venerdì 28 gennaio 2011

E adesso l'Egitto




Il sito ufficiale del governo italiano indicava il 3 gennaio scorso che il nostro Amato Leader aveva ricevuto una telefonata dallo pseudo-zio di Ruby, al secolo Muhammad Hosni Sayyid Ibrahim Mubarak. I due si erano fatti gli auguri per l'anno nuovo e si erano “dati appuntamento al prossimo Vertice bilaterale italo-egiziano in programma a Luxor nel mese di febbraio.” Il buon Mubarak aveva anche fatto i suoi complimenti a San Silvio da Arcore “per il recente voto di fiducia parlamentare.”
Non che lui di fiducia parlamentare ne sappia un granché, visto che di opposizione nel suo parlamento praticamente non ce n'é.
Le ultime notizie dal Cairo parlano di scontri violenti tra manifestanti e polizia, con numerosi morti. Internet e le reti cellulari sono inaccessibili da ieri per non permettere agli oppositori di scambiarsi informazioni. Eppure la gente continua a manifestare con un coraggio e una volontà che non possono che suscitare rispetto.
Qualcosa sta succedendo nel bacino mediterraneo e probabilmente altri presidenti e dittatori incominciano ad aver bisogno di cambiarsi mutande e pannoloni un paio di volte al giorno. Mi si potrà sempre rispondere con raffinate considerazioni macropolitiche per cercare di convincermi che in tutto questo c'è un grave rischio di instabilità dalle conseguenze imprevedibili. Forse.
Però intanto la gente si ribella, scende in strada rischiando la pelle, si fa sentire, esige un cambiamento. E già questo mi ha dato voglia di incominciare questo post con l'immagine di una bandiera egiziana.
Si fa quel che si può. Chissà quando mi verrà voglia di iniziare un altro post col tricolore?...

mercoledì 26 gennaio 2011

Di una Commissione



Questa mattina è avvenuta la consegna al capo dello Stato del rapporto da lui chiesto sul conflitto d'interessi. I tre membri della commissione, ovvero il vicepresidente del Consiglio di Stato, l'ex primo presidente della Corte d'Appello della capitale e il presidente della Corte dei Conti propongono che venga stipulata una legge per definire il conflitto d'interessi. La definizione dovrebbe tener conto dei valori indispensabili all'esercizio della funzione pubblica: probità, intégrità, imparzialità et obiettività. Laddove gli interessi privati — materiali, finanziari o professionali — rischiassero d'influenzare la condotta del titolare di una funzione pubblica ci sarebbe conflitto d'interessi.
Una delle idee del rapporto è di stabilire l'assoluta trasparenza sulle attività di un certo numero di attori della vita pubblica. I membri del governo, per esempio, dovrebbero compilare un documento speciale nel quale indicare i loro eventuali introiti privati, i loro precedenti impieghi nel settore privato, ecc. Anche i sottosegretari, i direttori di gabinetto, i responsabili di numerose collettività locali e di alcune aziende a partecipazione statale dovrebbero fare la stessa cosa, ma solo i documenti riguardanti i ministri dovrebbero essere resi pubblici.
Se un individuo si trovasse in situazione di conflitto d'interessi dovrebbe disfarsi dell'interesse privato, oppure rinunciare all'incarico pubblico. Per prevenire ogni problema la commissione propone la creazione di codici di condotta specifici. I controlli sarebbero effettuati da una nuova Commissione per la Trasparenza Finanziaria della Vita Pubblica formata da magistrati di grado superiore.
Forse ho dimenticato di precisare che tutto questo è successo stamattina in Francia, dove i magistrati non sono comunisti trinariciuti stalinisti nostalgici irriverenti gelosi ambiziosi e puzzoni.

mercoledì 19 gennaio 2011

Di una democrazia



Mignottocrazia;
cleptocrazia;
gerontocrazia;
telecrazia;
buffonocrazia;
finanzocrazia;
leganordocrazia;
odiocrazia;
irrispettocrazia;
denigrocrazia;
incoltocrazia;
innerocrazia;
colpadeglialtricrazia;
machocrazia;
soldocrazia;
bugiardocrazia;
festinocrazia;
bungabungacrazia;
strassocrazia;
arroganzocrazia;
micasonscemocrazia;
impunitocrazia;
privilegiocrazia;
castocrazia;
volgarocrazia;
oscenocrazia;
viagrocrazia;
testosteronocrazia;
adrenalinocrazia;
papicrazia;
footballocrazia;
disprezzocrazia;
mafiocrazia;
scandalocrazia;
barzellettocrazia;
botulinocrazia;
mercatocrazia;
sivergognicrazia;
parolonocrazia;
baronocrazia;
miconsentacrazia;
ghepensimiocrazia;
porcellumocrazia;
raccomandazionocrazia;
taglioaifondicrazia;
esclusionocrazia;
spudoratocrazia;
celhodurocrazia;
decretocrazia;
apparenzocrazia;
modacrazia;
spauracchiocrazia;
corruzionocrazia;
gergocrazia;
provincialismocrazia;
furbocrazia;
menefregocrazia;
pizzinocrazia;
precariatocrazia;
vaffanculocrazia;
risibilocrazia.

