venerdì 4 gennaio 2013

Foto oscene

Gustav Klimt - Danae

È andata così: sfogliavo i siti dei quotidiani su internet e sono arrivato alla pagina dell'edizione americana dell'Huffington Post. Ho letto un paio di articoli, poi ho notato la foto di una donna obesa e praticamente nuda sotto il titolo "PHOTOS: Nudes Like You've Never Seen Before (NSFW)", nel quale l'acronimo NSFW sta per Not Suited For Work, ovvero indica, su internet, un contenuto che potrebbe valere un licenziamento a chi lo consultasse sul posto di lavoro. Ho cliccato sul titolo, me ne è apparso un altro: “Yossi Loloi Photographs Obese Women In The Nude, Challenges Traditional Notions Of Beauty”, ovvero “Yossi Loloi fotografa donne obese nude, sfida la nozione tradizionale di bellezza”. Lo so, una cosa così come titolo è un po' strana, ma visto che lo scopo di questo post non è di spiegare a chi non ha familiarità con i titoli dei giornali americani che laggiù i titoli sono diversi dai nostri, rendiamo pure omaggio ad Amatore Sciesa e tiremm innanz.
Il breve articolo inizia facendo riferimento a Lucian Freud e Peter Paul Rubens, il che già mi provoca un netto sollevamento sopraccigliare (e non solo perché Pieter Rubens è diventato Peter). Passata la prima frase, c'è la foto di una giovane donna in mutandine che, come me lo fa capire il seguito dell'articolo, pesa almeno 190 kili. Ma ecco come prosegue l'articolo:
Il progetto di Loloi, intitolato Full Beauty, si basa su fotografie di donne di almeno 190 chili. Con un profondo rispetto per i suoi soggetti e uno sguardo di sfida alla cultura pop e alla storia dell'arte, Loloi mostra quanto la storia del nudo femminile sia limitata. Mentre è raro vedere donne formose nella pubblicità, nello spettacolo, o perfino nell'arte contemporanea, le donne obese non vengono praticamente mai prese in considerazione in questi campi nonostante l'aumento del numero delle americane sovrappeso.
Facendoci vedere donne che pesano fino a 270 chili, Loloi offre una dolcezza e una bellezza a un tipo di corpo spesso ignorato. Sul suo sito web Loloi scrive: “Credo che abbiamo una 'libertà di gusto' e che non dovremmo essere riluttanti nell'esprimere l'importanza che le accordiamo. Limitare questa libertà significa vivere in una dittatura dell'estetica.”
Trovate le foto di Loloi scioccanti o confortanti? Segnalateci la vostra opinione.”

Non so bene come si scriva il suono di una pernacchia, ma se si scrive prut, allora ho propria voglia di scrivere pruuuuuuutprutttttttttttpruuuutpruuuttprutttpruuutprut!
Senonché, toltami la voglia di scrivere questa cosa fondamentale, mi resta dell'amaro in bocca. Ma vogliamo smetterla, soprattutto nel mondo dell'arte, di dire che tutto è, o almeno può essere uguale a tutto? Non è vero! Un'opera di Leonardo da Vinci e una serie di strisce bianche e nere non sono uguali, anche se le strisce sono firmate Daniel Buren. E una donna di 60, 80 o 100 chili non è uguale a una di 190 o di 270 chili. Perché? Perché l'obesità è una malattia e queste donne (ma lo stesso vale ovviamente per gli uomini) hanno diritto di essere curate. Secondo il dizionario Treccani, l'obesità è un'”abnorme aumento del peso corporeo, per eccessiva formazione di adipe nell’organismo”, e questo che si tratti di obesità complicata, primitiva, secondaria, androide o ginoide.
Le donne del reportage di Loloi non sono belle, sono ma-la-te e se c'è qualcosa di bello nei loro sguardi e nelle loro espressioni, qualcosa di toccante, questo qualcosa c'è malgrado la patologia ed è comunque questo qualcosa che può essere bello, non la patologia che, trasformata in spettacolo, diventa oscena. Le donne fotografate da Loloi sono malate almeno quanto lo sono le anoressiche adolescenti messe altrettanto oscenamente in mostra da numerosi rotocalchi femminili. Far credere a qualcuno che si ritrova a vivere dentro uno di quei corpi che il suo corpo è bello è una cosa immonda. Ripeto: non parlo di persone di 90, né di 120 o 140 chili, parlo di giovani donne sopra i 190, o magari sotto i 35.
Cosa vuol dire questa mia indignazione? Che penso che obese e anoressiche dovrebbero nascondersi, o che dovrebbero essere messe in prigione? No di certo. Ma l'abbietto sfruttamento del male altrui, del dolore altrui, è sempre e comunque cosa ignobile, e lo diventa ancora di più quando le si cercano giustificazioni pseudo-intellettuali.
Sul sito personale del fotografo appare così un articoletto di tale Gian Paolo Barbieri, fotografo di moda italiano, che non esita a citare una bellissima poesia di Walt Whitman, Canto il corpo elettrico:
capelli, seni, anche, pieghe dei ginocchi, braccia disinvolte, sono onde diffuse”. Senonché per arrivare al suo scopo Barbieri non esita a modificare le parole del poeta che, tradotte correttamente, sono “capelli, petti, fianchi, curva delle gambe, negligenti mani che cadono in completo abbandono” (trad. Enzo Giachino). Più in là Whitman continua: “Come vedo l'anima mia riflessa nella Natura, / come vedo attraverso una bruma un Essere d'inesprimibile compiutezza, sanità, bellezza, / vedo il capo ricurvo, le braccia incrociate sul petto, vedo la Donna”. Ripeto: inesprimile compiutezza, sanità, bellezza.
Sarà che Whitman è un poeta che amo profondamente da più di quarant'anni e che quindi mi irrita particolarmente vederlo usato e abusato in perfetta malafede, ma tutta questa storia mi puzza di sfruttamento, oltre che di stupidità. Sfruttamento, una volta ancora, della donna e del suo corpo, già insopportabilmente usato da pubblicità e cinema; stupidità di gente che non esita a usare e abusare di argomenti pseudo-colti per giustificare le proprie trovate a scopo commerciale.
L'oscenità dell'uso di corpi malati non è diversa da quella dell'uso di corpi afflitti da altre sofferenze, fame, guerra, dolore, sfruttamento. Certo i reporter di guerra, per esempio, ben sanno quanto sia sottile la linea che separa una foto di denuncia da una priva di rispetto per il soggetto fotografato. Ma quel dilemma, nella trappola del quale alcuni cadono talvolta, non è autogenerato dal fotografo, è insito nella situazione fotografata. Ben diversa è la posizione di chi una situazione se l'inventa, freddamente, cercandosi poi giustificazioni a posteriori.
Nel lavoro di Loloi non vedo traccia di una qualsiasi “libertà di gusto”, come pretende il fotografo, ma piuttosto di una visione malata e totalmente priva di rispetto e compassione. Le foto di Loloi trasformano le donne obese in fenomeni da baraccone. Basta pensare allo sguardo completamente diverso che Diane Arbus aveva verso altri esseri umani, anche loro spesso afflitti da indicibili sofferenze, per capire quanto questo lavoro sia intriso di cinismo e di spregiudicato affarismo. Per questo non ho voluto pubblicare qui anche una sola di quelle immagini, preferendo un quadro di Klimt.
Detto questo, mi viene da chiedermi se ho fatto bene ad accordare qualche minuto a un fotografo che più che l'indignazione merita il silenzio.