domenica 15 febbraio 2015

14 febbraio

14 febbraio. Giorno del famoso massacro a Chicago, giorno del lancio della fatwa di Khomeini contro Salman Rushdie, compleanno di Gianni Bugno. E naturalmente giorno di San Valentino.
A parte gli abitanti di Terni, o quelli che sono stati a Terni e hanno visitato la basilica di San Valentino, nonché visto l'urna dentro la quale sono conservati i resti del martire, immagino che la maggior parte degli altri ignorino chi questo Valentino sia stato.
Questo e non un 'altro, visto che di Valentini la Santa Romana Chiesa ne celebra vari: il protovescovo di Genova del IV secolo; il vescovo di Treviri, sempre del IV secolo; il sacerdote ed eremita aquitano del V secolo; il vescovo della Rezia (in parte Baviera e in parte Svizzera attuali), pure lui nel V secolo; uno di cui non si sa niente ma di cui si conserva il corpo a Chieri, vicino a Torino; uno che fu Papa per 40 giorni nel IX secolo; uno che fu martirizzato a Viterbo insieme a S. Ilario non si sa bene quando; il frate mercedario spagnolo del '400; il vescovo di Panama del '700; il francescano belga dell'800.
Tutti questi sono Valentini da poco. Il nostro Valentino, quello vero, è Valentino martire, di cui, come già detto, si conservano i resti a Terni, nonché, come non ancora detto, il cranio e altre ossa a Sassocorvaro (PU), così come tutto lo scheletro nella chiesa di Santa Maria Santissima, a Rovereto (TN). 
Uno così non poteva che essere santo.
Avendo già dato fin qui un'abbondante dimostrazione della mia sconfinata cultura ecclesiastica, non ti annoierò con inutili dettagli biografici (anche perché del nostro Valentino si incominciò a parlare solo tre secoli dopo la morte, dicendo fondamentalmente che era stato uno caritatevole, umile, zelante e quindi santo). Cercherò invece di soddisfare la tua curiosità circa il perché e il percome il 14 febbraio sia diventato la festa degli innamorati.
Nell'antica Roma — quando si tratta di robe di santi bisogna sempre incominciare una frase con “nell'antica Roma” — il 15 febbraio era il giorno dei Lupercali. Secondo Tito Livio, questa festa sarebbe stata importata nell'Italia pre-romana da Evandro, figlio del dio Mercurio e della ninfa Carmenta, nonché alleato di Enea nella guerra contro i Rutuli, che come indica il loro nome (almeno per chi sa vedere questo tipo di indicazione in questo tipo di nome) erano dei biondazzi.
Ma non lasciamoci distrarre dai dettagli.
Luperco, almeno all'inizio, era un dio della natura; poi poco per volta diventò il dio degli istinti, fino a trasformarsi in un fauno, in un satiro e in una specie di doppione di Priapo, quello che ce l'aveva grosso come la torre di Pisa, ma meno pendente.
Ovvio che uno così non piacesse alla Chiesa, che infatti decise di inventarsi una bella festa per il giorno prima dei Lupercali, cioè il14 febbraio.
Ciò che si sa di Valentino è poco. Ai tempi suoi, ovvero non si sa bene quando, ma comunque ai tempi di Roma, Valentino convertì al cristianesimo il filosofo Cratone (uno così famoso che l'unica traccia di Cratone sull'Enciclopedia Treccani è quella che ci spiega che il cratone è l'unità strutturale di spessore crostale che interessa enormi distese continentali).
Una volta convertito questo misterioso Cratone, Valentino celebrò il matrimonio di un centurione non meglio identificato con tale Serapia, della quale si sa solo che era cristiana. Senonché l'editto di Claudio II, un imperatore del III secolo nato in Serbia, vietava ai legionari di sposare delle cristiane. Ecco perché Valentino fu arrestato e martirizzato.
Ora, la leggenda più conosciuta a proposito di Valentino racconta che, poco prima di essere giustiziato, fece avere alla figlia cieca del suo carceriere Asterio un bigliettino. E qui mi fermo un momento per sottolineare la profonda e santa umanità di uno che manda un bigliettino segreto a una cieca. Ma andiamo avanti.
Cosa c'era scritto su questo bigliettino? C'era scritto “dal tuo Valentino”! Già, perché il nostro convertitore di inesistenti filosofi si era innamorato della figlia del suo carceriere.
“Ma non era vescovo?”, sbotterà il mio distratto lettore. Certo che era vescovo, gli risponderò io; ma ti stai scordando che il celibato dei preti, vescovi compresi, fu deciso dal Concilio di Evira del 305-306, mentre Claudio II era stato imperatore dal 268 al 270. Quindi Valentino poteva benissimo essere innamorato della figlia cieca del suo carceriere prima del 305.
“Ma scusa, insisterà allora il puntiglioso lettore, mi spieghi come ha fatto Valentino a mandare un bigliettino alla figlia cieca del suo carceriere se la carta in Europa ci è arrivata solo nel XII secolo?” Cosa vuoi che ti dica? Si vede che i bigliettini ai tempi di Valentino erano dei piccoli papiri, facilissimi da trovare nelle prigioni di Terni.
Comunque sia, il bigliettino, o papirino che fosse, arrivò alla figlia cieca del carceriere. Ed è lì che successe il miracolo, perché appena lei se lo ritrovò in mano pensò: “Madonnuzza mia, quanto mi piacerebbe poter leggere questo bigliettino, o papirino!” Ed ecco che d'un botto, VLAM!: la cieca vide! E così potè leggere “dal tuo Valentino”. Sottinteso: uno messo bene, visto che è vescovo, ma che però sta per morire.
“'he 'ulo!” direbbero a Firenze.
“Miracolo! Miracolo!”, dissero a Roma.
E Valentino diventò Santo. 
E una dozzina di secoli dopo, Carlo d'Orléans scrisse alla sua seconda moglie, Bonne d'Armagnac, il primo bigliettino di San Valentino di cui abbiamo traccia:
Je suis desja d'amour tanné
Ma tres doulce Valentinée...
Il che vuol dire qualcosa come sono afflitto dall'amore, mia dolcissima Valentina.
E gli americani inventarono Valentine's day e incominciarono a mandarsi bigliettini d'amore il 14 febbraio.
E alla Chiesa la cosa finì col non piacere per nulla, tanto che nel 1969 soppresse la festa degli innamorati.
E nel 1982 la Ferrero inventò il Ferrero Rocher.
E Michele Ferrero è morto proprio oggi, 14 febbraio.
Sono sicuro che questo è un segno del destino, anche se come segno non mi pare molto chiaro.


