lunedì 23 ottobre 2017

Prima colazione

Non essere impaziente: il significato dell'immagine lo scoprirai leggendo


Tipica prima colazione. Ho il computer aperto e ascolto France Inter, la radio pubblica francese. Mentre addento le mie fette di pane con burro di arachidi e marmellata sorseggiando tè indiano, sfoglio le prime pagine di vari quotidiani italiani e stranieri, leggiucchiandomi qualche mezzo articolo. Poi guardo se qualcuno che non si chiami Amazon o Zalando mi ha scritto, nel qual caso leggo la posta, e infine vado su Facebook. Lì, oltre a trovare cosette varie postate da amici in giro per il mondo — in particolare link verso altri articoli di altri giornali — vedo anche (troppe) pubblicità, (troppe) fesserie e qualche segnalazione più o meno interessante da gruppi e/o compagnie e istituzioni che seguo. Tra queste c'è TED, che organizza conferenze spesso interessanti, ma che certe volte, come stamattina, mi manda a sua volta dei link verso altri articoli.
L'articolo che mi viene segnalato oggi è intitolato Lo strano comitato che in Islanda approva o rifiuta i nomi dei neonati. Non so come reagiresti tu, ma davanti a un titolo del genere io non resisto: leggo.
Scopro così che nell'esotica, ancorché gelida, Islanda i tamarri di servizio non possono chiamare il figlio Elvis o la figlia Deborah con l'h finale. Devono scegliere tra le 1.888 possibilità di nomi maschili e le 1.991 di nomi femminili approvate dal Mannanafnanefnd, il Comitato dei Nomi di Persona, autorità suprema che è lì per assicurarsi che nessun islandese si possa chiamare Elvis o Deborah con l'h finale.
Incuriosito, vado su Google e scrivo icelandic names. Mi si apre allora una pagina un po' generica, nordicnames.de, il cui suffisso de mi indica chiaramente che si tratta di una roba tedesca, anche se per fortuna il sito è in inglese. Sulla sinistra della pagina c'è una lista di bottoni cliccabili che riguardano via via i nomi danesi, faroesi (cioè delle Isole Fær Øer), finlandesi, groenlandesi, islandesi, norvegesi, sami (cioè lapponi) e svedesi. C'è poi un ultimo bottone, Altri nomi nordici, cliccando sul quale scopro altre otto eterogenee possibilità: nomi vichinghi, nomi di neonati nordici, statistiche dei nomi nordici, cognomi nordici, vecchi soprannomi norvegesi, nomi di Astrid Lingren (che è l'autrice di Pippi Calzelunghe), nomi IKEA e infine premi nobel nordici. Turbato dall'aspetto un po' confuso di questa pagina, decido di rimandare a più tardi il probabilmente affascinante studio dei nomi IKEA e torno alla pagina precedente, dove clicco risolutamente sui nomi islandesi. Eccomi su una nuova pagina. Potendo scegliere tra nomi maschili e nomi femminili, scelgo i secondi e da lì vado direttamente alla lettera D. Qual'è il primo nome islandese che mi appare? Debora! Sì, vabbè, senza l'h finale, ma pur sempre Debora!
Ohibò, mi dico, vuoi vedere che Debora è un nome islandese? Clicco su Debora. Anzi, esito un istante perché non c'è solo Debora, c'è anche Debóra. Cosa devo fare? Dò un'occhiata rapida al secondo e scopro che Debóra è solo la forma islandese di Debora. Uff, l'ho scampata bella.
Clicco su Debora. E leggo: forma nordica dell'ebraico דְּבוֹרָה, (Deborah) = ape.
Basito dal fatto che un personaggio biblico abbia portato lo stesso nome del noto semovente a tre ruote della veneranda ditta Piaggio, non resisto alla tentazione di cercare Deborah su Wikipedia. Dopo tutto, mi dico donabbondianamente, Deborah, chi era costei?
Prima di tutto scopro che quel nome, che diventerà Δεββωρα (Debbora) in greco e Debbora in latino, ha lo stesso significato di Melissa, che però viene dal greco μέλισσα (mèlissa), a sua volta derivato da μέλι (mèli), miele, dal quale derivano anche Pamela e Mellito, che però hanno origini molto diverse, visto che Pamela è un nome inventato alla fine del '500 dallo scrittore inglese Philip Sidney a partire dai lemmi greci παν (pan, "tutto") e μελι (meli, "miele") per significare “tutta dolcezza.” Poi vedo che Debora significa “colei che dà miele”, il che è una bella cosa. Vedo anche che ben due personaggi biblici si chiamavano Deborah, una profetessa e una serva di Rebecca, che come tutti sappiamo era la moglie d'Isacco nonché la madre di Giacobbe.
Sconvolto dal fatto che i membri del pur onorabile Mannanafnanefnd possano considerare Debora, o comunque Debóra, come nome tradizionale islandese, decido coraggiosamente di cercare Elvis. E lo trovo! Anche Elvis è considerato islandese, tant'è che fa proprio Elvis al nominativo, all'accusativo e al dativo, mentre diventa Elvisar al genitivo. Echecacchio!
Voglio saperne di più. Scopro che l'etimologia di Elvis è incerta. C'è chi lo fa derivare dall'antico norvegese Alviss, onnisciente, derivato a sua volta dal germanico alla (intero) e dall'antico norvegese viss, saggio; c'è però chi lo fa derivare dall'inglese Elwin, che verrebbe a sua volta da Ælfwine, che deriverebbe o dal protonorvegese albiz (elfo, essere soprannaturale) e dal germanico winiz (amico), oppure dal più recente Æðelwine, dal germanico adal (nobile), unito al già citato winiz.
Piacevolmente sorpreso da queste scoperte che arricchiscono la mia cultura generale di elementi così indispensabili, torno alla lista generale dei nomi islandesi e tanto per curiosità do un'occhiata a quelli che incominciano per A. Fermi tutti! Trovo Akira!
Ma come Akira? Ma Akira non era il nome di Kurosawa? Vuoi vedere che ho sempre confuso il cinema giapponese con quello islandese?
Clicco su Akira e vedo che viene proprio dal giapponese /(akira, luminoso), oppure da (akira, chiaro), che è un po' la stessa cosa, ma non importa. Vedo anche che il venerabile Mannanafnanefnd l'ha accettato come nomle islandese… femminile (!) il 29 novembre del 2013. Incuriosito, vado sul sito del Mannanafnanefnd, dove lo trovo effettivamente, tra Agneta e Alanta, ma senza nessuna spiegazione.
A questo punto sono molto turbato. Perché mai Akira è diventato un nome islandese? Perché è diventato femminile?
Cerco Akira su Wikipedia. Pare che in giapponese sia sia maschile che femminile. Scopro anche che Akira è un cantante, attore e ballerino del gruppo pop Exile, che è il titolo di un manga cyberpunk di Katsuhiro Ōtomo, di un videogioco della Nintendo e di una classe di astronavi in Star Trek. Con rammarico, scopro poi che il nome Akira è adespoto.
E secondo te cosa fa uno quando scopre un nome adespoto? Si precipita sul vocabolario Treccani per vedere cosa cacchio voglia dirte adespoto:

adèspoto (raro adèspota) agg. [dal gr. ἀδέσποτος «senza padrone», comp. di ἀ- priv. e δεσπότης «padrone»], letter. – Propr., senza padrone, e quindi senza nome di autore, anonimo: codice, frammento adespoto
 
A questo punto dalla quantità e dalla qualità delle cose che ho imparato in una sola mattina. La mia prima colazione è finita da un bel po'. Mi sono anche fumato una sigaretta e poi mi sono pure pappato una (succosa) pera. Sono quasi le 9, cioè tardissimo. Sento l'imperioso bisogno di agire. Mò vado a farmi una doccia e a strigliarmi la dentizione, poi andrò a comprarmi il giornale con il quale, come ogni mattina, mi siederò al mio caffè preferito sorseggiando l'espresso preparato da Marilena. Noi pensionati abbiamo vite trepidanti.

sabato 21 ottobre 2017

Kissenefrega e Curtatone e Montanara

Immagine di collisione di due stelle di neutroni


La notizia mi era sfuggita. Forse perché è venuta fuori lunedì scorso, mentre ero in Francia a raccontare la mitologia greca a dei gruppi di studenti delle medie. Tutto preso com'ero a raccontare di Crono che tagliava le palle al babbo Urano e da Paride che voleva fare il furbo dividendo la mela d'oro in tre parti uguali, ai giornali avevo dato solo un'occhiata rapida. Stamattina però qualcuno ha messo la notizia su Facebook ed è così che me la sono letta.
Non che ci fosse fretta, visto che il fatto è successo più o meno 130 milioni di anni fa. Tanto per intenderci, a quei tempi sulla Terra gironzolavano ancora i dinosauri. Erano lì da un po' più di 100 milioni di anni e ci sarebbero restati per altri 65 milioni, fino all'arrivo dell'asteroide che, andando a spetasciarsi dalle parti della penisola dello Yucatan, avrebbe provocato non solo la loro scomparsa, ma anche quella di più del 90% di tutte le specie viventi, animali e vegetali.
La notizia era che in un angolo di cielo dalle parti della costellazione dell'Idra, alla periferia della galassia NGC 4993, che fa parte dell'ammasso della Chioma di Berenice, due stelle di neutroni si erano scontrate. Sono cose che capitano.
Sempre tanto per intenderci, le stelle di neutroni nascono quando una stella massiccia, che è una stella particolarmente calda, luminosa e per l'appunto massiccia, collassa su se stessa. La stella di neutroni ha un diametro di qualche decina di chilometri, ma una massa che può essere anche 3 volte quella del nostro Sole. Il che fa si lei una cosa pesantissima e densissima.
Quando due stelle di neutroni si avvicinano l'una all'altra si attirano, per via della forza di gravità. Incominciano a girarsi intorno sempre più vorticosamente, fino a che bum!, si scontrano e provocano un'esplosione pazzesca. Quell'esplosione, come tutte le esplosioni, provoca delle onde. Basta guardare un telefilm americano per capire che un'esplosione provoca sempre delle onde che, nel caso del telefilm, fanno fare un salto in aria al detective di servizio, che per fortuna si era allontanato abbastanza per uscirne indenne, ma non abbastanza da non fare un volo di vari metri dal quale tu e io usciremmo come minimo con una frattura del bacino, mentre lui se ne viene fuori con un po' di polvere sulla giacca.
L'esplosione di quelle due stelle di neutroni dalle parti della costellazione dell'Idra ci ha messo 130 milioni di anni per farsi sentire da noi. Il che, vista la distanza, è normale. E a dire la verità nessuno se ne sarebbe accorto se nello Stato di Washington, in Louisiana e in provincia di Pisa non fossero esistiti dei rilevatori di onde particolarmente sensibili, messi lì apposta per accorgersi dell'arrivo di quelle onde, che si chiamano onde gravitazionali, cose delle quali abbiamo tutti sentito parlare per la prima volta un paio d'anni fa, ma l'esistenza delle quali era stata prevista prima da Henri Poincaré nel 1905 e poi confermata da Albertino Einstein nel 1916.
Vabbè, mi dirai, ma, usando un'espressione cara al mio amico Andrea, kissenefrega. Certo, un sonoro kissenefrega è sempre possibile. Anche una vita intera fatta di kissenefrega è sempre possibile. Ma che vita sarebbe? Uno schifìo.
Bada bene: non dico affatto che tutti i kissenefrega siano necessariamente negativi. Anzi, sono convinto che sia importante offrirsi dei kissenefrega mirati e ponderati. Sono convinto che sia proprio la scelta dei kissenefrega che fa di ognuno di noi ciò che siamo. Vuoi qualche esempio dei miei personali kissenefrega? Eccoli qua:
Damien Hirst espone le sue ultime opere a Venezia. Kissenefrega!
Claudio Baglioni è il direttore artistico del prossimo festival di Sanremo. Kissenefrega!
Quest'anno vanno di moda i tailleur a doppiopetto. Kissenefrega!
Massimiliano Allegri ha una storia con Ambra Angiolini. Kissenefrega!!!
Così, tanto per farti qualche esempio.
Al contrario, le onde gravitazionali no, manco per niente kissenefrega. Perché? Non lo so. Non ne ho idea.
Perché sono fatto così, perché le onde gravitazionali e le stelle di neutroni e i neutrini e la sovrapposizione di stati onda/particella e i multiversi e tutta quella roba lì mi fa godere come un grillo. Non c'è un perché, o se c'è non mi interessa, kissenefrega, sono fatto così e basta. Chebello chebello chebello. Guarda, l'unica cosa che mi fa girare le scatole è che di quelle cose lì nessuno me ne abbia parlato quando ero bambino, con parole semplici e comprensibili, invece di parlarmi della battaglia di Curtatone e Montanara. Kissenefrega di Curtatone e Montanara e del generale Radetzky!
Ribada bene: non dico che a nessuno, proprio a nessuno debba fregare niente di Curtatone e Montanara. Capisco benissimo che ci sia qualcuno che gode come un grillo pensando a Curtatone e Montanara. In un certo senso mi fa anche piacere. Ma per me quello è un kissenefrega automatico.
I kissenefrega sono importanti. Molto importanti. È grazie a loro che ognuno di noi diventa un individuo diverso da tutti gli altri. Per questo i kissenefrega vanno scelti con cura. Soprattutto al giorno d'oggi, quando, volenti o nolenti, siamo inondati da informazioni che più kissenefrega di così non si può. Sbagliare kissenefrega può significare la differenza tra una vita felice e una tapina, tra un minimo di generosità e un massimo di menefreghismo, tra dignità e ignominia.
Detto questo, vedi tu. Scegliti i kissenefrega che vuoi. Io vado a farmi un caffè.

