mercoledì 17 giugno 2015

Bibliografia hippy


Alla voce hippy, il vocabolario Treccani dice:
hippy ‹hìpi› (o hippie) s. e agg. ingl. [di etimo e sign. incerto] (pl., come sost., hippies ‹hìpi∫›), usato in ital. al masch. e al femm. – Seguace di un movimento giovanile sorto negli Stati Uniti d’America negli anni ’60 del Novecento, e di là diffusosi anche in Europa, il quale rifiuta istituzioni, norme e costumi della società consumistica, mettendosene ai margini in una posizione di protesta che si attua in forme solitamente non violente quali la vita comunitaria, la predicazione dell’amore universale, l’uso generalizzato delle droghe leggere, un modo anticonvenzionale di abbigliarsi. Per estens., il termine è stato usato per indicare qualsiasi giovane dai capelli lunghi, con abbigliamento e atteggiamenti stravaganti e anticonvenzionali. In funzione di agg., che è proprio degli hippies e delle loro manifestazioni: la moda h., i costumi h.; canzoni, cantanti hippy.
L'aver fatto parte di quel movimento è per me ancora oggi fonte di orgoglio. Lo so, oggi in Italia la parola hippy non la usa quasi più nessuno, preferondole la spregiativa fricchettone, derivata da freak, di cui sempre il Treccani dà la seguente definizione:
freak ‹frìik› s. ingl. [in origine «capriccio, ghiribizzo», poi anche con altri sign., tra cui «essere abnorme, mostro o capriccio di natura»] (pl. freaks ‹frìiks›), usato in ital. al masch. e al femm. – Termine introdotto negli anni Settanta per indicare chi, spec. tra i giovani, rifiutava apertamente le ideologie, così come le norme e i modi comuni di comportamento sociale, adottando comportamenti anticonvenzionali e anticonformistici, vivendo alla giornata e spesso facendo uso di droghe. ◆ In ital. la parola è stata talora adattata scherz. in fricchettóne (v.).
Ciò che né il Treccani (vocabolario) né la Treccani (enciclopedia) dicono è da dove venga il termine hippy, informazione che ci fornisce l'Enciclopedia Britannica:
La parola deriva da “hip”, termine usato a proposito dei beats degli anni '50, come Allen Ginsberg e Jack Kerouac, che erano generalmente considerati come precursori degli hippies.
Sempre la Britannica ci dà informazioni supplementari:
Movimento beat, chiamato anche beat generation; movimento sociale e letterario americano nato negli anni '50 nelle comunità artistiche bohemienne della North Beach di San Francisco, della Venice West di Los Angeles e del Greenwich Village di New York. I suoi aderenti, che si definivano beat (che in origine significava “stanco”, ma che più tardi prese un senso musicale, indicò una spiritualità “beatifica” ed ebbe altri sensi), ma furono derisi come “beatnik”, esprimevano la loro alienazione dalla società convenzionale, o “quadrata” (square) adottando uno stile vestimentario trasandato e dei modi e un vocabolario “hip” preso a prestito dai musicisti jazz.
Fin qui tutto bene, mi dirai. E magari aggiungerai che hai capito benissimo che tutto questo mio aggrapparmi a vocabolari e enciclopedie è un modo come un altro di cercare di superare quella strutturale incapacità di analisi che caratterizza quel poco più di un chilo di materia grigia che mi ritrovo nel cranio. Sul che non posso che concordare.
In realtà tutto questo arzigogolare viene da una semplice domanda che mi sono fatto: come diavolo ho finito io, un adolescente qualsiasi che viveva al settimo piano di una casa popolare nell'estrema periferia milanese, col far parte di quel movimento? Semplicemente attraverso delle letture.
Come credo di aver già raccontato in un vecchio post, tutto incominciò nel 1964, quando il mio amico Paolo Zanotti mi mise in mano un disco di Bob Dylan. A quel primo disco (The Freewheelin' Bob Dylan) ne seguì un secondo, Another Side of Bob Dylan, sul retro del quale c'era una lunga poesia nella quale appariva il nome di Allen Ginsberg. Comprai un libro di Ginsberg e ci trovai il nome di Walt Whitman, ma anche quello di Lawrence Ferlinghetti ed è così che, tirando sul filo e incominciando poi a incontrare persone che sapevano più cose di me, passai da lettura a lettura.
Quasi cinquant'anni dopo, guardandomi indietro, mi è venuta voglia di buttare giù questa piccola bibliografia hippy del tutto personale e sicuramente incompleta. Non tutti questi libri hanno a che fare col movimento hippy: alcuni sono stati scritti prima, altri non hanno niente di hippy nella struttura o nella scrittura, ma mi pare che tutti possano essere considerati oggi come elementi costitutivi di quel movimento.
Alcuni li ho riletti anni dopo, di altri ho solo lontani ricordi. Ma per tutti sento ancora un grande affetto e una specie di riconoscenza per avermi permesso di vivere una quindicina d'anni pieni di sogni e di avventure.
Se definirmi hippy oggi mi sembrerebbe ridicolo, sono però fiero di esserlo stato. E la facile ironia di chi usa quella parola in senso dispregiativo mi provoca sempre una certa tristezza, perché ci vedo un rancore e un'aggressività che erano esattamente due dei sentimenti dai quali noi hippies cercavamo di liberarci, pur se in maniera caotica e spesso inconcludente. In realtà continuo a credere che l'aver fatto parte di quel movimento sia stata un'immensa fortuna e un grande privilegio.
Ecco quindi la mia bibliografia, che magari potrà interessare qualcuno, dandogli voglia di andare a scoprire qualche libro che mi pare possa avere ancora oggi un suo interesse.