martedì 18 gennaio 2011

Sempre più big

  


Non sarà una di quelle notizie che sconvolgono il mondo, però Starbucks, la grande catena americana di caffé, ha lanciato un nuovo formato per le sue bevande, più grande dei precedenti.
Di Starbucks in giro per il mondo ce ne sono parecchi: 11.000 solo negli Stati Uniti (più di 150 a Manhattan), altri 6.000 in 50 altri paesi, ma il numero è in continuo aumento. In Italia per ora non ce ne sono. “È per umiltà e rispetto che non siamo in Italia” dichiarò qualche anno fa uno dei responsabili della ditta. Almeno per il caffé pare che un po' di rispetto ce lo meritiamo ancora.
Personalmente da Starbucks ci sono stato più volte, sia negli Stati Uniti che in Francia. Naturalmente non ci ho mai preso un espresso. O meglio, l'ho preso una volta e mi è bastato.
Non ci ho mai preso nemmeno schifezze tipo lo pseudo cappuccino, il Caramel Brulé Latte (caffé + latte schiumato + sciroppo di caramello + panna montata + altro zucchero caramellato), il Caramel macchiato (latte schiumato + sciroppo di vaniglia + caffé + salsa di caramello), il Cinnamon Dolce Latte (espresso + latte schiumato + sciroppo dolce alla cannella + panna montata zuccherata + polvere di cannella zuccherata), o l'Eggnog Latte (espresso + una specie di Vov schiumato + latte + noce moscata), ma qualche beverone di Caffé Mocha (espresso + salsa moka dolceamara + latte schiumato + panna montata) me lo sono fatto. Abbiamo tutti le nostre debolezze... Lui le minorenni, io il Caffé Mocha di Starbucks. Quando mi sono lasciato andare alla mia debolezza ho sempre preso il bicchiere chiamato tall, che nonostante il nome è il più basso di tutti e che contiene 354 ml, cioè un po' più di una normale lattina. Il che è già un bel bere. Almeno per noi. Ma non per gli americani, che tendono a prendere il formato Venti, da 591 ml, cioè più di mezzo litro, preferondolo nettamente al Grande che con i suoi 473 ml non è cosa.
Il nuovo bicchiere, che porta il glorioso nome di Trenta (cifra che nella Smorfia napoletana corrisponde alle palle del tenente), contiene un volume di 916 ml, cioè un po' meno di un litro. Un Venti di Caffé Mocha contiene, dice il sito di Starbucks, 410 calorie, cioè un quinto del bisogno giornaliero. Per la stessa quantità le calorie salgono a 300 per il Caramel macchiato, a 340 per il Cinnamon Dolce Latte, a 560 per il Caramel Brulé Latte e a 610 per l' Eggnog Latte che, sempre a detta di Starbucks, garantisce il 62% dell'apporto giornaliero di colesterolo. Tutte queste cifre vanno aumentate del 50% passando dal Venti al Trenta. Quindi vi dovesse venire in mente di scolarvi due Trenta di Eggnog Latte in un giorno, cosa lungi dall'essere impensabile per un americano, avreste già sforato le calorie necessarie per quel giorno. Va ricordato inoltre che i 916 ml del Trenta superano la capienza media di uno stomaco umano.
Ora, mi direte voi, ricordare qui che i tunisini hanno cacciato Ben Ali perché il prezzo del pane era aumentato può sembrare demagogico.
Ma siamo sicuri che lo sia?

