mercoledì 5 agosto 2015

Un po' di tè


Ieri ero in Francia e prima di ripartire sono andato, come sempre, a comprarmi del tè. Compro il mio tè in Francia perché il tè è una cosa seria e se noi, dalla parte giusta delle Alpi, non abbiamo lezioni da prendere in materia di caffè, dobbiamo ammettere il nostro semi-alfabetismo per quanto riguarda il tè. La Francia invece, pur non perdendo mai un'occasione per parlare della fiera Albione, cioè la Gran Bretagna, ha sempre avuto nei confronti degli insulari d'oltre Manica una strana invidia (mista a rabbia, dopo Trafalgar e Waterloo), che l'ha spinta, tra l'altro, ad interessarsi alla bevanda che i soggetti di non so quale Sua Maestà impararono ad apprezzare durante le loro piraterie estremorientali.
E se mi permettessi una digressione? Me la permetto, anzi me la sono appena permessa chiedendomi chi mai fosse questa Albione e cliccandone il nome su Google. Ho così scoperto che Albione non era una lei, ma un lui, un gigante figlio di Poseidone, nonché fratello di Bergione. I due fratelli possedevano delle terre che furono attraversate da Eracle con la mandria che aveva rubato a un altro gigante, Erione, uno con tre teste e tre busti, ma due sole gambe. Senonché il nome Albione riferito alla Gran Bretagna essendo di origine celtica, la mia digressione è del tutto futile, il che è perfetto per una digressione.
Tornando al tè, io ci sono arrivato tardi, oltre la trentina, un po' per caso, per via di una fidanzata che non beveva caffè e che era infastidita anche dal suo aroma. È lì che ho incominciato a bere tè a colazione.
È raro che beva tè dopo colazione. D'inverno è molto raro. D'estate lo è meno, visto che mi piace prepararmi litri di tè che aromatizzo con cannella, cardamomo, zenzero e chiodi di garofano, lasciandolo poi raffreddare in frigorifero. Al momento di bere poi aggiungo un'onesta dose di latte crudo, bello denso, che ne arrotonda il sapore.
Ricordo che quando mi sono messo al tè mattutino ho cercato un po' qua e là prima di capire quali tè preferivo. Ovviamente ho lasciato subito perdere quella dozzinale e insulsa bevanda che si ottiene inserendo in una tazza di acqua bollente un sacchettino di carta contenente chissà quale polveroso miscuglio di foglie di dubbia provenienza. Bere quella roba e chiamarla tè è come mangiare una pizza surgelata e chiamarla pizza. Puah!
Il primo piacere del tè è il suo aspetto. Più o meno chiaro, più o meno verde, o rosso, o nero, o marrone, con le foglie più o meno tritate, con o senza fiori, c'è tutta una gamma visiva nei té, con differenze enormi. Il secondo piacere naturalmente è il profumo che si sente immergendo il naso in uno di quei grossi recipienti metallici da tre chili che il negoziante ti porge con un giustificatissimo senso di ritualità.
Per finirla con il cosiddetto tè in bustine, ricordo un film intitolato Sherlock Holmes in New York, nel quale, prima di arrivare negli Stati Uniti, l'ineffabile Watson, interpretato dal meraviglioso Patrick McNee, chiedeva a Holmes, ovvero Roger Moore, con un sorrisetto che la diceva lunga: “Is it true that they drink their tea in bags?” E furono infatti due americane, residenti a Wilwaukee, nel Wisconsin, Roberta C. Lawson e Mary Molaren, a depositare una domanda di brevetto della bustina da tè il 26 agosto del 1901, domanda che finì con l'essere ufficialmente approvata solo due anni dopo, il 24 marzo 1903. Come potevo resistere al piacere di pubblicare l'immagine del documento n° 723.287 con il disegno originale del brevetto?