NARRATIVA
  • Herman Hesse, Il lupo della steppa e Siddharta
  • Richard Brautigan, Zucchero di cocomero e Pesca alla trota in America
  • Kurt Vonnegut, Mattatoio n°5 e Ghiaccio-nove
  • Joseph Conrad, Cuore di tenebra
  • J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli
  • Tom Robbins, Uno zoo lungo la strada
  • Jack Kerouac, Sulla strada
  • Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo
  • Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie
  • Richard Adams, La collina dei conigli
  • E.M. Forster, Passaggio in India
  • James Hilton, Orizzonte perduto
  • Aldous Huxley, Il mondo nuovo
  • Ursula K. Le Guin, La trilogia di Terramare (diventata più tardi pentologia)
  • Somerset Maugham, Il filo del rasoio
  • Marcel Schwob, La crociata dei bambini
  • Nevil Shute, Una città come Alice
POESIA
  • Allen Ginsberg, Urlo e altre poesie
  • Lawrence Ferlinghetti, Un Coney Island della mente
  • Walt Whitman, Foglie d'erba
  • Basho, Lo stretto sentiero verso il profondo Nord
  • Lee Masters, Antologia di Spoon River
SAGGISTICA
  • Buckminster Fuller, Manuale operativo per l'astronave Terra
  • Tom Wolfe, The Electric Kool-Aid Acid Test (il titolo italiano, L'Acid Test al Rinfresko Elettriko, è davvero orribile)
  • Aldous Huxley, Le porte della percezione
  • Wilhelm Reich, La funzione dell'orgasmo
  • Louis Pauwels e Jacques Bergier, Il mattino dei maghi
  • Eugen Herrigel, Lo Zen e il tiro con l'arco
  • Junichiro Tanizaki, Libro d'ombra
  • Vasilij Kandinskij, Lo spirituale nell'arte
  • George Orwell, Omaggio alla Catalogna
  • Gertrude Stein, Storia geografica dell'America
  • Henry David Thoreau, La disobbedienza civile
  • George Woodcock, L'anarchia
BIOGRAFIE/ AUTOBIOGRAFIE
  • Allan Ted, Gordon Sidney, Lo scalpello, la spada: la storia del Dottor Norman Bethune (non tradotto in italiano)
  • Woody Guthrie, Questa terra è la mia terra
  • Henry David Thoreau, Walden
  • T. E. Lawrence, I sette pilastri della saggezza
  • John Neihardt, Alce Nero parla