P.S. Qui l'articolo della rivista Science

domenica 17 settembre 2017

Cose che meritano di essere sapute

L'isola di Villingili, nelle Maldive

Come abbia potuto non pensarci prima non lo so, ma nonostante il mio pluridecennale amore per le liste è solo oggi che ho avuto l'idea di cercare su internet una lista delle liste. Non che mi aspettassi qualcosa di esaustivo, visto che la lista completa delle liste dovrebbe comprendere non solo le liste di tutti i libri di tutte le biblioteche e librerie pubbliche e private del mondo, ma anche quelle di tutti i componenti di tutti i cori, di tutte le parti di tutte le macchine, di tutte le cellule di tutti i corpi, di tutte le molecole e di tutti gli atomi dell'universo, senza tralasciare quella di tutti i leptoni e di tutti i quark, il che sarebbe impossibile. Speravo comunque di trovare una lista delle liste. Con sorpresa e goduria ho trovato di meglio: la lista delle liste delle liste.
Ti confesserò subito che la ricerca l'ho fatta in inglese e che quindi ciò che ho trovato è la List of lists of lists. Su Wikipedia, naturalmente.
La prima cosa che ho letto è un avvertimento, che traduco: questa lista è incompleta; puoi aiutare espandendola. Il che è diventato automaticamente il mio progetto fondamentale per gli anni che mi restano da vivere.
Poi, mi spiega Wikipedia, questa è una lista di voci che sono liste di voci di liste su Wikipedia in inglese. In altre parole, ogni articolo oggetto di un link è un indice di molteplici liste su un determinato soggetto. Alcuni dei link portano ad altre liste di liste di liste.
Oh gioia! Oh sollazzo! Ormai sono ore che wikipedio a tutta randa, imparando tantissime cose totalmente inutili, che per fortuna mi scordo appena ne imparo una nuova, che mi scordo appena ne imparo una nuova, che mi scordo appena ne imparo una nuova, ecc.
In questo mio peregrinare da una lista all'altra però ho finito col capitare — non chiedermi come, non me lo ricordo — sulla pagina dei punti estremi del mondo. La pagina è lunghetta e quindi non la copio, ma potrai trovarla qui.
Per darti però un'idea del modo in cui sperpero il mio tempo senza ritegno mi soffermerò sull'interessante sottolista dei punti estremi in altitudine, che mi è particolarmente piaciuta.
Se sapevo che il punto terrestre posto alla maggiore altitudine rispetto al livello del mare è il cucuzzolo del Monte Everest, nel quale confinano Nepal e Tibet, a 8.848 m., ignoravo che il punto più profondo del mare fosse l'abisso Challenger, nella Fossa delle Marianne, a -10.994m. Intendiamoci: il nome della Fossa delle Marianne me lo ricordavo, ma non conoscevo quello dell'abisso Challenger. Adesso lo so ed è una bella cosa. Anche se tra cinque minuti me lo sarò già scordato.
Oltre tutto, pensa un po', credevo ingenuamente che il punto più basso della Terra fosse la riva del Mar Morto, a -423 m. E invece no! Il punto più basso della Terra, benché si trovi sotto una coltre di ghiaccio perenne, si trova nella Fossa Subglaciale di Bentley, nell'Antartide, a -2.555 m.
E cosa dire del fatto che il punto più distante dal centro della Terra sia l'estremità del monte Chimborazo in Ecuador, a 6.384 km. da quello stesso centro, mentre il più vicino è in fondo a un buco in piena Antartide, chiamato Fossa Sublagiale di Bentley, a soli 6.353 da quello stesso centro, caro a Jules Verne?
Tutto questo mi ha portato inevitabilmente a farmi altre domande. Per esempio: qual'è il punto più basso d'Italia? Ho scoperto che è Contane, frazione del Comune di Jolanda di Savoia, in provincia di Ferrara. Contane, o per essere più precisi la Corte delle Magoghe, a Contane, si trova a -3,44 m. sotto il livello del mare. Ci tenevo a dirtelo per metterti in guardia contro la lista di www.tuttitalia.it, che ti fa sapere che i comuni più bassi d'Italia sono quelli di Mesola (FE), a 1m. sul livello del mare, nonché di Lagosanto, Comacchio (entrambi FE) e Taglio di Po (RO), tutti e tre a 0m. Su questa stessa lista, Jolanda di Savoia appare a pari merito con i comuni di Porto Cesareo (LE), Fiumicino (RM), Margherita di Savoia (BT), Goro (FE), Milazzo (ME), Rosolina (RO, Tresigallo (FE), Caorle (VE), Porto Tolle (RO) e Loreo (RO), a ben 1m. di altitudine. In realtà la lista di Tuttitalia si limita a dirti a che altitudine si trova il palazzo comunale dei Comuni, il che non ha ovviamente nessun interesse scientifico.
Un'altra domanda che mi sono fatto è: quali sono, nel mondo, i Paesi con l'elevazione massima più bassa? Quelli con l'elevazione più alta li conosciamo bene: la Cina e il Nepal con l'Everest a 8.848m. (repetita juvant), il Pakistan con il K2 a 8.611 m., L'India con il Kangchenjungail a 8.586 m., il Bhutan con il Gangkhar Puensum a 7.570 m. e poi giù fino all'Italia, che con i 4.810 m. del Monte Bianco si trova in trentesima posizione, a parimerito con la Francia. Ebbene, i paesi con l'elevazione massima più bassa sono rispettivamente le Maldive, con i 2 m. raggiunti dall'isola di Villingili, Tuvalu, che non ha nemmeno trovato necessario dare un nome al suo sputacchio di cucuzzolo che raggiunge a malapena i 5 m., e la Gambia, che con la sua Red Rock raggiunge a fatica i 53 m., assicurandosi così il primato di paese non insulare meno alto del mondo.
Se ti prendesse la curiosità di andare a verificare queste mie informazioni ti accorgeresti che in realtà tra i 2 m. delle Maldive e i 53 della Gambia, Wikipedia mette anche tutta una serie di altri posti: Le isole Ashmore e Cartier, le isole Spratly, l'atollo di Tokelau, le isole Cocos, le Marshall, le Minori Esterne degli USA, i Territori Britannici dell'Oceano Indiano, le isole del Mar dei Coralli, le Clipperton, le Cayman e l'acipelago di Turks e Caicos. Ma, ATTENZIONE! La lista di Wikipedia raggruppa paesi e regioni! Il che, mi concederai, è assai approssimativo e quindi inaccettabile.
Spero tu sia d'accordo che a questo punto mi merito un buon caffè. 
Quindi ti saluto.