domenica 16 gennaio 2011

Di una foto

Ho sotto gli occhi una foto pubblicata sul sito del Washington Post. La foto ritrae una folla esclusivamente maschile. Numerose braccia sono alzate (c'è qualcuno, in basso a destra, a cui manca un pezzo di anulare della mano sinistra), gli sguardi sono intensi, le barbe numerose. Portate dalla folla, si vedono diciannove bandiere a strisce orizzontali azzurre e rosse, con una scritta bianca nella striscia centrale, due bandiere bianche e nere, sette bandiere azzurre e verdi. Al centro della foto un ragazzo coi baffi il cui volto è parzialmente nascosto da altre braccia, con una camicia bianca e una giacca nera nonché un braccialetto nero, porta con la mano sinistra un manifesto in cima a un bastone che emerge dalla marea di teste. Il manifesto è a base azzurra, con una piccola striscia rossa orizzontale in basso. Sull'azzurro appare il volto di un uomo di una trentina d'anni, con barba ma senza baffi, con un berretto nero in testa e quella che sembra una giacca a vento blu. La foto è stata presa leggermente dal basso. L'uomo non ha espressione, sembra immobile. Guarda e basta. Sotto di lui c'è una scritta gialla. Più sotto ancora, nella striscia rossa del manifesto, c'è un'altra scritta, bianca, che forse è la stessa che appare sulle bandiere dello stesso colore. Dico forse perché si tratta di scritte in caratteri arabi, difficili da decifrare quando sono scritti in modi stilisticamente così diversi. La didascalia del Washington Post mi dà varie informazioni. Prima di tutto la foto è stata scattata il 14 gennaio, cioè l'altro ieri, da tale B.K. Bangash, dell'Associated Press, a Rawalpindi, in Pakistan. Su un'altra pagina internet ho potuto vedere la faccia di B.K. Bangash, sorridente. Occhi scuri, barba grigia ben curata, sguardo caloroso. Il fotografo, ho letto, è nato nel 1959 e dopo aver fotografato molti avvenimenti sportivi ha seguito la guerra civile in Ruanda e poi la guerra in Afghanistan. Altra informazione della didascalia: il giovane che appare sul manifesto tenuto dal manifestante coi baffi si chiama Mumtaz Qadri. La cosa mi sorprende perché credevo che Mumtaz fosse un nome femminile. Ma mi sbagliavo: Wikipedia mi dice non solo che è sia maschile che femminile, ma anche che significa “il migliore”. Non posso non dirmi che Mumtaz sembra essere un po' il corrispondente arabo di Massimo. La didascalia mi dice anche che la scritta (immagino quella gialla) sul manifesto dice “salutiamo il tuo coraggio”. Di Mumtaz Qadri non avevo memorizzato il nome, ma avevo letto qualche giorno fa, quando aveva assassinato Salman Taseer, governatore della provincia pakistana del Punjab, che si era opposto alla legge che prevede la pena di morte in caso di bestemmie. Salman Taseer era membro del PPP, il Pakistan Peoples Party, che è poi il partito fondato nel 1967 da Zulfikar Ali Bhutto, presieduto più tardi da sua figlia Benazir e oggi dal suo vedovo, nonché presidente del paese, nonché miliardario, Asif Ali Zardari. Sempre dalla didascalia vengo a sapere che la folla non manifestava solo a favore dell'assassino, ma anche contro le dichiarazioni di Benedetto XVI, che aveva invitato il governo pakistano ad abrogare una legge che “serve da pretesto per provocare ingiustizie e violenze contro le minoranze religiose”. Pur se non con le stesse parole, mi accorgo che una volta tanto il Papa sembra aver detto una cosa sulla quale mi trovo genericamente d'accordo. La foto è stata presa da lontano, con un teleobiettivo. Lo si capisce dal fatto che solo la zona in primo piano è a fuoco, mentre tutto il resto è sfuocato. Il fotografo si trovava forse su un albero, sul tetto di un autobus, o alla finestra di un primo piano. A meno che non si trovasse su una tribuna dalla quale il probabile oratore verso il quale sembrano diretti quasi tutti gli sguardi forse arringava la folla. La foto non è scaricabile, ed è per questo motivo che non ho potuto inserirla all'inizio di questo post. Cercando un'altra foto ho letto che la manifestazione era stata organizzata dal Sunni Tehereek, un partito fondamentalista sunnita fondato nel 1992, che aveva avuto il 3% alle elezioni del 2002 nella stessa Karachi, mentre non si è poi presentato a quelle del 2008, sostenendo di non disporre di opportunità uguali a quelle degli altri partiti. Allego una foto dell'assassino al momento dell'arresto. 


 
Tutta questa storia ha come origine la condanna a morte in prima istanza (novembre 2010) di Asia Bibi, una contadina cristiana madre di cinque figli, originaria del distretto di Shekhupura, nel Punjab. Famiglia cristiana del 25 novembre scorso scriveva:
“I fatti risalgono al giugno 2009. Fa caldo. Alla donna, che lavora in un'azienda agricola, viene chiesto di portare dell’acqua alle sue colleghe. Ma un gruppo di loro, musulmane, trova da ridire: Asia Bibi non prega Allah, non segue il Corano, lasci perdere perché è destinata a rendere impuri sia il recipiente che l'acqua. Ne nasce un vivace botta e risposta. Le donne musulmane cercano di convincere Asia ad abiurare il cristianesimo e a convertirsi all’Islam. Bibi tiene il punto, spiega che Gesù Cristo è morto sulla croce per redimere i peccati di tutta l’umanità e chiede: «Cos'ha fatto per voi Maometto?».Alcuni giorni dopo le donne islamiche vanno dall’imam locale, la cui moglie fa parte del gruppo, accusando Asia Bibi di aver offeso il profeta Maometto; l’imam si reca dalla polizia che apre un’inchiesta. Asia Bibi è arrestata nel villaggio di Ittanwalai, accusata di aver violato la legge 295c (quella, appunto, sulla blasfemia), che non prevede - per chi accusa - l'onere di provare ciò che dice e che contempla nei casi estremi la condanna a morte. La sentenza, emessa più di un anno dopo, è pronunciata dal giudice Naveed Iqbal che esclude «totalmente» la possibilità che Asia Bibi sia accusata ingiustamente e dice che «non esistono circostanze attenuanti» per lei.”
Cercando Asia Bibi su Google, il primo sito che mi si è aperto è stato quello del blog di tale Antonio Socci, il cui post dell'11 novembre 2010 incomincia con queste parole: “Le terre islamiche grondano di sangue cristiano. Ma il mondo se ne frega.” In occasione del Natale il Consiglio Regionale lombardo ha fatto apparire sul fianco del grattacielo Pirelli di Milano uno striscione alto cinque piani con la critta “Salviamo la vita dei cristiani in Irak e nel mondo.” Che la scritta sembri indicare che a salvare la vita ai non cristiani ci debba pensare qualcun altro non importa.
Vado a farmi un caffé.