mercoledì 10 giugno 2015

Da Pirlo al Mahabharata

La morte di Jayadratha

Sono quasi le sei e mezzo del mattino. Ho davanti la mia solita tazzona di té (questa mattina un Gielle del Darjeeling) e due fette di pane nero con su una bella spalmatina di burro e una di marmellata Chiaverini (mamma mia, quanto son buone le marmellate Chiaverini!).
Al di là della tazza ho il computer. So guardando la mia pagina Facebook quando capito sul post di qualcuno che condivide un post di qualcun altro — come è spesso il caso su FB. Questo post di qualcun altro cita Andrea Pirlo come netto oppositore ad ogni forma di razzismo e incomincia così: “Pirlo: non sono sinto ma non ho nulla contro i sinti.” E lì parto per una di quelle passeggiatine virtuali che possono essere molto goduriose.
Ma chi sono esattamente i sinti?, mi chiedo.
Vado sulla Treccani: “Sinti - Popolazione nomade di origine indiana, il cui nome deriva da Sind, regione del Pakistan occidentale, attraversata dal fiume Indo, dalla quale probabilmente i S. ebbero origine. La provenienza e la storia recente dei S. sono in gran parte analoghe a quelle della popolazione Rom.”
Vado a vedere “Indo” e trovo: “Indo (sanscr. Sindhu)”. E mi fermo subito.
Poffarbacco, mi dico affondando i denti nella fetta di pane con su la marmellata d'albicocche (l'altra ha su quella di more di rovo selvatico), ma allora i sindhu del Mahabharata altro non sono che i sinti! Re Jayadratha era un sinto!
Ma si dice sinto? La Treccani me lo dà solo come aggettivo (il patrimonio culturale rom e sinto è ricco e affascinante); Wikipedia in italiano non me lo dà proprio, ma me lo dà in inglese: “masc. sing. Sinto fem. sing. Sintisa.”
Wikipedia in italiano mi informa però del fatto che sia gli Orfei che i Togni, le due grandi famiglie circensi italiane, sono di origine sinta (nel caso si dica così), il che è una di quelle cose che poi potrai sempre piazzare in una cena a casa di amici facendo un figurone.
Lascio aperte Treccani e Wikipedia e vado sulla versione pdf della Puranic Encyclopaedia - a Comprehensive Dictionary with Special Reference to the Epic and Puranic Literature (Enciclopedia puranica ­- un dizionario completo dei racconti epici e della letteratura puranica), un librone che in versione cartacea ha più di 900 pagine 29x21,5 cm. e che è un oceano di informazioni, in particolare sul Mahabharata. 
Nel caso non avessi dimestichezza con l'India, ti ricordo che i Purana sono delle raccolte di leggende e miti codificati a partire dal -X secolo e sono quindi più tardivi rispetto ai Veda. Il Mahabharata è spesso chiamato il quinto Veda.
Tornando ai sindhu, mi viene voglia di vedere dove scorra veramente il fiume Sindhu, che noi conosciamo come Indo semplicemente perché così lo chiamò Alessandro il macedone 23 secoli fa, forse perché pronunciava male le s. Vado su Google maps e vedo che l'Indo nasce dal Tibet, attraversa il Pakistan e si getta nel Mare d'Arabia, tra la penisola del Gujarat e il Golfo di Oman.
Addento la fetta di pane con la marmellata di more di rovo selvatico e visto che sono passate meno di due settimane dall'ultima rappresentazione dello spettacolo nel quale racconto il Mahabharata, ricordo che Jayadratha, re dei sindhu, muore per mano di Arjuna nel settimo dei 18 libri che compongono l'opera. 
Ma siccome ho già aperto l'Enciclopedia Puranica, vado a dare un'occhiatina supplementare a Jayadratha, sicuro di trovare cose che ho dimenticato. E infatti trovo tutta la sua genealogia, dal nome di suo padre, Bhratkaya, fino a nientepopodimeno che Visnu himself, uno dei tre dei principali; ma non trovo il nome della madre. Normale: Jayadrata una mamma non ce l'ha avuta: è nato da una serie di digiuni e di voti fatti dal padre. Cose da Mahabharata. 
Scopro però anche che alla sua nascita qualcuno affermò: 1) che sarebbe diventato un grande re, ma soprattutto 2) che chiunque gli avesse appoggiato a terra la testa sarebbe immediatamente esploso in cento pezzi. Il che è esattamente ciò che succederà e che vado a spiegarti.
Durante la grande battaglia di Kurukshetra, Jayadratha intrappola Abhymanyu, figlio di Arjuna, permettendo così che Dussasana, secondogenito dei Kaurava, lo uccida (per fortuna Abhymanyu aveva già sposato Uttaraa, la figlia di Virata, re della terra dei Matsya, e l'aveva pure messa incinta, sennò come avrebbe potuto poi nascere Pariksit, al quale Yudhishthira avrebbe lasciato il suo regno 36 anni dopo? Eh? Come avrebbe potuto?).
La sera, quando Arjuna, tornando all'accampamento, viene a sapere della morte di suo figlio, giura di vendicarsi uccidendo Jayadratha. E perché non uccidere direttamente Dussasana, cioè quello che il figlio glielo aveva ammazzato? Naturalmente perché Bhima (fratello di Arjuna) aveva già giurato di ucciderlo lui, cosa che farà puntualmente nell'ottantatreesimo capitolo dell'ottavo libro. Ma Arjuna non si limita a questo giuramento: giura anche che se non riuscisse a uccidere Jayadratha l'indomani (tredicesimo giorno della battaglia che durerà diciotto giorni) ucciderebbe se stesso gettandosi nel fuoco.
Cosa succede l'indomani? Che i nemici di Arjuna fanno di tutto per proteggere Jayadratha in modo da obbligare poi Arjuna a suicidarsi. E infatti il sole sta ormai per tramontare, quando ecco che interviene il furbo Krishna:
— Il sole sta per tramontare, dice ad Arjuna, ma io ora reciterò un mantra che creerà l'illusione della notte; i tuoi nemici smetteranno di combattere e tu potrai uccidere Jayadratha.
Cosa che Arjuna fa scoccando una freccia che fa saltare la testa dal collo del suo nemico, come puoi vedere dall'immagine che apre questo post. Ma non è tutto. Visto che la profezia aveva detto che chi avesse fatto cadere a terra la testa di Jayadratha sarebbe poi esploso in cento pezzi, il Mahabharata ha pensato anche a questo.
Figurati che mentre infuria la battaglia il padre di Jayadratha, il già nominato Bhratkaya, se ne sta seduto in meditazione nell'acqua di un laghetto chiamato Samantapanchaka, che è formato dalla confluenza di cinque fiumi di sangue. La freccia di Arjuna è così potente che fa volare la testa di Jayadratha sul grembo di Bhratkaya. Lui, inorridito, salta in piedi, fa cadere a terra la testa del figlio e immediatamente esplode in cento pezzi.
Nulla da dire: sono cose belle da scoprire sorseggiando una tazza di Gielle alle (quasi) sette del mattino. Così belle che mi è venuta voglia di raccontartele.
Buona giornata.

