografia.
Aggiungo che se oggi qualcuno (famiglia a parte) mi chiedesse di fotografare un matrimonio o di fornire un qualsiasi tipo di reportage gratis non lo accetterei, proprio perché sono conscio delle ragioni espresse da Tony Sleep. Ma allora il problema non è trattare i dilettanti da ladri o approfittatori, da bambini desiderosi di riconoscimenti o da insulsi approfittatori. Semmai il problema è trovare una vera solidarietà tra i fotografi professionisti che garantisca a tutti di portare avanti un lavoro che merita retribuzione con serietà e dignità.
Il “nemico” non siamo noi dilettanti, è chi effettivamente non riconosce al fotografo professionista la sua professionalità, così come succede nei vari altri campi precitati. Che poi ci siano, marginalmente, persone che assomigliano all'impietoso ritratto che ne fa Tony Sleep, mi spiegate come sarebbe possibile evitarlo? Che si fa? Una legge? E con quali risultati possibili?
Il mondo è quotidianamente inondato d'immagini. L'anno scorso ho ricevuto una mail da un museo parigino che mi chiedeva una foto che avevo pubblicato su un mio precedente blog per pubblicarla su un libro. Ho accettato e sono stato regolarmente pagato. D'altro canto, mentre anni fa chi veniva a fotografare su mia richiesta uno dei miei spettacoli veniva prima pagato per il servizio e poi per ogni stampa che mi forniva nel tempo, oggi lo stesso fotografo non mi fornisce più delle stampe, ma un file digitale con l'autorizzazione a stamparlo e pubblicarlo quando ne ho bisogno senza retribuzioni supplementari (solo con l'impegno da parte mia ad indicarne sempre il nome, cosa che giornali e riviste poi non fanno quasi mai).
Non so se questo sia un bene o un male. So che il mestiere di fotografo è cambiato e che le fonti di guadagno sono cambiate anche loro. La scusa del “non ho soldi” da parte di chi ce li ha è insultante e inaccettabile; l'atteggiamento del “l'importante è che sia pubblicato, anche se gratis” è dannosa per la categoria e perfettamente condannabile; ma, ripeto, dov'è la soluzione?
Con la quantità di scatti che il digitale permette anche un dilettante finisce prima o poi per fare una foto “bella”, o “giusta”, o “interessante”. La stessa cosa non è vera di arti più manuali, come il teatro, la musica o la danza, che richiedono un'elaborazione più lunga e complessa. Questo non fa di ogni dilettante un fotografo, e ancor meno un professionista, ma fa sì che anche un dilettante sia ormai in misura di produrre occasionalmente foto “professionali”. Il nemico, ripeto, non è il dilettante, ma il mercato, ovvero i mercanti pronti a tutto pur di aumentare i loro guadagni. Quindi cerchiamo di non sbagliarci di bersaglio e di sviluppare invece una vera coscienza di amore comune per uno stesso modo d'espressione, nel rispetto delle differenze e della professionalità di chi a quello stadio c'è arrivato dopo anni di lavoro e di sacrifici.

