sabato 2 settembre 2017

Cose di Longobardi


Alboino ordina alla moglie Rosmunda
di bere vino dal cranio del padre Cunimondo.
Rosmunda berrà, ma giurerà vendetta
e finirà con l'uccidere il crudele marito

Non so quanto sangue longobardo mi scorra nelle vene. So che ne ho un quarto di germanico, un quarto di piemontese e due quarti di pavese. Il che lascia supporre la presenza di un certo numero di globuli rossi ereditati da qualche amico di Alboino.
Parlo di Longobardi perché stamattina, leggendoo un articolo del Corriere della sera intitolato Longobardi - la cerniera dell'Italia, una frase mi ha sorpreso: Per la gente dalla lunga barba sembra arrivata la fine. Perdinci! Non avevo mai saputo che il termine longobardo significasse dalla lunga barba.
Sì, lo so, certe volte la vastità della mia ignoranza stupisce anche me. Poi magari mi consolo dicendomi che è bello continuare a imparare cose nuove a quasi settant'anni, però nel frattempo mi sento una capra.
Ho cercato barba sul dizionario etimologico, e ho trovato:

bàrba lat. BÀRBA, che probabilmente sta per BARDA (con la facilità per la quale le due lettere B e D si sostiuiscono a vicenda: es. a. lat. duònus = class. bònus, duèllum = bellum) e confronta col ted. BÀRT, ang. sass. e ing. beard, frison. BERD, let. BARDA, lit BARZDÀ, a. slav. BRADA, pol. BRODA, celto (gall.) BARF, (armor.) BARÔ, ecc., e rannodasi per alcuni alla rad. sscr. BHAR portare; propr. ciò che l'uomo porta al mento. [Però giova aver presente il sscr. BÀRBARAS chioma lanosa]
I peli che l'uomo ha sulle guance e sul mento; e per analogia il Complesso de' filamenti della radice di piante o d'altre cose, ed anche le Radiche dei denti. Dicesi inoltre per Zio più specialmente paterno, ed è voce già usata da Dante (Paradiso 19, 136) [ho cercato e ho trovato: E parranno a ciascun l'opere sozze / del barba e del fratel, che tanto egregia / nazione e due corone han fatte bozze], che vive tutt'ora [cioè nel 1907, anno della pubblicazione del Dizionario Etimologico di Ottorino Pianigiani] in alcune parti d'Italia: dal bass. lat. BÀRBA o BARBÀNUS, che pur significò zio: forse da BÀRBA come segno di età matura e quindi di rispetto. Siccome poi la barba è segno di virilità e sembra che accresca la dignità del volto [non sono proprio sicuro che accresca la dignità del mio, ma non importa], così dicesi in astratto «Barba d'uomo» per uomo di eminenti qualità [ah beh, allora sì]: onde «non va barba d'uomo che ti superi» = non v'è alcuno per valente ch'ei sia che ti superi; e «Barba» dicesi per uomo che se la pretenda, che presuma di se [e no, così non va bene]. «Stare in barba di gatto o di micio» vale in modo basso per Stare con tutti gli agi (quasi come le gatte di fattoria). «Fare una cosa in barba ad alcuno» = Farla a dispetto di alcuno (cioè proprio sotto i suoi occhi. «Far la barba di stoppa ad alcuno» = Ingannarlo, Abusarsi della sua semplicità (quasi dargli ad intendere di fargli venire la barba vera e fargliene invece una di stoppa). «Barbagrazia» usato avverbialmente con le particelle In, Per e simil. vale In grazia particolare (come se dicesse In grazia della vostra barba).

Ammetterai volentieri che la bellezza di questa lunga spiegazione meritava ampiamente di essere riportata in esteso.
Sì, però se torniamo ai Longobardi troviamo bardi. Vuoi vedere che anche bardo viene da barba e che l'espressione il bardo di Stratford-upon-Avon era un modo di dare dello zio a Shakespeare?
E invece no, visto che:

bardo dal celt. BARDD poeta, cantore, che cercasi di spiegare o col gall. BAR furore, entusiasmo, o coll'irl. armoric. BAR illustre, dotto. Nome che presso gli antichi popoli celtici e gallici si dava ai Cantori o Poeti destinati a celebrare le imprese degli uomini illustri [e a questo punto è ovvio che, visto che i miei spettacoli hanno sempre avuto la tendenza a celebrare le imprese di uomini illustri, al prossimo rinnovo di carta d'identità esigerò che dopo Professione mi scrivano bardo].

Tornando ai Longobardi, pare siano scesi in Italia dalla valle dell'Elba, nell'est della Germania, facendosi prima un giretto in Pannonia, il che però non vuol dire che io possa vantarmi di avere anche un po' di sangue magiaro, visto che i Magiari arrivarono in Ungheria dalla valle del Volga cinque secoli dopo che i Longobardi avevano già abbandonato le terre oggi governate dal simpatico Viktor Orbàn. Peccato.
In conclusione di questo post longobardo-barbuto-bardico ti consiglio vivamente di guardarti questo video nel quale I Gufi si ebiscono nell'immortale Va Longobardo.

P.S. Per i non milanesi e i non anzianotti in generale, specifico che I Gufi furono un gruppo musicale molto celebre in Lombardia tra il '64 e il '69. Era composto da Gianni Magni (cantante e mimo, il che sembra un ossimoro, ma non lo è), Lino Patruno (chitarrista jazz), Roberto Brivio (cantante, fisarmonicista e chitarrista) e Nanni Svampa (cantante e chitarrista, stranamente qui assente).


sabato 26 agosto 2017

Ciumbia!


