domenica 24 febbraio 2013

Approssimazioni




Titolo dell'Huffington Post italiano: Elezioni 2013: il NYTimes si interroga sul ritorno di Silvio Berlusconi La Mummia, “L'opera della politica italiana è fonte di eterna sorpresa”.
L'articolo incomincia così: “La mummia è tornata ed è ancora peggio che in passato".
Clicco sul link e vado a leggermi l'articolo del New York Times. Scopro allora che il giornalista, Franck Bruni, non dice affatto “La mummia è tornata”. Quel che dice è: “Il ritorno della mummia è stato il titolo di prima pagina di un importante giornale francese che si riferiva a un film del 2001 e insinuava, forse, che i numerosi interventi cosmetici di Berlusconi avessero incluso l'imbalsamazione. Un importante giornale tedesco si lamentava del Ritorno del non morto (The return of the Undead)”.
Effettivamente nel dicembre scorso, quando Berlusconi annunciò il suo ritorno, Libération pubblicò il titolo cubitale Il ritorno della mummia.

Mi direte che sono dettagli e che comunque qualcuno quel titolo l'ha scritto. Sì, qualcuno, ma non il New York Times.
Perché questo tipo di approssimazione? Ovviamente il NYT è molto più prestigioso di Libération e una sua citazione ci colpisce più di quanto non lo faccia una del quotidiano francese, dà più peso a ciò che leggiamo, lo densifica, perché ci appare subito come una presa di posizione del più importante organo di stampa americano, da sempre legato all'ala più riformista del Partito Democratico.
Mi chiedo allora se l'informazione data dall'Huffington Post possa definirsi falsa, e credo proprio di sì. Falsa come le frequentissime virgolettature negli articoli di Repubblica (partner dell'edizione italiana dell'Huffington Post) firmati Francesco Bei, giornalista che ormai non leggo più. Virgolettature tipo “chiuso nel suo studio di Arcore con i più fedeli collaboratori, Berlusconi ha detto “......”. Ma come fa Bei a sapere, parola per parola, cos'ha detto qualcuno dentro uno studio di Arcore? Ci aveva messo un microfono?
Queste false citazioni non le sopporto proprio. Le vedo non solo come insopportabili approssimazioni, ma come vere e proprie menzogne, e mi arrabbio ancora di più se sono d'accordo sul fondo generale dell'articolo.
Non credo nell'esistenza di una verità assoluta che il singolo giornalista potrebbe offrirmi ogni mattina; ma credo che uno sforzo rigoroso verso la ricerca di quella verità dovrebbero essere alla base del lavoro giornalistico. Altrimenti perché non limitarsi a leggere gli editoriali di Sallusti deducendo semplicemente che la verità è vicina al contrario di quanto si legge?
Scrivere di politica ci fa inevitabilmente cadere in errori, che si tratti della pagina di un blog come questo o di un articolo su un quotidiano prestigioso. Questa consapevolezza mi spinge sempre, nella misura delle mie modeste possibilità, a verificare le eventuali informazioni che do. Eppure errori ne ho fatti e ne farò. Spesso, non riuscendo ad andare in fondo a una verifica, non scrivo. E comunque non mi verrebbe mai in mente di virgolettare frasi che non ho sentito con le mie orecchie, o di citare qualcun altro senza dare la fonte dell'informazione.
Non per questo mi prendo per un giornalista, ovviamente. Ma mi chiedo: se quel piccolo sforzo lo faccio io, semplice blogger, che non ho nessuna credibilità professionale da difendere, perché tanti giornalisti non lo fanno? E perché i loro redattori accettano di pubblicare notizie tanto spudoratamente tendenziose e inverificabili?
No, lo so che la risposta è ovvia. Era solo un modo di dire...
Però mi arrabbio lo stesso.


venerdì 22 febbraio 2013

Ho voglia!