Detto questo, lasciamo perdere i sacchetti e torniamo al tè.
Non mi dilungherò sulla sua storia, accessibile a chiunque su svariati siti, e verrò subito al sodo. Ho provato tè verdi, tè rossi, tè bianchi, tè gialli, tè affumicati, tè di almeno una dozzina di paesi asiatici e africani e da tempo non ho più dubbi: i miei tè preferiti sono i Darjeeling, tè neri, onesti, aromatici, avvolgenti.
Qualche informazione di base: il distretto di Darjeeling, che ha per capitale la città eponima, costituisce la punta nord-occidentale dello Stato del Bengala Occidentale, con capitale Kolkata, che confina con il Buthan, il Nepal, il Bangladesh e con quattro altri Stati indiani, Assam, Sikkim, Bihar, Odisha e Jharkhand (che, me ne accorgo solo adesso, sono cinque e non quattro; ma non importa). Grande più o meno come la Serbia o la Giordania, il West Bengal ha quasi 92 milioni di abitanti e si trova ovviamente sui pendii himalayani.
È su quei pendii che si trovano le 78 proprietà, note come “giardini”, che, pur se su una superficie totale relativamente limitata, producono altrettanti tè, diversi l'uno dall'altro come possono esserlo tra i vini un Brunello da un Valpolicella, o un Barolo da un Sangiovese. Ora, siccome la produzione dei 78 “giardini” si aggira intorno alle 10.000 tonnellate annuali, mentre ogni anno nel mondo vengono vendute circa 40.000 tonnellate di “Darjeeling”, il primo passo dell'amante di Darjeeling senza virgolette sarà di rifiutare con un gesto deciso e un'espressione disgustata non solo ogni tipo e genere di tè in sacchetti, il che è ovvio, ma anche ogni tipo e genere di cosiddetto “Darjeeling” generico e non meglio identificato. Compreresti mai una bottiglia di vino con su scritto “vino italiano”? È la stessa cosa.
Nel Darjeeling il té fu importato da un medico inglese, Arthur (o Archibald, non si sa) Campbell, che piantò alcuni semi di tè cinese a più di 2.000 metri di altitudine. La cosa funzionò e si sviluppò. In un tempo relativamente breve — dopotutto parliamo di poco più di un secolo e mezzo — da quelle piantine di origine si svilupparono varie piantagioni che, a causa delle differenze di altitudine, esposizione al sole e terreno, hanno finito col dare tè dai sapori molto diversi. Così, per esempio, il Margaret's Hope, uno dei giardini più celebri, produce un tè, che personalmente non amo, dal sapore acre, mentre il Gielle, l'Harmutty, o l'Ambootia sono per me fonti di grande piacere. Tutti i veri Darjeeling sono raccolti rigorosamente a mano.
Attenzione: i negozi di tè che vendono prodotti dei singoli giardini di Darjeeling sono rari e cari. C'è chi preferisce comprarsi una maglietta con su scritto Prada; personalmente preferisco il buon té.
Ma, ahimé, chi dice prodotto raro e caro dice anche ineluttabile snobismo e non è raro, andando in uno di quei negozi, imbattersi in venditori ultra-pippologhi che, illudendosi di conoscere gli arcani di chissà quale scienza esoterica, ti sfiancheranno con consigli, suggerimenti e opinioni di ogni genere e tipo, accompagnando il tutto con quei tipici ammiccamenti servili di chi spera di ottenere così un istante di complicità da un cliente che, se viene lì, deve per forza essere un membro della buona società. Per carità, non dargli corda! Sorridi come se niente fosse, anche se cerca di convincerti a non fare bollire l'acqua, a portarla solo a 90° e ti viene voglia di gridargli “Bestia! Non ti sei accorto che sto comprando dei Darjeeling? Non sai che i Darjeeling sono tè neri e che per i tè neri l'acqua va portata a ebollizione e che è per i tè verdi che non la si deve far bollire?” Sorridi, sorridi come una vecchia signora liftata, sorridi come qualcuno che non può far altro che sorridere, sorridi come una velina siliconata se necessario, ma non cercare mai di discutere con un venditore di tè che dice fesserie grosse come locomotive: una tale discussione potrebbe rapidamente risvegliare nel tuo profondo degli irrefrenabili istinti omicidi. E non sarebbe bello da parte tua fracassare il cranio di un venditore di tè a colpi di teiera di ghisa. Soddisfacente, sì; ma bello, no.
Una parola sui tè aromatici. Nella loro stragrande maggioranza sono bevande da zie ottantenni con i capelli rosa (e quando dico zie intendo zie di ambo i sessi), le guance coperte di cipria e i vestiti a fiori. Ma ammetto volentieri che ci sono delle eccezioni. Prima fra tutte è quella del tè al bergamotto, il famoso Earl Grey, che, come tutti sappiamo, deve il suo nome a Charles Grey, che era appunto earl, cioè conte, e che, succedendo a Arthue Wellesley, 1° Duca di Wellington, fu Primo Ministro del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda dal 22 novembre 1830 al 16 luglio 1834, quando lasciò il posto a William Lamb, 2° Visconte Melbourne.
Attenzione però: ci sono Earl Grey a base di ogni genere di tè. Inutile precisare che io prediligo quelli a base di Darjeeling.
Il venditore rompiscatole di cui sopra non mancherà probabilmente di insistere sulla superiorità dei Darjeeling first flush rispetto ai second flush. Anche qui: sorridi e ignoralo. E ti spiego il perché.
First flush può sembrare una strana espressione parlando di tè, visto che flush significa sciacquone, oppure rossore, oppure, in una partita di poker, colore. In realtà quando si parla di tè, flush significa raccolto. Il first flush è semplicemente il primo raccolto, quello che va grosso modo da metà marzo a maggio. È quello che produce la minore quantità di tè, quindi è il più caro, ecco perché il venditore cercherà di affibiartelo. In realtà il tè first flush è, sì, più profumato e leggero, però molti gli preferiscono la profondità e l'intensità del second flush, raccolto tra giugno e la metà di agosto in più grande quantità e quindi meno caro.
Esistono altri tre flush, il third (ottobre/novembre), l'in-between (le due o tre settimane tra i primi due) e il rains/monsoon (tra il secondo e il terzo, al momento dei monsoni). Questi raccolti però vengono generalmente usati per tè di qualità inferiore, come i già citati aromatizzati.
Ho scritto l'essenziale di questo post tra le sei e le sette del mattino, tranquillamente seduto sul balcone, con davanti a me una tazzone di Risheehat firts flush niente male. Mi sono lasciato per domani mattina la scoperta di un second flush che non conosco, il Teesta Valley, il cui profumo mi ha convinto all'acquisto.
Mo vado al bar a farmi il mio caffè.

P.S. Fermi tutti: un'altra digressione.
Hai notato che nell'ultima frase del post ho scritto “mo” e non “mò”, o “mo'”? Hai mai avuto lo stesso dubbio? Ah, sei uno che non scrive mo. Va bene lo stesso.
La digressione però è questa: ho guardato sul Vocabolario Treccani e ho scoperto che “mo” nel senso di adesso si scrive preferibilmente senza accento né apostrofo, mentre mo' ha l'apostrofo (ma anche l'accento è accettato) in “a mo' di”.
Segnatelo, che è una di quelle cose da tirare fuori a tavola quando c'è un momento di silenzio.

venerdì 31 luglio 2015

Le foto desaturate

Le foto desaturate sono come tette siliconate.
Sono tutte uguali.
Attirano inevitabilmente lo sguardo, ma poi ti deludono subito.
Le foto desaturate sono tristi come una vacanza a Latina.
Vogliono essere artistiche, ma sono solo photoshoppate.
Le foto desaturate sono penose come un vestito Armani taroccato.
Sono come Skoda con incollato dietro un cavallino Ferrari.
Sono inni al conformismo più privo di immaginazione.
Sono risotti gialli con troppo poco zafferano.
Le foto desaturate sono come un vino che sa di tappo.
Sono noiose come una musica di Ludovico Einaudi.
Sono anoressiche.
Sono afone.
Sono molli come spaghetti troppo cotti.
Le foto desaturate sono monotone come l'autostrada del sole tra Parma e Modena.
Sono soporifere come un film porno giapponese.
Sono pedanti.
Sono pretenziose.
Sono scontate.
Le foto desaturate mi rompono le palle.

giovedì 2 luglio 2015

Go Bernie, go!