sabato 15 gennaio 2011

L'esempio tunisino

La bandiera tunisina


E così i tunisini hanno finito col cacciar via a pedate nel sedere il dittatore Ben Ali, quello al quale il nostro Amato Leader era legato da “vera amicizia” (dichiarazione del 23 dicembre scorso).
Ho detto “dittatore”, anche se Ben Ali era un eletto del popolo. Nel 1987, due mesi dopo essere stato fatto Primo Ministro dall'allora presidente Bourguiba, lo depose per senilità. È vero che il vecchio aveva ormai 84 anni (ben 10 di più di quelli del nostro Silvio nazionale!). Nei due anni successivi Ben Ali soppresse la costituzione, ne fece una nuova e fu poi eletto col 99,27% dei voti, che è sempre una bella percentuale. Rieletto col 99,91% nel 1994, lo fu poi col 99, 52% nel 1999 e col 94,49% nel 2004. Vista la pericolosa caduta di percentuale, decise allora di cambiare la costituzione che aveva lui stesso promulgato rendendo possibile l'elezione di uno stesso presidente più di tre volte di seguito.
Queste invidiabili percentuali ricordano quelle di un altro amico dell'Italia, il bielorusso Aleksandr Lukashenko, quello che il popolo “ama tanto”, come è chiaro “dai risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti” (berlusco-dichiarazione del 30 novembre 2009). Lukascenko fu eletto presidente nel 1994 con più dell'80% dei voti, poi nel 2001 col 75,65% e nel 2006 con l'84,2%.
È chiaro che di fronte a queste cifre i miseri 52,52 e 71,22% russi ridicolizzano il povero Putin (altro amico nonché fornitore di lettoni). Per fortuna un altro amico ancora, quel simpaticone di Muhammar Gheddafi, autore del colpo di stato del 1969 (da noi era presidente Saragat e c'era il secondo governo Rumor...) alle elezioni non ci ha proprio mai pensato e continua, impeterrito nel suo ruolo di leader della Grande Repubblica Araba di Libia Popolare e Socialista.
Dittatore, dicevo. Eh, sì. Ben Ali e Lukascenko (e molti altri in giro per il globo) ci hanno ormai dimostrato che per essere dittatori non è più necessario prendere il potere con le armi, magari marciare su Roma, bombardare Guernica, o, che so?, il palazzo della Moneda di Santiago. No: basta controllare tutto il resto e in primis i media.
Cosa vuol dire questo? Che San Silvio da Arcore è un dittatore? Certo che no. E qui sta la grandezza del Nostro, il suo lato post-moderno, la sua genialità. In realtà ormai ci si può comportare da padroni assoluti distribuendo favori, mantenendo nani e ballerine, delegittimando quotidianamente ogni voce dissenziente e raccontando barzellette. Il risultato poi è più o meno lo stesso: la trasformazione di tutto un popolo in risibile comparsa di una commedia di terz'ordine.
Io sul futuro immediato della Tunisia sono pessimista. Non perché non rispetti il popolo di quel paese a noi così vicino, ma per le stesse ragioni che mi rendevano pessimista nella Romania del dopo Ceausescu. In Romania ci andai a fare spettacolo quattro mesi dopo la caduta del Genio dei Carpazi (vi ricordate?, era così che lo chiamavano) ed ebbi occasione di parlare a lungo con molti rumeni. La cosa che mi fu subito chiara e che mi stupì molto fu il vedere come tutti (tutti!) quelli coi quali parlavo mi dicevano del male di tutti gli altri. In realtà Ceausescu era riuscito ad instillare nella gente un tale odio e una tale diffidenza che anche nel momento in cui ci sarebbe stato da rimboccarsi le maniche per ripartire tutti insieme e costruire qualcosa di nuovo, quel che primeggiava erano ancora lo stesso odio e la stessa diffidenza. Temo molto che la stessa cosa stia per succedere in Tunisia, così come temo molto che una volta che ci saremo sbarazzati del senile inceronato di Palazzo Grazioli ci vorranno anni, generazioni forse, per ritrovare quel senso della misura e dello Stato indispensabili a qualsiasi democrazia. Ed è proprio per questo che ho un'immensa ammirazione per personaggi come Nelson Mandela e Aung San Suu Ky, o anche Juan Carlos di Spagna, che hanno saputo (almeno per quel che riguarda Mandela e Juan Carlos, ma credo ci riuscirà anche Aung San Suu Ky) trovare le parole e gli atti giusti per garantire un passaggio calmo e ragionato verso la democrazia. Ma voi di gente così in Italia oggi ne vedete? Ahimé, se ci sono si nascondono. E in Tunisia è lo stesso.
La Storia si muove sempre e nulla è mai definitivo, ma i tempi possono essere tragicamente lunghi. Ovvero: tragicamente brevi nella corsa al peggio, ma tragicamente lunghi in quella al meglio.
Per carità, che questo non ci impedisca un momento di felicità davanti alla caduta di un dittatore. E se Berlusconi ha perso un amico, beh, mi sa che ce ne faremo una ragione. 