sabato 16 settembre 2017

Meglio del Nobel


Nella città di Cambridge, Massachusetts, sulla riva opposta del fiume Charles rispetto a Boston, c'è l'Università di Harvard. Tra Cambridge street e Kirkland street c'è il Sanders Theatre, costruito nel 1875 e ispirato al famoso Sheldonian Theatre di Oxford. Il Sanders è famoso per la sua acustica e ospita regolarmente concerti e vari altri spettacoli ai quali possono assistere 1.166 spettatori.
Ma due giorni fa, il 14 settembre, gli spettatori non erano lì per un semplice spettacolo, ma per qualcosa di molto più importante: la cerimonia di premiazione dei laureati del Premio Ig Nobel 2017. L'Ig Noble (che in inglese si pronuncia ignoble, cioè ignobile) premia ricerche che prima fanno ridere e poi fanno pensare (anche se, a mio modesto parere, tendono a fare molto più ridere che pensare). Ogni laureato ha ricevuto, oltre ai dovuti onori, un premio in denaro: una banconota dello Zimbabwe da dieci trilioni di dollari. È vero che quella banconota non ha più corso legale dal 12 aprile 2009, anche perché, tanto per fare un esempio, nel solo luglio del 2008 l'inflazione zimbabweana era stata del 250.000.000%; altrettanto vero però è che oggi quella stessa banconota è vendibilissima a un qualsiasi mercatino delle pulci per ben 3 dollari americani.
La cerimonia dell'altro ieri è visibile integralmente qui, ovviamente in inglese. Il tema della serata era quello dell'incertezza, caro a Werner Heisenberg. Ma ciò che più mi ha interessato, a parte ovviamente l'attribuzione dell'Ig Nobel per la cognizione a quattro ricercatori italiani (Matteo Martini, Ilaria Bufalari, Maria Antonietta Stazi e Salvatore Maria Aglioti) che hanno dimostrato che molti gemelli monozigoti non riescono a riconoscersi l'uno dall'altro in foto, sono stati i numerosi riferimenti a due capisaldi del sapere del XX secolo, troppo spesso sottostimati, quando non addirittura ignorati: l'effetto Dunning-Kruger e il principio di Peter. Se già li conosci e già sai quanto siano fondamentali nelle nostre società sviluppate, vatti pure a fare quattro passi, ché non mi offenderò. Ma se li ignori, ah!, se li ignori, allora questo è il tuo giorno fortunato.
Incominciamo dal Dunning-Kruger, ovvero da due psicologi americani, David Dunning e Justin Kruger.
I due compari partirono dal caso di un certo McArthur Wheeler, che un mattino del 1995 decise di rapinare una banca. Siccome abitava a Pittsburgh, decise di rapinare una banca di Pittsburgh, ché gli veniva comodo. Ma naturalmente il nostro rapinatore in erba non ignorava che ogni banca degna di questo nome è munita di telecamere di sorveglianza. Come procedere? Semplice: si dipinse la faccia con del succo di limone. Il suo ragionamento fu questo: se da bambino, volendo mandare un messaggio criptato a un amico, lo scrivevo usando succo di limone invece che inchiostro, informando poi l'amico che bastava scaldare il foglio per leggere il messaggio, spennellandomi la faccia di succo di limone la renderò invisibile alle telecamere. Wheeler era così sicuro del suo piano che non derubò una, ma due banche nella stessa mattinata. Il giorno stesso la polizia diede alcune immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza a una stazione televisiva locale e nel giro di un'ora qualcuno riconobbe il rapinatore, che, con sua grande sosrpresa, fu arrestato prima di cena.
Dunning e Kruger studiarono non solo il comportamento di Wheeler, ma anche quello di molte altre persone che avevano la tendenza a sopravvalutare le loro capacità e la loro intelligenza e nel 1.999 pubblicarono un articolo intitolato Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One's Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessments (Incapace e inconsapevole di ciò: come le difficoltà a riconoscere le proprie incompetenze portino a un'autovalutazione gonfiata).
Il punto è questo: chi è incompetente in un dato campo, spesso manca anche delle competenze cognitive che potrebbero fargli notare la sua incompetenza.
Il corollario è invece che (quasi) altrettanto spesso chi è competente in un dato campo tende a sottovalutarsi, pensando che la sua competenza sia una cosa normale e accessibile alla maggior parte della gente.
Medita, lettore. Medita.
Il secondo caposaldo del sapere citato durante la cerimonia è il cosiddetto principio di Peter, noto anche come principio d'incompetenza. Tre assiomi riassumono questo principio, il cui autore è stato lo psicologo canadese Laurence J. Peter:
  • in ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza;
  • con il tempo ogni posizione lavorativa tende ad essere occupata da un impiegato incompetente per i compiti che deve svolgere;