Anche se le prime primarie si svolgeranno all'inizio di febbraio dell'anno prossimo, il grande circo delle elezioni presidenziali americane è già in movimento. 23 sono i candidati dichiarati, ma probabilmente ne verranno fuori altri.

Qualche informazione sulle primarie.

Prima di tutto, non tutti gli Stati dell'Unione organizzano delle primarie: ben 18 di loro, oltre ai Territori delle Samoa Americane, di Guam, delle Isole Vergini Americane e di Puerto Rico non hanno primarie, ma caucus, ovvero riunioni informali organizzate dai partiti politici invece che dagli Stati, secondo regole che variano da un caso all'altro.

Seconda cosa: ci sono tre tipi di primarie: aperte, chiuse e semi-chiuse. Nelle aperte chiunque può votare per il partito di sua scelta (ma solo per un partito); nelle chiuse si può votare solo alle primarie del partito presso il quale ci si è in precedenza fatti registrare; nelle semi-chiuse i votanti registrati possono votare solo alle primarie del proprio partito, mentre i non registrati possono scegliere un partito senza previa registrazione.

Terza cosa: le primarie non eleggono dei candidati alle presidenziali, bensì dei delegati che voteranno per i candidati alla Convenzione del loro partito. La Convenzione Repubblicana si svolgerà a Cleveland dal 18 al 21 giugno 2016, la Democratica a Filadelfia dal 25 al 28 luglio.

Le elezioni presidenziali si svolgono sempre il martedì seguente il primo lunedì di novembre. Ma dal punto di vista legale il presidente degli Stati Uniti non è eletto dal popolo, bensì dal collegio elettorale di 538 membri che vota il primo mercoledì di dicembre. Non sto ad entrare in ulteriori dettagli perché mi ci vorrebbero pagine e pagine per spiegare tutto.

E veniamo alle elezioni dell'anno prossimo.

Lasciamo pure da parte i candidati dei vari partiti minori (Partito Verde, Partito Libertario, Partito della Costituzione, più una miriade di altri micro-partiti) e i possibili indipendenti (oggi come oggi ce ne sono già 13 in lizza) e concentriamoci sui due partiti maggiori.

Per il momento sono candidati 16 Repubblicani, 6 Democratici e un indipendente che si presenta alle primarie del Partito Democratico. Secondo un certo numero di osservatori, i Repubblicani perderanno “anche se il candidato Democratico fosse un panino al prosciutto”, secondo la formula apparsa in particolare sull'Huffington Post.

Fino a un paio di mesi fa nessuno dubitava che quel candidato non solo non sarebbe stato un panino al prosciutto, ma sarebbe stato Hillary Clinton.

Poi è arrivato Bernie.

Bernie può sembrare un nome strano per un candidato alla presidenza degli Stati Uniti, eppure è quel nomignolo che Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont, ha scelto di usare.

In Italia si parla pochissimo di Bernie, anzi direi che non se ne parla per niente. Ma credo che se ne parlerà.

Chi è Bernie Sanders? Ex-sindaco di Burlington, città di 42.000 abitanti, nonché capitale del Vermont (che con i suoi 627.000 abitanti è il penultimo Stato per popolazione), Bernie è un newyorkese di Brooklyn, nato da genitori ebrei nel 1941. È parlamentare, prima deputato, poi senatore, dal 1991, ma soprattutto è il primo parlamentare della storia americana che osa definirsi socialdemocratico. Ha spesso spiegato che il suo modello sociale preferito è quello scandinavo, basato su una forte tassazione dei ricchi, una copertura sociale universale, spese militari limitate e una forte politica in difesa dei più demuniti. Per questo fino a un paio di mesi fa Bernie era considerato come un marginale, ma poi...

Ma poi, da quando è entrato in campagna elettorale, le cose sono cambiate. Ooops...

Il fatto è che Bernie sembra davvero essere un candidato profondamente diverso da tutti gli altri, più diverso ancora di quanto non lo fosse il pacifista George McGovern nel 1972, che, riuscendo ad ottenere l'investitura democratica, permise la rielezione di Nixon, che fu votato da 49 Stati su 50 (l'eccezione fu il Massachusetts).

La cosa che ha incominciato a stupire sempre più americani è che Bernie sembra dire ciò che pensa, il che è molto strano. E lo fa in maniera visibile e verificabile, visto che le sue posizioni di oggi sono perfettamente coerenti con i voti da lui espressi durante la sua ormai lunga carriera. Contrariamente a Hillary Clinton, per esempio, lui era già a favore del matrimonio tra persone di uno stesso sesso nel 1996 (Hillary era opposta fino a due anni fa), votò contro il Patriot Act nel 2001 e contro l'invasione dell'Irak nel 2002, è da anni a favore di un netto aumento delle tasse per i più ricchi, della limitazione dell'utilizzo di fondi privati nelle campagne elettorali, della generalizzazione delle vacanze pagate (molti lavoratori negli Stati Uniti non hanno diritto a vacanze), della gratuità degli studi fino al College, della separazione tra Chiesa e Stato. Mi fermo qui, ma potrei continuare.

Bernie è un UFO nel panorama politico americano, normale che lo si trattasse da sognatore. Ma poi...

Ma poi la gente ha incominciato ad arrivare ai suoi meeting elettorali molto più numerosa del previsto. Giornali, radio e televisioni, che prima lo trattavano da vecchietto stravagante, hanno incominciato a prenderlo sul serio e i sondaggi hanno incominciato a dire che il suo ritardo iniziale sulla Clinton fondeva come neve al sole.