mercoledì 29 dicembre 2010

Proprio nient'altro da fare?

 




In un post del luglio scorso vi avevo proposto le versioni italiane dei nomi di un'ottantina di gruppi rock e pop inglesi e americani. Oggi, nella noia di fine anno, ecco una quarantina abbondante di nomi e cognomi di personalità americane tradotti nella lingua di Dante, Petrarca e Sandro Bondi. A scanso di equivoci, ricordo che Jack non è il diminutivo di James, bensì di John. 
A fondo pagina le soluzioni, ovviamente in rigoroso disordine.
Eppiniùiar!


Roberto Guadorosso
Paolo Uomonuovo
Giulia Di Roberto
Tommaso Crocera
Gianni Limone
Tommaso Di Goffredo
Giovanni Vagone
Rita Valepaglia
Caterina Tornitore
Samuele Riempitore
Gianni Di Nicola
Giovanni Falegname
Demetria Mora
Tommaso Matasse
Elena Caccia
Alice Chiavi
Giuliana Borgodargilla
Elisabetta Sarto
Oliviero Sasso
Emilia Enoteca
Michele Di Gianni
Guglielmino Fabbro
Giacomo Marrone
Luigi Fortebraccio
Stefano Re
Carletto Marrone
Venere Guglielmi
Giovanna Fonda
Riccardo Ciambellano
Rossella Di Giovanni
Atrio Bacca
Sandra Manzo
Orsetto Pozzi
Paolo Simone
Gianni Londra
Robertino Speranza
Giacomo Inserviente
Edoardo G. Di Roberto
Ulisse Sovvenzione
Giorgio Cespuglio
Arturo Mugnaio
Rachele Gallese
Goffredino Fiordoro
Giacomino Carrettiere
Natalia Portuario

Soluzioni:
Kathleen Turner, James Stewart, Thomas Jefferson, Richard Chamberlain, Rita Hayworth, Michael Jackson, Tom Cruise, George Bush, Jack Lemmon,, Jimmy Carter, James Brown, Helen Hunt, Jack Nicholson, Alicia Keys, John Wayne, Nathalie Portman, Arthur Miller, Will Smith, Oliver Stone, Julia Roberts, Orson Welles, Ulysses Grant, Robert Redford, Demi Moore, Jyll Clayburgh, Jeff Goldblum, Elizabeth Taylor, Charlie Brown, Amy Winehouse, Sandra Bullock, Rachel Welch, Venus Williams, John Carpenter, Paul Newman, Stephen King, Bob Hope, Scarlett Johansonn, Tom Hanks, Samuel Fuller, Edward G. Robinson, Louis Armstrong, Jack London, Halle Berry, Jane Fonda, Paul Simon

lunedì 27 dicembre 2010

Un nuovo virus

Guardiano Credenza, Guglielmo Cancelli, Teodoro Tornitore
Michele Cittadelfiore, Lorenzo D'Elia, Giorgio Luchi