giovedì 12 febbraio 2015

Sanremo, non ce la faccio proprio

Betty Curtis
L'ultimo festival di Sanremo che ho visto è quello del '67, quello del suicidio di Luigi Tenco; quello nel quale i Giganti arrivarono solo terzi (con Proposta); quello in cui Little Tony cantò Cuore matto.
Nel '68 e '69, mentre ero allievo della scuola del Piccolo Teatro, ero troppo occupato ad andare a teatro tulle le sere.
Nel '70 ero in tournée in Spagna e in Francia con Ferruccio Soleri.
Nel '71 non mi ricordo dov'ero.
Nel '72, di ritorno per pochi mesi dal Nord-America, ero troppo occupato a fare sedute spiritiche con Gabriele Salvatores (che è nato il mio stesso giorno, mese e anno) e ad andare a letto con la migliore amica di sua sorella (che si chiamava come la mia).
Nel '73 ero con il Bread and Puppet nel Vermont.
Nel '74 e nel '75 ero in tournée con il Bread and Puppet in Europa.
Poi, dall'autunno di quell'anno fino ad aprile del 2008 ho vissuto in Francia.
Per me Sanremo vuole dire Tony Dallara e Wilma Goich, Betty Curtis e Ricky Maiocchi, Peppino Gagliardi e Nico Fidenco. Ti assicuro che sono nomi veri. Li trovi su Wikipedia.
Pensare che Sanremo continui a esistere oggi, già per se mi da tristezza. 
Nei primi anni '60 avevo un registratore Geloso, ovviamente a nastri, visto che le cassette sarebbero arrivate solo qualche anno dopo. Durante il festival mettevo il microfono davanti alla televisione, che era una specie di monumento di legno con dei pulsanti metallici, visto che il telecomando a quei tempi ce l'avevano solo in America, esigevo il silenzio più assoluto da parte del resto della famiglia e una per una registravo tutte le canzoni. Poi, l'indomani della serata finale, andavo all'edicola con 100 lire e mi compravo il libretto dei testi. Quello del festival del '63 lo trovi su Ebay per 14,99€ (+ 4,50€ di spedizione). Sic transit gloria mundi.


La mia sorpresa è stata grande, sei anni fa, tornando a vivere in Italia, il giorno in cui Elena mi ha detto che l'indomani sera avrebbe guardato Sanremo in TV. Ho provato a guardarlo con lei. Credo di avere resistito 20 minuti.
Non ce la faccio proprio. Non ce l'ho proprio quel gusto per il trash, per le vallette sculettanti e per il vuoto cosmico.
Elena naturalmente non è d'accordo. Lei il festival continua a guardarlo, anche se ormai lo fa alla terzo millennio, chattando contemporaneamente con vari amici che giocano a chi le spara più grosse. O almeno credo, a giudicare dalle risate che sento dal letto, mentre leggo un giallo.
Stamattina, leggendo i giornali su internet, come ogni anno mi sono sentito un alieno. Ma come fa Il corriere della sera a titolare Arisa e il giallo del reggiseno: scompare e poi riappare, o Emma e l'inchino generoso, con tanto di foto di (presumo) Emma (ma chi è?) che si inchina facendo vedere un po' più di tette di quando sta in piedi, manco fosse possibile il contrario? Come fa la Repubblica a titolare Romina e Al Bano (almeno quelli so chi sono): la reunion e quei baci non dati sul palco (la reunion???), o Rocio Munoz (e questa chi è?): signora in rosso? Come fanno il Fatto Quotidiano a pubblicare le pagelle della prima serata, La Stampa a titolare Al Bano, flessioni sul palco, poi nega il bacio a Romina, Il Messaggero a fare lo stesso con Emma sposa, Arisa “cardinalizia”, Il Sole 24 Ore a informarci sulla Moda a Sanremo: tutti i look griffati sul palco dell'Ariston?
Il festival di Sanremo è la cosa che più di tutte mi fa capire quanto tanti anni all'estero abbiano finito col fare di me uno che non è più italiano. Altre, molte altre cose, mi fanno capire che non sono mai nemmeno diventato francese. Ma quello è un altro discorso.
Ormai me ne sto qui, in bilico tra due culture, senza più capire completamente la prima e senza riuscire veramente a identificarmi con la seconda. È così e non ci posso fare niente.
Beh, sì, una cosa posso farla: non guardare il festival di Sanremo.

