martedì 6 maggio 2014

Al di là dalla fotografia convenzionale

L'Autographer
 
No, non ero morto. Se non ho più scritto niente su questo blog dal 23 febbraio scorso è solo perché non avevo niente da dire, o se ce l'avevo non avevo voglia di dirlo. Oppure, più semplicemente, mi sono preso una pausa. Belle cose, le pause. Necessarie. Salutari.
Ma rieccomi. Oggi non ce l'ho proprio fatta a tacere.

Che la stupidità umana non abbia limiti è cosa che solo i più stupidi ignorano. Eppure, nonostante il carattere lapalissiano di questa sconcertante constatazione, la stupidità spinta all'estremo non finirà mai di stupirmi.
Questa mattina è stata la scoperta dell'esistenza di una nuova macchina fotografica, ma ancor più la lettura degli argomenti che incitano al suo acquisto, a farmi cadere la mascella sul pavimento in cotto. L'oggetto della mia rovina mentale (nel senso che la caduta della mascella mi ha rovinato il mento) porta il dolce nome di Autographer. È prodotto dalla casa britannica OMG (Oxford Metric Group), che, presentandosi sulla prima pagina del suo sito ufficiale, ci informa di lavorare per migliorare le (nostre) vite in molti modi diversi, applicando la sua incredibile tecnologia per trovare migliori soluzioni ai problemi del mondo vero (better solutions for real-world problems). Non è chiaro quali soluzioni porti l'Autographer, né quale sia quel mondo vero, ma di certo non è il mio.
Ma che cos'è 'sto Autographer? È una piccola macchina fotografica munita di clip che uno può fissarsi alla cintura, o nel taschino della camicia, o magari su una fascia dello zainetto e che poi fa foto da sola quando vuole lei. Se proprio vuoi saperlo, ha un fuoco fisso (3mm./f3,2) con una lente che offre un angolo di 136°. Scatta foto quadrate in formato jpeg con una profondità di campo praticamente illimitata, visto che va da 30cm. all'infinito. Non ha una scheda estraibile, ma una memoria di 8GB che pare le permetta di registrare nientepopodimeno che 27.000 immagini in 12 ore di uso continuo e ha naturalmente un GPS integrato (e ci mancherebbe altro!). È possibile parametrarla per farle scattare 240, oppure 360 foto all'ora, cioè una foto ogni 15 oppure 10 secondi. Inutile dire che può collegarsi via Bluetooth con un computer o un telefonino "intelligente".
Avrai capito che per il tuo problema c'è ormai una soluzione: se hai bisogno di scattare 27.000 foto in dodici ore devi assolutamente comprarti un'Autographer. La trovi negli Stati Uniti per 400$ e in Gran Bretagna per 400£ (tra 287 e 487€).
Dato per scontato, ci dice l'informazione pubblicitaria, che è divertente catturare e poi rivedere le tracce visive di dove sei stato e di cos'hai fatto (come guidare la macchina, partecipare a un avvenimento familiare,o andare al parco-giochi con i bambini... (Stop! Mi spiegate cosa c'è di scontato nel trovare divertenti cose simili?), e che è cool poter selezionare e condividere porzioni di questa narrativa in corso attraverso i social media, la posta elettronica, ecc... (Ri-stop! Ma è davvero così cool condividere il fatto che tra le 8 e 25 e le 9 e un quarto hai guidato la macchina? Ma stiamo davvero impazzendo?
E siamo sicuri che l'Autographer non sia tanto una macchina fotografica, quanto un'esperienza che ci porta molti passi al di là dalla fotografia convenzionale? Ma che cacchio vuol dire?
Fotografo ergo sum è diventato il motto preferito del cittadino del mondo con quel minimo di reddito che gli permette di comprarsi una macchinetta fotografica da quattro soldi o un telefonino qualsiasi. Non fotografare e non far girare il più possibile le proprie fotografie su internet è come non esistere. La fotografia è diventata l'alfa e l'omega dell'esistenza. Soprattutto se quell'esistenza è vuota come una poesia di Sandro Bondi.
Un mesetto fa ero ad Amsterdam, davanti a quattro meravigliosi piccoli Vermeer che non vedevo da anni (il quinto, La ragazza dall'orecchino di perla, era in mostra a Roma). Avrei voluto guardarmeli con calma, quei Vermeer, gustarmeli, godermeli. Ma non c'è stato verso. Prima, per arrivarci, ho dovuto sgomitare nei fianchi di tre canadesi, cinque israeliani e tre olandesi; poi, quando finalmente stavo guardando La lettera d'amore, sono stato circondato e rapidamente sopraffatto da decina di braccia tese, braccia giapponesi, cinesi, americane, francesi, italiane, ognuna portatrice di uno strumento fotografico che cercava a tutti i costi di fissare un'immagine che sarebbe comunque risultata mille volte peggiore di quella che i proprietari delle braccia in questione avrebbero potuto procurarsi per un euro al negozio del museo, in formato cartolina. Il quadro era sotto vetro naturalmente, ma molti fotografavano col flash! E nessuno, dico NESSUNO di quegli idioti che aveva passato almeno trenta secondi per raggiungere la posizione tanto ambita ne ha poi passati più di dieci a guardare il quadro.
Ma ormai tutto questo fotografare convenzionalmente è naturalmente reso obsoleto dalla possibilità di vivere un'esperienza che ci porta molti passi al di là della fotografia convenzionale. Già, perché una volta scattate le foto, l'Autographer ti offre la possibilità di montarle in sequenza e di rivivere così ciò che hai vissuto. Non ci credi? Guarda la dimostrazione pubblicata dal sito Expert Reviews. Guardala e piangi. O ridi, come vuoi. Guardala qui per 1 minuto e 27 secondi.
Strabiliante, no? Non credo ti fosse capitato spesso di vedere qualcosa di altrettanto idiota. Potresti almeno ringraziarmi.
Ma forse l'Autographer una sua ragione d'essere ce l'ha: forse il suo ruolo è proprio quello di mettere in chiaro la differenza tra fotografia e idiotografia.
Mi piacerebbe credere che non importa se la seconda domina ormai quantitativamente sulla prima. Ma, ahimé, non è così. Perché poi arriva sempre il momento in cui uno vorrebbe guardarsi un Vermeer in pace e non può.