Se hai letto il mio post sai che ho lanciato un appello ai lettori per scoprire l'etimologia dell'esclamazione lombarda "ciumbia!" Purtroppo non solo non ho ricevuto risposte, ma è da ieri mattina che la cosa mi ossessiona. Ho cercato invano su tutta una serie di siti: niente. Poi ieri sera, a letto, mentre mi stavo quasi addormentando, mi è venuto in mente che l'origine di ciumbia dovevo forse cercarla in qualche altra lingua. La prima che mi è venuta in mente è il francese. Ma sai com'è, ero già sotto il lenzuolo e ho preferito dormirci sopra (non sopra il lenzuolo, sopra l'idea). Stamattina però mi sono dato da fare.
Siccome il suono della c di ciumbia in francese sarebbe scritto tch, ho guardato sul mio vocabolario Garzanti francese-italiano e ho visto che i lemmi che incominciano per tch vanno da "tchador" a "tchin-tchin". Niente che incominci per tchou.
Allora ho pensato allo spagnolo. Ho cercato su un vocabolario online e ho trovato "chumbera", che significa fico d'India. Solo parzialmente soddisfatto, ho proseguito le ricerche e sul sito della "Revista de Filología Española" ho trovato un articolo di tale José Vázquez Ruiz, intitolato "Etimología de chumbera y chumbo." L'inizio dell'articolo è deludente: "No stan de acuerdo los lexicólogos acerca de la etimogía de la voz chumbera" (che traduco per le capre con "I lessicologi non sono d'accordo sull'etimologia della voce chumbera") Se neanche i lexicólogos sono de acuerdo andiamo male, mi sono detto. E sono passato al portoghese, lingua nella quale "chumbo" significa piombo, dal latino "plumbum."
Si, vabbè, ma cosa c'entrano i portoghesi con la Lombardia? Niente. Gli spagnoli, quelli sì ce li abbiamo avuti sul groppone. A Milano in particolare, visto che dopo l'incoronazione di Carlo V da parte di papa Clemente VII, Milano è diventata spagnola. Lo sanno tutti, se non altro perché si ricordano dell'esortazione del cancelliere Ferrer al suo cocchiere, "Adelante, Pedro, cum juicio", nel capitolo XII dei Promessi sposi.
Allora sono tornato all'articolo di Vázquez Ruiz e ho letto che che la parola "chumbo" è "de origen incierto." Per essere precisi, non è Vázquez Ruiz che lo dice, ma nientepopodimeno che l'illustre "filólogo, lexicógrafo y etimólogo español" Joan Corominas, che come tutti sappiamo era non solo figlio del politico Pere Coromines e della pedagoga Celestina Vigneaux, ma anche fratello del matematico Ernest Corominas e della psicanalista Júlia Coromines, il che gli faceva una bella famiglia. (E qui apro una parentesi tonda per confessare che non ho la più pallida idea del perché in quella famiglia il padre e la figlia si chiamassero Coromines con la e, mentre i figli si chiamavano Corominas con la a. Ma non importa). È nel suo "Diccionario crítico etimológico castellano e hispánico" pubblicato in 6 volumi tra il 1991 e il 1997 che Corominas se ne viene fuori col suo "origen incierto" della parola "chumbo."
Leggendo l'interessante articolo di Vázquez Ruiz ho scoperto che i botanici ritengono che il "Cactus opuntia", o fico d'India, sia arrivato dall'America, espandendosi prima nel sud della Spagna e dell'Italia, poi in tutta l'area mediterranea, in particolare in quei paesi, dalla Libia al Marocco, dove abitavano i berberi. Mentre da noi quel frutto incominciò ad essere chiamato fico d'India, anche se l'India non c'entrava niente, nei paesi berberi si chiamava fico dei cristiani, un po' come l'insalata russa, che in Russia si chiama insalata italiana. Secondo Vázquez Ruiz, l'appellativo "fico di Barberia" (usato ancora oggi in francese: "figue de Barbarie") "prueba sólo que [quel fico] se extendió por el Norte de Africa", cioè, per le solite capre, "prova solo che [quel fico] si estese a partire dall'Africa del Nord." Ma, ancora più interessante, Vázquez Ruiz ci informa che in Andalusia il fico d'India "lleva el nombre de higuera chumba=higuera bastarda", ovvero "porta il nome di higuera chuma=fico bastardo").
A questo punto tutto è diventato chiaro:
1) a Milano c'erano gli spagnoli e tra di loro c'erano degli andalusi;
2) in spagnolo fico si dice "higuera";
3) in luglio e agosto, quando uno spagnolo andava dal fruttivendolo chiedeva un chilo di higueras e andava tutto bene;
4) quando però, in settembre, mese nel quale si trovano sia fichi normali che fichi d'India, il fruttivendolo si chinava verso il cesto di fichi normali, l'acquirente andaluso esclamava "chumbas!" con tale veemenza che il vicino acquirente milanese si mise a credere che quella parola fosse un'esclamazione generica;
5) la sparizione della s finale e l'introduzione della i dopo la b, che trasformarono chumbas in ciumbia costituisce un processo di modificazione ben noto ai lessicologi;
6) forse all'inizio qualche milanese scoprì che "chumba" stava per bastarda, ma poi, vista l'ambiguità della parola fico, il popolino incolto immaginò che significasse fica (o figa) e l'adottò definitivamente come esclamazione (fica!), forse meno elegante di perdindirindina, ma altrettanto efficace
Ed è così che nacque ciumbia.
Vabbè, non è che sia proprio sicuro sicuro che le cose siano andate così, però ammetterai che la cosa è plausibile. E finché qualcuno non mi darà un'altra spiegazione io mi tengo questa.

venerdì 25 agosto 2017

Esclamazioni (e qualche insulto)