Ormai ci siamo. Per fortuna domenica sarò via. Ma lunedì mattina non avrò scuse. Dovrò andare a votare.
Inutile negarlo: faccio parte dell'orrido gruppo degli indecisi. Sì, lo so, non dovrei dirlo, dovrei nascondermi sotto il letto, fare finta di niente, mettere a palla Lucy in the sky with diamonds nello stereo e aspettare che il brutto momento passi. Ma, come diceva Dante, o Andrea, quello del bar, non so più bene..., 'un ce la fo.
Noooo! Ecco che mi torna in mente l'altro Fo, quello con la F maiuscola, quello del Nobel, quello che è salito sul palco di quello là, come si chiama?, Grillesconi o Berlulillo?, il Messia che promette tutto perché lui ha capito tutto.
Ma se penso agli altri non sto meglio. C'è l'emiliano, che però ahimé non ha niente di Zapata; c'è il cattolico divorziato che ci fa quasi rimpiangere la DC; c'è l'ex-professore diventato senatore che poi si è perso nei meandri del politichese più ordinario; c'è il sonnolento palermitano tornato dal Guatemala nella vana speranza di rendersi indispensabile; c'è il barese con l'orecchino che, ci scommetto, non potrebbe poi far altro che trasformarsi in novello Bertinotti e mandare tutti a casa; c'è il tastierista di Varese che vuole fare il moderno alla testa di una masnada di trogloditi; c'è il lessicocreativo del Molise che è credibile come la Fata Turchina; e naturalmente c'è Lui, di cui non vale nemmeno la pena parlare, per non sporcarsi la bocca.
Sì lo so, ce ne sono anche altri. La biondazza e il barbuto sono i primi due che mi vengono in mente, ma la lista sarebbe lunga.
Datemi qualcuno da votareee! Non voglio uno o una che voterei per non votare qualcun altro, voglio qualcuno da votare per davvero, cacchio!
Soru, perché non ci sei? Mi sento solo!
Voglio ringiovanire! Voglio ritrovarmi indietro di quarant'anni, quando leggevo Kropotkin e Buckminster Fuller ascoltando i Soft Machine!
Voglio qualcuno che mi faccia sognare, anche solo per un momento, anche solo per sbaglio, anche se poi mi fregherà. Non importa se poi mi fregherà, ma un attimo di speranza qualcuno me lo può dare? Per piacere... Ne ho bisogno.
Non so per chi votare e se guardo la televisione non capisco mai quali sono i programmi di varietà e quali le trasmissione politiche; se leggo i giornali non riesco a fare la differenza tra le pagine di cronaca e quelle di politica; se ascolto la radio non sento nient'altro che comici tristi e giornalisti-rane che si prendono per buoi.
Voglio un Pertini. Possibile che non ce ne siano più? Voglio uno che rompa davvero le scatole a chi me le rompe quotidianamente. Non voglio uno specialista in alleanze, patti, garbugli e inciuci. Voglio uno con il quale me la sentirei di passare una serata a farmi spiegare delle cose.
Non voglio un santo, non voglio un predicatore, non voglio uno che mi parla solo di mercati e di PIL, non voglio uno bravo a farsi votare, voglio uno che mi dia voglia di votarlo. Non voglio essere un indeciso!
Ho voglia. Ho tanta voglia. Ma proprio tanta. Guarda, non è neanche voglia di cambiamento in sé. È voglia di dignità. Voglia di dirmi che quello lì che una volta alla settimana si siede per presiedere una riunione a palazzo Chigi è uno bravo, uno che fa quello che fa perché ci crede, e lo fa bene, senza farmi vergognare di lui. Non importa se la pensiamo in modo divesrso. Non importa nemmeno tanto se quello che fa non mi convince.Basta che lo faccia bene e con dignità.
Monti, perché sei salito in politica? Non hai capito che stavi riuscendo a cambiare qualcosa? No, non l'hai capito, perché non hai capito la cosa più importante: che la crisi, prima di essere economica è cul-tu-ra-le. Lo so che non avevi una maggioranza e che ti ritrovavi sempre nell'obbligo di dare una botta al cerchio e una alla botte. Ma come hai fatto a non capire che la cosa più importante non era quella? Come hai fatto a farti filmare col cagnolino? Ma lo sai che ero pronto a essere contento di averti come Presidente della Repubblica? E invece no, eccoti lì, con gli altri, impantanato, con la stessa melma sotto le scarpe.
Forse lunedì mattina andrò a Montalcino a comprarmi un po' di Brunello. O magari a Roma a vedere la mostra dei Brueghel. Oppure mi metterò il DVD con tutta la prima stagione di Bones.
No, lo so che non lo farò. So già che finirò con l'andare in quella triste aula di scuola vicino a casa per mettere una crocetta su un simbolo colorato. Ma non so quale. E mi viene da piangere.

martedì 12 febbraio 2013

Di un altro Benedetto

Bendetto IX
Il papa va in pensione. E sulla stampa si segnalano precedenti, tra i quali il più conosciuto è ovviamente quello di Celestino V, che si dimise il 13 novembre 1294 con una bolla che diceva:
“Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe, al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale”.
Il riferimento alla malignità della plebe è ovviamente una chicca.
Gli altri papi dimissionari sono stati Clemente I (le cui dimissioni paiono però storicamente dubbie), Ponziano, senza numero, che finì esule in Sardegna, Benedetto IX, Silverio, anche lui senza numero, e Gregorio XII.
Il caso più divertente fu senza dubbio quello di Benedetto IX, che fu papa... tre volte: dal 1033 al 1045, per qualche mese ancora nel 1045 e infine dal 1047 al 1048.
Secondo alcuni fu fatto papa la prima volta a undici o dodici anni, secondo altri a ventuno. Era comunque uno precoce, oppure molto raccomandato. Il 13 gennaio 1045 fu cacciato da Roma e sostituito da Silvestro III. Poi però Benedetto, che aveva continuato a pretendersi papa, scomunicò Silvestro, lo fece cacciare e tornò a Roma in marzo. A questo punto Silvestro, al secolo Giovanni de' Crescenzi Ottaviani, se ne andò e si vide pure condannato come antipapa.
Benedetto era lì tranquillo, più papa che mai, ma gli venne voglia di sposarsi con la figlia di Gerardo di Galeria, figlio di Rinerio, Conte di Sabina, che era uno di quelli che avevano complottato per mettere Silvestro al suo posto. Senza esitare, diede le sue dimissioni. Siccome però non era stupido, prima di andarsene vendette il suo titolo di papa al suo padrino, Giovanni de' Graziani, per la modica somma di 650 chili d'oro. Così Giovanni diventò Gregorio VI.
Senonché venne fuori che Gerardo di Galeria aveva promesso sua figlia a Benedetto solo per sbarazzersene (di Benedetto, non della figlia; oppure di tutti e due, non si sa). E all'ex nonché futuro Benedetto IX girarono talmente i santissimissimi (quelli del papa sono così) che si mise a voler riprendere il papato. Il che, ovviamente, suscitò tutto un ambaradan che andò avanti per vari mesi, talmente che a un certo punto c'erano a Roma ben tre papi: Gregorio VI, Benedetto IX e Silvestro III. Lo so, le cose cominciano ad essere un po' complicate, ma non preoccuparti, questo post non è molto lungo.
Enrico III, Sacro Romano Imperatore che, come tutti sappiamo, era figlio di Corrado II e di Gisella di Svezia, davanti a tutto questo popò di casino, disse “'un se ne po' più” (lo disse in tedesco, ma il senso era quello). Partì per Roma e decise di nominare papa tale Sutigero, vescovo di Bamberga, in Baviera, che diventò così Clemente II il giorno di Natale del 1046. Lo stesso giorno Clemente incoronò Enrico imperatore in pompa magna, attribuendogli anche il diritto di continuare a scegliere il papa in futuro.
Senonché, Clemente morì nell'ottobre 1047, pare avvelenato da Benedetto, che immediatamente rioccupò il palazzo del Laterano dicendo a tutti che il papa era lui, anche se era già stato cacciato via una volta e aveva dato le dimissioni un'altra.
A questo punto c'erano: 1) un papa in funzione per la terza volta, Benedetto IX; 2) un papa morto, Clemente II; 3) un papa cacciato, Gregorio VI; 4) un altro papa cacciato, Silvestro III. La situazione si faceva confusa.
Finalmente nel 1048 Benedetto fu definitivamente preso a pedate nel suo augusto deretano da Bonifacio Conte di Toscana su ordine del solito Enrico III. Per la cronaca, è così che tale Poppone di Bressanone, che già era stato nominato papa un anno prima da Enrico, ma che non aveva potuto esercitare il suo pontificato per via di Benedetto, potè finalmente usufruire del corrispondente medievale della papamobile col nome di Damaso II. Che, ne converremo tutti, è un bel nome. 
E dopo questo brillante momento di storia papale vado a farmi un buon caffé.