martedì 2 giugno 2015

Je suis Atena

Nome : Atena
Cognome: Farghadani
Anni: 28
Professione: disegnatrice
Data del primo arresto: 23 agosto 2014
Durata della reclusione: due mesi (di cui 15 giorni in isolamento)
Luogo della reclusione: Sezione 2A del carcere di Evin (noto come l'Università di Evin, a causa del grande numero di intellettuali incarcerati
Data del rilascio su cauzione: 6 novembre 2014
Data del secondo arresto: 10 gennaio 2015
Inizio dello sciopero della fame: 9 febbraio 2015
Ospedalizzazione: 26 febbraio
Accusata di:
  • propaganda contro il regime
  • oltraggio ripetuto contro la sicurezza dello Stato
  • associazione e collusione con elementi controrivoluzionari ed elementi fuorviati
  • oltraggio a rappresentanti del Parlamento attraverso il disegno
  • oltraggio alla Guida suprema e ai Pashdaran
  • organizzazione di riunioni illegali in vista di una collusione con individui antirivoluzionari legati a sette devianti
Condanna: 12 anni e 9 mesi di prigione
Disegno incriminato, in quanto ritrae dei parlamentari con teste di animali:

Testo della lettera spedita da Atena Farghadani l'8 gennaio 2015 al Leader Supremo, Ayatollah Ali Khamenei:
[N.B. Traduco questo testo da una traduzione inglese un po' incerta pubblicata da Iran Press Watch]
In seguito alla lettera di convocazione ricevuta ieri, mercoledì 7 gennaio 2015, dovrò comparire davanti alla quindicesima sezione del Tribunale Rivoluzionario il sabato 10 gennaio. Sono Atena Farghadani. Sono nata nel luglio 1986 a Teheran. Il mio certificato di nascita è il 34828. Sarò presente alla quindicesima sezione del Tribunale Rivoluzionario di via Moallem alle 8 e 30 di sabato 10 gennaio, di fronte al giudice Salavati. So che sabato apparirò davanti a una Corte che grida ingiustizia. Mi presenterò davanti a un giudice che per anni ha distorto la bilancia della giustizia. Quindi dovrò pagare un tributo per avere difeso il mio amato popolo senza difesa.
Non avendo visto, per molti anni e in alcun luogo del mio paese, alcun ufficiale occupare quel posto [ovvero difendere il popolo], io, l'accusata, mi siedo e orgogliosamente presento la mia difesa scritta a uno che per circa 25 anni ha non solo mantenuto e protetto la sua posizione, ma che occupa anche la posizione dominante dei tre rami del governo. Sì, Vostra Eccellenza, Seyyed Ali Khamenei, Lei che in questi anni è stato sia giudice che legislatore, sia Presidente del paese che capo del parlamento non eletto dell'Iran, è a Lei che presento la mia difesa.
Vostra Eccellenza Seyyed Ali Khamenei e Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, ciò che voi chiamate “propaganda contro il regime” io chiamo affinità verso coloro i cui figli furono massacrati nel 2009, coloro che furono uccisi in modo che le loro radici non si sviluppassero su un terreno non più fertile.
Ciò che voi definite “associazione e collusione con una setta fuorviata contro la sicurezza nazionale” io la considero come solidarietà verso quelle donne e quegli uomini i cui diritti elementari — tra i quali quello di andare all'università — vengono loro negati perché sono Bahá'í! [Sulla religione Bahá'í vedi la Treccani, oppure Wikipedia]
I cosiddetti “esseri umani” della nostra epoca si sono arrogati il diritto di negare la dignità umana dei Bahá'í, di definirli “impuri” e di distruggere le loro case e le loro tombe!
Ciò che voi chiamate un “insulto ai rappresentanti del parlamento per mezzo di disegni” io la considero un'espressione artistica della casa della nostra nazione (il parlamento), che la nostra nazione non merita!
E ciò che voi chiamate un “insulto ai Guardiani della Rivoluzione dell'Iran e ai tre rami del governo durante gli interrogatori” per me è una risposta ferma all'arroganza delle vostre forze armate riguardo ai cosiddetti “potere” e “sicurezza” che permettono loro di intrappolare provocatori come me. Se davvero quel potere e quella sicurezza esistono tra i vostri “Guardiani della Rivoluzione”, perché questi non li usano per intrappolare gli assassini di molti Neda, Sorhab e Setareh?! [Neda Agha-Soltan, studentessa in filosofia, uccisa durante una manifestazione il 20 giugno 2009; Sohrab Aarabi, studente diciannovenne arrestato il 15 giugno 2009, sparito per un mese, poi trovato ucciso da arma da fuoco; non ho trovato precisioni su Setareh].
Commento: superfluo.