  • tutto il lavoro viene svolto da quegli impiegati che non hanno ancora raggiunto il proprio livello di incompetenza.
Più generalmente:
  • ogni cosa che funziona per un particolare compito verrà utilizzata per compiti sempre più difficili, fino a che si romperà.
E anche qui, amico mio, medita.
Ma vorrei citare anche due brevi interventi che si sono iscritti perfettamente nel tema della serata, cioè quello del principio d'incertezza di Heisenberg.
Prima ha parlato Jean Evans, vedova del Premio Nobel di chimica William Lipscomb (che in italiano sarebbe Guglielmo Pettine per Labbra, ma non importa). Ecco l'integralità del suo intervento:
Il principio d'incertezza di Heisenberg è molto famoso. Si chiama così dal nome del fisico tedesco Werner Heisenberg, che lo scoprì nel 1927.
55 anni dopo, nel 1982, ero a Lindau, in Germania, a una conferenza scientifica dove c'erano Premi Nobel, studenti e vari invitati. Eravamo tutti seduti a dei lunghi tavoli e proprio di fronte a me c'erano due Premi Nobel: una era Dorothy Hodgkin (che vuol dire Dorotea Parente del Contadino, ma neanche questo importa), di Oxford, e mio marito Bill Lipscomb, di Harvard. Un'anziana signora, molto elegante, è arrivata al nostro tavolo e si è seduta di fianco a me. Si è chinata e ha detto: "Sono la Signora Heisenberg." Mio marito l'ha guardata ed è sbottato: "Ne è certa?" (Applausi scroscianti. L'oratrice se ne va)
Il secondo breve intervento, sempre a proposito del principio di Heisenberg, ha visto al microfono Eric Maskin, Premio Nobel per l'economia 2007. Si è trattato di un intervento 24/7, durante il quale all'oratore viene permesso di spiegare la sua ricerca in 24 secondi e poi di rispiegarla in maniera comprensibile in 7 parole. In 24 secondi Maskin ha detto:
L'incertezza è al centro della vita economica. Cos'hanno in comune petrolieri, giocatori di poker e trader? I petrolieri scavano pozzi, i giocatori di poker cercano di capire il gioco degli altri e i trader si organizzano per sfruttare le incertezze altrui. Chi fa bene queste cose accumula profitti, mentre gli altri potranno sempre piangere.
Il riassunto in 7 parole:
L'incertezza è l'unica cosa certa. Forse.
(Lo so che in italiano le parole sono 8, ma in inglese Uncertainty is the only sure thing. Maybe. ne fa 7).
Ma come resistere alla tentazione di segnalare anche la presenza dell'australiano John Culvenor, vincitore dell'Ig Nobel di fisica nel 2008 per uno studio sulla quantità di forza necessaria per trascinare una pecora su varie superfici? E come passare sotto silenzio l'attribuzione dell'Ig Nobel per la pace a Milo Puhan, Alex Suarez, Christian Lo Cascio, Alfred Zahn, Markus Heitz e Otto Braendli, che si sono messi in sei per dimostrare che suonare regolarmente il didgeridoo costituisce un trattamento efficace contro la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno? E poi, cos'avresti detto se non avessi citato anche Matthew Rockloff e Nancy Greer, che hanno meritatamente vinto l'Ig Nobel per l'economia grazie a uno studio che dimostra come il contatto con un coccodrillo vivo influenzi la voglia di scommettere? E James Heathcote (cioè Giacomo Gabbia da Calore, ma adesso la smetto), che si è chiesto perché gli anziani abbiano grandi orecchie, scoprendo che le nostre appendici uditive crescono di ben 2 millimetri per decennio? E ancora, come non sottolineare la presenza di Deborah Anderson, che vinse l'Ig Nobel per la chimica nel 2008 per avere dimostrato che la Coca-Cola non è uno spermicida, ma che condivise quel premio con un'equipe che dimostrò che la Coca Cola è un eccellente spermicida?
Vabbè, ho capito. La smetto davvero. Non prima però di offrirti il link verso la pagina web sulla quale potrai trovare la lista completa di tutti i vincitori dell'Ig dal '91 a oggi.
W la scienza.

lunedì 4 settembre 2017

Prepariamoci all'Albania


Per motivi che scoprirai leggendo, avevo pensato di illustrare questo post con un costume tradizionale albanese. Sono andato su Google Image e quando ho digitato costume albanese mi è venuta fuori questa foto. Non ho resistito.
Adesso passsiamo al post.



Mooolti anni fa, la prima volta che andai in tournée in Finlandia, non persi l'occasione di ridicolizzarmi in maniera tanto patetica quanto vergognosa. Dopo un lungo viaggio in furgone da Aix-en-Provence a Lubecca, mi ero imbarcato su un ferry destinato a solcare le fredde acque del Mar Baltico. La traversata era lunga e obbligava i passeggeri a dormire ben due notti a bordo. Vabbè, diciamo una notte e mezza, visto che il cospicuo natante si lasciava dietro la banchina a notte fonda.