I giornali, le radio, le televisioni ne parlano poco. I governi sono impreparati. Le multinazionali cercano di minimizzare il fenomeno. Ma è tutto inutile. Dobbiamo rassegnarci: un nuovo virus, estremamente pericoloso, sta provocando gravi danni negli Stati Uniti e rischia da un momento all'altro di espandersi nel mondo.
Il virus colpisce uomini e donne di ogni età e di ogni origine etnica, geografica, confessionale e sociale. Il vettore di trasmissione che appare per ora, in questa fase ancora incerta della ricerca, come più probabile  è un conto in banca di notevoli dimensioni. I miliardari del mondo tremano, i loro figli e nipoti parlano ormai apertamente di parricidio e nonnicidio. La tensione è palpabile da Manhattan a Hong Kong, dai Parioli a Chelsea, da Porto Rotondo a Miami. Solo Arcore sembra serena.
Pare ormai accertato che i primi contagiati siano stati gli sposi Guglielmo e Melissa Cancelli, che avrebbero a loro volta contagiato tale Guardiano Credenza. I pochi giornali americani che hanno parlato della cosa hanno voluto celare le vere identità dei contagiati dando dei loro nomi una strampalata traduzione inglese (Bill e Melinda Gates, Warren Buffet).
Cos'hanno fatto questi signori? Hanno deciso di buttar via i loro soldi! Basti pensare che Mister Credenza è andato fino a sostenere che mentre alcune cose materiali gli rendono la vita più gradevole, “avere una mezza dozzina di case sarebbe solo un peso.” E come hanno deciso di buttarli via i loro soldi? Creando The Giving Pledge, che sarebbe poi un'iniziativa destinata a propagare il contagio. Leggo sul sito http://givingpledge.org/ che “The Giving Pledge è uno sforzo per invitare i più ricchi individui e le più ricche famiglie d'America a impegnarsi per far dono della maggior parte delle loro ricchezze a cause filantropiche e organizzazioni umanitarie di loro scelta, o nel corso della loro vita, oppure dopo la loro morte. Ogni persona che sceglierà di promettere lo farà pubblicamente, attraverso una lettera che spieghi la sua decisione. Una volta all'anno quelli che avranno promesso si riuniranno per mettere in comune le loro idee e imparare gli uni dagli altri.”
Quel che sembra veramente pericoloso qui è quella nozione di “far dono della maggior parte delle loro ricchezze.” Non si tratta più di spiccioli, ma di un minimo del 50%! Per fortuna solo 15 dei 100 più ricchi americani risultano per ora infettati. Gli altri pare che si rileggano ogni sera, come cura preventiva, quel passaggio di un discorso nel quale il nostro Amato Leader sosteneva che quando un cittadino si sente troppo tassato è in diritto di non pagare le tasse.
Purtroppo però la panriccodemia non si ferma. Il morbo muta e non esita ormai più a colpire anche persone che sono ricche solo per modo di dire. Basti pensare a tale Thomas Secunda, uomo d'affari dal misero reddito di un solo piccolo e striminzito miliardo di dollari (che sarebbe a dire un undicesimo di quello di cui dispone il nostro Virile Duce) che si è impeganto pure lui a buttare i soldi dalle finestre.
Le lettere d'impegno di questi signori sono imbarazzanti e non possono che suscitare compassione e pietà. Da un punto di vista puramente scientifico contengono però informazioni preziose sui sintomi più evidenti del morbo. Sidney Kimmel per esempio, noto produttore cinematografico, scrive che “spartire con gli altri è la cosa giusta da fare”; Ted Turner, fondatore della CNN, ammette senza vergogna che non misura “il successo in cifre”; T. Boone Pickens, finanziere texano, dopo aver spiegato che gli piace far soldi, confessa che “gli piace darli via”; e questo è niente rispetto a ciò che dichiara un altro finanziere, Peter G. Peterson: “A dire il vero oggi ho molta più soddisfazione nel dare i miei soldi a cause che considero meritevoli che a far soldi per me”.
Lo so: la lettura di queste folli affermazioni non può che provocare sgomento, ira e tachicardia in tutti noi. Ecco perché invito i più deboli dei miei affezionati lettori a chiudere qui il computer e a non cercare in alcun modo di leggere le parole del miliardario sindaco di New York, Michael Bloomberg: “Se vuoi fare qualcosa per i tuoi figli e dimostrar loro quanto li ami, la cosa di gran lunga migliore che puoi fare è aiutare quelle organizzazioni che creeranno un mondo migliore per loro e per i loro figli.” (In caso di lettura involontaria, sintonizzarsi immediatamente su Rete 4 per almeno un'ora).
Io stesso esito al momento di riprodurre qui le parole del povero David M. Rubenstein, il cui livello di contagio appare ormai disperato: “Nella misura in cui individui che dispongono di notevoli risorse si impegnano pubblicamente a far dono di almeno la metà delle loro fortune, è possibile che altre persone molto ricche nel nostro paese si sentano ispirate a fare la stessa cosa. Questo costituirebbe uno sviluppo positivo, in particolare qualora quelle persone non avessero mai pensato prima ad offrire quella quantità di denaro.”
Inutile far finta di niente: la situazione, più che grave, sembra disperata.
Invito tutti, dopo aver acceso un cero sotto una statua, una foto, un disegno o un'immaginetta di San Silvio, a darsi da fare nel suo quartiere per organizzare un pellegrinaggio votivo ad Arcore, località Villa San Martino.
Oddio: ma San Martino non è quello che ha dato il suo mantello a un povero? Aiutoooo!