domenica 31 maggio 2015

Una lettera di Einstein


Qualche giorno fa ho pubblicato sulla mia pagina Facebook il link verso un testo di Einstein che non conoscevo, intitolato Perché il socialismo? Per caso, poco dopo, sempre su Facebook, ho trovato una lettera di Einstein a Eric Gutkind, filosofo ebreo tedesco, dal pensiero mistico-pacifista. Gutkind faceva parte di un gruppo informale di pacifisti come Kandinsky, Tagore, Oppenheimer e Benjamin. Non avendo trovato una traduzione italiana della lettera su internet, me la sono tradotta io e te la propongo qui perché mi piace assai. 
 

Princeton, 3. 1. 1954
Caro Signor Gutkind,
ispirato dalle insistenze di Brouwer1 ho letto gran parte del suo libro e la ringrazio di avermelo prestato. Ciò che mi ha colpito è questo: [lei e io] abbiamo molto in comune per quanto riguarda il nostro modo fattuale di affrontare la vita e la comunità umana. Il suo ideale personale di lotta per la libertà contro i desideri egoisti, per rendere la vita bella e nobile, con un'enfasi sull'elemento puramente umano ci unisce in una stessa “attitudine non americana.”

Ciò nonostante, senza il suggerimento di Brouwer non mi sarei mai impegnato così instensamente nella lettura del suo libro, scritto in una lingua per me inaccessibile. La parola Dio per me non è niente di più che l'espressione e il prodotto delle debolezze umane, la Bibbia è una collezione di leggende certo onorevoli, ma puramente primitive ed estremamente infantili. Non c'è interpretazione, per quanto sottile, che possa farmi cambiare opinione. Per me la religione ebraica, come tutte le altre religioni, è l'incarnazione delle superstizioni più infantili. E il popolo ebreo, di cui sono felice di fare parte e con il cui modo di pensiero provo molte affinità, non ha per me nessuna qualità diversa da quella di altri popoli. Se giudico dalla mia esperienza, gli ebrei non sono migliori di altri gruppi umani, anche se sono protetti dai peggiori cancri [le guerre] dalla mancanza di potere. A parte questo, non vedo niente di “eletto” in loro.

In maniera generale trovo penoso il suo rivendicare una posizione privilegiata e il suo tentativo di difenderla alzando due muri di orgoglio, uno esterno, come uomo, e uno interno, come ebreo. Come uomo lei afferma, in un certo senso, di sentirsi dispensato dalla causalità che tutti accettano, mentre come ebreo rivendica il privilegio del monoteismo. Ma una causalità limitata non è più una casualità, come il meraviglioso Spinoza lo ha indicato per inciso, probabilmente per primo. E le interpretazioni animistiche delle religioni della natura non sono annullate dalla monopolizzazione. Con muri di questo tipo non solo possiamo arrivare unicamente a un certo auto-accecamento, ma i nostri sforzi morali non ci guadagnano nulla. Al contrario.

Ora che ho chiamaramente indicato le differenze nelle nostre convinzioni mi è chiaro che siamo vicini l'uno all'altro in cose essenziali come le nostre valutazioni del comportamento umano. Ciò che ci separa intellettualmente sono solo gli “accessori” e la “razionalizzazione”, per dirlo nella lingua di Freud. Quindi credo che ci intenderemmo bene se parlassimo di cose concrete.

Ringraziamenti amichevoli e cordiali saluti.

Suo

Albert Einstein.