Mio padre, quando si stupiva, diceva "ciumbia!" Purtroppo non solo quella parola è molto meno usata oggi, ma non riesco nemmeno a trovarne un'etimologia credibile su internet.
Quindi lancio un appello al mondo del web: qualcuno sa da dove viene ciumbia?
"Cribbio!", quello lo so, è una variante di Cristo, un po' come in Toscana si dice Maremma (maiala) invece di Madonna. Così come so che il bolognese "socc'mel", talvolta trasformato in "soccia" costituisce un pacato, ancorché provocante, invito a una fellatio e che "urca!" non ha niente a che fare con l'orca (per Linneo "Orcinus orca"), ma con l'"hulk" germanico-olandese che significa nave (forse riprendendo l'esclamazione stupita di chi improvvisamente e inaspettatamente scorgeva un vascello all'orizzonte).
Ma "ostrega"? Perché i veneziani ce l'avevano con le ostriche? E perché "accidenti" è diventato "accipicchia"?
E poi c'è "mizzica" (o miezzeca), che pare derivi dal latino "mencla", forma volgare di "mentula", che è quella cosa che abbiamo noi maschietti e non hanno le nostre amichette. È ovvio che "mizzica" è cugina di "minchia", dalla quale derivano i meno volgari "michiata" e "minchione" (quest'ultimo presente anche nel "Giornalino di Gian Burrasca di Vamba, il che è tutto dire). Peraltro in Sicilia la "minchia di re" è un pesce, il "Coris julis", comunemente noto come donzella, che i napoletani chiamano schiettamente "Cazzo di re." Notiamo anche che un gioco di 97 carte, in passato popolare a Firenze, ma oggi in disuso, si chiamava "Le Minchiate."
"Sorbole" viene dal frutto del sorbo, la sorba, che è acido, tant'è che Dante lo oppone alla dolcezza del fico, scrivendo "ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi / si disconvien fruttare al dolce fico" (Inferno, XV, 65-65).
Facendo una piccola ricerca ho anche trovato che "mannaggia" viene da "mal n'aggia", ovvero male ne abbia, una specie di maledizione.
C'è poi la strana espressione "che togo!", presente non solo nel sassarese, ma anche in varie regioni italiane, che significa che bello, o che lusso, ma che non so se si riferisca al paese dell'Africa Occidentale stretto tra il Ghana e il Benin, all'ammiraglio giapponese Togo Heihachiro (1848-1934), o a che altro.
"Poffarbacco" è un'elaborazione di "perbacco" (per Bacco!), che, come "perdiana", se la prende con un dio della grecia antica evitando così di prendersela con Dio tout court. In poffarbacco troviamo il verbo "poffare", contrazione di può fare.
Sempre per evitare di dire "per Dio!" è nato "perdinci!", con le sue varianti perdina, perdicoli e perdindirindina, anche se sospetto che quest'ultimo lemma abbia un'etimologia un po' più complessa, della quale, ahimé, non ho trovato traccia.
Per tornare a mio padre, quando si arrabbiava per davvero usava un'espressione che non ho mai sentito altrove e della quale, benché fosse per me intrisa di mistero, non ho mai osato chiedergli l'origine: "La Taide putta!" Col tempo, ho finito per scoprire che Taide era la prostituta protagonista dell'Eunuchus, commedia di Terenzio, citata più tardi sia da Cicerone che da Dante e infine da Borges. Tanto per essere completi (e per aggiungere dettagli ancora più inutili a questo pedante sfoggio di inutilità), ecco qualche informazione supplementare su Taide: il soldato Trasone, che la amava come e quanto il giovane Fedria, le regalò una schiava di nome Panfila. Il fratello di Fedria, Chèrea si innamorò della schiava e si travestì da eunuco per incontrarla e fare porcherie con lei. Trasone, per motivi troppo lunghi da spiegare, avrebbe voluto riprendersi Panfila, ma quando venne fuori che lei era in realtà una cittadina ateniese, venne liberata e sposò Chèrea. A questo punto Taide si mise a convivere con Fedria e vissero tutti a lungo felici e contenti.
Ma si sa, quando ci si mette a cercare cose del genere si finisce sembre con l'imbattersi in Umberto Eco. Ho trovato il testo di una conferenza che il tuttologo milanese avrebbe dovuto tenere al Festival della Comunicazione di Camogli, ma che fu annullata causa pioggia. Il testo è però disponibile su internet e si conclude con una gustosa lista non di esclamazioni, ma di insulti, molti dei quali sempre meno usati. E con questa lista concludo anch'io:
pistola dell’ostrega, papaciugo, imbolsito, crapapelata, piffero, marocchino, pivellone, ciulandario, morlacco, badalucco, pischimpirola, tarabuso, balengu, piciu, cacasotto, malmostoso, lavativo, magnasapone, tonto, allocco, vaterclòs, caprone, magnavongole, zanzibar, bidone, ciocco, bartolomeo, mona, merlo, dibensò, spaccamerda, tapiro, belinone, tamarro, burino, lucco, lingera, bernardo, lasagnone, vincenzo, babbiassso e/o babbione, grand e gross ciula e baloss, saletabacchi, fregnone, lenza, scricchianespuli, cagone, giocondo, asinone, impiastro, ciarlatano, cecè, salame, testadirapa, farfallone, tanghero, cazzone, magnafregna, pulcinella, zozzone, scassapalle, mangiapaneatradimento, gonzo, bestione, buzzicone, cacacammisa, sfrappolato, puzzone, coatto, gandùla, pagnufli, cichinisio, brighella, tombino, pituano, pirla, pisquano, carampana, farlocco, flanellone, ambroeus, bigàtt, flippato, fricchettone, gabolista, gaglioffo, bietolone, gadano, fighetta, imbranato, balordo, piattola, impagliato, asparagio, babbuino, casinaro, bagolone, cucuzzaro, accattone, barabba, loffio, tappo, caporale, toni, macaco, baluba, pappone, pizipinturro, polentone, bonga, quaquaraquà, tarpàno, radeschi, peracottaro, ciculaté, mandruccone, paraculo, fanigottone, scamorza, scricio, mezzasega, rocchettée, pataccaro, pinguino, margniflone, mortodesonno, sbragone, mortadella, peracottaro, scorreggione, pappamolla, furfantello, scioccherello, stolto, sventato e biricchino.





domenica 20 agosto 2017

Incominciamo dall'inizio

La Via Lattea vista dal Grand Canyon

Allora, incominciamo dall'inizio.