Ma come?, mi dirai, davvero ci vuole tutto quel tempo per andare dalla Germania (allora Ovest) alla Finlandia? E sì, caro mio. Non dimenticare che dopo essersi lasciato a babordo le isole danesi di Lolland, Falster e Møn, il nordico navigatore deve passare a sud di quella di Bornholm prima di avventurarsi in mare aperto, tra la svedese isola di Gotland e la ridente Lituania, per poi virare a tribordo all'altezza di un'altra isola, l'estone Hiiumaa, cosa che gli permetterà di imboccare il golfo di Finlandia e di ormeggiare infine nel porto di quella che i finnici chiamano familiarmente Stadi (città), oppure Hesa, grazioso diminutivo di Helsinki.

Ma non divaghiamo.

Arrivato a Helsinki verso le 10 del mattino, mi ritrovai un paio d'ore dopo a dare una conferenza stampa. Niente di male, mi dirai. E invece sì, visto che a un maligno scribacchino locale venne in mente di chiedermi cosa sapessi del suo nobile paese. Mmmhhh...

Confesso: il primo nome che mi uscì dalla bocca fu quello di Keke Rosberg, campione del mondo di Formula 1 nel 1982, a bordo di una stupida Williams. Sgomento dei cronisti culturali locali. Occhiatacce. Vergogna.

Poi improvvisamente, da non so quale angolo recondito della memoria mi uscì un nome che gridai a pieni polmoni: Kekkonen!!! Già, Kekkonen, che di nome faceva Urho (ma io non lo sapevo) e che, anche se non era più Presidente della Repubblica, lo era stato per 25 anni. E non chiedermi perché quel nome mi fosse rimasto in testa; non ne ho la più pallida idea.

Ma nemmeno Kekkonen bastò a farmi sentire meno stupido. Come avevo potuto andare in tournée in un paese dove non ero mai stato senza prima informarmi un po'? Come avevo potuto non conoscere le sette sinfonie di Sibelius, le opere architettoniche di Alvar Aalto, i libri di Mika Waltari, o i quadri simbolisti di Magnus Enckell? Eh? Come avevo potuto?

Quel giorno mi ripromisi di non ritrovarmi mai più in una situazione tanto imbarazzante.

Ora, in occasione di un viaggio in Albania per assistere al matrimonio di due amici, albanese lei, barese lui, viaggio nel quale farò parte di una combriccola di residenti di Siena e dintorni, mi sono detto che avrei fatto opera di bene offrendo a tutti alcune informazioni indispensabili su quel misterioso paese, ovvero l'antica Arbëria, che gli abitanti del luogo chiamano oggi Shqipëria.

  • Innanzitutto l'Albania è la culla della civiltà illirica, così chiamata dal nome di Illyrius, figlio di Cadmo (fratello di Europa) e di Armonia (figlia di Ares e Afrodite). È un paese montagnoso che vanta un record invidiabile: ha il più grande numero di bunker pro capite al mondo. Quanti siano questi bunker non si sa, ma si sa che a costruirli fu quel patetico coglione di Enver Hoxha, che del paese fu il padrone incontestato per 29 anni. Le cifre variano da 175.000 a 750.000, il che, per un paese di meno di tre milioni di anime, fa nel migliore dei casi un bunker ogni 17 abitanti e nel peggiore un bunker ogni 4. Infatti due sono i ricordi principali che ho di una tournée in quella parte del mondo negli anni '80: 1) sulle strade di montagna c'era un bunker a ogni curva; 2) sulla piazza principale di Tirana, la Piazza Scanderbeg (Sheshi Gjergj Kastrioti Skënderbeu nell'idioma locale), varie bancarelle vendevano piccoli bunker in alabastro ai rari turisti di passaggio.
  • Avendo citato il nome di quella piazza, è bene sapere che Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (dal turco İskender beğ, Nobile Alessandro, in riferimento ad Alessandro il Macedone), patriota del '400, è l'eroe nazionale albanese. È ancora più importante poter segnalare a un eventuale autoctono ostile, che la dimostrazione più eclatante della spontanea amicizia di noi italiani verso gli albanesi sta nel fatto che l'Italia ha messo proprio in piazza Scanderbeg, a Roma, uno dei musei dei quali il nostro popolo s'inorgoglise maggiormente: lo splendido Museo nazionale delle paste alimentari, che ho personalmente già visitato più volte con estrema goduria.
  • L'aeroporto nel quale sbarcheremo sarà il Nënë Tereza, ovvero Madre Teresa, nota superstar locale nonostante abbia passato 68 dei suoi 87 anni in quel di Calcutta.
  • Il lago di Ocrida (İskender beğ) sulle rive del quale ci lasceremo andare al consumo di vergognose quantità di raki, l'acquavite nota dall'Albania alla Turchia, che i turchi però allungano ignominosamente con acqua mentre i prodi discendenti degli Illiri consumano pura, è il più antico d'Europa, visto che esiste da un milione di anni, cioè da ben prima dell'arrivo di un qualsiasi bipede di tipo umanoide in quell'angolo del vecchio continente.
  • Per acquistare anche solo un paio di carinissimi bunker di alabastro, che poi faranno un figurone su una mensola del nostro salotto, dovremo cambiare un po' di euro in lek, la valuta locale. Vedendoci offrire circa 1330 lek per dieci miserabili euro non mancheremo di versare una lacrimuccia nostalgica pensando alle nostre passate lire, ma ci consoleremo constatando che sulla moneta da 1 lek c'è un simpatico pellicano, uccello che in passato abbondava nel paese. Oggi, ahimé, ne rimangono pochi, in particolare sul Piccolo Lago Prespa (da non confondersi con il Grande), poco più di 4 chilometri quadrati del quale sono in territorio albanese, mentre i restanti 42,6 se li tengono stretti quei puzzoni di greci.
  • Qualora la conversazione con un autoctono dovesse languire, potremo sempre vantare la bellezza incontaminata del Monte Korab, anche se probabilmente non sarà visibile dal lago di Ocrida, vista la sua modesta altitudine di 2169 metri — pur sempre superiore di 135 metri a quella del municipio di Sestrière. Parlando del Monte Korab, tralasceremo educatamente di ricordare che una parte dei suoi pendii sono ancora oggi zone minate, in seguito agli scontri che opposero meno di vent'anni fa l'esercito macedone a delle bande armate albanesi.
  • In alternativa potremo sempre estasiarci al ricordo della lettura del Palazzo dei sogni o del Generale dell'armata morta di Ismail Kadare, evitando elegantemente di segnalare come la pallosità di quei due libri ci abbia portato ad abbandonarli rispettivamente a pag. 32 e a pag. 15.