martedì 10 febbraio 2015

Se ne imparano sempre di nuove


due tipi di cranberries
Che gli specialisti di botanica mi perdonino, ma questa proprio non la sapevo.
Tutto è incominciato qualche settimana fa, quando a casa di amici mi sono ritrovato davanti una scodellina colma di cose verdastre e oblunghe, tipo olive di piccole dimensioni, ma col gambo. Erano frutti di capperi, che non avevo mai visto. Buoni.
Così un paio di giorni fa me ne sono comprati un po'. Oggi eravamo a tavola con Elena e ci siamo chiesti, visto che quelli erano i frutti del cappero, cosa fossero i capperi. “Saranno i boccioli?”, mi sono chiesto. E ho aperto il computer. Sì, i capperi sono i boccioli, mentre i frutti del cappero si chiamano cucunci. Ero sulla pagina di Wikipedia e mi è venuta la curiosità di andare a vedere la stessa pagina in inglese. I cucunci, oltre Manica, si chiamano caper berries.
Ora, la parola berry gli inglesi e gli americani la usano molto: le fragole sono strawberries, le more blackberries o mulberries, i lamponi raspberries, i mirtilli blueberries, l'uva spina gooseberry, il mirtillo rosso americano cranberry, la bacca di sambuco eldeberry, mentre il ribes si chiama, chissà perché, redcurrant o blackcurrant a seconda del colore. Tutto ciò fa che non ho mai saputo come rivolgermi a un fruttivendolo americano se volevo comprarmi dei lamponi pittosto che dei mirtilli.
“Ma cos'è una bacca?”, mi sono chiesto. Sempre Wikipedia mi dice che nell'uso comune sono impropriamente indicati come “bacche” anche frutti d'altro genere e coni come il glabulo del ginepro, il frutto aggregato della fragola o la drupa dell'alloro, perché sono piccoli, carnosi e commestibili o usati come aromatizzanti; viceversa alcune vere bacche, come il frutto del peperone, della melanzana, del pomodoro e l'acino d'uva non sono comunemente indicate come tali.
Fermi tutti! Vuoi dire che peperone, melanzana, pomodoro e uva sono bacche? Sissignore, e non solo: andando sulla pagina in inglese, trovo che anche la banana è una bacca!
Poffarbacca e porca bacca!, mi sono detto.
E poi, cos'è questa storia della fragola, che non è una bacca? Altra sorpresa: i frutti della fragaria, che poi è una rosacea, si chiamano acheni e sono quei semini gialli che si vedono su quello che noi chiamiamo impropriamente frutto.
Sì, va bene, tutto questo ha un'importanza relativa, sono d'accordo. Ma mi ci vorrà un po' di tempo per abituarmi all'idea che un peperone o una banana siano più simili a una mora che a una mela.

lunedì 9 febbraio 2015

Dylan, come al solito

Bob Dylan due giorni fa

L'ha rifatto. Ci ha sorpreso di nuovo. Come tante volte prima di oggi.
Come al solito ci sono i delusi, quelli che dicono che è arrivato alla frutta, che non è più lui, che è un traditore. I dylanisti. Quelli che credono di possedere la verità. Quelli fermi a Blowin' in the wind e A Hard Day's A-Gonna Fall.
Io trovo l'ultimo CD di Bob Dylan bellissimo. Stavo per scrivere entusiasmante, ma non sarebbe stata la parola giusta. L'entusiasmo è rumoroso, scoppiettante, mentre qui tutto è sussurrato, accennato, appena suggerito. Un CD da vecchio, sì, da uomo di 73 anni che continua ad infischiarsene della sua immagine, delle mode e dei cliché.
Sempre come al solito, ci sono quelli che parlano di una svolta. Quelli non sono i dylanisti, forse i dylanologi, quelli che cercano sempre una logica, una sorta di consecutio temporum musicale in grado di spiegare e razionalizzare tutte le sorprese che Dylan ci ha offerto nella sua lunga carriera. Senonché anche questa, come tutte le precedenti, sarà probabilmente seguita da un altro CD che, lungi dal confermare, ci spiazzerà di nuovo.
Ed è proprio in questo che Bob Dylan è stato sempre importante per me, fin da quando, nel 1965, uscì il suo quinto album, Bringing It All Back Home. I quattro precedenti (Bob Dylan, The Freewheelin' Bob Dylan, The Times They Are A-Changin' e Another Side of Bob Dylan) erano stati tutti rigorosamente acustici. Una voce accompagnata da una chitarra, un po' di armonica a bocca. Tutto qui. Un folk singer. Il “poeta della sua generazione”, scrivevano i giornali.
Bringing It All Back Home era un album “elettrico”: chitarra elettrica, basso elettrico, organo elettrico. Per molti quello fu un tradimento, un vendersi al mercato, alla moda.
Ma quella fu solo la prima volta. La sorpresa fu altrettanto grande ai primi del '68, quando arrivò John Wesley Harding, poi di nuovo con quel fulmine a ciel sereno che fu Nashville Skyline, nel '69, con quel Self Portrait del '70 che sembrava tutto, meno che un autoritratto, con New Morning, dello stesso anno (“Dylan è tornato!”, si entusiasmava la rivista Rolling Stone, manco gli album precedenti fossero stati opera di un fratello minore e psicolabile del profeta), con Saved (nobbuono) nell'80, col ritorno al suono 100% acustico di Good As I Been To You e World Gone Wrong, del '92, con la voce completamente trasformata di Time Out Of Mind, del '97, per non parlare dell'ineffabile Christmas In The Heart del 2009, fatto tutto di canti natalizi (tra i quali Adeste Fideles!).
Adesso è arrivato Shadows In The Night, che contiene dieci pezzi classici, dalle Foglie morte di Prévert e Kosma a varie cosa cantate in precedenza da Frank Sinatra. Il tutto con una sobrietà e un'eleganza assolutamente sorprendenti.
Ho detto che Dylan è sempre stato importante per me. Lo è stato proprio per questi suoi cambiamenti continui e per questa impossibilità a classificarlo e chiuderlo in un genere o in uno stile. Il contrario di una pop star. Quello che tutti questi album mi hanno sempre detto, Dylan l'aveva detto, con umorismo surreale, nel testo di Subterranean Homesick Blues, del '65: don't follow leaders, watch the parking meters (non seguire i capi, osserva i parchimetri). E nello stesso album c'era un'altra cosa importante: he who is not busy being born is busy dying (chi non è occupato a nascere è occupato a morire).
Fosse anche solo per queste due frasi, senza la voce, senza la musica, senza tutto il resto, resterei un ammiratore di Dylan fino al mio ultimo giorno di vita.
Due giorni fa, in occasione dell'ennesimo premio ricevuto (questa volta dalle mani di Jimmy Carter), Dylan si è lasciato andare a parlare per ben 35 minuti, durata per lui astronomica. Tra l'altro ha detto:
I critici hanno scritto che io ho fatto carriera scombinando le aspettative. Davvero? È solo quello che faccio? È quello che penso?
Scombinare le aspettative. Come dire che sto su fino a tada notte a pensare come scombinare le aspettative.
“Cosa fai nella vita?” “Io? Scombino aspettative”.
Uno va a cercare lavoro e gli dicono “Tu cosa fai?” “Io scombino aspettative”. E allora gli dicono “Beh, quel posto è già occupato. Richiamaci. Oppure no, ti richiamiamo noi”.
Scombinare le aspettative, non so nemmeno cosa voglia dire e chi abbia tempo per occuparsene.
“Perché proprio io, Signore?” È ovvio che il mio lavoro scombina qualcuno, ma non so proprio come. [...]
Adesso me ne vado. Spero ci rivedremo. Un giorno o l'altro. E ci rivedremo, come diceva Hank Williams, se Dio vuole e se il fiume non straripa”.
Non c'è niente da fare: davanti a Dylan ridivento sempre il quattordicenne che ascoltò per la prima volta The Freewheelin' Bob Dylan. Sempre la stessa ammirazione, la stessa sorpresa, la stessa impressione di avere ancora molto da imparare. Passano gli anni, passano i decenni (ormai cinque) e lui è sempre lì, sempre uguale e sempre diverso allo stesso tempo. Come a dirmi che il tempo non passa e la morte non esiste. Tanta roba.