sabato 9 febbraio 2013

Diciannove anni dopo


1994:
Silvio Berlusconi diventa presidente del consiglio per la prima volta.
Il presidente degli Stati Uniti è Bill Clinton.
Il presidente russo è Boris Eltsin.
Il presidente irakeno è Saddam Hussein.
Il premier inglese è John Major .
Il presidente francese è François Mitterrand.
Il presidente sudafricano è Nelson Mandela.
Il segretario generale delle Nazioni Unite è Koffi Annan.
Il presidente della Commissione Europea è Jacques Delors.
Il presidente italiano è Oscar Luigi Scalfaro.
Sarajevo è assediata dai serbi.
Il festival di Sanremo è vinto da Aleardo Baldi con Passerà. 
Il grido di Munch viene rubato a Oslo.
Le Olimpiadi invernali si svolgono a Lillehammer.
Michael Schumacher è campione del mondo di Formula 1 per la prima volta.
Ayrton Senna muore in un incidente.
In Ruanda inizia il genocidio dei Tutsi.
Miguel Indurain vince il Tour de France.
Evgenji Berzin vince il Giro d'Italia. 
Il giudizio universale di Michelangelo è nuovamente visibile dopo un lungo restauro.
Kurt Cobain si suicida.
Marcello Mastroianni interpreta La vera vita di Antonio H.
Giulio Andreotti è indagato per collusione con la mafia.
O.J. Simson è arrestato.
Andrés Escobar è ucciso a Medellin.
Il Brasile batte l'Italia nella finale della coppa del mondo di calcio.
George Foreman è campione mondiale dei pesi massimi.
Gian Luigi Rondi è presidente della Biennale di Venezia.
L'Austria, la Svezia e la Finlandia entrano nell'Unione Europea.
Umberto Eco pubblica L'isola del giorno prima. 
Le prime truppe russe entrano in Cecenia.
Pier Luigi Bersani viene eletto al parlamento europeo.
Mia Martini incide Hotel Supramonte.
Tommy Lee Jones riceve il Golden Globe per Il fuggitivo.
Esce la prima versione di Netscape.
Bettino Craxi scappa in Tunisia.
La DC diventa Partito Popolare Italiano.
Massimo Troisi interpreta Il postino, poi muore.
La Apple abbandona il sistema PowerPC.
Jean-Louis Barrault muore.
Francesco Rutelli è sindaco di Roma.
Claudia Schiffer è la top-model più pagata del mondo.
Indro Montanelli lascia Il Giornale.
Andrew Miles dimostra l'ultimo teorema di Fermat.
I componenti della banda della Uno bianca vengono identificati.
Frank Sinatra dà il suo ultimo concerto. 
Schindler's list vince l'Oscar come migliore film.

2013:
Diciannove anni dopo, Silvio Berlusconi è sempre lì a raccontare barzellette e noi siamo sempre qui a chiederci come sia possibile.
Che ci sia sfuggito qualcosa?