Qui potrai vedere un suo bellissimo discorso in Senato quattro anni fa. Ma se non hai voglia di papparti 13 minuti di inglese con l'accento di Brooklyn, ti ho tradotto le prime frasi:

C'è una guerra in corso in questo Paese e non parlo della guerra in Irak o della guerra in Afghanistan. Parlo della guerra portata avanti da alcune delle persone più ricche e potenti di questo Paese contro le famiglie dei lavoratori degli Stati Uniti d'America, contro la classe media del nostro Paese, che diminuisce e sparisce. La realtà è che molti dei miliardari del Paese sono sul sentiero di guerra: vogliono di più, di più, di più; la loro avidità è senza limiti e a quanto pare a loro non importa nulla del nostro Paese e del popolo del nostro Paese, se questi diventano ostacoli all'acccumulazione di fortune sempre più grandi e di potere sempre maggiore. Nel 2007 l'1% dei beneficiari dei guadagni in tutti gli Stati Uniti ha intascato il 23% di quei guadagni. L'1% ha intascato il 23%, ovvero più di quanto abbia guadagnato il 50% più povero della popolazione. A quanto pare questo non basta. La percentuale dei guadagni di quell'1% di ricchi è quasi triplicata dagli anni '70. Nella metà degli anni '70 l'1% dei più ricchi guadagnava circa l'8% del totale; negli anni '80 quella cifra salì al 14%; verso la fine degli anni '90 quella cifra salì al 19%; oggi, mentre la classe media sparisce, quell'1% guadagna il 23,5% dei guadagni totali.

Questo tanto per darti un'idea del tipo di persona che è Bernie. Uno che dice cose che nessun altro politico osa dire e che lo fa non usando argomenti vaghi e ideologici, ma fatti concreti e verificabili.

Ieri, a Madison, Wisconsin, davanti a 10.000 persone, Bernie ha fatto notare quanto sia aberrante che la ricchezza di una sola famiglia, quella dei Walton, proprietari del gruppo Walmart, sia superiore a quella dei 130 milioni di americani più poveri (circa 204 miliardi di dollari). “Questo livello grottesco di disuguaglianza, ha proseguito, è immorale, fa parte di un'economia sbagliata, non è sostenibile e non è ciò di cui gli Stati Uniti dovrebbero essere fatti.”

Ma, si sa, la parola sacra negli Stati Uniti è community. È normale parlare di voto dei bianchi, di voto degli afroamericani, di voto ebreo, di voto latino e di tutta una serie di altri voti. E oggi il grosso problema di Bernie è il voto afroamericano, poiché presso quella community il vecchio senatore è pressoché sconosciuto.

Cosa succederà nei prossimi mesi? Difficile dirlo. Quello che è certo è che, giorno dopo giorno e settimana dopo settimana, l'impensabile incomincia a sembrare meno impossibile.

Altro problema fondamentale: i soldi. Tre anni fa i repubblicani hanno speso quasi 992 milioni di dollari per la campagna presidenziale di Mitt Romney, i Democratici quasi 986 per quella di Barack Obama. Ovviamente Bernie non arriverà mai a queste cifre, semplicemente perché chi le dà ai due partiti maggiori è proprio quel gruppetto di ricchissimi contro i quali lui fa campagna. Lo strano è però che lui ha già raccolto più di 8 milioni di dollari, ovvero più di qualunque candidato repubblicano nello stesso periodo quattro anni fa, e che questi soldi sono arrivati in grande maggioranza via internet da donatori individuali che hanno versato in media 45$. E questa è già di per sé un'anomalia, il sintomo di una vera grassroots campaign, una campagna con un'autentica quanto inattesa base popolare. Per i pessimisti tutto questo si sgonfierà come un palloncino bucato appena la Clinton e i suoi miliardi entreranno in gioco; per gli ultra-ottimisti Bernie ha davvero la possibilità di essere eletto Presidente.

Comunque vadano a finire le cose, qualcosa sta succedendo negli USA, qualcosa che merita attenzione e informazione. Il che per il momento non sembra preoccupare molto la stampa nostrana.

mercoledì 24 giugno 2015

Perché gli atei ammazzano i bambini

Francisco "Kiko" José Gómez Arguëllo

“Un lungo discorso, articolato, pieno di riferimenti teologici e filosofici. Ma per buona parte dei media italiani su internet l’intervento di Kiko Arguello, star neocatecumenale che ha appassionato il Family Day sabato 20 giugno, si può riassumere in poche e grevi parole: “Ha detto che il femminicidio è colpa delle donne che lasciano i mariti”.
Di sito in sito, inclusi alcune testate importanti come il sito della Stampa e l’Huffington Post, la notizia sta facendo il giro del web. In realtà, il pittore spagnolo ha sostenuto davanti una piazza San Giovanni piena di gente, che senza la fede l’uomo non ha un ruolo nella vita e finisce per trovarlo solo nell’amore della se lei lo lascia [sic], sente negata la sua stessa esistenza.”

Questo è quanto scriveva ieri sul Giornale tale Giuseppe Marino, le cui parole sembrano scritte apposta per confermare le teorie del fisico statunitense Hugh Everett III che nel 1957 fu il primo a parlare di universi paralleli.
Non si vede infatti come un qualsiasi essere multicellulare vivente in quell'anonimo angolo della Via Lattea che noi chiamiamo Sistema Solare, su quel pianetino azzurrognolo che noi chiamiamo Terra, possa non rendersi conto del disgusto che hanno potuto provocare le parole che il pittore spagnolo Francisco “Kiko” José  Gómez Argüello Wirtz ha pronunciato dal palco del Family day sabato scorso.
Dirò subito che ho esitato a pubblicare questo post. Ho esitato perché Argüello è uno dei fondatori del movimento neocatecumenale, del quale fanno parte anche alcuni membri della mia famiglia, che assolutamente niente mi spinge ad irritare. Però è proprio perché questi membri della mia famiglia li conosco bene e li reputo persone intelligenti, ancorché con idee profondamente diverse dalle mie, e non credo che mi rifiuteranno comunque un piatto di culurgiones nella mia prossima visita in Sardegna, che ho deciso di scrivere, dopo aver esaminato attentamente il video di 13 minuti e 10 secondi pubblicato dall'Huffington Post. Quel video l'ho guardato e l'ho riguardato, incredulo. Poi l'ho ritrascritto, parola per parola, il che non è stato facile. Argüello è spagnolo e, anche se parla bene italiano, fa un certo numero di errori nella nostra lingua. Ho incominciato col cercare di eliminare quegli errori, ma ho presto capito che era inutile. L'enormità delle frasi non veniva tanto da una loro comprensibile approssimazione lessicale, quanto da una vertiginosa incapacità dell'oratore a dare un senso a ciò che diceva e da quello che mi è sembrato un suo voler passare da slogan a slogan senza alcuna costruzione, né alcuna logica. L'impressione forte, rileggendo il testo dell'intervento, è che tutto non sia che il frutto di un eccessivo consumo di vino dei Colli Romani, o di qualche altra sostanza stupefacente.
Nota metodologica: ho corretto qua e là qualche parola spagnola che era sfuggita, come è normale, a un oratore che parlava in una lingua non sua, ma ho lasciato molte costruzioni di frasi di origine chiaramente spagnola; ho barrato così alcune parole presenti nel discorso, ma che erano chiaramente dei semplici lapsus (ancorché divertenti); ho aggiunto qualche nota a fondo pagina. Ecco il testo.