(Nella foto: Warren Buffet, Bill Gates, Ted Turner, Michael Bloomberg, Larry Elison, George Lucas)

sabato 25 dicembre 2010

È Natale

 Santa Coca-Cola

È Natale. Sì, sì, è proprio Natale, è il 25 dicembre e io sono qui in casa con tosse, febbre e gambe molli. Di là c'è mia moglie senza tosse, ma con febbre e dolori alle mani. In famiglia ci piace fare le cose ognuno a modo suo.
È Natale, dicevo, e come ogni anno da vari giorni tutti i media occidentali trasudano bontà. In realtà il Natale va ormai molto al di là dell'Occidente. Non importa che si accordi più o meno credito alla superstizione cristiana, ciò che conta è avere fede nel più grande avvenimento commerciale dell'anno e nella sua influenza positiva sui consumi. Stamattina, sfogliando i giornali su internet, ho visto un pulitore di vetri vestito da Babbo Natale appeso all'esterno di un grattacielo di Tokio, un Babbo Natale subacqueo a Seul, un Babbo Natale surfista a Bali, una parata di Babbi Natale a Tsingtao, nella provincia cinese dello Shinan, tre Babbi Natale a cavallo di elefanti in Tailandia, un Babbo Natale benzinaio in Indonesia e quattro Babbi Natale che distribuivano cipolle gratis ad Amritsar, capitale del Punjab indiano.
Poco fa, facendo colazione, mi sono venute in mente due o tre cose che possono sembrare disordinate ma poi non lo sono tanto.
Prima cosa:
sto rileggendo, molti anni dopo, un romanzo di Somerset Maugham, Sul filo del rasoio, che mi aveva molto colpito in gioventù — non dovevo avere più di diciassette anni alla prima lettura. Verso un terzo del romanzo uno dei personaggi, un banchiere di Wall Street, si suicida poco dopo la crisi del 1929, incapace di sopportare il disonore di aver tragicamente deluso la fiducia di tutti coloro che gli avevano affidato i loro risparmi. Altri tempi...
Seconda cosa:
Stamattina alla radio francese ho distrattamente sentito un'intervista del direttore del rally che continua a chiamarsi Dakar nonostante tra qualche giorno parta da Buenos Aires per concludersi sembre a Buenos Aires due settimane dopo. Il direttore spiegava che siccome il “Dakar” consuma energia, 1) il consumo era stato calcolato, 2) ne era stato calcolato il prezzo e 3) una somma equivalente sarà versata in beneficienza a un'associazione sud-americana. Cioè: faccio assolutamente quel che voglio fregandomene di tutto e di tutti, ma siccome ho un sacco di soldi sono disposto a comprarmi, letteralmente comprarmi una patente di “buono” facendo un po' di beneficienza.
Terza cosa:
l'altro giorno guardavo il David Letterman Show. Naturalmente si parlava di Natale. C'era una donna, rappresentante di non so più quale gruppo di giocattoli, che faceva vedere alcune delle novità del 2011. Davanti a una specie di mostruoso dinosauro a pile che muoveva la testa, ruggiva e mordeva, Letterman dice alla signora: “Si sa che i giocattoli dovrebbero stimolare la creatività dei bambini. Questo giocattolo la stimola?” Risposta leggermente imbarazzata: “No”. Letterman riprende: “Lei ha figli?” “Sì, uno di tre anni e uno di sei.” “ E questo giocattolo glielo comprerebbe?” “Oh, sì, certo.” Senso del dovere professionale o semplice stupidità?
Quarta cosa:
mi ricordo di aver visto un Babbo Natale a Stellenbosch, vicino a Città del Capo, che se ne stava davanti a un supermercato e distribuiva volantini a tutti quelli che entravano. Mi ricordo anche di aver visto alberi di Natale, angeli svolazzanti e Babbi Natale in un centro commerciale di Singapore. Non dimenticherò poi mai la visita alla “casa di Babbo Natale” e centro commerciale annesso a Rovaniemi, capitale della Lapponia finlandese. (Giuro che ero lì come invitato...)
Tornando al romanzo di Maugham, mi è chiaro rileggendolo adesso che quello che mi aveva colpito più di quarant'anni fa era il personaggio di Larry, un giovane di Chicago che, traumatizzato da due anni al fronte durante la Prima Guerra Mondiale, gira le spalle a un futuro brillante per andarsene in giro per il mondo (per l'India in particolare) a cercare il senso delle cose. Devo dire che ancora oggi, nonostante il lato estremamente dandy del romanzo, il personaggio di Larry mi piace. E non a caso ne scrivo il giorno di Natale, che più di ogni altro rappresenta l'ipocrisia, la mancanza di pudore e l'arroganza di questo mondo impazzito. Oggi più che mai voltargli le spalle, smetterla di prenderlo in considerazione come se fosse qualcosa di serio, vivere il più possibile al di fuori dalle sue logiche mortifere mi pare l'unica soluzione ragionevole.
Ho parlato di fede nel più grande avvenimento commerciale dell'anno. Fede, sì. Accompagnata dall'ancora più nobile fede nella libertà d'impresa e di commercio, da quella nello sviluppo e nel progresso portatori di giustizia e di pace, da quella nella fratellanza e nella generosità dei ricchi verso i poveri e da tutta una serie di altri avvilenti baggianate che sarebbe troppo lungo e tedioso elencare qui.
Buon anno.

