domenica 10 luglio 2011

Del teatro




Oltre alla cornice d'una sala patrizia e istoriata del castello, oltre a un unico dispositivo che è un tavolo antico, c'è la struggente fissità da cantoria di X e Y che alimentano sequenze in tema di recuperi sociali, mancati congedi, vaniloqui da orizzonti marini. Siede di lato, con imperturbabilità rituale, Z, dando lettura di E. Spettacolo, questo di C, colmo di malie lancinanti, di profondità non dette, di deserti del cuore, dove l'asciuttezza propria del regista s'arricchisce con certi sensi nascosti della cultura di Bergman e di Dreyer”.
Leggo questa critica teatrale (nella quale ho sostituito i nomi con delle iniziali) sul giornale di stamattina. Dico subito che questo spettacolo non l'ho visto e che magari è pure bello. Se ho i miei dubbi è per altre ragioni. Quello che ho sempre più difficoltà a sopportare è tutto quel microcosmo fatto di paroloni che cercano di sembrare intelligenti, di frasi in codice che sono lì solo per fare il pelo e il contropelo agli (auto)addetti ai lavori, di contorsioni cerebrali buttate giù per nascondere il vuoto cosmico.
Leggo questa critica e mi dico:
  1. lo spettacolo di cui qui si parla dev'essere una boiata pazzesca
  2. il critico deve avere avuto grossi problemi con la mamma, mai risolti neppure dai pur volonterosi interventi della zia Natalina
  3. un paio di sberle di Nanni Moretti gli farebbero un gran bene.
E mi chiedo:
  1. ma tutto questo cosa c'entra col teatro?
  2. se questo è teatro e se questo è il modo ormai consueto di parlare di teatro, perché mi ostino a fare teatro?
  3. il teatro lo si fa per il pubblico o per chi vaneggia di vaniloqui da orizzonti marini, di malie lancinanti e di deserti del cuore?
  4. sono io che sono diventato un dinosauro o sono loro che sono usciti da una crepa spazio-temporale?
E allora mi faccio una lista di cose che amo nel teatro, nel mio lavoro, nel mio mestiere:
  1. la voglia di dare allo spettatore qualcosa che lo faccia vivere un po' meglio e che lo faccia sentire un po' meno solo
  2. il silenzio, l'applauso, l'emozione, il sorriso, la lacrima repressa, la risata
  3. il profumo di polvere nei vecchi teatri
  4. la sensualità, l'odore del sudore, la doccia dopo lo spettacolo, il vuoto di memoria, l'improvvisazione
  5. la possibilità di dare forma a quello che molti pensano ma che non sanno come dire
  6. la sensazione dello stare insieme, non tanto con il pubblico quanto con ogni singolo spettatore
  7. la voce che riempie la sala come una nuvola
  8. la necessità (e la possibilità) in scena di essere completamente concentrato e completamente rilassato allo stesso tempo
  9. la sensazione di fare un mestiere artigianale senza sporcarsi le mani come un fabbro, senza imbrattarsi di farina come un panettiere e senza chinarsi sotto il lavandino come un idraulico
  10. l'obbligo morale della più assoluta onestà
  11. l'idea che il teatro serve a lavare i panni sporchi in (grande) famiglia
  12. l'esigenza di rendersi sempre comprensibile da tutti, anche da quelli che non ne avrebbero voglia
  13. il privilegio di farsi ascoltare e la conseguente voglia di dire cose che valgano la pena di essere dette
  14. la felicità nello scoprire che nella vita dello spettatore nella seconda poltrona della quinta fila si è chiarito qualcosa
  15. la gioia di dire bugie utili
  16. l'impressione di poter servire a qualcosa senza servire nessuno
  17. la coscienza di giocare e di guadagnarsi da vivere giocando
  18. la certezza che le cose che dico saranno interpretate in maniere sempre diverse
  19. la stilizzazione di mille incubi che mi permette di liberarmi dagli incubi
  20. l'impressione che per bocca mia sia qualcun altro che parla
  21. l'amore per un testo, per una storia, quando riesco a farli amare da qualcun altro
  22. la liberazione da tutte le pippe mentali che mi è offerta dal fare qualcosa invece che dallo stare lì a pensarci su
  23. l'amicizia del pubblico, la sua condivisione, il suo abbraccio
  24. il fatto di usare il mio corpo come uno strumento di lavoro
Sì, probabilmente sono un dinosauro. Ma ogni volta che ho l'immenso privilegio di ritrovarmi in scena mi dico che sono un dinosauro felice e che quella mia felicità è infettiva. Il teatro che amo è un morbo di felicità. Quello che detesto non è che un'influenza passeggera, però che palle stare a letto con la febbre quando fuori c'è il sole!