“Mi sorprende quando ho sentito parlare di femminicidio e anche vogliono che queste violenze contro le donne — in Spagna ci sono ogni anno 60 donne uccise, in Italia non lo so, eccetera — pensano che questa ideologia del gender1 va a attutire, va a diminuire [incomprensibile] perché pensano che questa dualità maschio/femmina è in contrasto, è quasi in odio, in odio/amore eccetera... Noi dobbiamo dire che questo non è vero. Secondo noi la radice sta nell'antropologia della rivelazione2. Voi sapete che San Paolo dice “charitas Christi urget nos3”, l'amore di Cristo ci urge, ci spinge dentro al pensiero, ché se Cristo è morto per tutti, tutti gli uomini sono morti4. Tutti.
Che cosa strana, tutti morti... E si domanda San Paolo: “E perché sono morti? E perché Cristo è morto?” È morto per tutti perché tutti gli uomini abbiano accesso gratuito, gratis, alla vita  immortale. 
Allora tutti sono morti. Allora dice: “L'amore di Cristo ci spinge dentro a questo pensiero, che tutti gli uomini hanno accesso gratuitamente alla vita eterna, alla vita immortale, alla vittoria sulla morte.”

Però attenzione adesso: dice “ma perchè è morto?” E lui fa una risposta sorprendente. Dice “è morto perché l'uomo non viva più per se stesso, ma viva per colui che è morto e resuscitato per loro. (Seconda Epistola ai Corinzi).”
Allora secondo l'antropologia di San Paolo tutti gli uomini siamo come condannati a vivere tutto per noi. Ma che cosa cattiva, in tutto vivere, cercare... cercare che cosa? La nostra felicità? Tutti viviamo per noi stessi. Perché questo è così grave? Che vuole dire San Paolo? Perchè è così grave, grave che Cristo ha dovuto morire? Per darsi a noi, per sollevarci da questa condizione.
E noi questo lo spieghiamo nel peccato originale. Noi diciamo che quando Adamo ed Eva, che sono stati creati da Dio — “maschio e femmina li creò”, dice la Genesi — cosa che l'idea di gender vuole seminare nei figli l'idea di ateismo, perché non accetta questa definizione della Bibbia, questi della ONU che han pensato tutto questo sono atei e vogliono una società totalmente laica, aconfessionale, eccetera5. E seminano nei bambini queste cose, va bene, dobbiamo sopportare. Noi, grazie a Dio, sappiamo che la famiglia cristiana è vincitrice6. Se abbiamo famiglie cristiane autentiche che sanno passare la fede ai figli abbiamo vinto. Non potrà né lo Stato... nessuno potrà contro di noi7. [applausi]
Per questo sostenere la famiglia, eccetera, bene.
Allora, dice la Genesi che Eva stava sotto l'albero, come sapete, della scienza del bene e del male, e il demonio, sotto l'apparenza di un serpente — anche perché nel paradiso c'era una comunione con tutti gli animali... non che avesse ripugnanza, niente... — sotto l'apparenza di un animale, e questo seduttore, questo che abbiamo cantato nell'Apocalisse, il seduttore del mondo intero, molto, molto intelligente perché è un angelo, era l'angelo più bello, luz... luce bella, Luzbel8, nel paradiso. E Gesù Cristo quando parla del demonio lo chiama “il mentitore dal principio”, assassino dal principio. Non accettò [di] non essere Dio e si dannò. Bene, questo è un mistero, un miracolo, un mistero, diciamo così capire questo. Però se bisogna che noi capiamo alcune pennellature — io sono un pittore e parlo con piccole pennellate e una delle pennellate più importanti è la parola libertà. Una delle cose che più gloria dà a Dio è il peccato, è che l'uomo sia così grande, così l'ha fatto Dio, grande, grande, grande, che si può ribellare contro Dio e uccidere Dio e farsi lui Dio. Perché il demonio dice a Eva (attenzione a questo), le dice prima una menzogna: “Come è possibile che voi non potete mangiare da nessun albero del paradiso?” Non è vero, no. Però perché ha detto questa menzogna? Per lasciare nel subconscio di Eva che se hanno una proibizione non sono liberi. Eva gli risponde: “Non è vero. Possiamo mangiare da tutti gli alberi. Soltanto da questo che sta qui al centro ci ha detto Dio: non mangiare perché ne morirai.” Il demonio dice una seconda menzogna: “Non è vero che morirai, è che Dio sa molto bene che il giorno che tu mangi sarai come lui, sarai come Dio, perché adesso conosci il bene, fai l'esperienza del male e da te, dalla tua propria esperienza sarai come Dio perché tu deciderai il bene e il male.”
Questo, di essere come Dio, Eva l'ha affascinata. Dice San Paolo che il demonio, prendendo occasione dalla legge, ci ha sedotto e ci ha ucciso. Essere come Dio, decidere da te, libera, non hai bisogno... Il demonio fa capire che Dio è un geloso, è un mostro, e se Dio è un mostro Dio non c'è. È geloso e non vuole che mangiamo da questo albero perché non vuole che l'uomo sia come Dio.
Questo è molto profondo. Allora Eva, affascinata da questo essere lei Dio, mangiò e diede da mangiare a suo marito. Sapete cosa dice la Genesi? Che Dio vedendo Maria Eva e Abramo Adamo, dice: “Ecco che l'uomo è diventato come uno di noi.”