lunedì 2 febbraio 2015

Dell'odio

Il vecchio Kurt
Va bene: anche a me avrebbe fatto piacere che Berlusconi passasse la totalità del suo periodo di affidamento ai servizi sociali dando da mangiare a persone più anziane di lui. Anzi, mi avrebbe fatto molto più piacere vederlo in galera piuttosto che in un ospizio. Ma dobbiamo proprio vedere un complotto politico nel fatto che un magistrato di sorveglianza abbia condonato, pur contro il parere, peraltro non vincolante, della Procura, 45 giorni all'ex-Cavaliere?
Mi pare che scaldarsi su un argomento del genere significhi innanzitutto mettere in dubbio l'integrità del magistrato, in questo caso il giudice Beatrice Crosti, della quale io non so nulla, così come immagino non ne sappiano nulla quelli che la criticano. L'unica cosa che so, dopo qualche verifica, è che quella decisione appare perfettamente coerente non solo con i testi legislativi, ma anche con la prassi corrente in questi casi.
Qualche notizia sul giudice Crosti ho finito col trovarla sul il CarteBollate, periodico di informazione della casa circondariale di Bollate, una delle tre strutture carcerarie dell'area milanese, con San Vittore e Opera. Ecco cosa scriveva nell'ottobre 2006 il detenuto Libero Vanutelli:
“Vengo condotto in tribunale con scorta in borghese su disposizione dello stesso magistrato. All’arrivo mi trovo di fronte una donna di bell’aspetto, circa 40 anni, dai modi garbati, che emana una serenità che ti mette a tuo agio. Le racconto la mia storia, come ero prima, come sono adesso, le spiego il mio cambiamento, rispondo alle domande di rito.
Sapeva già tutto di me perché si era portata il mio fascicolo a casa per studiarselo! Finito il colloquio con un sorriso mi accompagna alla porta, mi fa gli auguri, mi stringe la mano e mi congeda rassicurandomi. Dopo appena una settimana mi arriva il permesso! […]
Ecco un magistrato che sa il fatto suo, che ti guarda negli occhi, un magistrato che anche di fronte a un diniego non ti fa pensare che hai subito un’ingiustizia.”
Sia chiaro: nemmeno questo Libero Vanutelli so chi sia.
Ma, appunto: quando non so, cerco di evitare di parlare. E di scrivere. E se scrivo dico che non so. Il che non richiede un grande sforzo. Solo un minimo di elementare onestà.
Forse non mi sarei preso la briga di scrivere questo post se non avessi letto questa mattina sulla Repubblica un vecchio testo di uno dei miei scrittori preferiti, Kurt Vonnegut. Eccone un pezzettino:
“Per tutta la vita ho avuto gente da odiare, da Hitler a Nixon — non che siano minimamente paragonabili nella loro malvagità. È tragico, forse, che gli esseri umani riescano a trarre così tanta energia ed entusiasmo dall'odio. Se vi volete sentire alti tre metri e capaci di correre per cento chilometri senza fermarvi, l'odio batte di gran lunga la cocaina pura.”
Ho l'impressione che per molti italiani la politica sia una forma di cocaina che è lì, sempre disponibile e gratis, e di cui è facile farsi un'annusatina per arrivare più in forma fino a sera. Come se la cosa importante fosse sempre tenere alto il livello di adrenalina, senza badare a sciocchezze come il buon senso e la ragionevolezza. Per questo noi italiani adoriamo i complotti e adoriamo soprattutto inventarceli anche quando non ci sono; per questo amiamo odiare quelli che tengono a un'altra squadra di calcio, quelli del paese vicino, quelli dell'altro quartiere, quelli che votano diversamente da noi e sprechiamo energie pazzesche a mettere in dubbio la buona fede altrui e a vivere in un clima di eterno sospetto.
Io, Berlusconi lo disprezzo e lo detesto, naturalmente. Credo che il male che ha fatto al nostro paese sia immenso e che ci vorranno anni e anni per ripararlo. Ma quel male è nato proprio dal disprezzo e dall'odio. Se cedessi anch'io all'odio, parlo di odio verso Berlusconi, ma anche delle inevitabili conseguenze dell'odio, cioè la diffidenza generalizzata e il sospetto verso tutto e verso tutti, avrei l'impressione di fargli un piacere. Esattamente come glielo fanno oggi Grillo e Salvini.
Ecco perché preferisco non trovare scandalosa la decisione del giudice Crosti. E poi sono sicuro che in questo modo gli spaghetti che Elena sta facendo freschi freschi in cucina li troverò più saporiti.