mercoledì 6 febbraio 2013

Dell'estero

L'estero

Ho sempre detestato la parola “estero”. Me la ricordo come una litania nella mia infanzia e adolescenza: “all'estero non è così”, “si sta meglio all'estero”, “all'estero lo sanno”. Come se noi italiani fossimo sempre stati un angolo di ignoranza e sottosviluppo in un mondo ben più colto, intelligente, raffinato e “moderno” (altra parola che detesto).
Questa mattina è un articolo sulla prima pagina di Repubblica che mi ha irritato. L'articolo incomincia così:
“Non è vero che il mondo è piccolo, non sempre. Non per i gay. Negli stessi giorni, nello stesso mondo, accadono cose opposte e lontanissime. E stanno accadendo tutte insieme. Tranne che in Italia, dove pure è in corso una campagna elettorale dove di tanto si parla, e si sparla, meno che di diritti civili, messi ai margini del dibattito per evitare, specie a sinistra, crepe nelle coalizioni”.
Ma è proprio vero che nel mondo stanno “accadendo tutte insieme” cose tanto meravigliose?
Ho cliccato world gay rights, mi si è aperta una pagina Wikipedia intitolata LGTB rights by country or territory, e ho fatto qualche conto.
La pagina prende in considerazione 239 paesi o territori, intendendo per territori posti come l'Isola di Ascensione (britannica), le Samoa Americane (statunitensi) , o Saint-Pierre e Miquelon (francese), che, pur dipendendo da un paese lontano dispongono di una serie di leggi puramente locali.
Ora, su questi 239 paesi o territori, ce ne sono 80 nei quali ogni forma di omosessualità è semplicemente illegale e 189 che non accordano alcun diritto alle coppie omosessuali.
Limitandoci all'Europa, su 52 paesi o territori (come l'Isola di Man, la Groenlandia, o Gibilterra), mentre solo Cipro Nord considera illegale l'omosessualità maschile (non la femminile), 32 non accordano alcun diritto alle coppie omosessuali.
Quindi, visto che su 239 paesi o territori del mondo solo 50 riconoscono dei diritti alle coppie omosessuali, mi spieghi dove stiano “accadendo tutte insieme” quel popò di cose di cui il giornalista di Repubblica ci parla?
La realtà, ahimé (e sottolineo ahimé) è ben diversa: In Uganda si parla di pena di morte per gli omosessuali; in Russia è appena stata passata una legge ancora più restrittiva delle precedenti; nel Sudan, in Mauritania, in Nigeria, in Somalia, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, nello Yemen e in Iran la pena di morte è tuttora in vigore.
Non mi fraintendere: questo post non parla di omosessualità. Parla di quell'insopportabile provincialismo che tanto spesso ci porta a pensare che “all'estero” si stia meglio che da noi.
Quel provincialismo altro non è che una forma d'infantilismo, quel modo di pensare del bambino piccolo che vede sé stesso da una parte e il resto del mondo dall'altra, come due cose diverse, anzi come le sole due cose che esistano al mondo. È quel vittimismo così prettamente italiano che ci spinge a credere che altrove si stia meglio e che è una delle due facce di quella medaglia la cui altra faccia è il vizio francese o statunitense di pensare che altrove si stia peggio.
Fino a quando non accetteremo di essere unum inter pares, di avere altrettanti pregi e difetti di qualsiasi altro popolo del mondo, e magari di avere più pregi di qualche altro popolo e di averne meno di qualche altro, continueremo a starcene qui a piagnucolare sulla nostra sorte come bambini capricciosi e viziati, incapaci di diventare adulti. Ed è così che continueremo a permettere l'eterna clonazione di una classe politica che continuerà a far appello ai nostri istinti più che ai nostri ragionamenti, trattandoci per quel che siamo: degli irriducibili provinciali incapaci di guardare al di là del nostro ombelico senza lasciarci sopraffare da sentimenti d'inferiorità.

sabato 2 febbraio 2013

La fabbrica del consenso

Noam Chomsky

Noam Chomsky n'on è soltanto il padre della grammatica generativo-trasformazionale (una robina di cui troverete notizie qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Trasformazionalismo), né unicamente un illustre professore emeritus di linguistica all'MIT di Harvard con una sfilza di lauree honoris causa tale da ridicolizzare il numero di coppe e trofei vinti da Andrea Pirlo. Noam Chomsky è anche una figura di riferimento per quella sinistra americana che non si riconosce né in uno dei due grandi partiti ufficiali, né in una qualsiasi forma di comunismo. Lui stesso si definisce anarco-sindacalista, rivendicando una sua discendenza dall'illuminismo e dal socialismo libertario.
Un uomo a parte, insomma, fin da quando, negli anni '60, fu tra i primi ad opporsi alla guerra in Vietnam.
Nell'ambito dei suoi studi linguistici, Chomsky ha elaborato una specie di decalogo della “fabbrica del consenso”, ovvero dei metodi di controllo di ciò che una volta si chiamava genericamente “il sistema”, inteso come una specie di santa alleanza tra potere politico e potere finanziario.
Le “10 strategie di manipolazione attraverso i mass-media” sono facili da trovare su internet, in particolare su vari blog, ma in caso vi fossero sfuggite, eccole qui:


1-La strategia della distrazione
L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche attraverso la tecnica del diluvio o dell'inondazione di continue distrazioni e di informazioni insignificanti.
La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionandola in temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza alcun tempo di riflessione”.

2- Creare problemi, poi offrire le soluzioni
Questo metodo è anche chiamato “problema-reazione-soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, e questo è il passo principale da far accettare. Ad esempio: si lascia dilagare o intensificare la violenza urbana, o si organizzano attacchi sanguinosi, con lo scopo che poi sia il pubblico a richiedere leggi sulla sicurezza, nonché politiche che vanno a detrimento della libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti civili e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3- La strategia della gradualità
Per far accettare una misura inaccettabile basta applicarla gradualmente, col contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantiscano redditi dignitosi, cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicate d'un colpo solo. 

4- La strategia del differire
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, sul momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Primo, perché lo sforzo non è immediato. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e per accettarla con rassegnazione quando arriva il momento. 

5- Rivolgersi alla gente come a un bambino
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa parole, argomenti, persone e intonazioni infantili, spesso vicini alla debolezza, come se lo spettatore fosse un bambino piccolo o un deficiente mentale. Più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se ti rivolgi a una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, per via della suggestione, lei stessa tenderà, con una certa probabilità, ad una risposta o reazione altrettanto priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” 

6- Usare l’aspetto emotivo più della riflessione
Sfruttare l'emozione è una tecnica classica per circuitare l'analisi razionale e, in ultima analisi, il senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per seminare o trapiantare idee, desideri, paure, ansie e compulsioni, o indurre comportamenti. 

7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità
Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.
“La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che il baratro d’ignoranza pianificato tra le classi inferiori e le superiori sia e rimanga incolmabile dalle classi inferiori."


8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente verso la mediocrità
Spingere il pubblico a credere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti... 