Effettivamente l'uomo è diventato come Dio, perché l'uomo adesso è Dio di se stesso: quanta gente si alza al mattino domani e fanno quello che gli pare? Prendono la macchina, fanno colazione, vanno al lavoro e dirigono loro la loro vita, sono Dio di se stessi. Tutti. Pensano che sia meglio per essere felici. Tutti vivono per se stessi. È quello che dice San Paolo, vivono per se stessi. Tutto.
Però attenzione: le conseguenze di questo atto, dice un filosofo, un teologo che si chiama Kierkegaard, provoca la morte, la morte dell'essere dentro all'uomo. Perché la parola essere, essere persona, quando nell'uomo muore l'essere persona, la parola persona, in greco la radice è la stessa che la parola personaggio9, di un'opera di teatro, e attenzione a questo: in un'opera di teatro il regista dice a uno: “tu sarai — ecco l'essere — tu sarai, in quest'opera di teatro, un principe.” E [lui] deve essere un principe. E a una ragazza dice: “tu sarai principessa.” A un altro dice: “tu sarai un soldato.” Cioè, ecco la radice della parola persona personaggio. E noi, se il demonio dice che non c'è nessun regista, perché non c'è Dio, ci ha convinto che se esistesse un Dio sarebbe un dio geloso, che ci vuole castrare con la legge. Allora chi dà a me l'essere persona, l'essere? Chi me lo fa se Dio non c'è?
Noi sappiamo che Dio ci ha dato l'essere in quanto che tu esisti per me come figlio mio. Io ti amo. Ma il demonio dice che questo è una menzogna, non è vero. Pensate oggi quante nazioni, milioni e milioni di uomini sono atei. Non credono che esista un Dio, né che esista un Dio creatore, né niente. Allora il mio essere persona viene morto, perché le radici che mi fanno essere persona sono tagliate10. Allora, a me, chi mi ha creato? Non lo so. E perché sono stato creato? Non lo so. E qual'è il mio ruolo? In un'opera di teatro una ha il ruolo di principessa, un altro di soldato, ma io, chi mi ha creato? Chi sono? Che cosa devo fare nella vita? Eccetera.
La morte oncologica11, morte dell'essere... 
E attenzione adesso: questa del femminicidio. Oggi stesso parla la donna di quello che l'anno scorso ha ucciso due bambine bellissime. È stato cercato da tutta la polizia svizzera e si sapeva che le aveva rapite. Non l'hanno trovato e sappiamo che si è ucciso. Adesso in Spagna c'è un macello, un uomo che ha ucciso cinque bambini. Si chiama [incomprensibile] e sta in carcere, eccetera. Tanti casi di questo tipo, donne uccise.
Ma vi dico una cosa: dicono che questa violenza del gender è a causa della dualità tra maschio e femmina. Bene, noi diciamo “non è così”. Questo uomo ha ucciso i bambini per un'altra ragione: perché se questo uomo è un laico, un secolarizzato, ateo, che ha lasciato di praticare e non va a Messa, il suo essere persona chi glielo dà12? L'amore della moglie. La moglie gli dice come in un'opera di teatro, “tu sei mio marito. Lo sei, io ti faccio, ti dò l'essere mio marito.” E lui... questo amore... questo essere amato dalla moglie...
Ma se la moglie lo abbandona e va con un'altra donna, questo uomo può fare una scoperta inimmaginabile: di colpo quella moglie gli ha tolto l'essere, non lo ama più, e [lui] sperimenta il non essere amato. Questo si chiama l'inferno, perché Dio è amore. Il primo moto che sente dentro... sente un amore che è tanto profondo, tanto profondo, che il primo moto è ucciderla13. E il secondo moto è, siccome il dolore che sente è quasi mistico, perché è siderale, è orroroso... non essere amato [lo] ha piombato in un buco nero eterno, allora pensa: “Come posso far capire a mia moglie il danno che mi ha fatto, la sofferenza che ho? Che questo è orribile, orribile, orribile. Lo so: uccidere i bambini14.” E va e uccide i bambini. 
Perché l'inferno esiste. Dio è amore. Ora siccome loro non sono cristiani, nessuno gli spiega l'antropologia cristiana, l'ha detto in fondo Shakespeare: “To be or not to be”, essere o non essere, “that is the question15”, ecco il problema vero: chi dà a noi di essere, essere amati, non possiamo vivere se non siamo amati. Siamo in una famiglia, vogliamo essere amati dai genitori; dopo, dagli amici della scuola, dopo da una fidanzata, dopo da una moglie. Non possiamo vivere senza essere amati.

Il video si interrompe qui.
Che dire? Che spero veramente che Argüello fosse ubriaco, sennò ci sarebbe da prenderlo a sberle per la sua approssimazione, il suo disprezzo, la sua ignoranza e il suo bieco maschilismo troglodita.
Se proprio vuoi vederti anche il video lo trovi qui. 
 
1 Naturalmente l'ideologia del gender non esiste. Negli Stati Uniti si parla di gender studies, definiti come studi consacrati alle identità e differenze tra i generi. Questi sono naturalmente in primis, il maschile e il femminile, ma per molti l'omosessule, il bisessuale e il transgender vanno considerati anche loro come generi a parte. 
 
2 Immagino che l'espressione derivi dalla cosiddetta teoantropologia di Karl Barth, secondo il quale l'uomo è determinato ontologicamente dal fatto che Dio è diventato uomo.