All'inizio non c'era niente. O magari c'era qualcosa, anzi probabilmente c'era qualcosa, ma siccome nessuno ne sa niente diciamo pure che all'inizio non c'era niente. Poi c'è stata una roba tipo oscillazione quantistica e bang! Anzi, big bang. E circa 13,8 miliardi di anni fa è venuto fuori l'Universo, che si è messo a fare un sacco di cose rapidissime e caldissime. Poi si è dato una calmata.

Adesso c'erano delle polveri, che si sono messe a girare e a formare delle stelle e delle galassie e degli ammassi di galassie e dei super-ammassi di galassie. Di quelle cose lì l'Universo ne ha fatte un sacco, tant'è vero che oggi c'è chi dice che di galassie ce ne siano 200 miliardi e chi dice che ce ne siano 2.000. E comunque l'Universo continua a farne di nuove, mentre ne distrugge altre, facendole scontrare come macchinine del luna-park.

Comunque sia, dopo un po' più di 9 miliardi di anni di lavoro, l'Universo ha tirato fuori il Sole. E già che c'era ha tirato fuori anche i pianeti del Sistema Solare mettendo insieme delle polveri che passavano da quelle parti.

Sono passati altri 5 miliardi di anni e poi, sempre da quelle polveri, è venuta fuori la Terra, che però non funzionava molto bene. Per fortuna qualche centinaia di migliaia di anni dopo è arrivato un pianeta vagante che si chiamava Theia e che ha dato una tale botta alla Terra che non solo l'ha inclinata come si deve, ma le ha anche strappato via tanta di quella polvere e tante di quelle rocce che tutta quella roba lì ha finito per formare la Luna, il che è una bella cosa.

Sulla Terra c'erano vulcani dappertutto e a forza di sputare fuori cose varie che non aveva voglia di tenersi in pancia, la Terra si è ritrovata con intorno una bella atmosfera piena di vapore acqueo che, condensandosi, ha creato gli oceani. E così, circa 3,5 miliardi di anni fa, negli oceani è nata la vita terrestre. Dico terrestre perché mi stupirei molto se su nessun altro tra i miliardi di miliardi di pianeti che ci sono in giro non ci fossero altre vite non terrestri. Ma andiamo avanti.

Le prime forme di vita terrestri non erano un granché: degli sputacchini di batteri sottomarini che non erano cosa di cui vantarsi. Però, metti insieme due batteri oggi, mettine insieme quattro domani, prima sono nate le cellule e poi i pesci.

Intanto dall'acqua usciva un supercontinente che si chiamava Rodinia, anche se non c'era in giro nessuno per chiamarlo così, che però poi si divideva in piccoli continenti separati, che però separati non stavano bene e si sono riuniti di nuovo per formare prima la Pannotia e poi la Pangea. Ma, com'è come non è, la Pangea si è divisa di nuovo e 180 piccoli milioncini di anni fa ha finito per formare i nonni dei continenti di oggi.

Intanto, a forza di sputare fuori lapilli e magma, la maggior parte dei vulcani si sono calmati e la temperatura è scesa fino a trasformare tutta la Terra in una specie di palla di neve. Finché la palla di neve si è sciolta e un pesce, non si sa bene quale, ha dato un'occhiata fuori dall'acqua e ha visto che c'erano delle piante. Gli sono piaciute e lui ha deciso di vivere all'aria aperta e di imparare a respirare. Allora si è fabbricato dei polmoni. Poi ha chiamato vari amici e i pesci — non tutti, ce ne sono che non ne hanno voluto sapere di vivere in mezzo ai gerani e alle betulle — i pesci sono venuti fuori in massa e hanno incominciato a trasformarsi in animali piccolini e poi sempre più grossi. A forza di giocare a io sono più grosso di te sono nati i dinosauri.

È passato un altro sacco di tempo. I dinosauri se la spassavano e non avevano paura di niente, tutt'al più si ammazzavano e si mangiavano un po' tra di loro.

Ma a questo punto è successo il patatrac. Una sessantacinquina di milioni di anni fa, dalle parti dello Yucatan messicano — se vogliamo essere precisi, dalle parti del villaggio di Chicxulub — bang! Dal cielo è caduto un sasso. Dico un sasso perché rispetto al pianeta vagante che aveva colpito la Terra qualche miliardo di anni prima non era cosa: misurava tra 5 e 15 chilometri, roba da poco. Però quella roba da poco è arrivata a una tale velocità che ha comunque sollevato un gran polverone incandescente. Col tempo la polvere si è raffreddata e si è messa a girare intorno alla Terra fino a formare una nuvola omogenea e così densa che per vari anni i raggi del Sole non passavano più. Risultato: più del 90% delle specie animali e vegetali sono andate kaputt.

Tra i sopravvissuti però c'erano dei mammiferini di poco conto che, col passare dei secoli e dei millenni, si sono divertiti a diversificarsi fino a diventare un po' formichine e un po' mammut, con tutte le cose che ci sono in mezzo. Tutte, meno noi uomini, donne e deputati, che non esistevamo ancora.

In realtà è solo 4,5 milioni di anni fa, o poco più, che una scimmia dell'Africa orientale ha trovato che era più comodo camminare su due zampe invece che su quattro. Lei non lo sapeva, ma era un Australopithecus anamensis. Ma i suoi pro-pro-pro-ecc.nipoti si sono estinti in qualche centinaio di migliaia di anni, lasciando il posto a delle scimmie che magari non erano più carine, però erano più intelligenti.

Ormai l'avrai capito, è sempre un po' la stessa storia: gli australopitechi si sono trasformati, i loro discendenti si sono trasformati a loro volta, e via così fino a 2 o 300 mila anni fa, quando è venuto fuori l'Homo sapiens, che molto sapiens non era ancora, però lo era un po' di più dei suoi antenati.