9- Rafforzare l'autocolpevolezza
Lasciare che l'individuo biasimi se stesso per le sue sfortune, per i fallimenti della sua intelligenza, delle sue capacità, o dei suoi sforzi. In questo modo, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si autosvaluta e si colpevolizza, il che crea in lui uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione dell'azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscono
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Negli ultimi cinsuant'anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle elites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha beneficiato di una conoscenza sofisticata dell'essere umano, sia nel campo fisico che in quello psicologico. Ciò significa che, nella maggior parte dei casi, il controllo e il potere esercitati dal sistema sugli individui sono maggiori di quelli che gli individui esercitano su sé stessi.

Non male, no? Leggendo e magari rileggendo ognuna delle dieci strategie vengono in mente tante di quelle cose...

domenica 20 gennaio 2013

Un peso sullo stomaco



Una breve ricerca su internet mi ha permesso di sapere cosa facevo la sera di domenica 5 ottobre 1958.
Avevo otto anni. La televisione in casa nostra era arrivata da poco. Qualche settimana, al massimo qualche mese. Me lo ricordo perché prima andavamo a casa dei vicini quando c'era qualcosa di speciale come il festival di Sanremo.
Naturalmente a quei tempi c'era un solo canale, in bianco e nero. Le trasmissioni cominciavano nel pomeriggio, con La TV dei ragazzi. A me piaceva guardare Rin Tin Tin, oppure Zorro, Ivanhoe (con Roger Moore), Chissà chi lo sa (presentato da Febo Conti), ma anche Zurlì, mago del giovedì, con Cino Tortorella. Oggi mi chiedo perché nessuno si chiami più Febo, o Cino, o magari Cinico, come il mitico direttore dell'orchestra del festival di Sanremo, Cinico Angelini, collega di Gorni Kramer. Ma passiamo...
La sera di domenica 5 ottobre 1958, alle 9 meno 10, ho di sicuro guardato Carosello. Ecco il link verso la storica sigla: http://www.youtube.com/watch?v=jK9_lc1bGVk.
Alla fine di Carosello, essendo abbastanza grande da ignorare il famoso invito di Topo Gigio (...E dopo Carosello, tutti a nanna), me ne sono rimasto lì, con mia madre, a guardare il programma delle 9: Alfred Hitchcock racconta.
Era una serie di brevi telefilm di 26 minuti presentati dal “maestro del brivido”, un signore grassottello con un po' di gozzo doppiato da Carlo (detto Carletto) Romano, famoso doppiatore che dava la sua voce anche a Jerry Lewis e al sergente Garcia di Zorro, nonché a Louis de Funès, Ernest Borgnine, Peter Ustinov, Eli Wallach, Rod Steiger e Fernandel.
Quella sera il telefilm era intitolato Un peso sullo stomaco. L'ho trovato su internet, anche se in versione originale non sottotitolata. Se volessi guardarlo anche se non capisci l'inglese, l'intrigo è molto semplice.La storia si svolge in Malesia. Un tale arriva a casa di un amico e lo trova a letto. L'amico gli dice che ha un serpente velenoso sulla pancia, sotto le lenzuola. Il tipo prima non ci crede, poi sì. I rapporti tra i due sembrano tesi, senza che si sappia bene cosa ci sia dietro. Il tale finisce col chiamare un dottore che inietta all'amico un siero anti-veleno. Il siero però può funzionare o no, non si sa. Il dottore decide allora di tramortire il serpente travasando sotto il lenzuolo una buona dosa di etere. Dopo un quarto d'ora d'attesa, con grande cautela, i due sollevano il lenzuolo. Il serpente non c'è. Il dottore se ne va. Restano i due personaggi principali. La fine la capirai anche senza capire l'inglese...
Quella sera, davanti alla televisione, non immaginavo che per mesi, forse per anni, sarei stato turbato da quella visione. 
Se preferisci guardarti il telefilm senza sapere cosa avrei fatto per anni al momento di andare a letto, clicca sul link prima di leggere il resto: http://www.youtube.com/watch?v=J7oZ2LY2-GU.


Se invece preferisci sapere tutto subito, allora confesso che per mesi, se non anni, ogni sera, prima di mettermi sotto le coperte, mi sono accertato, stramaledicendo il “maestro del brivido”, che non ci fosse niente sotto il cuscino...  
Rivisto stamattina, in questa piovosa domenica di gennaio, per la prima volta da allora (!), il telefilm mi è sembrato molto bello, con quei lunghi piani-sequenza, quegli inquietanti primi piani e quel modo al contempo semplice e magistralmente perverso di far salire la tensione.

P.S. Appena un'ora dopo aver pubblicato questo post sono riuscito a ritrovare un altro telefilm che mi aveva terribilmente impressionato la sera del 14 aprile 1962. Faceva parte della serie Ai confini della realtà (The twilight zone). E questo è in italiano. Va forse ricordato che questo secondo telefilm è stato diffuso in piena guerra fredda, appena sei mesi prima della crisi dei missili di Cuba. Si intitola Tempo di leggere e lo troverete qui: 
http://www.youtube.com/watch?v=9YgkfRRL6c8 