domenica 19 dicembre 2010

Del Daspo

Il tastierista di Distretto 51

Stamattina ho imparato un altro acronimo: Daspo (che forse sarebbe meglio scrivere D.A.SPO., ovvero Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive). Questa degli acronimi è sempre una questione complicata. Ovviamente in questo caso DAMS sarebbe stato più logico, ma avrebbe forse creato confusione con un certo dipartimento dell'università di Bologna. Mi ricordo che in Francia quando nacque il raggruppamento dei comuni del circondario di Lione, (Communauté Urbaine de Lyon) si evitò l'imarazzante CUL a favore del più poetico COURLY.
Comunque sia, il tastierista Roberto Maroni propone ora che il Daspo sia applicato alle manifestazioni di strada. L'idea, brillante, è forse di ispirazione patafisica, visto che sembra una specie di omaggio al testo di Alfred Jarry intitolato La Passione considerata come corsa in salita. Non so, ma il fatto di equiparare le manifestazioni di strada a delle manifestazioni sportive è degno di nota.
Certo, mi direte, numerosi sport trovano nuove espressioni nel dissenso: la marcia e i cento metri, ovviamente, per le distanze percorse e per gli scatti improvvisi ; la lotta libera, in caso di scontri; il ciclomotorismo per l'uso di caschi; il curling e il lancio del peso, per l'occasionale lancio di pietre; l'aikido per l'utilizzo di bastoni.
Ma siamo proprio sicuri che le ragioni che spingono il nostro baffuto e rossocchialuto ministro all'allargamento del Daspo siano di tipo sportivo? Mmmmh...
In realtà si tratta di far fronte alla violenza, cosa sulla quale siamo tutti d'accordo. È d'accordo in particolare un altro eccellente ministro, il serafico Ignazio Benito Maria La Russa, di cui Il fatto quotidiano ha recentemente ricordato la partecipazione alla manifestazione milanese del 12 aprile 1973 durante la quale furono lanciate due bombe a mano che uccisero il poliziotto Antonio Marino. È d'accordo il fine dicitore Umberto Bossi, che nel 1993 dichiarò che “quando avremo perso tutto, quando ci avranno messo con le spalle al muro, resta il fatto che le pallottole costano 300 lire”. Insomma, siamo proprio tutti d'accordo.
Quindi W il Daspo! Pensandoci bene, questa sarebbe una soluzione anche per altri problemi. Le code sull'autostrada, per esempio: Daspo! Le spiagge romagnole troppo affollate: Daspo! Il palio di Siena: Daspo! Le messe a San Giovanni Rotondo: Daspo!
Sarebbero esonerati naturalmente il Parlamento, dove le risse restano autorizzate, le manifestazioni leghiste, dove alzare il dito medio al tricolore non costituisce reato, lo sgombero di campi Rom, che è uno sport non violento per antonomasia, e qualsiasi altro tipo di manifestazione pubblica tesa a sostenere l'operato delL'Unico Boss Virile (anagramma rivendicato dall'Amato Leader), dei suoi amici e degli amici dei suoi amici, che sono tanti.
Il geniale Maroni dichiarava due anni fa a VareseNews, quotidiano online della provincia di Varese, «in realtà questo (cioè tastierista del gruppo musicale Distretto 51, ndr) è il mio vero lavoro e a tempo perso faccio il ministro dell’Interno. Quindi riesco a conciliare benissimo le due cose». Conciliare, di sicuro. Benissimo? Mmmmh...
Resta il nodo della violenza e di quelle immagini degli scontri che facevano assomigliare Piazza del Popolo e i dintorni di Montecitorio a fotogrammi di qualche film sugli anni 70. Sarà per indole naturale, sarà per filosofia, sarà per un certo modo di vedere la vita, sarà per quello che volete, ma a me quel tipo di immagine non piace mai. Però mi chiedo: se Madre Natura, bontà sua, ha dotato anche il Maroni Roberto di qualche decina di miliardi di sinapsi in quel suo molle seppur padano encefalo, lo ha fatto per permettergli di riflettere sul perché delle cose o per fargli fare il ministro a tempo perso e sparare scemenze alla velocità di una Ferrari Testarossa del 1985? Mmmmh...