giovedì 18 agosto 2011

Della casta

L'Espresso di questa settimana pubblica la lista dei 2307 ex-deputati ed ex-senatori che percepiscono pensioni mensili tra 1700 e 7000€. Il settimanale pubblica anche le reazioni di alcuni interessati che insistono sul fatto che “non sono questi i problemi del paese”, che "è una cazzata pensare che cancellando il vitalizio si riducano i costi della politica", che questa storia è “una noia”, che “sarebbe più opportuno parlare di altri tagli alla spesa pubblica", ecc. ecc.
Che la riduzione de queste ricchissime pensioni non sia in grado riequilibrare il budget dello Stato è cosa tanto evidente che chi ne parla fa solo la figura nel migliore dei casi dello sciocco e nel peggiore dei casi della persona di malafede. Ma questo non è il problema.
Il problema è che l'enorme deficit statale di un paese come l'Italia (e probabilmente di tutti gli altri paesi in deficit) non è un problema economico-finanziario, ma culturale. Il problema è che la maggior parte dei problemi strutturali dei paesi ricchi è culturale. E mi spiego.
Premettendo che per spiegarmi bene dovrei magari cominciare da un po' prima, ma che fa troppo caldo e che ho troppa voglia di andarmi a fare una siesta, vorrei ricordare la svolta avvenuta sotto Georges Bush padre, ovvero la rinuncia da parte degli Stati a vaste fette del loro potere (e dei loro doveri) a favore del settore privato nel sacrosanto nome di Santa Globalizzazione. Come ci fu venduta quella truffa macroscopica? Con il fallace argomento che liberando il commercio i paesi dittatoriali sarebbero stati ineluttabilmente portati alla democrazia. Quel che è successo è esattamente il contrario, nella misura in cui sono i paesi democratici ad aver lasciato filare via vaste fette di democrazia, manco fosse stata carta igienica usata.
Parallelamente ci veniva spiegato che il consumatore (che stava per soppiantare l'ormai caduco cittadino) avrebbe avuto tutto da guadagnare nel trovare sul mercato prodotti a costo più basso. Altra balla spaziale, visto che poi lo stesso consumatore ha incominciato a trovarsi con sempre meno soldi in tasca mentre aumentavano vistosamente le fortune degli azionisti.
Sempre parallelamente è venuta a costituirsi un'Unione Europea che ha, sì, un parlamento, ma che di fatto impone regole elaborate da commissioni e commissari che non sono stati eletti da nessuno.
Gli Stati si sono trovati estremamente indeboliti, privi di controllo sui mercati ormai liberi. Avendo abolito ogni forma di protezionismo senza rimpiazzarla con una qualsiasi regolamentazione tesa a proteggere i più deboli, gli Stati hanno semplicemente perso il controllo del gioco. “Vedrete che il mercato si autoregola da solo”, ci avevano detto. E abbiamo visto. Abbiamo visto esattamente il contrario.
Dietro questi cambiamenti economici e politici però ce n'è stato un altro, molto più importante, di tipo culturale, che ha smantellato quei valori plurisecolari legati al dovere, all'onore, alla solidarietà, al senso di responsabilità e alla dignità che, bene o male, continuavano malgrado tutto ad essere vivi anche presso una parte dell'imprenditoriato capitalista. Al loro posto ormai imperano nuovi valori che hanno a che fare col trionfo del più forte e del più furbo, del più avventuroso e del più bello, del più spregiudicato e del più cinico.