1Immagino si tratti del matematico Luitzen Brouwer

giovedì 28 maggio 2015

Gente di cui non si parla

Migranti Rohingya arrestati in Thailandia

Non so nemmeno io bene perché scrivo questo post. Probabilmente per una specie di irriducibile fede nella parola detta e scritta, nel fatto che se anche solo 10 o 20 persone verranno a conoscenza, attraverso questo testo, di qualcosa che ignoravano, potrò dirmi che almeno non sono rimasto con le mani in mano.
Voglio parlarti dei Rohingya, un piccolo popolo musulmano, forse di origine bengalese, ma nessuno lo sa con precisione, che vive in uno Stato occidentale della Birmania, lo Stato di Rakhine, o Arakan. Fino a qualche mese fa erano più o meno 800.000  — nessuno ha cifre precise — , su una popolazione globale di poco più di 3 milioni (51,5 milioni per l'insieme della Birmania, censimento 2014), ma ormai molti sono fuggiti. Tra quelli che sono scappati via mare nessuno sa quanti siano caduti vittime di pirati e quanti siano semplicemente annegati.
Già nel 2010, quando in pochi mesi 6.000 rifugiati erano riusciti ad arrivare nel Bengala indiano, Medici Senza Frontiere aveva lanciato l'allarme, senza alcun risultato. Da allora la situazione è peggiorata. Non dimentichiamo che, nonostante la vittoria del partito di Aung San Suu Kyi alle elezioni del 2012, la Birmania è tuttora una dittatura militare presieduta dal generale Thein Sein. Questo anche perché le elezioni riguardarono solo una piccola parte dei deputati: la grande maggioranza è designata direttamente dai militari.
La giunta al potere si è sempre rivendicata buddista. Ma i Rohingya sono musulmani e la Costituzione in vigore vieta loro di beneficiare della nazionalità birmana. Sono considerati immigranti illegali. Quando sono considerati. Per U Than Tun, membro del Centro di Coordinamento delle Emergenze di Sittwe, la capitale dello Stato di Rakhine, “I Rohingya non esistono. Non sono mai esistiti.” E infatti lui e il suo governo li chiamano Bengalesi. U Than Tun aggiunge che tutti i “Bengalesi” vanno espulsi.
Un paio di settimane fa Maung Maung Ohn, Chief Minister dello Stato di Rakhine, dopo il salvataggio di più di 2.000 Rohingya da parte delle Marine indonesiana e malese, ha detto che era impossibile si trattasse di Rohingya, perché... il governo birmano vieta loro di partire via mare senza autorizzazione.
I Rohingya vivono in ghetti rurali dai quali non possono uscire. Dal 2012 i pochi giovani che studiavano all'università di Sittwe non si sono più fatti vedere, semplicemente perché non hanno più diritto di andarci.
Per U Kaymasara, a capo di un monastero buddista di di Sittwe, “sarebbe meglio se [i Rohingya] non fossero qui. In una famiglia musulmana ci sono 82 persone, in una delle nostre ce ne sono al massimo tre, quattro o cinque.” E questo nonostante una legge vieti ai Rohingya di avere più di due figli.
Secondo Pierre Peron, portavoce dell'Ufficio per gli Aiuti Umanitari dell'ONU in Birmania, “la mancanza di movimento [dovuta alla ghettizzazione] significa che la gente non ha accesso ai campi che coltiva, non ha accesso al mare per pescare, non ha accesso ai mercati per vendere. L'impatto sulla libertà di movimento è enorme per centinaia di migliaia di persone.”
Nur Bashir, che lavorarava come saldatore a Sittwe fino al 2012, ha dichiarato alla CNN che se cercasse oggi di andare in città da solo verrebbe ucciso. Il ghetto in cui vive è a meno di due chilometri dalla città.
Per Matthew Smith, dell'organizzazione umanitaria Fortify Rights, presente nella zona, “non ci potrebbe essere un esempio più lampante di pulizia etnica. Le autorità e la popolazione buddista locale stanno cercando di modificare la demografia etnica dello Stato attraverso il terrore e certe volte la violenza.”
Già nel 2010 un articolo sul sito della BBC si concludeva così:
“[I Rohingya] sono uno dei popoli più malvoluti e perseguitati del mondo. La Birmania rifiuta loro la cittadinanza e rifiuta di autorizzarli a possedere della terra.
Non li autorizza a viaggiare e nemmeno a sposarsi senza permesso.
E non sono benvenuti nemmeno nel Bangladesh, dove sono almeno 200.000 a vivere come immigrati illegali, senza diritti di lavoro, di salute e di educazione.
La regione nella quale vivono è una delle più povere del Bangladesh e le comunità locali si lamentano che I Rohingya svuotano l'area delle sue risorse, prendono il lavoro dei cittadini e sono delinquenti.
30.000 sono registrati come profughi dall'ONU, ma gli altri non hanno nessun diritto e vivono in condizioni orribili al margine dei villaggi o in accampamenti improvvisati.”
Nel 2014 il New York Times scriveva:
La più recente fiammata è incominciata con un'ondata di disordini settari nel 2012, durante i quali centinaia di Rohingya sono stati uccisi e decine dei loro villaggi incendiati da buddisti radicali. [Sì, esistono anche i buddisti radicali]. Da allora quasi 100.000 sono fuggiti dal paese e più di 100.000 sono stati rinchiusi in squallidi campi, col divieto di uscirne.”
Oggi il Dalai Lama ha lanciato un appello a Aung San Suu Kyi perché faccia qualcosa. “L'ho incontrata due volte, prima a Londra, poi nella Repubblica Ceca. Le ho parlato del problema e lei mi ha detto che aveva delle difficoltà, che le cose non erano semplici, ma molto complicate.”
Intanto più di 3.500 Rohingya sono arrivati in Malesia, Thailandia e Indonesia nelle ultime settimane e si teme che siano centinaia di migliaia quelli che cercano di fuggire, o che sono già morti tentando di farlo.
Sui Rohingya puoi guardare la pagina Wikipedia.
Articolo della BBC qui.
Articolo della CNN qui.
Articolo del New York Times qui.
Cosa si può fare? Non lo so. Almeno esserne al corrente.

sabato 2 maggio 2015

Intervista a un manifestante milanese


Questa è la trascrizione della breve intervista di un manifestante, ieri, a Milano, da parte di un giornalista di Repubblica TV.