Ecco, mi pare che con queste informazioni dettagliate possiamo partire tranquilli.

Ah, no, un'ultima cosa: dov'è il bagno, per piacere? si dice ku është banjo, për kënaqësi? (con l'accento sulla a di kënaqësi). Se non capisci la risposta, vai in fondo a sinistra.

sabato 2 settembre 2017

Cose di Longobardi


Alboino ordina alla moglie Rosmunda
di bere vino dal cranio del padre Cunimondo.
Rosmunda berrà, ma giurerà vendetta
e finirà con l'uccidere il crudele marito

Non so quanto sangue longobardo mi scorra nelle vene. So che ne ho un quarto di germanico, un quarto di piemontese e due quarti di pavese. Il che lascia supporre la presenza di un certo numero di globuli rossi ereditati da qualche amico di Alboino.
Parlo di Longobardi perché stamattina, leggendoo un articolo del Corriere della sera intitolato Longobardi - la cerniera dell'Italia, una frase mi ha sorpreso: Per la gente dalla lunga barba sembra arrivata la fine. Perdinci! Non avevo mai saputo che il termine longobardo significasse dalla lunga barba.
Sì, lo so, certe volte la vastità della mia ignoranza stupisce anche me. Poi magari mi consolo dicendomi che è bello continuare a imparare cose nuove a quasi settant'anni, però nel frattempo mi sento una capra.
Ho cercato barba sul dizionario etimologico, e ho trovato:

bàrba lat. BÀRBA, che probabilmente sta per BARDA (con la facilità per la quale le due lettere B e D si sostiuiscono a vicenda: es. a. lat. duònus = class. bònus, duèllum = bellum) e confronta col ted. BÀRT, ang. sass. e ing. beard, frison. BERD, let. BARDA, lit BARZDÀ, a. slav. BRADA, pol. BRODA, celto (gall.) BARF, (armor.) BARÔ, ecc., e rannodasi per alcuni alla rad. sscr. BHAR portare; propr. ciò che l'uomo porta al mento. [Però giova aver presente il sscr. BÀRBARAS chioma lanosa]
I peli che l'uomo ha sulle guance e sul mento; e per analogia il Complesso de' filamenti della radice di piante o d'altre cose, ed anche le Radiche dei denti. Dicesi inoltre per Zio più specialmente paterno, ed è voce già usata da Dante (Paradiso 19, 136) [ho cercato e ho trovato: E parranno a ciascun l'opere sozze / del barba e del fratel, che tanto egregia / nazione e due corone han fatte bozze], che vive tutt'ora [cioè nel 1907, anno della pubblicazione del Dizionario Etimologico di Ottorino Pianigiani] in alcune parti d'Italia: dal bass. lat. BÀRBA o BARBÀNUS, che pur significò zio: forse da BÀRBA come segno di età matura e quindi di rispetto. Siccome poi la barba è segno di virilità e sembra che accresca la dignità del volto [non sono proprio sicuro che accresca la dignità del mio, ma non importa], così dicesi in astratto «Barba d'uomo» per uomo di eminenti qualità [ah beh, allora sì]: onde «non va barba d'uomo che ti superi» = non v'è alcuno per valente ch'ei sia che ti superi; e «Barba» dicesi per uomo che se la pretenda, che presuma di se [e no, così non va bene]. «Stare in barba di gatto o di micio» vale in modo basso per Stare con tutti gli agi (quasi come le gatte di fattoria). «Fare una cosa in barba ad alcuno» = Farla a dispetto di alcuno (cioè proprio sotto i suoi occhi. «Far la barba di stoppa ad alcuno» = Ingannarlo, Abusarsi della sua semplicità (quasi dargli ad intendere di fargli venire la barba vera e fargliene invece una di stoppa). «Barbagrazia» usato avverbialmente con le particelle In, Per e simil. vale In grazia particolare (come se dicesse In grazia della vostra barba).

Ammetterai volentieri che la bellezza di questa lunga spiegazione meritava ampiamente di essere riportata in esteso.
Sì, però se torniamo ai Longobardi troviamo bardi. Vuoi vedere che anche bardo viene da barba e che l'espressione il bardo di Stratford-upon-Avon era un modo di dare dello zio a Shakespeare?
E invece no, visto che:

bardo dal celt. BARDD poeta, cantore, che cercasi di spiegare o col gall. BAR furore, entusiasmo, o coll'irl. armoric. BAR illustre, dotto. Nome che presso gli antichi popoli celtici e gallici si dava ai Cantori o Poeti destinati a celebrare le imprese degli uomini illustri [e a questo punto è ovvio che, visto che i miei spettacoli hanno sempre avuto la tendenza a celebrare le imprese di uomini illustri, al prossimo rinnovo di carta d'identità esigerò che dopo Professione mi scrivano bardo].

Tornando ai Longobardi, pare siano scesi in Italia dalla valle dell'Elba, nell'est della Germania, facendosi prima un giretto in Pannonia, il che però non vuol dire che io possa vantarmi di avere anche un po' di sangue magiaro, visto che i Magiari arrivarono in Ungheria dalla valle del Volga cinque secoli dopo che i Longobardi avevano già abbandonato le terre oggi governate dal simpatico Viktor Orbàn. Peccato.
In conclusione di questo post longobardo-barbuto-bardico ti consiglio vivamente di guardarti questo video nel quale I Gufi si ebiscono nell'immortale Va Longobardo.