Questo sapiens ci ha messo un po' prima di andare a curiosare fuori dall'Etiopia e dai paesi vicini, a occhio e croce tra 150 e 200.000 anni. Poi però, una volta partito non si è più fermato. 50.000 anni fa è arrivato in Australia e 40.000 anni fa in Europa. Il che è strano, visto che l'Australia è molto più lontana dall'Etiopia dell'Europa, ma si vede che al sapiens interessava andare verso est, forse per vedere dove sorgeva il sole.

Comunque sia, una volta arrivato in Europa si è trovato bene. Finché è arrivata una glaciazione. Faceva un freddo cane. Ghiaccio dappertutto. Lui allora è scappato verso il Medio Oriente e già che c'era ha fondato la civiltà. Poi però, quando i ghiacci si sono ritirati, tra 15 e 20.000 anni fa, è tornato indietro ed è andato a fare il bagno a Saint-Tropez, ma anche a Napoli e persino a Lisbona. Senza dimenticare il fatto che altri sapiens non ne avevano voluto sapere di andarsene dall'Africa e avevano finito col popolare tutto il loro continente.

Di uomini ormai ce n'erano un po' dappertutto, dall'Irlanda allo Sri Lanka, passando dall'Estonia e dalle steppe russe. Ed è proprio da quelle steppe che 5.000 anni fa sono sbucati gli Yamnaya, che erano molto alti. E infatti è a loro che dobbiamo di essere in media più alti dei sardi, visto che in Sardegna gli Yamnaya non ci sono mai andati — e non hanno mai saputo cosa si perdevano.

Ma ormai tutti se ne andavano in giro da una parte all'altra. Così, per esempio, pare che molti irlandesi discendano dagli iberi, mentre molti celti hanno antenati francesi, o belgi.

Ormai lo studio dei marcatori genetici dimostra ampiamente che in ognuno di noi c'è sangue che viene da varie parti del mondo. L'unica eccezione è quella degli aborigeni australiani che, avendo vissuto per decine di migliaia di anni da soli, hanno mantenuto una certa omogeneità genetica.

Tutto questo per dire che chi si ostina a parlare di "razze" umane è un imbecille. Esattamente come chi dice a questo o a quello di starsene a casa sua.

Come dici? No, io Salvini non l'ho nominato.

mercoledì 26 luglio 2017

L'isola che mi fa sognare



Sono anni che mi dico che vorrei andarci. So che non ci andrò mai — e non solo perché andarci è molto difficile e complicato. Non è un'isola dei Mari del Sud, anche se è in mezzo al mare ed è a sud. È un posto dove piove in media 252 giorni all'anno. La temperatura massima mai registrata è di 24,4° e anche se la minima è di 4,6° la cosa è poco consolante. La superficie è un quarto di quella della Repubblica di San Marino, ma un buon terzo delle terre è occupato dai pendii del vulcano Queen Mary's Peak. C'è un unico paese, dove abitano 293 persone.
La prima isola di cui ho sognato in vita mia è stata quella di Robinson Crusoe. Defoe la mette dalle parti di Trinidad, al largo del Venzuela, anche se a ispirarlo è stata l'avventura vissuta da un certo Alexander Selkirk, un pirata scozzese che fu volontariamente abbandonato dal capitano della nave a bordo della quale si trovava su un'isoletta che oggi porta il suo nome, a 700 chilometri dalle rive cilene.
Più tardi sono arrivate L'isola misteriosa di Jules Verne e quella della Tortuga di Salgari, poi le Trobriand di Malinowski e la Ta'u di Margaret Mead, la Pitcairn degli ammutinati della Bounty, l'Isola di Pasqua e le Kerguelen. Ancora qualche giorno fa, quando ho letto che l'isoletta di Little Ross — quasi 12 ettari, con un casa e un faro, al largo della Scozia — era in vendita per 365.000€ non ho potuto evitare di pensare che beh, se fossi ricco magari...
Ma questa è diversa. Questa è la terra abitata più lontana da un'altra terra abitata che ci sia al mondo. E quell'altra terra abitata è anche lei uno sputacchio d'isola con poco più di 700 abitanti, più di 2.100 chilometri a nord, Sant'Elena. Se poi uno vuole trovare dei negozi, dei ristoranti e un po' di facce sconosciute ha la scelta tra farsi 2.431 chilometri verso est, per arrivare a Città del Capo, oppure 3.415 verso ovest, per arrivare a Montevideo. In nave, visto che sull'isola non c'è un aeroporto. Non esiste al mondo posto più sperduto.
Le uniche navi ad andarci con una certa regolarità sono dei pescherecci sudafricani, otto o nove volte all'anno. Ogni tanto arriva anche una nave da crociera, ma è raro. La nave deve buttare l'ancora al largo, poi ci vogliono le scialuppe per sbarcare i pochi turisti che non vedono l'ora di bighellonare per le vie del paese, spingendosi magari fino ai campi di patate e ai pascoli delle pecore. Prima di partire comprano qualche francobollo e magari un maglione e poi via di nuovo sulle scialuppe.
Sì, lo so, gli abitanti non sono molto accoglienti. Per sbarcare devi prima chiedere l'autorizzazione ed è già capitato che quell'autorizzazione venisse rifiutata a qualche navigatore solitario di passaggio che magari avrebbe voluto solo bersi un paio di birre in compagnia di qualche altro essere umano, o mangiarsi un'aragosta o un po' di carne di pecora con le patate dopo settimane e settimane di solitudine.
Sì, lo so, passare la vita in capo al mondo senza mai vedere più di 292 altre facce non può che indurirti e renderti diffidente verso tutto ciò che viene dall'esterno.
Eppure io su quell'isola sogno davvero di andarci. Anche se non ci andrò mai.
Quello che succede lo so da Facebook. Per esempio venerdì scorso la nave Edinbugh ha lasciato l'isola con a bordo tre ragazze che andranno a continuare i loro studi in Gran Bretagna. Scrivo queste righe e le immagino a bordo. Ormai dovrebbero vedere da lontano le coste sudafricane. Se tutto va bene sbarcheranno stasera. Chissà se è il loro primo viaggio lontano da casa? Dove dormiranno a Città del Capo? Quanti giorni si fermeranno prima di partire per Londra? E una volta arrivate là come sopporteranno lo choc? Difficile da immaginare.
Sì, lo so, oggi sull'isola hanno una connessione internet, possono vedere il mondo. Ma se penso al mio choc, quello della mia prima volta a New York, città che avevo visto decine e decine di volte al cinema, se penso a quel mio choc di ragazzo che comunque aveva sempre vissuto in una grande città, non riesco ad immaginare nemmeno da lontano quale sarà il loro.
Ricordo quanto successe nel 1961. Un'improvvisa eruzione vulcanica spinse tutti gli abitanti ad andarsi a rifugiare su un'isola deserta a 35 chilometri da casa. Da lì furono tratti in salvo da una nave olandese, che li portò in Gran Bretagna. Ma due anni dopo, quando venne loro proposto di scegliere tra restare in Inghilterra e tornare a casa, la maggior parte delle famiglie decise di tornare, alla faccia delle autostrade, degli scones, del tè delle 5 e della BBC. Gente fiera. Gente solitaria.
Pare che le rare volte che un italiano passa da quelle parti la prima cosa che si sente chiedere è se è di Camogli. Già, perché tra gli otto maschi e le sette femmine da cui tutta la popolazione discende, due erano dei camogliesi, Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, che vi naufragarono nel 1892.
Va bene, la smetto qui.
Una sola cosa ancora: l'isola è ovviamente Tristan da Cunha. E mi fa sognare.