G. Cos'è successo?
M. No, niente; noi siamo arrivati e c'era un bordello e, tipo, eravamo in mezzo al corteo, casino... Ho spaccato un po' di robe, così...
G. Perché?
M. Perché? Perchè è una protesta, nel senso...
G. Una protesta, secondo te... Non è violenza fine a se stessa questa?
M. In che senso non è violenza fine a se stessa? No, è una protesta e io faccio bordello.
G. Lanciare le molotov alla polizia...
M. E vabbè, ma è una protesta, ripeto, cioè è...
G. È giusto così?
M. Certo, perché, cioè, noi dobbiamo fare sentire la nostra voce, secondo me, e se non lo capiscono con le buone, prima o poi lo capiranno in qualche altro modo, nel senso, cioè i politici e le persone normali, c'è un divario enorme e poi loro rubano.
G. Non hai avuto paura?
M. Vabbè, paura un pochino. Più che altro esaltato perché volevo anche avere qualcosa in mano per spaccare qualcosa, quello sì. Però è stato una bella esperienza, cioè ci stava.
G. Tu da dove vieni?
M. Provincia. Provincia di Milano.
G. Quindi è giusto quello che è successo? La polizia come si è comportata? La polizia, i carabinieri...
M. Ma, cioè, sinceramente io non ho visto scontri perché ero proprio in mezzo al casino. Poi siamo usciti un po' più in qua, siamo usciti da una parte con un po' di meno gente, un po' di meno bordello. Però io prima ero proprio in mezzo al corteo e ci stava di brutto, cioè...
G. Rifaresti quello che avete fatto oggi?
M. Ma io sinceramente non ho fatto niente, io ho visto tanta gente che spaccava le cose e ho pensato “cazzo, se avessi anch'io qualcosa in mano, spaccherei pure io”, cioè io ho guardato, non è che sono stato lì... Però è stato una bellissima esperienza, ci stava. Non era, cioè, il primo corteo in cui stavo, sono stato anche a altri cortei...
G. Per che motivo a questo punto dar fuoco a una banca? Che senso ha?
M. Minchia! Ma la banca è l'emblema della ricchezza, cioè se non do fuoco alla banca sono un coglione, minchia, secondo me...
G. Senza parolacce, scusa.
M. No, scusa, mi esprimo male probabilmente.
G. No, no, per carità, la tua testimonianza è importantissima.
M. [incomprensibile] comunque se dico le parolacce vuol dire che ti sto raccontando cose che ci sono veramente dentro. Se invece non le dicessi te le racconterei come una persona che è venuta qua, cioè, boh, fuori dalla cosa, tipo una persona che c'ha i soldi, che c'ha ricchezza. Io cerco di essere sempre dentro le cose, le esperienze, le emozioni.
G. Questi ragazzi hanno fatto bene sostanzialmente? Tu sei contento di come è andata questa giornata?
M. Boh, io quando sono in mezzo ai disastri sono contento comunque, cioè. È una protesta e ci sta.
G. Tu aderisci a qualche gruppo di contestazione?
M. Boh, non lo so, quando c'è casino mi ritrovo in mezzo e faccio casino anch'io, nel senso... Cioè... Mi diverto. Grazie. Ciao.

Prenditi pure qualche momento per piangere.
Fatto? Ok, allora vado avanti.
Temo che la disarmante stupidità di questo ragazzo sia rappresentativa di molti di quelli che ieri hanno bruciato macchine, rotto vetrine, imbrattato muri, e altro, a Milano. Lo temo, o forse lo spero: spero davvero che non ci sia nessuno pronto a mettere dietro questo vuoto cosmico una giustificazione socio-politico-psicologica, perché quella sarebbe l'ultima beffa.
Erano tutti così imanifestanti di ieri? Non lo so. Questo ragazzo ne rappresenta almeno una congrua parte? Non so nemmeno questo. Non so se il bicchiere sia mezzo vuoto o mezzo pieno.
Ma mi pare che quella volontà rivendicata di fare casino indichi innanzitutto quanto l'intervistato sia succube di quella sacralizzazione dell'immagine — meglio se virtuale — che fa sì che fare casino possa magari portare a farsi intervistare in televisione, cosa che decisamente ci sta. Non importa se l'intervista ti fa fare la figura del cretino, di quello che non sa articolare nemmeno un'ombra di pensiero logico e coerente; quello che conta è essere visto in televisione, solo quello.
Questo ignaro schiavo dello schermo piatto è solo un servo fedele, nonché prevedibile, di quel sistema che forse lui, se riuscisse ad articolare anche solo un'ombra di pensiero, vorrebbe abbattere. Ne è schiavo perché la sua unica preoccupazione è come arrivare a far parte di quel sistema, come trarne il massimo profitto, come vivere momenti che ci stanno, senza preoccupazioni, senza impegni, senza doveri. Senza futuro. Senza pensiero. Perché l'importante non è pensare, ma cercare di essere sempre dentro le cose, le esperienze, le emozioni.
L'importante non è ciò che si fa, l'importante è ciò che si prova facendolo, e se ti diverti ci sta. Quello è l'unico ideale, perché in mezzo ai disastri uno è contento comunque, cioè.
Questo è un ragazzo che si scusa di dire le parolacce, che spiega che dirle vuol dire che ti sto raccontando cose che ci sono veramente dentro, perché è ovviamente impossibile parlare di ciò che uno ha dentro senza parolacce. Questo è uno che usa anche qualche congiuntivo e che, per sua stessa ammissione, non ha fatto niente (anche se prima aveva detto che anche lui aveva spaccato un po' di robe). Ma l'idea di dire al giornalista che siccome non ha fatto niente non ha niente da dire non lo sfiora nemmeno. Se avesse avuto qualcosa in mano avrebbe spaccato anche lui, [...] però è stato comunque una bellissima esperienza, ci stava.
E che dire del giornalista, che afferma spudoratamente che quella (non) testimonianza è importantissima, che dire se non che anche lui appare come un piccolo schiavo fedele di quell'assurda logica secondo la quale parlare è più importante di dire?
Immensa tristezza. Vuoto intersiderale.
Presto, un buon caffè!