P.S. Per i non milanesi e i non anzianotti in generale, specifico che I Gufi furono un gruppo musicale molto celebre in Lombardia tra il '64 e il '69. Era composto da Gianni Magni (cantante e mimo, il che sembra un ossimoro, ma non lo è), Lino Patruno (chitarrista jazz), Roberto Brivio (cantante, fisarmonicista e chitarrista) e Nanni Svampa (cantante e chitarrista, stranamente qui assente).


sabato 26 agosto 2017

Ciumbia!


Se hai letto il mio post sai che ho lanciato un appello ai lettori per scoprire l'etimologia dell'esclamazione lombarda "ciumbia!" Purtroppo non solo non ho ricevuto risposte, ma è da ieri mattina che la cosa mi ossessiona. Ho cercato invano su tutta una serie di siti: niente. Poi ieri sera, a letto, mentre mi stavo quasi addormentando, mi è venuto in mente che l'origine di ciumbia dovevo forse cercarla in qualche altra lingua. La prima che mi è venuta in mente è il francese. Ma sai com'è, ero già sotto il lenzuolo e ho preferito dormirci sopra (non sopra il lenzuolo, sopra l'idea). Stamattina però mi sono dato da fare.
Siccome il suono della c di ciumbia in francese sarebbe scritto tch, ho guardato sul mio vocabolario Garzanti francese-italiano e ho visto che i lemmi che incominciano per tch vanno da "tchador" a "tchin-tchin". Niente che incominci per tchou.
Allora ho pensato allo spagnolo. Ho cercato su un vocabolario online e ho trovato "chumbera", che significa fico d'India. Solo parzialmente soddisfatto, ho proseguito le ricerche e sul sito della "Revista de Filología Española" ho trovato un articolo di tale José Vázquez Ruiz, intitolato "Etimología de chumbera y chumbo." L'inizio dell'articolo è deludente: "No stan de acuerdo los lexicólogos acerca de la etimogía de la voz chumbera" (che traduco per le capre con "I lessicologi non sono d'accordo sull'etimologia della voce chumbera") Se neanche i lexicólogos sono de acuerdo andiamo male, mi sono detto. E sono passato al portoghese, lingua nella quale "chumbo" significa piombo, dal latino "plumbum."
Si, vabbè, ma cosa c'entrano i portoghesi con la Lombardia? Niente. Gli spagnoli, quelli sì ce li abbiamo avuti sul groppone. A Milano in particolare, visto che dopo l'incoronazione di Carlo V da parte di papa Clemente VII, Milano è diventata spagnola. Lo sanno tutti, se non altro perché si ricordano dell'esortazione del cancelliere Ferrer al suo cocchiere, "Adelante, Pedro, cum juicio", nel capitolo XII dei Promessi sposi.
Allora sono tornato all'articolo di Vázquez Ruiz e ho letto che che la parola "chumbo" è "de origen incierto." Per essere precisi, non è Vázquez Ruiz che lo dice, ma nientepopodimeno che l'illustre "filólogo, lexicógrafo y etimólogo español" Joan Corominas, che come tutti sappiamo era non solo figlio del politico Pere Coromines e della pedagoga Celestina Vigneaux, ma anche fratello del matematico Ernest Corominas e della psicanalista Júlia Coromines, il che gli faceva una bella famiglia. (E qui apro una parentesi tonda per confessare che non ho la più pallida idea del perché in quella famiglia il padre e la figlia si chiamassero Coromines con la e, mentre i figli si chiamavano Corominas con la a. Ma non importa). È nel suo "Diccionario crítico etimológico castellano e hispánico" pubblicato in 6 volumi tra il 1991 e il 1997 che Corominas se ne viene fuori col suo "origen incierto" della parola "chumbo."
Leggendo l'interessante articolo di Vázquez Ruiz ho scoperto che i botanici ritengono che il "Cactus opuntia", o fico d'India, sia arrivato dall'America, espandendosi prima nel sud della Spagna e dell'Italia, poi in tutta l'area mediterranea, in particolare in quei paesi, dalla Libia al Marocco, dove abitavano i berberi. Mentre da noi quel frutto incominciò ad essere chiamato fico d'India, anche se l'India non c'entrava niente, nei paesi berberi si chiamava fico dei cristiani, un po' come l'insalata russa, che in Russia si chiama insalata italiana. Secondo Vázquez Ruiz, l'appellativo "fico di Barberia" (usato ancora oggi in francese: "figue de Barbarie") "prueba sólo que [quel fico] se extendió por el Norte de Africa", cioè, per le solite capre, "prova solo che [quel fico] si estese a partire dall'Africa del Nord." Ma, ancora più interessante, Vázquez Ruiz ci informa che in Andalusia il fico d'India "lleva el nombre de higuera chumba=higuera bastarda", ovvero "porta il nome di higuera chuma=fico bastardo").
A questo punto tutto è diventato chiaro:
1) a Milano c'erano gli spagnoli e tra di loro c'erano degli andalusi;
2) in spagnolo fico si dice "higuera";
3) in luglio e agosto, quando uno spagnolo andava dal fruttivendolo chiedeva un chilo di higueras e andava tutto bene;
4) quando però, in settembre, mese nel quale si trovano sia fichi normali che fichi d'India, il fruttivendolo si chinava verso il cesto di fichi normali, l'acquirente andaluso esclamava "chumbas!" con tale veemenza che il vicino acquirente milanese si mise a credere che quella parola fosse un'esclamazione generica;
5) la sparizione della s finale e l'introduzione della i dopo la b, che trasformarono chumbas in ciumbia costituisce un processo di modificazione ben noto ai lessicologi;
6) forse all'inizio qualche milanese scoprì che "chumba" stava per bastarda, ma poi, vista l'ambiguità della parola fico, il popolino incolto immaginò che significasse fica (o figa) e l'adottò definitivamente come esclamazione (fica!), forse meno elegante di perdindirindina, ma altrettanto efficace
Ed è così che nacque ciumbia.
Vabbè, non è che sia proprio sicuro sicuro che le cose siano andate così, però ammetterai che la cosa è plausibile. E finché qualcuno non mi darà un'altra spiegazione io mi tengo questa.