Probabilmente sorpresi essi stessi dalla vastità di questa mutazione culturale così rapida, i politici hanno cambiato linguaggio. Mentre prima per ottenere i nostri voti ci parlavano, più o meno in malafede, è vero, delle nostre vite quotidiane, ormai non ci parlano più che di mercati, di statistiche, di quelle che chiamano macroeconomia e macropolitica e che nemmeno loro sembrano sapere cosa siano.
Parallelamente (visto che anche qui c'è un parallelamente) questi stessi politici, invece di mettere un freno al motore impazzito al quale loro stessi avevano fatto il pieno di benzina, si sono messi a correre ai ripari pro domo incrociando sempre più i loro interessi con quelli dell'ormai plenipotenziario settore privato.
Rileggere oggi l'ultimo discorso del presidente Eisenhower (che metteva in guardia contro il complesso militaro-industriale), ripensare a De Gaulle che ci teneva a pagare di tasca sua i pasti dei parenti e degli amici personali che invitava a cena al palazzo dell'Eliseo, ricordare la frase di Churchill quando disse “adesso che non sono più Primo Ministro potrò finalmente accettare l'invito del mio amico Onassis ad andare sul suo yacht”, ci dà l'impressione di un mondo che davvero non c'è più.
Allora, per tornare all'inizio di questo post, è certamente vero che le pensioni dei parlamentari, i prezzi scandalosamente bassi dei loro ristoranti e l'insieme dei loro privilegi non rovinano finanziariamente l'Italia, ma la rovinano culturalmente. La rovinano perché un popolo che si trova rappresentato da una casta così impotente di fronte ai diktat del mercato, così squallida nella sua mancanza di decenza e di onore, così arrogante nella sua vile rinuncia alla dignità, così cieca e sorda davanti al malessere di cittadini che rifiutano di farsi trattare da consumatori, così colpevole e stupidamente irresponsabile, così biecamente cinica davanti a un mondo che va a rotoli, non può che perdere fiducia nel suo avvenire perdendo una parte della sua umanità.
La rinuncia a gran parte dei privilegi da parte dei nostri politici non è un'opzione, è un'urgenza. Solo attraverso gesti simbolicamente importanti questi usurpatori del titolo di “onorevole” possono sperare di riacquistare poco a poco quel minimo di credibilità indispensabile a permettere al popolo di riacquistare a sua volta un minimo di autostima e di fiducia.
Non ne possiamo più di sentire parlare di mercati, di borse, di azioni e di produttività. Chi, se non i politici, sono i colpevoli dei deliri dei mercati, dell'altalena delle borse, della dittatura delle azioni e della scarsa produttività? Cosa può spingere un Paese a cambiare se non una visione, un sogno, una speranza di un avvenire migliore? Ostinarsi a lanciare manovre, manovrine, manovrette e manovrone non serve a niente se dietro non c'è nulla in cui credere, o se l'unica cosa alla quale siamo autorizzati a credere è che per essere felici dobbiamo diventare azionisti della multinazionale Pinco o del Mutual Fund Pallino.