sabato 4 aprile 2015

Oggi è la mia festa


Oggi è il mio compleanno. Cioè, non proprio: è il mio compleluna (o la mia compleluna, non so). Oggi compio 800 lune. Il che è una bella cosa.
Quanti anni ho?
E perché mai gli anni dovrebbero essere più importanti delle lune?
Ho 800 lune. Tralala tralala! Ma che bèl, ma che bèl, ma che bèl!
Se fossi un vecchio sioux sarebbe normale dire che ho 800 lune. Siccome sono lodigiano, è un po' meno normale. Ma non importa: ho 800 lune lo stesso.
Se fossi un antico romano avrei DCCC lune. Se invece fosse un babilonese, o anche un assiro, sai che età avrei?
Esattamente questo numero di lune!
Sì, lo so, in babilonese ho una brutta scrittura, i caratteri cuneiformi non sono il mio forte. Ma, ahimé, il mio computer quei caratteri stranamente non ce li ha e quindi ho dovuto scrivere a mano. Per fortuna invece i caratteri georgiani li ha, il che mi permette di dirti che se fossi un antico cittadino di Tbilisi avrei esattamente Ⴖ lune. E guarda, visto che ha pure gli armeni, posso dirti che, da buon e altrettanto antico yerevano compirei proprio պ lune.
Ma già ti vedo: credi di avermi sgamato; ti senti preso in giro; vorresti avermi sottomano per farmi una bella pernacchia a quattr'occhi.
Ma per chi mi prendi? Credi davvero che non sappia che sia Ⴖ che պ sono semplici lettere dell'alfabeto? Rileggi un po' quello che ho scritto. Lo vedi adesso l'aggettivo antico?
Ah, adesso non fai più il furbetto. Lo sai anche tu che gli antichi georgiani e gli antichi armeni attribuivano un valore numerario a ogni lettera.
E lo facevano pure i greci, tant`è che a Sparta avrei avuto ω lune. Oddio, mingherlino com'ero da bambino, a Sparta probabilmente mi avrebbero buttato giù dalla rupe tarpea senza pensarci due volte; ma questa è un'altra storia.
In realtà tutte queste belle cose, questi modi di scrivere i numeri, di contare, di fare addizioni e sottrazioni, li sto ritrovando con goduria infinita mentre (ri)leggo la Storia universale delle cifre di Georges Ifrah, un mappazzone di più o meno 2000 pagine che avevo già letto una buona ventina d'anni fa con altrettanta goduria. A quei tempi ero ancora in Francia, quindi l'avevo letto e lo sto rileggendo in francese. Ma l'ho visto in italiano qualche settimana fa, dopo aver visitato la (brutta) mostra intitolata Numeri al Palaexpo di Roma. E non posso che consigliarti di leggerlo. A meno che delle cifre e dei numeri non ti importi nulla, il che sarebbe molto triste. Soprattutto per te.
Io adoro i numeri. Non ci capisco niente, ma li adoro. O forse non ci capisco niente e quindi li adoro. Se sto guidando di notte e sento che arriva il sonno, mi metto a calcolare i numeri della sequenza di Fibonacci. 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34... Di solito a 4181 non ho già più sonno.
La Storia universale delle cifre, per chi ama cifre e numeri, è meglio della Divina Commedia e dell'integrale di Guerre Stellari messe insieme. Ti pare poco?
Adesso scusa, ma devo proprio lasciarti. Siccome qualcosa mi dice che mia moglie non mi sta preparando una torta di compleluna, devo andare in cucina e pensarci io. Il problema sarà farci stare tutte le candeline e magari anche riuscire a spegnerle d'un colpo solo.
Ah, un'ultima cosa: se vuoi farmi gli auguri, c'è feisbuc, o l'imeil. 
Grazie in anticipo.