domenica 18 gennaio 2015

Perché la religione mi offende

- Mica facile: fare un disegno per prendere in giro gli atei.
- Senza offenderli.
Dopo il momento di orrore, di sdegno e di solidarietà, ecco arrivare l'ondata dei ma. Lo ha capito bene Salman Rushdie, che in un discorso all'Università del Vermont, il 14 gennaio diceva:
“Sono stufo di questo dannato gruppo del 'ma' e quando sento qualcuno dire “sì credo nella libertà di parola, ma…”, smetto di ascoltare.”Credo nella libertà di parola, ma la gente dovrebbe comportarsi bene”. “Credo nella libertà di parola, ma non dobbiamo offendere nessuno”. “Credo nella libertà di parola, ma cerchiamo di non andare troppo lontano”. Il punto è che se si limita la libertà di parola non è più libertà di parola.”
Dopo il massacro dei disegnatori e altri collaboratori di Charlie Hebdo ora vediamo grandi manifestazioni in vari paesi, morti, incendi di chiese e altri orrori. E anche per i più moderati, quelli che partecipano al dibattito senza per questo dare un qualsiasi sostegno alla violenza, il punto centrale sembra essere la questione della possibilità o meno di “offendere” dei credenti. Ciò che mi stupisce è che nessuno sembra aver sollevato un altro problema, quello delle “offese” quotidiane ai non credenti da parte dei credenti.
Metto la parola “offese” tra virgolette perché non sono convinto che sia quella giusta. Il vocabolario Treccani dà di offesa la seguente definizione: danno morale recato alla dignità di una persona (o di un’istituzione) con atti o con parole, il che forse non ci fa avanzare molto. Cos'è il danno? Sempre secondo lo stesso vocabolario, danno è un termine che si oppone direttamente a vantaggio, giovamento, utilità, guadagno, per indicare l’effetto, soggettivamente considerato, di tutto ciò che in qualche modo nuoce a persone, enti, cose. E qui forse le cose diventano un po' più chiare.
È evidente che le vignette satiriche di Charlie Hebdo non andavano a vantaggio, giovamento, utilità, o guadagno di alcuna religione. Cabu, Wolinski e gli altri erano estremamente critici non solo verso l'integralismo musulmano, ma anche verso quello cristiano. La loro non era una posizione anti-islamica, caso mai anti-religiosa.
Ma lo era davvero? Non credo.
Gli strali del settimanale satirico non erano diretti contro i credenti, ma contro le aberrazioni, i fanatismi e le contraddizioni che ogni religione assolutista porta inevitabilmente dentro di sé. Capisco perfettamente che all'interno di quelle religioni ci siano dei credenti che possono sentirsi offesi da prese di posizione così critiche. Posso anche immaginare che alcuni di loro possano sentirsi danneggiati da sberleffi atei. Ma permettetemi un momento di semantica: il contrario di danno non è rispetto, è vantaggio. Il fatto di rispettare qualcuno non implica affatto che non lo si possa prendere per i fondelli. Non implica soprattutto la sottomissione a dei diktat pseudo etici e pseudo morali che certi credenti vorrebbero imporre al mondo intero.
Per me, che non credo nell'esistenza di Dio, quella credenza è una superstizione che va contro tutto ciò che penso. E non faccio differenze tra islam, cristianesimo, ebraismo, animismo, voodoo, induismo, shintoismo, o qualsiasi altra religione.
Vivendo in un paese a grande maggioranza cristiana e avendo io stesso ricevuto un'educazione intrisa di cristianesimo, è ovvio che almeno da una cinquantina d'anni, da quando cioè ho smesso di credere, ho avuto più occasioni di sentirmi “offeso” dal cristianesimo, in particolare dal cattolicesimo, che da altre religioni. Vorrei allora cercare di spiegare in cosa mi sento offeso.
Credo che la cosa che mi offende di più, come essere umano, è constatare i danni provocati dall'indottrinamento cattolico di tanti bambini innocenti. Inculcare in bambini di tre, quattro anni, idee come il peccato originale o l'esistenza dell'inferno mi pare un gesto di estrema violenza, destinato inevitabilmnte a provocare gravi traumi che molti poi non riusciranno mai a sormontare. Lasciarsi andare a credenze ai miei occhi ridicole come il dogma della verginità post partum di Maria, di quella della creazione della donna a partire dalla costola dell'uomo, di quella della bellezza e della nobiltà della sofferenza purché al servizio di Dio mi sembra altrettanto grave. Chiamare sacro un libro che dice che bisogna passare a fil di spada chi crede in un altro Dio (Deuteronomio 13:16), che bisogna lapidare chi fa “ciò che è male agli occhi del Signore” (Deuteronomio 17:5), mi sembra orribile. Inchinarsi davanti a un panno — la Sindone — affermando che porta le tracce del corpo del figlio di Dio quando è stato scientificamente provato che quel panno è stato tessuto più di mille anni dopo la morte di Gesù mi pare un insulto all'intelligenza.
A proposito di insulti all'intelligenza: sia quante braccia di Santo Stefano sono adorate come reliquie nelle chiese del mondo? 13. E quante mani di San Gregorio? 7. E vogliamo parlare della reliquia del Santo Prepuzio, che fu adorata a Calcata, in provincia di Viterbo, fino al 1983, quando qualcuno la rubò? O delle corna di Mosé, esposte secoli fa nella chiesa di san Marcello a Roma, delle lacrime Gesù nella chiesa di Vendôme, in Francia, della vagina di santa Gudula adorata ad Augusta, in Baviera, delle numerose ampolle piene di latte della Vergine contro le quali inveì Calvino, chiedendosi se la madre di Gesù fosse stata davvero una donna o una mucca?
Tutte queste cose mi offendono. Come mi offendono tutte le guerre, i massacri e le violenze fatte nel nome di questa o quest'altra religione.
Quante guerre sono state fatte nella storia del mondo in nome della non esistenza di Dio? E quante in nome della sua esistenza? Quanti eretici, quante streghe sono state bruciate in nome dell'ateismo? Quanti scienziati sono stati condannati? Quanto popoli sono stati cacciati dalle loro terre?
Mi piacerebbe che ogni tanto, almeno ogni tanto, chi crede in un Dio si fermasse un istante e si domandasse quanto quella sua fede, a partire dal momento in cui non è più solo un affare privato ma diventa parte integrante della struttura etica e giuridica di una società, possa essere insultante, deprimente e soprattutto pesante, quotidianamente pesante, per tutti quelli che in quel Dio non credono.
Le religioni da sempre si reputano depositarie esclusive della spiritualità e del “vero” amore, trattando chi religioso non è nel migliore dei casi con condiscendenza e nel peggiore con disprezzo. Ti faccio un esempio. Qualche mese fa ho assistito a un matrimonio cattolico. Durante la sua omelia il sacerdote ha sostenuto che l'unico vero amore possibile è l'amore di Gesù. Poi, forse accorgendosi di averla sparata un po' grossa, ha detto che ciò che intendeva era che l'unico vero amore coniugale era quello del matrimonio benedetto da Dio. Fossi stato meno educato e più impulsivo sarei salito sull'altare a dare una sberla a quello stupido prete che con le sue parole perfettamente offensive aveva appena sostenuto che, in quanto non credente, ero incapace di amare veramente. Quella stupidità e quell'arroganza, oltre tutto da parte di qualcuno che, almeno ufficialmente, ha rinunciato per sempre all'amore di coppia, mi ha davvero offeso.
E mi chiedo: è mai possibile che i credenti non capiscano, non riescano a capire quanto le loro credenze, appena vanno al di là della sfera del privato, possano sembrarmi insultanti, quanti rospi sia costantemente obbligato a ingoiare chi vede dei credenti comportarsi in maniera ai suoi occhi così ridicola, ma anche così dannosa per la società nella quale viviamo tutti insieme?
Prendere in giro qualcuno non significa non rispettarlo, significa cercare di addolcire la propria condizione umana con un po' di leggerezza. Con che diritto qualcun altro si sente autorizzato a imporre dei limiti alle mie prese in giro? Se qualcuno prende in giro me, magari in maniera feroce, me ne vado, smetto di parlargli. Ma mai mi verrebbe in mente di impedirgli di farlo. Perché i credenti non riescono a comportarsi nello stesso modo? Mistero della fede.
Io resto d'accordo con Salman Rushdie: quando sento qualcuno dire “sì credo nella libertà di parola, ma…”, smetto di ascoltare. Tutto qui.