martedì 15 gennaio 2013

Vuoto cosmico

 Pare incredibili che gli uomini politici italiani non abbiano ancora capito niente. Eppure è così.
Da settimane ormai Berlusconi fa quotidianamente i titoli principali di giornali e televisioni. Spara controverità, approssimazioni e contraddizioni alla velocità della luce, ma questo non importa. È lui che fa l'attualità, è di lui che si parla sempre e comunque, è nei suoi confronti che tutti sono obbligati a posizionarsi.
Si ha un bel dire che non ci si deve comportare così e che farlo significherebbe scendere al suo livello; lui intanto sale nei sondaggi e gli altri non si muovono, o scendono.
Combattere un rinoceronte con un acchiappamosche, magari spiegando che non sarebbe bello fare rumore, sarebbe assurdo. Eppure è esattamente quello che stanno facendo i leader storici della sinistra.
Se la loro credibilità fosse alta, se la gente guardasse a loro come persone veramente serie che si trovano ad aver a che fare con un buffone, chissà?, magari la tattica potrebbe anche funzionare. Ma visto che la percezione del livello di tutta la classe politica, o casta, che dir si voglia, da parte della stragrande maggioranza dei cittadini è vicino allo zero, questo è un suicidio. 
Ciò che manca tragicamente alla sinistra è la consapevolezza della propria debolezza. Credono davvero, questi signori, di essere ascoltati con serietà dal popolo italiano? Non sono davvero sufficienti i mille sondaggi che abbiamo visto negli anni sulla basilare mancanza di fiducia della gente nei loro confronti? È mai possibile che in poche settimane un vecchio ciarlatano riesca a recuperare sette, otto, nove punti percentuali senza che nessuno sia in grado di fermarlo? E quali sono le credenziali di gente così lontana dalla comprensione di come funziona oggi (oggi, non cinquant'anni fa!) una campagna elettorale?
Da una parte, un buffone; dall'altra, dei dinosauri. Ma che scelta ci si prospetta?
Qui non si tratta più di esaminare due programmi opposti, né si tratterà di questo quando sarà in corso la campagna ufficiale. Quando tutta una classe dirigente è squalificata, la gente vota (se vota) chiudendosi il naso. Oppure finisce per votare per piccoli candidati più o meno alterantivi che non potranno che complicare ancora di più l'inevitabile gioco di alleanze e spartizioni di poltrone dopo le elezioni.
Non c'è argomento politico che tenga di fronte a una campagna bassamente pavloviana come quella di Berlusconi. Lui, che sa bene di non avere niente di credibile da dire, non cerca di convincere nessuno. Non ne ha bisogno. Ciò che fa è essere lì, in prima pagina, tutti i giorni, imponendo agli avversari una tabella di marcia che loro sono totalmente incapaci di assumere.
Berlusconi non fa appello alla ragione, ma agli istinti. Naturalmente possiamo continuare a scandalizzarcene, a dire che il suo è un comportamento indegno, ad offuscarci della sua gigioneria, del suo maschilismo e del suo negare oggi ciò che aveva detto ieri. Ma visto che da vent'anni ormai sappiamo che è così che vince, non sarebbe ora di svegliarsi?
Il problema è che l'unico modo per svegliarsi sarebbe di avere qualcosa di concreto da dire ogni giorno, ma questo qualcosa di concreto la sinistra non ce l'ha. Ahinoi.

venerdì 4 gennaio 2013

Foto oscene

Gustav Klimt - Danae

È andata così: sfogliavo i siti dei quotidiani su internet e sono arrivato alla pagina dell'edizione americana dell'Huffington Post. Ho letto un paio di articoli, poi ho notato la foto di una donna obesa e praticamente nuda sotto il titolo "PHOTOS: Nudes Like You've Never Seen Before (NSFW)", nel quale l'acronimo NSFW sta per Not Suited For Work, ovvero indica, su internet, un contenuto che potrebbe valere un licenziamento a chi lo consultasse sul posto di lavoro. Ho cliccato sul titolo, me ne è apparso un altro: “Yossi Loloi Photographs Obese Women In The Nude, Challenges Traditional Notions Of Beauty”, ovvero “Yossi Loloi fotografa donne obese nude, sfida la nozione tradizionale di bellezza”. Lo so, una cosa così come titolo è un po' strana, ma visto che lo scopo di questo post non è di spiegare a chi non ha familiarità con i titoli dei giornali americani che laggiù i titoli sono diversi dai nostri, rendiamo pure omaggio ad Amatore Sciesa e tiremm innanz.
Il breve articolo inizia facendo riferimento a Lucian Freud e Peter Paul Rubens, il che già mi provoca un netto sollevamento sopraccigliare (e non solo perché Pieter Rubens è diventato Peter). Passata la prima frase, c'è la foto di una giovane donna in mutandine che, come me lo fa capire il seguito dell'articolo, pesa almeno 190 kili. Ma ecco come prosegue l'articolo:
“Il progetto di Loloi, intitolato Full Beauty, si basa su fotografie di donne di almeno 190 chili. Con un profondo rispetto per i suoi soggetti e uno sguardo di sfida alla cultura pop e alla storia dell'arte, Loloi mostra quanto la storia del nudo femminile sia limitata. Mentre è raro vedere donne formose nella pubblicità, nello spettacolo, o perfino nell'arte contemporanea, le donne obese non vengono praticamente mai prese in considerazione in questi campi nonostante l'aumento del numero delle americane sovrappeso.
Facendoci vedere donne che pesano fino a 270 chili, Loloi offre una dolcezza e una bellezza a un tipo di corpo spesso ignorato. Sul suo sito web Loloi scrive: “Credo che abbiamo una 'libertà di gusto' e che non dovremmo essere riluttanti nell'esprimere l'importanza che le accordiamo. Limitare questa libertà significa vivere in una dittatura dell'estetica.”
Trovate le foto di Loloi scioccanti o confortanti? Segnalateci la vostra opinione.”