3 Seconda epistola  ai Corinzi, 5,14.

4 Ammetto che mi sfugge qualcosa nella logica di questa frase.

5 Forse un riferimento all'Articolo Secondo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che di ce che ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, ecc. In cosa poi l'ateismo neghi che al mondo esistono degli uomini e delle donne resta per un grande mistero.

6 Vincitrice su chi?

7 Ah, sullo Stato.

8 Vedi Isaia 14, 12 nella versione spagnola. Nella versione italiana della CEI Luzbel è semplicemente Lucifero

9 La parola persona viene dal latino persona, parola a sua volta derivata dall'etrusco phersu, maschera. La parola personaggio deriva dal francese personnage, che deriva a sua volta da persona.

10 Quindi o uno è credente, o è morto.

11 Ho riascoltato più volte, dicendomi che forse diceva ontologica, ma no, dice proprio oncologica.

12 Ovvero: se ha ucciso i bambini è perché era ateo. Non fa una piega. Infatti i credenti non uccidono.

13 E beh, certo: tutti gli atei che si fanno lasciare dalla moglie pensano per prima cosa a ucciderla. Sennò che atei sono?

14 Idem. 

15 Questa è la più grottesca interpretazione shakespeariana che mi sia mai capitato di leggere.

domenica 21 giugno 2015

Chi indottrina chi?

Una famiglia

Che qualche centinaio di migliaia di persone scenda in piazza per difendere ciò in cui crede non è cosa di per sé strana, nemmeno nel caso in cui quella “cosa” è la famiglia “tradizionale”. Ciò che fa specie però è che dietro questa pretesa difesa di qualcosa si palesa, anche con toni virulenti e oltranzisti, la ferma volontà di impedire ad altri di vivere secondo le loro credenze. Il tutto è poi vigliaccamente nascosto dietro una patina religiosa, come se il fatto di passare la vita a recitare mantra tipo “Credo in un solo Dio, Padre Onnipotente”, o “Padre nostro che sei nei cieli” implicasse automaticamente per chi quei mantra non li recita una specie di inferiorità mentale, etica, filosofica e magari pure genetica.
Alla base di tutto questo c'è ovviamente un rifiuto totale e assoluto non tanto dell'omosessualità, quanto della sua pratica. Anche i più idioti tra i fanatici religiosi non ignorano l'esistenza di pulsioni omosessuali, ma ai loro occhi queste sono opera del demonio, sono tare, malattie dalle quali il già citato Padre Onnipotente avrebbe la forza di liberarci. In altri termini, se sei diverso da me è che sei malato.
Ma c'è di peggio. Basta andare a guardare un po' di siti tradizionalisti, come quello di LaManif pour tous Italia, di Provita, ma anche della Radio Vaticana o di Avvenire per constatare che il grande spauracchio dei difensori della cosiddetta famiglia tradizionale è l'indottrinamento gender. Dico spauracchio semplicemente perché, contrariamente a quanto sostenuto da questi siti, non esiste una “teoria del gender”. Spiace che l'espressione sia stata usata anche da Papa Bergoglio durante un'udienza generale in piazza San Pietro il 14 aprile scorso:
“io mi domando se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa.”
Mi permetto di correggerla, Santità: ciò che lei incautamente definisce teoria del gender è un'invenzione fuoruscita dalla fertile ancorché infausta fantasia di alcuni dei suoi fedeli e non ha alcuna base scientifica. È aria fritta.
Detto questo, la cosa più grottesca è che si possa parlare di indottrinamento gender basando le proprie convinzioni... su un indottrinamento! La pratica di una religione cos'è se non il frutto di un indottrinamento? E cos'è il Catechismo della Chiesa Cattolica, riformato durante il papato di Giovanni Paolo II da una commissione presieduta dal Cardinale Ratzinger, se non la base di un indottrinamento?
Ovviamente la dottrina non è cosa riservata alla Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Dottrina significa semplicemente insegnamento o apprendimento di nozioni relative al sapere in genere o a una determinata disciplina (Treccani). Ma allora perché l'idea di indottrinamento, che fa parte della pratica corrente di ogni religione, diventa improvvisamente malefica se è applicata a chi la pensa in maniera diversa? Che lo diventi quando quell'indottrinamento spinge all'odio, alla negazione dei diritti altrui, alla guerra ideologica, o all'omicidio, siamo d'accordo. Ma dove sono rintracciabili queste aberrazioni nel desiderio di due persone innamorate di vivere insieme, di vedere riconosciuta legalmente la loro unione ed eventualmente di adottare ed elevare dei figli?
I figli, altro grosso problema, altro grosso spauracchio. Qualcuno può farmi vedere uno studio scientifico articolato che sostenga che i figli allevati da coppie omosessuali sono più infelici, più violenti, più sradicati, o anche semplicemente più omosessuali (!) di quelli allevati da famiglie “tradizionali”? Uh uh! C'è qualcuno?
Io ho 64 anni. Parole come finocchio, culattone, pederasta, checca, o invertito erano di uso comune mezzo secolo fa. Sono nato e cresciuto in quella cultura lì, che considerava gli omosessuali come devianti e perversi, una cultura che faceva poca differenza tra un omosessuale e un pedofilo. Ma che sia stata Madre Natura o che sia stato il Padre Onnipotente, qualcuno mi ha messo dentro il cranio un po' di materia grigia, quella che serve per pensare. Così, pensando, mi sono accordo che anche lo schiavismo è stato “tradizionale” nel passato, così come lo sono stati la totale sottomissione della donna all'uomo, il delitto d'onore, la pena di morte, l'uso della guerra come metodo di soluzione di ogni conflitto internazionale e tutta una lunga serie di altri comportamenti che ci appaiono oggi come barbari. Non è che perché una cosa è tradizionale sia buona. Ci sono pessime tradizioni. Per me la religione è una di queste, eppure non mi verrebbe mai in mente di negare ai fedeli di una qualsiasi religione il diritto di esercitare i loro diritti, di recitare i loro mantra e di sposarsi con chi vogliono, almeno finché lo fanno senza infrangere i miei. Qualcuno può spiegarmi in cosa verrebbe intaccato il diritto di sposarsi in chiesa e di vivere secondo i dettami della dottrina cristiana se esistesse il diritto di matrimonio per le coppie omosessuali?
Mi viene quasi vergogna a scrivere cose così ovvie e banali.