giovedì 8 gennaio 2015

Vuoto

Ieri ho pubblicato un post a caldo. Elena era uscita, poi mi aveva mandato un messaggino dicendomi che sarebbe rimasta a pranzo a casa di amici. Poco dopo l'una sono andato in cucina e ho messo a riscaldare nel microonde i resti degli spaghetti ai carciofi della sera prima. Ho acceso la televisione per dare un'occhiata a un telegiornale, sapendo che come al solito l'avrei spenta poco dopo, o avrei cambiato canale, irritato dall'approssimazione e dalla cialtroneria di qualche giornalista, o semplicemente irritato da qualche notizia. È così che ho scoperto l'orrore del massacro della redazione di Charlie hebdo.
Sono subito passato sul canale francese France 24, dove ho visto le immagini insopportabili dell'agente di polizia Ahmet Merabet freddato sul marciapiede da un colpo di kalshnikov alla testa.
I nomi. I nomi sono importanti. Non basta parlare di vittime. La vittima è anonima, quasi disumanizzata da quella parola che la definisce. Prima di essere vittima Ahmed Merabet era un uomo, con due gambe, due braccia, una testa, un'età, 42 anni. Non lo conoscevo, so solo che di mestiere faceva il poliziotto. Ma soprattutto so che era un uomo, un uomo qualunque che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come Frédéric Boisseau, impiegato di una ditta di pulizie, che stava facendo il suo lavoro all'interno del giornale. Come Michel Renaud, direttore del festival Rendez-vous du carnet de voyage di Clermont-Ferrand, la città della Michelin, che era andato a restituire dei disegni al disegnatore Cabu e che era stato invitato ad assistere alla riunione della redazione. Come Moustapha Ourrad, correttore di bozze, che di solito non assisteva a quel tipo di riunione. Come Franck Brinsolaro, poliziotto addetto alla protezione di Charb, direttore del giornale. Come l'economista ecologista Bernard Maris. Come la psicanalista Elsa Cayat. Come i disegnatori Charb, Wolinski, Cabu, Tignous e Honoré. Come l'umorista Mathieu Madénian, che lavorava a Charlie da tre mesi e che ieri mattina ha mandato un SMS al giornale dicendo che non avrebbe potuto partecipare alla riunione.
Non ero un lettore di Charlie Hebdo. Conoscevo il giornale e mi capitava di sfogliarlo se me ne trovavo una copia tra le mani, tutto lì. Ma non ero un grande fan di quel tipo di umorismo, anche se ammetto volentieri che certe volte mi faceva molto ridere.
Charlie hebdo era nato nel 1970. Ero a Parigi e me ne ricordo bene. Il 9 novembre di quell'anno moriva De Gaulle. Una settimana prima, a Saint-Laurent-du-Pont, vicino a Grenoble, era bruciata una discoteca. Nell'incendio erano morte 146 persone. La stampa aveva molto usato l'espressione bal tragique, ballo tragico, per parlare dell'avvenimento. De Gaulle era morto nella sua casa di Colombey-les-Deux-Églises, 250 chilometri a est di Parigi. Il settimanale satirico Hara-kiri hebdo uscì con un titolo a piena pagina: Bal tragique à Colombey – Un mort, ballo tragico a Colombey – Un morto. Il ministro dell'interno Raymond Marcellin aveva immediatamente fatto chiudere il giornale, ordinando il ritiro dai chioschi di tutte le copie invendute. La settimana dopo, l'équipe di Hara-kiri tornava in edicola sotto un nuovo titolo, Charlie hebdo, che era di per sé una presa in giro del nome di De Gaulle, Charles.
Tra i numerosi disegni che sono apparsi da ieri mattina su internet, quello che probabilmente sarebbe piaciuto di più ai giornalisti massacrati parte proprio dal titolo del 1970. Giocando sull'omofonia tra bal, ballo, e balle, pallottola, il disegno è una semplice scritta in bianco e nero, con gli stessi caratteri del 1970: Balles tragiques à Paris – 12 morts, Pallottole tragiche a Parigi – 12 morti.
Ieri ho parlato a caldo dei terroristi come di “maledetti stronzi fanatici religiosi”. Oggi, a freddo, confermo. Ma siccome le parole sono importanti, ci tengo a precisare che ho usato la parola stronzi nel senso di cretini. La cretineria di quei due o tre assassini massacratori ha trovato peraltro conferma nel fatto che uno di loro abbia dimenticato la sua carta d'identità in una delle automobili che erano servite alla fuga. Mi ricordo che la stessa cosa era successa in casa di un mio vicino una trentina d'anni fa. Gli avevano svaligiato la villa e uno dei ladri aveva lasciato cadere a terra la sua carta d'identità. Ho spesso raccontato quella storia, suscitando l'ilarità di chi mi ascoltava. Il commento che più veniva spontaneo era: “Un genio!”