Non so bene come si scriva il suono di una pernacchia, ma se si scrive prut, allora ho propria voglia di scrivere pruuuuuuutprutttttttttttpruuuutpruuuttprutttpruuutprut!
Senonché, toltami la voglia di scrivere questa cosa fondamentale, mi resta dell'amaro in bocca. Ma vogliamo smetterla, soprattutto nel mondo dell'arte, di dire che tutto è, o almeno può essere uguale a tutto? Non è vero! Un'opera di Leonardo da Vinci e una serie di strisce bianche e nere non sono uguali, anche se le strisce sono firmate Daniel Buren. E una donna di 60, 80 o 100 chili non è uguale a una di 190 o di 270 chili. Perché? Perché l'obesità è una malattia e queste donne (ma lo stesso vale ovviamente per gli uomini) hanno diritto di essere curate. Secondo il dizionario Treccani, l'obesità è un'”abnorme aumento del peso corporeo, per eccessiva formazione di adipe nell’organismo”, e questo che si tratti di obesità complicata, primitiva, secondaria, androide o ginoide.
Le donne del reportage di Loloi non sono belle, sono ma-la-te e se c'è qualcosa di bello nei loro sguardi e nelle loro espressioni, qualcosa di toccante, questo qualcosa c'è malgrado la patologia ed è comunque questo qualcosa che può essere bello, non la patologia che, trasformata in spettacolo, diventa oscena. Le donne fotografate da Loloi sono malate almeno quanto lo sono le anoressiche adolescenti messe altrettanto oscenamente in mostra da numerosi rotocalchi femminili. Far credere a qualcuno che si ritrova a vivere dentro uno di quei corpi che il suo corpo è bello è una cosa immonda. Ripeto: non parlo di persone di 90, né di 120 o 140 chili, parlo di giovani donne sopra i 190, o magari sotto i 35.
Cosa vuol dire questa mia indignazione? Che penso che obese e anoressiche dovrebbero nascondersi, o che dovrebbero essere messe in prigione? No di certo. Ma l'abbietto sfruttamento del male altrui, del dolore altrui, è sempre e comunque cosa ignobile, e lo diventa ancora di più quando le si cercano giustificazioni pseudo-intellettuali.
Sul sito personale del fotografo appare così un articoletto di tale Gian Paolo Barbieri, fotografo di moda italiano, che non esita a citare una bellissima poesia di Walt Whitman, Canto il corpo elettrico:
“capelli, seni, anche, pieghe dei ginocchi, braccia disinvolte, sono onde diffuse”. Senonché per arrivare al suo scopo Barbieri non esita a modificare le parole del poeta che, tradotte correttamente, sono “capelli, petti, fianchi, curva delle gambe, negligenti mani che cadono in completo abbandono” (trad. Enzo Giachino). Più in là Whitman continua: “Come vedo l'anima mia riflessa nella Natura, / come vedo attraverso una bruma un Essere d'inesprimibile compiutezza, sanità, bellezza, / vedo il capo ricurvo, le braccia incrociate sul petto, vedo la Donna”. Ripeto: inesprimile compiutezza, sanità, bellezza.
Sarà che Whitman è un poeta che amo profondamente da più di quarant'anni e che quindi mi irrita particolarmente vederlo usato e abusato in perfetta malafede, ma tutta questa storia mi puzza di sfruttamento, oltre che di stupidità. Sfruttamento, una volta ancora, della donna e del suo corpo, già insopportabilmente usato da pubblicità e cinema; stupidità di gente che non esita a usare e abusare di argomenti pseudo-colti per giustificare le proprie trovate a scopo commerciale.
L'oscenità dell'uso di corpi malati non è diversa da quella dell'uso di corpi afflitti da altre sofferenze, fame, guerra, dolore, sfruttamento. Certo i reporter di guerra, per esempio, ben sanno quanto sia sottile la linea che separa una foto di denuncia da una priva di rispetto per il soggetto fotografato. Ma quel dilemma, nella trappola del quale alcuni cadono talvolta, non è autogenerato dal fotografo, è insito nella situazione fotografata. Ben diversa è la posizione di chi una situazione se l'inventa, freddamente, cercandosi poi giustificazioni a posteriori.
Nel lavoro di Loloi non vedo traccia di una qualsiasi “libertà di gusto”, come pretende il fotografo, ma piuttosto di una visione malata e totalmente priva di rispetto e compassione. Le foto di Loloi trasformano le donne obese in fenomeni da baraccone. Basta pensare allo sguardo completamente diverso che Diane Arbus aveva verso altri esseri umani, anche loro spesso afflitti da indicibili sofferenze, per capire quanto questo lavoro sia intriso di cinismo e di spregiudicato affarismo. Per questo non ho voluto pubblicare qui anche una sola di quelle immagini, preferendo un quadro di Klimt.
Detto questo, mi viene da chiedermi se ho fatto bene ad accordare qualche minuto a un fotografo che più che l'indignazione merita il silenzio.