sabato 20 giugno 2015

Vietato parlare di razzismo

La bandiera confederata sventola nella Carolina del Sud

La cosa più raccapricciante nelle conseguenze del gesto terrorista di Dylann Storm Roof, il ventunenne terrorista che ha ucciso nove persone di colore nella Chiesa Metodista Episcopale Africana di Charleston, Carolina del Sud, sono i commenti di vari politici del Partito Repubblicano. Per molti l'importante sembra essere di negare la connotazione razzista del massacro, nonostante lo stesso Roof abbia chiaramente detto, mentre ammazzava nove persone, “stuprate le nostre donne e vi state impadronendo del nostro paese, dovete andarvene!”; nonostante lo stesso Roof si fosse fatto fotografare con una giacca di pelle sulla quale aveva cucito una bandiera della Rhodesia e una del Sudafrica dell'apartheid; nonostante lo stesso Roof abbia affermato, dopo il suo arresto, di aver voluto “dare il via a una guerra civile”; nonostante il suo compagno di stanza, Dalton Tyler, abbia spiegato che Roof era un fanatico segregazionista.
Jeb Bush, candidato Repubblicano alla presidenza, noché figlio di George 1 e fratello di George 2, ha detto: 'Non so cosa ci fosse nella testa o nel cuore dell'uomo che ha commesso questi crimini atroci.” Non lo sa.
Il governatore della Louisiana Bobby Jindal ha sostenuto che bisognerà aspettare le conclusioni dell'inchiesta per sapere se il gesto di Roof abbia un rapporto col razzismo, mentre è vergognoso che il Presidente Obama abbia approfittato della situazione per dire che bisognerebbe limitare il possesso di armi.
Il candidato repubblicano Lindsey Graham ha dichiarato: “Il problema non è chi siamo noi o cosa sia il nostro paese, il problema è che questo ragazzo ha un sacco di problemi”', lasciando poi intendere che le vittime erano morte non perchè erano persone di colore, ma perché erano cristiani.
Rick Santorum, candidato tre anni fa, ha sostenuto che il massacro “fa parte di un assalto generale contro la libertà di religione”.
Per Rand Paul, altro candidato Repubblicano, la colpa del massacro è di “chi non capisce da dove venga la salvezza”.
Fox News pubblicava giovedì sul suo sito un articolo intitolato Suspect in deadly Charleston shooting apparently introverted with few friends (Il sospetto nella sparatoria mortale di Charleston era apparentemente un introverso con pochi amici). Nell'articolo la parola razzista appare una sola volta, nella frase alcuni amici non sapevano che fosse razzista.
La smetto qui, anche se la lista potrebbe essere ancora lunga.
Ancora una cosa però: ilmassacro si è svolto nella Carolina del Sud, la cui capitale è Columbia. Lì c'è la Statehouse, nella quale si trovano l'ufficio del governatore e del vice-governatore, la sede del governo e dell'assemblea dello Stato, nonché quella della sua Corte Suprema. Di fronte alla Statehouse sventola la bandiera sudista, ovvero quella usata dagli Stati del Sud che combatterono quelli del Nord, in particolare per difendere il loro diritto di possedere degli schiavi. Per ricordare cosa rappresenti quella bandiera è bene citare un brano del discorso che Alexander Stephens, vice-presidente della Confederazione, tenne all'Atheneum di Savannah, Georgia, il 21 marzo 1861:
Il nostro nuovo governo è fondato sull'idea opposta; le sue basi sono fissate, le sue mura riposano sulla grande verità che i negri non sono uguali ai bianchi; che la sottomissione degli schiavi a una razza superiore è la loro condizione normale e naturale. Il nostro governo è il primo nella storia del mondo a basarsi su questa grande verità fisica, filosofica e morale.
Attento a non vomitare sul computer, che poi pulirlo è un casino.
Quella bandiera continua a sventolare e per il governatore dello Stato, Nikki Haley, non c'è nessun problema:
“Quello che posso dirvi è che negli ultimi tre anni e mezzo ho passato molte giornate al telefono con dei dirigenti per creare lavoro nel nostro Stato e posso dire onestamente che non ho avuto nessuna conversazione con nessun dirigente a proposito della bandiera confederale.
Ooops... te l'avevo detto. Adesso pulisci.
Ma oggi è il 20 giugno. Ed è l'anniversario del giorno in cui, 48 anni fa, il pugile Muhammad Ali rifiutò la coscrizione. Rifiutò di andare a combattere in Vietnam. E questo è ciò che disse:
Perché dovrebbero chiedermi di portare un'uniforme e di andarmene a 10.000 miglia da casa mia per lanciare bombe e pallottole sulla gente dalla pelle marrone del Vietnam quando dei cosidetti negri a Louisville1sono trattati come cani e sono privati dei loro semplici diritti umani? No, non me ne andrò a 10.000 miglia da casa per aiutare a uccidere e bruciare un'altro povero paese solo per perpetrare la dominazione dei bianchi padroni di schiavi sulla gente con la pelle scura. Oggi è il giorno in cui queste malvagità devono finire. Mi hanno avvertito che prendere questa posizione mi costerà milioni di dollari. Ma l'ho già detto e lo dico ancora. I veri nemici del mio popolo sono qui. Se pensassi che la guerra potrebbe portare la libertà e l'uguaglianza ai 22 milioni del mio popolo, non avrebbero bisogno di arruolarmi, mi porterei volontario domani. Non ho niente da perdere restando fedele a ciò in cui credo. Andrò in prigione, e allora? Siamo in prigione da 400 anni.
A proposito di prigioni: secondo varie fonti, la percentuale di afro-americani nelle prigioni statunitensi sarebbe di 5 a 6 volte a quella dei bianchi.

1Città del Kentucky dove Martin Luther King era stato accolto a sassate e sputi dalla comunità bianca un mese prima