Questo post è già troppo lungo e quindi la smetto qui. Oltre tutto ho la netta impressione che altri potrebbero dire le stesse cose molto meglio di me. È solo che, o sono diventato sordo, o le sento dire troppo poco.

venerdì 12 agosto 2011

Error 99

Melencolia, di Dürer (dettaglio)

Che la legge di Murphy, secondo la quale “se qualcosa può andar male, lo farà”, sia alla base del funzionamento del cosmo lo sappiamo tutti, eppure continuiamo a lasciarci sorprendere e a strapparci i capelli (se ce li abbiamo) ogniqualvolta ne abbiamo una dimostrazione.
Ieri sera è successo a me. Sono a Berchidda, per il festival Time in Jazz, diretto da Paolo Fresu, e me ne vado in giro con attorno al collo un cartellino con su scritto STAFF. Grazie a Fresu infatti sono uno dei fotografi “ufficiali”. La mia voglia non era tanto di fotografare i concerti (anche se...), ma di fare qualcosa sul contesto di questo bellissimo quanto improbabile festival al tempo stesso colto e contadino, immerso com'è in luoghi tanto lontani da ogni tendenza festivaliera.
Ieri sera dunque stavo fotografando il concerto del gruppo Gaia Cuatro, al quale partecipava anche Fresu come guest star. Scatto la ventesima o trentesima foto e mi sembra che qualcosa non vada. Un rumorino strano, l'immagine che appare per un secondo nel mirino dopo lo scatto che sembra a metà nera. Riguardo nel mirino per lo scatto successivo: nero totale. Spengo, riaccendo, tutto ok. Nuovo scatto, nuovo rumorino e nuovo nero. Macchina morta. Angoscia, rabbia. Cerco di scattare nuovamente, niente. Mi appare una scritta: Error 99. Miodddio, Error 99! Ma cosa mai vorrà dire Error 99? Catastrofe? Armageddon? Buco nero? Fine del mondo in una gigantesca palla di fuoco?
Filo in albergo, guardo il manuale della macchina, cerco la pagina codice di errore. C'è l'errore 01, c'è lo 02, c'è le 04 e c'è poi il famoso Error 99. Leggo: Si è verificato un errore diverso da quelli sopra riportati. Ma questo lo so, c...zzo! Ditemi qualcosa di intelligente! Rassicuratemi! Datemi almeno una spalla per piangere!
Vado avanti: Ciò può verificarsi se si utilizza un obiettivo non Canon e la fotocamera o l'obiettivo non funzionano correttamente. No, no, nooo! Cosa vuol dire che ciò può verificarsi se la fotocamera o l'obiettivo non funzionano correttamente? Che se tutto funziona normalmente non si verifica nessun errore e nemmeno il terribile 99? Ma chi l'ha scritto questo manuale, Brunetta?
Calma, Massimo, calma. Guardiamo le cose in faccia, anche se quella faccia è brutta quanto un morphing di Berlusconi e Alfano.
La dura realtà è che, ahimé, la macchina che ti eri comprato dissanguandoti, la macchina che ti portavi in giro dentro una borsa protettrice ulteriormente da te imbottita con gommapiume varie, manco la tua Canon fosse un rarissimo vaso dell'epoca Ming, è rotta, kaputt, morta.
Quando riesco a togliere l'obiettivo, che sembrava bloccato da non so cosa, trovo un campo di rovine che mi fa pensare ai prati di Bosworth dopo la sconfitta di Riccardo III, alle sabbie de El Alamein dopo il ritiro delle forze italo-tedesche, alle acque del Mar Rosso durante la traversata del Faraone, alla pianura di Maratona dopo la disfatta di Dario. Lo specchietto è tutto di traverso, come una vecchietta piegata dall'artite; un pezzo di plastica sembra vagare nel nulla come un astronauta uscito per una passeggiata spaziale; e, nel silenzio della notte Berchiddese, mi giunge il ghigno lontano del signor Murphy che si prende gioco della mia disperazione come lo faceva Satana mentre Don Giovanni precipitava in inferno.
Trovare il sonno è stata cosa dura.
Adesso sono qui, l'indomani mattina, mesto e cupo come Adamo dopo la cacciata, aspettando che un amico mi porti da Sassari un apparecchio di soccorso e cercando invano di dare un senso alla vita.
Mi sa che vado a farmi un altro caffé.