Purtroppo questa è la realtà del nostro mondo tecnologico, nel quale “un genio” può procurarsi un kalashnikov e fare un massacro.
Ho due passaporti, l'italiano e il francese. Mi sono sempre considerato italiano, anche se nel corso dei miei 35 anni in Francia mi sono reso conto che la mia italianità si annacquava sempre di più. Ieri, davanti alla televisione, con i miei spaghetti ai carciofi riscaldati, per la prima volta mi sono sentito pienamente francese e la cosa ha stupito anche me. Non che consideri un massacro, quello di Parigi o qualsiasi altro, più o meno importante a seconda del luogo dove si è svolto; ma è come se questo massacro mi avesse toccato più da vicino, come la morte di un parente ti tocca più di quella di uno sconosciuto. Oggi continuo a considerarmi interamente italiano, ma ho capito a che punto sono anche completamente francese e a che punto ho voglia di rivendicare quella doppia appartenenza, anche perché quei cretini massacratori mi danno l'impressione di rivendicare per se stessi una sola e unica appartenenza, quella a una religione, come se una persona, un uomo, potesse definire se stesso unicamente in funzione alla sua adesione a un'idea, o a un'ideale, o a un dogma.
Non si sa mai come reagire davanti a orrori di questo genere. Si esita, ci si sente suonati come un pugile a terra. Si dubita. Si annaspa nel vuoto.
Con sorpresa, la mia reazione stamattina è questa: sentirmi pienamente italiano e pienamente francese allo stesso tempo. Vivere questa impossibilità come una risposta a tutti quelli che si nascondono dietro una facciata monolitica, dietro la purezza di un insegnamento trasformato in dottrina assoluta.
Credo di avere già scritto in questo blog che la parola che più mi fa orrore è purezza, perché è dalla purezza che nascono il fanatismo, l'odio, il rifiuto dell'altro, la stigmatizzazione sistematica, la violenza cieca. Oggi più che mai rivendico la mia doppia identità, la mia impurità, e lo faccio con orgoglio.
Leggo e sento dire che dietro i terroristi parigini c'è la volontà di provocare risposte dure e violente, di mettere in ginocchio l'Occidente, di far capire a tutti i musulmani quanto siano in pericolo. No. Dietro quei terroristi assassini non c'è niente. Solo stupidità. Solo violenza. Solo barbarie. Solo ignoranza. Se fossero stati capaci di un ragionamento articolato non avrebbero fatto ciò che hanno fatto. Dietro il loro gesto c'è solo un'immensa e triste dose di vuoto. Puro vuoto. 

 

mercoledì 7 gennaio 2015

4 morti

Charb

Wolinski

Cabu

Tignous
Ho acceso la televisone. Sto guardando la diretta sul canale francese France 24. Due, forse tre terroristi hanno attaccato la redazione del settimanale Charlie Hebdo. Erano armati di kalashnikov. Hanno sparato, hanno ammazzato almeno 12 persone, ferendone un numero per ora indeterminato di altre.
È difficile spiegare a chi non conosce bene la Francia cosa sia Charlie Hebdo. È un settimanale satirico, sì, ma come spiegare quel tipo di satira a chi vive in un paese come il nostro, nel quale la satira praticamente non esiste, o quando esiste è molto, molto, molto più debole e timida che in Francia, in Gran Bretagna e altrove?
Tra i morti ci sono almeno quattro disegnatori satirici: Charb, Wolinski, Cabu, e Tignous. Charb et Tignous erano conosciuti soprattutto dai lettori di Charlie Hebdo, ma Wolinski e Cabu li conoscevano tutti in Francia.
Sono senza parole.
Su dei video amatoriali mandati in onda da France 24 si sentono chiaramente i terroristi che gridano due cose: prima “Dio è grande” e poi “il profeta Maometto è vendicato.”
Stronzi. Maledetti stronzi. Maledetti stronzi fanatici religiosi.
Adesso verranno fuori altri stronzi che si metteranno a dire che è tutta colpa dell'Islam, come se quella religione fosse diversa da tutte le altre.
Stronzi.