martedì 25 luglio 2017

Della carota



Che in altre parti del mondo — in India per esempio — le carote fossero viola lo sapevo perché l'ho visto con i miei occhi. Non sapevo però perché le nostre carote fossero arancioni. Ma incominciamo dall'inizio. E parliamo della daucus carota.
Botanicamente parlando, daucus è un genere della famiglia delle apiaceae, dell'ordine degli apiales, delle sottoclasse delle rosidae e mi fermo qui, tanto siamo tutti fatti di quella roba di cui sono fatti i sogni, carote comprese. Pare che nell'antica Grecia la carota la chiamassero καρωτόν, cioè karotòn, il che è un po' ridicolo, ma non importa. Ciò che importa è che le carote erano un po' viola, un po' rosa, un po' biancastre e un po' gialle.
Poi cos'è successo? È successo che verso la fine del '600, in seguito a una sere di cose che non ti sto a raccontare e che vanno dalla Pace di Münster del 1648 alla Guerra degli Otto Anni, con tanto di presa di possesso del porto di Brielle da parte della Marina indipendentista olandese, tutte cose delle quali puoi trovare notizie su internet, è nata la Repubblica delle Sette Province Unite. Non che gli olandesi ci tenessero a vivere in una repubblica, per carità. Ma visto che Guglielmo I, detto il Taciturno, era morto e che non sembrava esserci in giro qualcun altro che desse voglia di farlo re, decisero di mettere su una repubblica.
Ma laddove tutto questo interessa le carote (si fa per dire) è che Guglielmo I, ancora oggi considerato il Padre della Patria con tanto di maiuscole, apparteneva alla dinastia dei Nassau-Orange.
Lasciamo pure perdere i Nassau, che come tutti sappiamo erano originari della Renania-Palatinato, che in tedesco fa Rheinland-Pfalz, con quel Pfalz un po' ridicolo ma non importa, e discendevano da tale Dudo-Enrico che visse a cavallo (non perché era nobile, aspetta), dicevo a cavallo dell'XI e del XII secolo. Sì, lasciamoli da parte e veniamo agli Orange, casato fondato da Bertrand I (o Bertrando di Baux) attraverso il suo matrimonio con Tiburge II di Orange nel 1173. Questi Orange vivevano dalle parti dell'omonima città francese, non tiravano il loro nome dall'arancia, frutto che sarebbe arrivato in Europa dal sud-est asiatico solo verso il 1300, bensì dal dio celtico dell'acqua Arausio. Quando i Romani fondarono un insediamento sulle rive del Rodano, nell'anno 35, lo chiamarono proprio così, Aurasio. Cioè, lo chiamarono Colonia Julia Firma Secundanorum Arausio, ma siccome il nome era un po' lungo, la gente si mise a chiamarlo solo Aurasio, il che era nettamente più comodo. Com'è come non è, Aurasio diventò prima Aurenja e poi Aurenjo in provenzale.
Là dove le cose si complicano è che il nome dell'arancia deriva dal sanscrito naranga, diventato poi narang in persiano e naranj in arabo. E qui, se mi permetti, mi offro una digressione. Eccola qua.
Pare siano stati i portoghesi a importare l'arancia in Europa ed è per questo che in Albania si chiama portokall, in Bulgaria e in Macedonia portokal, in Grecia portokali, in Romania portocala, in Georgia p'ort'oxali e persino in Etiopia birtukan. Senza poi parlare del dialetto napoletano, che usa la parola purtuallo. Come vedi, questa digressione valeva la pena di essere fatta.
Ma torniamo alla carota. Verso la fine del '600, come dicevo all'inizio, un contadino olandese, per rendere omaggio a Guglielmo I, Padre della Patria, e a tutta la sua dinastia, si mise a selezionare le carote fino a ottenerne di arancioni. Lui non se l'aspettava, ma quelle carote arancioni, oltre ad essere più belle da vedere, avevano anche un sapore più dolce e delicato di tutte le altre. Inutile dire che tutti i contadini d'Olanda e poi d'Europa si misero a fare la stessa cosa e che è così che le nostre carote odierne hanno lo stesso colore dell'ornithogalum dubium, o stella di Betlemme, che è un fiore sudafricano del quale magari ti parlerò un'altra volta.
Per ora vado a farmi un buon caffè.

domenica 23 luglio 2017

Quattro piccoli appunti



Prendo il mio Foglie d'erba, di Walt Whitman. Voglio verificare una citazione che ho appena trovato nell'ultimo capitolo dell'autobiografia di Andre Agassi: 

Do I contradict myself? 
Very well then I contradict myself,
(I am large, I contain multitudes).
 