martedì 9 agosto 2011

Un bel libro



Sto leggendo un bel libro: Nove vite, di William Dalrymple. L'autore è uno scozzese che da anni vive in India. Wikipedia le definisce come uno “scrittore pluripremiato, animatore televisivo, critico, storico dell'arte, corrispondente estero, e fondatore e codirettore del più importante festival letterario dell'Asia”. Più semplicemente, Dalrymple è generalmente considerato uno scrittore-viaggiatore, categoria un po' vaga nella quale si mettono un po' a casaccio autori come Paul Theroux, Tiziano Terzani, Henry de Monfreid e Bruce Chatwin, ma magari anche Dumas, Goethe, o Mark Twain.
È in una di quelle piccole librerie di Janpath, a Delhi, tra l'Hotel Imperial e Connaught Place, che avevo trovato un suo primo libro, City of djins, tradotto in italiano come Delhi: un anno tra i misteri dell'India. Più che dal titolo ero stato attirato dal nome dell'autore, omonimo di quello di un mio vecchio amico americano morto in un incidente d'auto negli anni 70. Il libro si rivelò essere gradevole e interessante, anche se non si trattava certo di grande letteratura. Raccontava però tutta una serie di aneddoti sulla capitale indiana e mi permise di scoprire posti poco frequentati dai turisti, come il grande forte di Tuglaqabad, a sud della città, con la tomba di Muhammad Bin-Tuglaq, il sovrano di cui parla Ibn Battuta, “il Marco Polo musulmano” che, nella prima metà del '300 viaggiò molto di più del mercante veneziano. Grazie a quel libro ero anche andato, una domenica mattina, ad assistere a un torneo di lotta in un prato vicino al Forte Rosso e avevo finito col trovarmi, unico occidentale, invitato in tribuna d'onore a sorseggiare té in compagnia di ricchi aficionados incuriositi dalla mia presenza.
Sedici anni dopo, questo nuovo libro, appena uscito da Adelphi, è decisamente meglio scritto, più denso e più pregnante, e dovrebbe anche interessare chi non ha, come me, una vera passione per l'India. Come indicato dal titolo, si tratta semplicemente di nove vite, nove persone incontrate dall'autore in varie parti dell'India, ognuna delle quali racconta la sua storia. C'è il monaco tibetano che ha dovuto lasciare il suo paese al momento dell'invasione cinese e che si è fatto prima resistente, poi soldato; c'è la guardia carceraria del Kerala che per due mesi all'anno si trasforma in danzatore di theyyam ed è venerato come un dio; c'è la monaca jaina che si prepara alla morte; c'è la prostituta sacra. Personaggi esotici, che appartengono contemporaneamente al presente e a un passato remoto e che proprio in questo costituiscono degli esempi di quell'India che continua ad essere una specie di millefeuilles nel quale coesistono, stratificati, un presente in evoluzione frenetica e un passato che sembra eterno.
È raro trovare libri sull'India che non cedano a una visione turistica e superficiale, oppure che non siano, come L'odore dell'India di Pasolini, dei resoconti di viaggio di qualcuno che sembra non avere capito niente di quel che ha visto. Il più bello di tutti è forse Shantaram, di Gregory David Roberts, un Neo-Zelandese che offre di Mumbai una visione un po' terrificante, ma che affascina per la concretezza dei fatti e della lingua. Un romanzone che si legge come un libro di avventure. 
E giacché sto parlando di libri sull'India, non posso non citare A fine balance (Un perfetto equilibrio) di Rohinton Mistry, autore di Mumbai, uno dei libri più terribili e belli che abbia mai letto sugli anni di Indira Ghandi (mai citata per nome, ma chiaramente riconoscibile).
E poi, visto che siamo d'estate e che d'estate pare che la gente legga un po' più del solito, c' è il mio preferito tra tutti gli autori indiani, Amitav Ghosh, di cui mi piacerebbe avere il potere di ordinarvi di leggere The glass palace (Il palazzo degli specchi), The hungry tide (Il paese delle maree) e Sea of poppies (Il mare di papaveri), primo volume di una trilogia di cui è appena uscito in inglese il secondo volume, River of smoke.
Se poi preferite i classici, non scordate A passage to India (Passaggio in India) di E. M. Forster e Heat and dust (Calore e polvere) di Ruth Prawer Jhabvala, che sono una buona introduzione al sottocontinente indiano per chi lo conosce poco e lo vuole scoprire attraverso occhi occidentali.
Buona lettura!