martedì 6 gennaio 2015

Parole, parole, parole

Bello l'articolo di questa mattina sulla Repubblica. Firmato da Raffaella De Santis è intitolato Terra di mezzo o cyberspazio, così nascono gli “autorismi”.
Il termine autorisma è la versione italiana dell'inglese authorism, coniato dal lessicologo americano Paul Dickson, autore di Authorisms, words wrought by writers, ovvero “Autorismi, parole forgiate da autori”. Pubblicato l'anno scorso, cioè, come ce lo fa notare l'editore, nel sesquiquadricentenario (sesquiquadricentennial) della nascita di Shakespeare, presenta tutta una serie di parole la cui invenzione è attribuibile a un autore preciso. Proprio Shakespeare è stato probabilmente il più prolifico coniatore di lemmi, almeno in inglese, visto che tra le 17.245 parole che ha usato nei suoi scritti ce ne sono migliaia di nuove. Il mio autorisma preferito è però decisamente freelance, che lungi dall'essere contemporaneo, è opera di Walter Scott nel suo Ivanhoe, bellissimo, ancorché assai antisemita romanzo, la cui lettura consiglio a tutti cum grano salis.
Dopo aver letto l'articolo me ne sono andato un po' a spasso su internet, passando da “neologismi” a “italiese” e da “francesismi” ad “anglicismi” e ho trovato delle cose divertenti. Eccone alcune:
  • l'ente governativo britannico YouGov è il creatore di nomophoby, nomofobia, che designa la paura incontrollata di rimanere sconnessi dal contatto con la rete di telefonia mobile;
  • a un gruppo di etnobotanici e studiosi di mitologia e religioni si deve entheogen, enteogeno, che letteralmente significa “che ha Dio al suo interno” e che viene usato in riferimento a particolari sostanze psicoattive di tipo psichedelico e allucinogeno;
  • stavo cercando l'eventuale autore della parola andamentale, quando il primo sito che ho aperto mi ha dato da vedere una pagina che incominciava con “La valutazione andamentale si sostanzia nel monitoraggio operato dalla banca sui rapporti che l’azienda intrattiene” e ho deciso di lasciar perdere;
A questo punto la mia attenzione è stata deviata verso termini che non sono autorismi, ma che mi sono sembrati curiosi, o irritanti, o semplicemente stupidi:
  • primo tra i più stupidi è senz'altro rallenty, che in inglese si dice slow motion e che mi ricordo di aver sentito per la prima volta con sbigottimento qualche decennio fa in occasione della ritrasmissione televisiva di non so più quale partita di calcio.
L'orrendo rallenty mi ha fatto venire in mente qualche altro finto anglicismo:
  • slip in inglese comune è un verbo, non un sostantivo; le mutande si chiamano underwear, comprese quelle ridicolamente piccole che ti spremono i testicoli; l'utilizzo di slip come sostantivo è raro e indica una sottoveste femminile;
  • tanto per rimanere nella biancheria, il body in inglese si chiama leotard, o eventualmente bodysuit;
  • smoking in inglese non è sostantivo, ma verbo; lo smoking si chiama tuxedo e viene da Tuxedo Park, una ricca zona residenziale del paese di Tuxedo, 3.600 abitanti, a nord-ovest di New York;
  • golf invece si dice sweater, o cardigan, o pullover, o jumper; da notare che la parola inglese golf deriva dall'olandese kolf, che vuol dire bastone;
  • per rimanere nell'ambito vestimentario, non posso non citare la parola sweat (in Italia pronunciata suìt), che andrebbe in realtà pronciata suèt; se dici “suìt” a un inglese, lui capirà sweet, cioè dolce; è solo se gli dici “suèt” che capirà sweat, cioè sudore e magari, se è un tipo immaginativo, indovinerà pure che gli volevi dire sweatshirt, cioè felpa (che pare venga dall'antico bavarese felber, che voleva dire sia salice che salvia);
  • l'orrendo stage (pronunciato steig, con la g di Giulio) in inglese vuol dire palcoscenico, mentre è apprenticeship che indica un periodo di apprendistato; è in francese che stage (pronunciato con la a normale e la ge che si pronuncia come il pronome personale je) vuole dire ciò che intendiamo noi;
  • sul patetico media pronunciato midia mi limiterò a soprassedere;
  • il mister calcistico, ovvero, per i non calciofili, l'allenatore, suscita ilarità in tutti i concittadini di Camilla ex-Parker Bowles, oggi Duchessa di Cornovaglia;
  • antidoping è ovviamente un'altra fesseria, traducibile tutt'al più con dope test;
  • il tessuto sintetico che molti chiamano pile (pronunciato pail), fu inventato da una ditta del Massachusetts, la Malden Mills, nel 1979 che lo chiamò polar fleece, come si chiama a tutt'oggi oltreoceano.
E la smetto qui anche se potrei andare avanti per ore perché andare a caccia di parole è sempre una bellissima cosa.
Alè, un'ultima parola, paltò. Evidentemente viene dal francese paletot, parola che però nessuno usa più in Francia, preferendole manteau o pardessus. Ma cercando l'etimologia di paletot ho trovato:
  1. che paletot viene dal vecchio inglese paltok;
  2. che paltok viene da pall (dal latino pallium, mantello, coperta, o tenda, da cui deriva anche il Palio di Siena) e ock, dal protogermanico ukaz, suffisso diminutivo, che pare non abbia niente a che vedere col russo ukaze, che indicava un editto dello zar o del patriarca.
Il naufragar m'è dolce in questo mare.