Credevo che il mio vecchio libro fosse con testo a fronte, inglese e italiano, ma scopro che è solo in italiano. L'ha pubblicato Einaudi, nel 1965. Io l'ho comprato nel '69, lo so perché metto sempre la data su tutti imiei libri.

Sullo scaffale riservato alla poesia, Foglie d'erba è di fianco a una versione originale inglese, Leaves of Grass, pubblicata da Signet Classics, una casa editrice newyorkese che dal '48 in poi ha pubblicato testi classici in formato tascabile a basso costo. Quel libro me l'ha regalato nel '72 Heather, una ragazza di Vancouver. Avevamo passato un paio di mesi insieme, grazie a lei avevo fatto il mio primo bagno nell'Oceano Pacifico. Ricordo che in piena estate l'acqua era freddissima. Il giorno della mia partenza, Heather mi ha accompagnato alla stazione ferroviaria e all'ultimo momento mi ha messo in mano un pacchetto, dicendomi di aprirlo sul treno. Il viaggio da Vancouver a Montreal durava 70 ore, ma il pacchetto l'ho aperto appena seduto. Sulla prima pagina interna, sopra una nota biografica dell'autore, c'era scritto Massimo - All my love.

Trovo la citazione in italiano, la traduzione non mi convince: 

Forse che mi contraddico?
Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico,
(io sono vasto, contengo moltitudini). 

Preferirei: 

Mi contraddico? 
Va bene, allora mi contraddico, 
(sono largo, contengo moltitudini).
 

Sfoglio il libro, qua e là trovo qualche sottolineatura. Per esempio: 

Dell'Uguaglianza — come se potesse danneggiar me concedere agli altri le stesse opportunità, i diritti che godo io — come se non fosse indispensabile ai miei diritti che anche altri li godano al pari di me.


Arrivo alla fine, all'ultima pagina e alla terza di copertina. Sulla destra c'è una semplice annotazione: Thoreau; sulla sinistra, tre citazioni. La prima, scritta con una biro nera:


Avete superato gli altri? Siete Presidente?

È una sciocchezza, tutti raggiungeranno quel punto, ciascuno d'essi, e passeranno oltre (p. 65)


La seconda, scritta con una biro blu: 
 

Producete grandi Individui, il resto seguirà (p. 424)


La terza, scritta con un pennarello nero:

Non ci siamo ottenebrati e instupiditi abbastanza coi libri? (p. 515)


Quattro piccoli appunti di 48 anni fa. Come un messaggio da quel Massimo di cui ho ricordi appannati.

Il messaggio dovrebbe insegnarmi qualcosa. Ma non so bene cosa.

 






venerdì 21 luglio 2017

Una ferita al silenzio



Credo di avere già parlato, in un post di un paio d'anni fa, di un cofanetto di tre CD introduttivi alla musica indiana che ho comprato molto tempo fa all'aeroporto di Delhi. C'è una voce narrante che spiega e ci sono dei brevi brani che permettono di capire meglio le spiegazioni.
Ieri mattina mi è venuta voglia di riascoltare il primo di quei CD e ascoltandolo mi sono detto che trovavo davvero molto belli i primi minuti di narrazione. E siccome quando trovo una cosa molto bella ho voglia di condividerla, eccola qua:

Nel cuore della musica c'è il silenzio. Quando questo silenzio, anhad, è reso udibile diventa nad, il suono primordiale. Nad è il suono percepibile, quello che i sensi possono captare. Ma è un suono ancora indifferenziato, non è ancora filtrato attraverso la scala melodica, il saptak delle sette note. Forse perché è indivisibile, nad viene anche chiamato Nad Brahma — la realtà suprema resa manifesta attraverso il suono.
La voce del musicista è cullata in questo ventre onnicomprensivo del suono, di cui il tambura [strumento indiano a quattro o cinque corde che vengono pizzicate durante tutto un raga per creare un bordone] si sforza di diventare l'eco.
È questo suono primordiale, puro, che è evocato, vissuto e comunicato attraverso la miriade di raga che i musicisti creano durante le loro esibizioni. E miracolosamente è attraverso l'esperienza del Nad Brahma che possiamo fondere le nostre identità individuali in quell'eterno e sempre creativo oceano di silenzio che è anhad.
Due oggetti devono colpirsi l'un l'altro per produrre nad — dev'esserci aghat.
È significativo che aghat voglia dire 'colpire', o 'ferire.' È solo una volta che il silenzio è stato ferito che nad può sorgere.
Nel cuore della musica indiana c'è quindi questa ammissione di vulnerabilità, questo riconoscimento del fatto che il cuore dev'essere trafitto. Dobbiamo arrenderci volontariamente al dolore della ferita del silenzio. Solo così possono nascere la gioia e la bellezza della musica, che è la più perfetta delle arti.
L'anhad può essere colpito in vari modi per creare il nad, con i palmi delle mani, con le unghie, con il vento o con il fiato, con del cuoio o con il corpo. Lo strumento principale della musica è la voce umana. Questa resta, malgrado la multitudine di strumenti, l'ideale al quale ogni strumento fa di tutto per avvicinarsi. Perché la voce è suprema?
Si pensa che tutti gli strumenti, per quanto sofisticati, abbiano dei limiti, mentre la voce non ne ha nessuno. Inoltre la voce è l'eco di ciò che l'orecchio sente naturalmente e spontaneamente. E poi la voce sembra creare musica da sola, senza oggetti a lei esterni: è indivisibile e autosufficiente. Se la musica è un dono divino, la voce umana è l'esempio più perfetto di questo dono.