domenica 31 luglio 2011

Di una maglietta

kit di personalizzazione magliette

Sono a Sassari. Dovendo comprarmi un costume da bagno, vado al negozio Decathlon. Costume, 5€. Very good.
Mi compro anche una maglietta, sempre a 5€. Porto la maglietta vicino all'ingresso, là dove c'è la macchinetta che mette le scritte sulle magliette.
Prima di me c'è una madre con bimba. Sulla maglietta nera, la bimba vuole farsi scrivere SARDINIA, in rosa. Cerco di non esprimere nessuna opinione, nemmeno con lo sguardo.
Agguanto un Post-it e ci scribacchio sopra la mia scritta. Mentre aspetto e mentre il primo commesso continua ad occuparsi della SARDINIA girl, arriva un secondo commesso. Gli faccio vedere il mio Post-it e la cosa sembra suscitare in lui perplessità e dubbi. Mi dice “ma verrà scritto piccolissimo”. Gli faccio notare che la mia scritta è su cinque righe. “Ah, cinque righe...”. Si volta verso il collega e gli chiede se “si può”.
Il collega, che si rivela essere il senior specialist delle scritte sulle magliette, dice “ohhh”, un po' come se gli fosse comparso davanti Darth Vador vestito da Spiderman. Poi si riprende rapidamente e, con aria estremamente professionale, dice “ma le costerà un bel po”.
“Come, mi costerà un bel po'..., dico io, ma non sono 6€ a scritta?”.
Piccola precisione: nel bel mezzo del negozio c'è appesa una maglietta verdolina con su scritto TI AMO! / Mettete qui / la vostra scritta / 6€ (o qualcosa del genere).
Il commesso replica: “No, sono 6€ a riga”.
“Ma sulla maglietta laggiù c'è scritto che la scritta costa 6€”.
“Beh, non potevamo mettere che la riga costa 6€, sennò la gente magari pensava che sulle magliette mettevamo solo delle righe, invece che delle scritte”.
A questo punto un improvviso silenzio cala sul mondo, l'universo si ferma, attonito, e io vado in apnea. Poi l'arcangelo Grabiele suona il campanello di fine del time out e tutto torna normale.
Dico: “Scusa, dieci giorni fa ero nel vostro negozio di Colle di Val d'Elsa e mi sono fatto fare la maglietta che ho addosso. Come vedi, sono due righe, che ho pagato 6€, non 12”.
“Eh, sarà stata una scelta loro...”.
Approfitto di questa nuova interruzione del funzionamento del cosmo per informarti, oh allibito lettore, del contenuto della scritta che portavo in quell'istante sul mio virile petto in caratteri verdi su fondo rosso scuretto: TUTTA COLPA / DEL '68.
Risquilla il campanello e non posso non esprimere un dubbio:
“Come... Una scelta loro?...”
“Beh, sì... E poi noi, sa, siamo specializzati in scritte sportive, mettiamo i nomi e i numeri sulle maglie”.
“Ma, scusa, dico io continuando a dar del tu al giovincello approfittando vigliaccamente della mia barba grigia e della mia oscena calvizie, ma se sulla maglietta che esponete c'è scritto TI AMO! Non mi sembra una scritta molto sportiva...”
“...” (I tre punti traducono un silenzio stupito del mio interlocutore).
“E poi, scusa, lo incalzo spudoratamente, per un nome e un numero belli grossi su una maglia ci vogliono una quarantina di centimetri di quei rotoli colorati coi quali fate le scritte. Le mie cinque righe, nel loro insieme, saranno più piccole”.
"..." (In questo caso i tre punti traducono un momento di riflessione del senior specialist). Tornato in sé, riprende:
“Sì, ma il materiale conta poco. Quello che conta sono le lettere come le O e le A dalle quali poi uno deve tirare via a mano le parti che vanno svuotate”.
Effettivamente (lo specifico per chi non avesse familiarità col delicato processo dell'incollamento di una scritta su una maglietta) le cose stanno così: lo specialista delle scritte compone la scritta su un computer; il computer è collegato a una stampante; nella stampante viene inserito un rotolo colorato; la stampante, invece di stampare, ritaglia le lettere, lasciandole però incollate su un supporto di plastica; lo specialista taglia il pezzo di rotolo stampato e deve poi, a mano, togliere le parti inutili, ovvero tutto ciò che sta intorno alle lettere, più gli interni delle O, A, P, R, ecc., prima di fissare la scritta così ripulita mediante un'incollatrice a caldo.
“Ma allora il prezzo varia a seconda del numero di lettere da svuotare?”
“…” (In questo caso i tre punti traducono un apparente imbarazzo).
“Ma allora, riprendo io, implacabile, una scritta di cinque righe tipo MELE O CILIEGE? / CILIEGE O MELE? / MELE! / MELE! / MELE!, che contiene solo due O, dovrebbe costare meno di una scritta di una sola riga tipo OOOOOOOOOOOOOH!”.
“No, è che dipende se uno ha molto da fare... Non abbiamo sempre tempo per fare quel lavoro lì...”
“Cioè, puntualizzo io sempre più lanciato, il prezzo varia a seconda dei giorni?”
“Beh, è così”.
Beh, è così, giuro! 
Definitivamente sconfitto da questa logica imparabile, mi avvio a testa bassa verso lo scaffale dove avevo preso la maglietta e la ripongo silenziosamente al suo posto. Poi mi dirigo verso le casse per pagare il mio costume da bagno.
Tornato a casa, scrivo tutto questo a Decatlon.it. Tre giorni dopo sono sempre in attesa di una risposta.
Ah, dimenticavo: la scritta che volevo farmi incollare era: PAESI IMMAGINARI / l'Isola che non c'è / Lilliput / Oz / Padania.

P.S. Messaggio personale per una mia fedele lettrice: Silvia, avevo anche preso una canottiera per te. Mi spiace...