lunedì 31 dicembre 2012

Mi sono letto l'Agenda Monti

Mi sono letto l'Agenda Monti. Per curiosità. Perché i giornali ne parlano, o ne hanno parlato molto, ma senza entrare nei dettagli.
Prima sorpresa: ho avuto l'impressione di capire quel che c'era scritto. Non sarà granché, ma è già qualcosa.
Tra le cose che ho capito, o, se vogliamo restare più modesti, che mi è sembrato di capire, c'è il fatto che “il Professore”, sforzandosi di rendere le sue parole comprensibili, abbia voluto dare prova di un certo rispetto verso i cittadini, fatto di per sé degno di nota nel panorama politico italiano.
Ho capito anche che una buona parte del testo si applica a non affrontare solo problemi economico-finanziari, ma anche culturali. Non parlo di cultura nel senso di patrimonio culturale, né di creazione artistica (assente dall'agenda), ma di cultura politica, ovvero di quella cosa che forse fa più danni a livello nazionale.
Ho trovato un linguaggio pacato e concreto, privo di anatemi e isterie, che non sempre diceva cose alle quali mi sento di aderire, ma che almeno le diceva su un tono che lasciava spazio alla discussione e alla contraddizione. Un linguaggio soprattutto privo di arroganza e libero dal vizio, tipico dei politici italiani, di proclamare pseudo-verità con la delicatezza di un fucile d'assalto in vendita in un'armeria del Kentucky.
Sono “montiano”? No, non lo sono. Ma proprio questo è il punto: il testo di Monti è interessante (che l'abbia scritto lui o Ichino, o qualcun altro, poco importa) perché non sembra essere alla ricerca di un'adesione ideologica, ma di un'eventuale adesione a un programma.
Io vivo in un comune di 13.000 anime in totale dissesto economico. Dieci anni di gestione PD hanno creato debiti per una decina di milioni di euro. Alle ultime elezioni è ancora il PD che ha vinto, dopo aver “scomunicato” un certo numero di membri che avevano dato vita a una lista alternativa (per la quale ho votato). Poco prima delle elezioni, al bar, ho sentito dei pensionati che dicevano: “Io voto per il Partito perché ho sempre votato per il Partito”. E infatti il Partito, quello stesso che ha creato il dissesto che ora pagheremo per anni, ha ancora la maggioranza.Perché molti di quelli che avevano sempre votato per il Partito lo hanno votato un'altra volta.
In questi giorni Bersani, candidato di quello stesso Partito, che continuo a scrivere con la P maiuscola come lo faccio con la Madonna (non solo quella che canta, anche l'altra), insiste perché Monti “faccia chiarezza” e “si posizioni”. Ovvero, di fronte a un programma scritto, quel che manca a Bersani è sapere se Monti “si posiziona” a destra o a sinistra. Ma non può leggersi l'Agenda? Il fatto che Monti si schieri con l'una o l'altra parte è davvero una pregiudiziale indispensabile? E indispensabile a che cosa? Alla possibilità di un'eventuale alleanza post-elettorale con una o l'altra delle due parti che, avendoci governato negli ultimi 70 anni, ci hanno portato al disastro attuale? Questa concezione della politica mi pare a dir poco arcaica, controproducente, assolutamente arrogante e distante dalle preoccupazioni dei cittadini almeno quanto Trento lo è da Palermo, o Monteserrat Caballé da Kate Moss.
L'Italia è un paese in crisi, su questo siamo tutti d'accordo, ma di che crisi si stratta? Crisi economica o crisi culturale? Qual è il maggior danno da riparare dopo il lungo periodo berlusconiano, ma anche, se vogliamo guardare un po' più in là, dopo il quarantennio democristiano e il particolarmente infausto quadriennio craxiano? A mio modesto avviso, quel danno è innanzitutto culturale: cultura del potere lontano dal popolo, cultura della casta, cultura di nani e ballerine, cultura della diffidenza verso lo Stato, cultura del qualunquismo, cultura dell'assenza di vere ambizioni collettive, cultura della burocrazia.
Monti, dal quale, insisto, un oceano di convinzioni mi separa, è comunque qualcuno che ha parlato degli evasori fiscali come di gente che ruba nelle tasche degli altri, qualcuno che dimostra di essere al di fuori della casta e di rifiutarne i comportamenti, qualcuno che sembra voler affrontare quei problemi culturali che sono la spina dorsale della distanza della gente dallo Stato. Vogliamo continuare a ripeterci, come una nenia auto-consolatrice, che saranno politici come Bersani e Rosy Bindi ad essere in grado di farci cambiare rotta? Oppure pensiamo davvero che una risposta ai problemi attuali possa portarcela su un vassoio d'argento Beppe Grillo, o che davvero la soluzione sia un Nichi Vendola che non potrà mai essere altro che un partner minoritario?
Ciò che finisce per farmi provare una certa simpatia per Monti è un po' la stessa cosa che aveva finito un paio di mesi fa per farmi provare nonostante tutto una certa simpatia per Renzi: la boria e l'aggessività di quella classe politica imperante e fallimentare che si sente improvvisamente messa in pericolo da un modo di fare diverso.
Ora, io credo che ciò di cui abbiamo più profondamente e urgentemente bisogno sia proprio un modo di fare diverso. Magari poi scopriremo che anche quel modo di fare non riuscirà a riportarci a galla. Ma di fronte alla certezza che il vecchio modo di fare non farà che riprodurre all'infinito moduli comportamentali disastrosi non vale forse la pena di correre qualche rischio?
Vorrei aggiungere un piccolo appunto. Quando, quattro anni e mezzo fa, sono tornato a vivere in Italia dopo 35 anni di Francia, due sono le cose che più mi hanno colpito alla lettura quotidiana dei giornali: l'impressione che per i politici nazionali sia normale sostenere sempre che se uno dice una cosa lo fa perché in realtà ne pensa un'altra e la necessità viscerale di fare di qualsiasi piccola dichiarazione politica, meglio se faziosa, un avvenimento importante e “estremamente grave”. La politica e la stampa italiane sembrano vivere in continua agitazione, nuotando in mari di adrenalina e testosterone, senza nemmeno prendere in considerazione la possibilità di un modo più pacato, ragionevole, rispettoso e magari elegante di vivere insieme. I politici italiani mi sembrano afflitti da un disarmante infantilismo. Sembrano bambini che litigano per le caramelle, straccivendoli che cercano ogni motivo per prendersi a botte, ultras da stadio, con in più un tale livello di autocompiacimento da far ingelosire un imperatore cinese del XIV secolo. Non so se guardandosi allo specchio al mattino mentre si lavano i denti si ripetano venti volte “Ho ragione io! Ho ragione io! Ho ragione io!”, ma quella è senz'altro l'impressione che danno. E il danno è immenso.