A questo punto sul mio CD c' è l'inizio del Raga Shankara cantato da Pandit Jasraj, che puoi trovare qui.
E poi, tanto per permetterti di fare la differenza, ecco lo stesso raga cantato dalla voce femminile di Veena Sahasrabuddhe, o suonato dal sarangi di Ram Narayan.

sabato 8 luglio 2017

Un grande poeta

La tomba di Sarmad, a Delhi



Non so dirti perché mi piaccia la musica classica persiana. So dirti ancora meno perché della Persia classica mi piaccia molto pure la poesia. Ma è così e non posso farci niente. Quindi sono stato molto contento quando qualche frase nell'ultimo libro di Arundhati Roy, "Il ministero della suprema felicità," mi ha fatto scoprire un poeta persiano che non conoscevo, Sarmad Shaheed, o, se vogliamo pure mettergli il tradizionale titolo onorifico, Hazrat Sarmad Shaheed.
Sarmad era sì persiano, ma di lingua, perché di famiglia era ebreo e in più viveva in Armenia. Il che già me lo rende simpatico e interessante: ebreo, che parla la lingua di un paese musulmano e vive in un paese cristiano (mai dimenticare che l'Armenia è stato il primo paese della storia a dichiararsi ufficialmente cristiano). Cose quasi impensabili al giorno d'oggi.
Il padre di Sarmad faceva il mercante. Ora, com'è come non è, al giovane arrivò l'informazione che in India gli oggetti d'arte persiana  si vendevano molto bene. Detto fatto, ne radunò una certa quantità e partì verso est. Anzi, per dire tutta la verità partì verso sud, per girare a est solo una volta arrivato in Persia, visto che la strada verso l'India passava da Ispahan. 
Arrivato nella città di Thatta, nell'attuale provincia pakistana del Sindh, incontrò un giovane induista, Abhay Chand, e se ne innamorò perdutamente. Da un giorno all'altro rinunciò alle sue ricchezze, rinunciò pure a vestirsi e si mise ad andare in giro nudo per le strade, come lo facevano i sadhu, gli asceti induisti. Ogni mattina andava a sedersi sui gradini della casa nella quale abitava Abhay e se ne stava lì ad aspettare, per ore. Alla fine il padre di Abhay, commosso da quella perseveranza e dalla purezza dei sentimenti dell'asceta verso suo figlio, lo invitò ad entrare. L'amore di Sarmad fu pienamente ricambiato da Abhay, così i due lasciarono Thatta e dopo varie peregrinazioni finirono con l'arrivare a Delhi.
L'imperatore dell'India a quei tempi era quello Shah Jahan che fece costruire sia il Forte Rosso che la Grande Moschea di Delhi, ma anche e soprattutto il Taj Mahal di Agra, che tra tutte le cose belle che ho avuto la fortuna di vedre in vita mia è di sicuro la più bella. 
Jahan aveva tre figli, Dara Shikoh, Shah Shujah e Aurangzeb. Il primogenito, Dara Shikoh, era un musulmano estremamente tollerante che si riconosceva nel sufismo, quella scuola di pensiero mistico lontana dall'instransigenza dei mullah almeno quanto il francescanesimo cristiano lo è stato dal fanatismo dei Crociati. È del tutto naturalmente che Dara si avvicinò a Sarmad, del quale si mise a seguire gli insegnamenti.
Purtroppo alla morte di Shah Jahan fu il suo terzo figlio, Aurangzeb, un musulmano intransigente, fautore della sharia, che si impadronì del trono dopo avere sconfitto in battaglia i suoi due fratelli — che più tardi farà uccidere, ma questa è un'altra storia. Siccome il primo dei due, Dara, era stato un devoto di Sarmad, Aurangzeb fece arrestare l'ormai vecchio saggio e lo condannò a morte. Sarmad fu decapitato e la sua testa rotolò nella polvere nei pressi della porta est della Grande Moschea, dove ancora oggi la sua tomba è meta di pellegrinaggi.
Dei suoi componimenti poetici, 334 rubayyat, o quartine, sono giunte fino a noi. Tra queste ce n'è una nella quale lui stesso riconosce come suoi maestri due grandi poeti persiani, Khayyam e Hafez. Il primo, che oltre ad essere poeta fu anche un importante matematico, al quale dobbiamo la codificazione dei principi dell'algebra e la soluzione delle funzioni cubiche, era nato nella provincia persiana del Khorasan nel 1048. Il secondo, considerato il più grande poeta persiano della storia, nacque a Shiraz nel 1315. Entrambi celebrarono l'amicizia, il vino e l'amore ed entrambi stigmatizzarono l'ipocrisia religiosa. Ricordo ancora con una certa emozione il giorno in cui ebbi l'occasione di visitare la tomba di Hafez, nei giardini Musalla, nella periferia nord di Shiraz.
Non ho trovato traccia di una traduzione italiana delle quartine di Sarmad. Ne esiste una in inglese, accompagnata da una nota biografica di tale Paul Smith, traduttore anche di vari altri poeti classici persiani. Amando quel genere di poesia, mi sono ovviamente subito scaricato quel libro, del quale prevedo una lettura goduriosa.
Magari mi dirai che la poesia persiana del XVII secolo, per non parlare di quelle dell'XI e del XIV, ti interessa quanto la scultura proto-bizantina dell'Anatolia settentrionale, o quanto la composizione di canzonette da minatori nell'Alaska degli anni 30 del '900, ma avrai torto. Almeno a mio modesto avviso.
Io te l'ho detto. Mo' vedi tu.
Tanto per farti un esempio, questa quartina che traduco da una traduzione inglese, quindi da prendersi con tutte le pinzette possibili, mi dà grande gioia.

Sono una cosa inutile. Un albero che non dà frutti.
Avendo calcolato il mio valore ho capito.
Sono la più piccola particella
che non è nemmeno inclusa nel calcolo.