martedì 16 settembre 2014

Il poeta della settimana: Ferlinghetti

Lawrence Ferlinghetti

Ho deciso che nei prossimi mesi (non so quanti) pubblicherò una poesia alla settimana. Già vedo il panico nei tuoi occhi, ma non ti preoccupare: non saranno poesie mie. Saranno poesie scelte a caso, ma non tanto, tra quelle che hanno contato a un momento o all'altro della mia vita.
Quando mi è venuta l'idea, la prima poesia alla quale ho pensato è stata Junkman's obbligato, di Lawrence Ferlinghetti.
È stata pubblicata nel 1958 nel volume A Coney Island of the mind, uno dei più importanti della beat generation della quale fecero parte, oltre a Ferlinghetti, Ginsberg, Corso, Kerouac e altri.
Incominciamo dal titolo, che in italiano è lungi dall'essere convincente, almeno a prima vista: L'obbligato dell'uomo della spazzatura. Obbligato è qui un sostantivo, come lo suggerisce l'articolo. Musicalmente parlando, un obbligato è un po' l'opposto di un ad libitum, vedi il vocabolario Treccani: "Nella musica strumentale dei sec. 17° e 18°, indicazione riferita a uno o più strumenti le cui parti non possono essere sostituite: violino o., flauto o. (al contr., le parti strumentali che possono essere omesse portano l’indicazione ad libitum).
Quando Ferlinghetti scrisse questa poesia la pensò come un testo da recitare con un accompagnamento jazz, prevedendo quindi delle improvvisazioni musicalI su un obbligato testuale.
Io il Junkman's obbligato l'ho scoperto nella seconda metà degli anni '60 e da allora alcuni versi mi sono rimasti scolpiti nella mente:

Voglio scendere nella scala sociale.
L'alta società è la bassa società.
Sono un arrampicatore sociale
che si arrampica verso il basso
E la discesa è difficile.

Ferlinghetti ha oggi 95 anni e a quanto ne so è sempre rimasto fedele allo spirito di questi versi che per me sono stati una costante fonte d'ispirazione.
Due ultime cose: prima di tutto, come lo farò ogni qual volta mi sarà possibile, dopo il testo in italiano pubblico l'originale; seconda cosa, come eviterò di farlo ogni qual volta mi sarà possibile, la traduzione è mia.
Buona lettura. 

L'obbligato dell'uomo della spazzatura

Andiamo
Su
Andiamo
Svuotiamoci le tasche
E spariamo.
Mancando a tutti gli appuntamenti
E sbucando fuori mal rasati
Anni dopo
Vecchie cartine da sigarette
incollate ai pantaloni
foglie in testa.
Non preoccupiamoci
più
delle fatture.
Lascia che vengano
e che si portino via
tutte le cose
per cui pagavamo.
E noi con quelle.
Alziamoci e andiamo ora
dove la fanno i cani
Su in collina
dove tengono i terremoti
dietro le discariche
persi tra le condutture del gas e la spazzatura.
Guardiamo le discariche
per quello che sono.
Il mio paese piange per te.
Scompariamo
dentro cimiteri di automobili
e risbuchiamo fuori anni dopo
impacchettando stracci e giornali
asciugando i nostri cassetti
su fuochi d'immondizia
con le pezze al culo.
Non stiamo lì
a dire arrivederci
a nessuno.
Le tua donna non ci rimpiangerà.
Andiamo
puzzando di combustibile
dove le panchine sono piene
di statue di provincia
nella notte buia dell'interno
di capanne fiorite
i nostri occhi umidi
nella contemplazione
di bottiglie vuote di moscato.
Recitiamo da bibbie rotte
agli angoli delle strade
Seguiamo cani ai dock
Recitiamo canzoni selvagge
Lanciamo pietre
Diciamo cose a caso
Strizziamo gli occhi al sole e grattiamo
e rotoliamo nel silenzio
Truffiamoci sui passi delle porte
Conosciamo puttane di terza mano
una volta che gli altri hanno finito
Barcolliamo ubriachi dentro tramonti sull'East River
Dormiamo dentro cabine telefoniche
Vomitiamo dentro banchi dei pegni
ululando per un cappotto invernale.
Alziamoci e andiamo ora
sotto la città
dove rotolano le pattumiere
e poi torniamo fuori con vestiti putridi
come re sotterranei
di gabinetti maschili della metropolitana
senza corona.
Diamo da mangiare ai piccioni
al Municipio
e spingiamoli a fare il loro dovere
nell'ufficio del sindaco.
Per favore sbrighiamoci è ora.
La fine si avvicina.
Inondazioni istantanee
Disastri solari
Cani abbandonati
Sorella per strada
col reggiseno alla rovescia.
Alziamoci e andiamo ora
nel profondo della notte scura
della capanna immobile dell'anima
e ritroviamoci di nuovo
dove le metropolitane si fermano e aspettano
sotto il Fiume.
Attraversiamo
verso la completa perplessità.
Il South Ferry non continuerà per sempre.
Stanno chiudendo il Bay ferry
ma non è ancora troppo tardi
per perderci dentro Oakland.
Washington non è ancora caduto
da cavallo.
C'è ancora tempo per prenderlo a sberle
e andare via
lasciandoci dietro la dichiarazione dei redditi
e anche l'orologio waterproof
barcollando ciechi dentro vicoli oscuri
sotto il ponte di Brooklyn
statue gonfiate dentro pantaloni troppo larghi
con le nostre grida da lattine e le nostre voci da pattumiera
in fila.
Si vende spazzatura!
Basta andiamo
nel vero interno del paese
dove regnano i banchi dei pegni
semplice anarchia non cieca su di noi.
Arriva la fine
ma il golf continua a Burning Tree.
Piove a dirotto
Il Vecchio russa.
Arriva un'altra alluvione
ma non del tipo che pensi.
C'è ancora tempo per annegare
e pensare.
Vorrei scendere in società.
Vorrei liberare la vita.
Swing low sweet chariot.
Non aspettiamo che le cadillac
ci portino in trionfo
nell'interno
salutando i nativi
come senatori romani nelle province
con in testa allori da poeta
su sopracciglia illuminate.
Non aspettiamo che scrivano
in prima pagina
sulla New York Times Book Review
immagini di successo malato di mente
sorridendo da una foto.
Ora che pubblichino la tua foto su Life
sarai comunque diventato un niente una stampa lucida.
Saranno venuti e ti avranno fatto famoso
e tu continuerai a non essere libero.
Arrivederci me ne vado.
Vendo tutto
e regalo il resto
a Imprese di Beneficenza.
Farà scuro fuori
con la fanfara dell'Esercito della Salvezza.
E la mente che illumina sé stessa.
Arrivederci esco di scena.
Chiudete il teatro.
Il sistema è pieno di pidocchi.
Roma non è mai stata così.
Ne ho abbastanza di aspettare Godot.
Vado dove vincono le tartarughe
Vado
dove gli imbroglioni vomitano e muoiono
nelle tristi piazze
del mondo ufficiale.
Si vende spazzatura!
Il mio paese piange per te.
Allora andiamo tu e io
lasciandoci dietro le cravatte appese a lampioni
facciamoci crescere la barba
dell'anarchia in cammino
assomigliamo a Walt Whitman
con in tasca una bomba fatta in casa.
Voglio scendere nella scala sociale.
L'alta società è la bassa società.
Sono un arrampicatore sociale
che si arrampica verso il basso
E la discesa è difficile.
L'Ideale della Classe Medio-Superiore
è per gli uccelli
ma gli uccelli non sanno cosa farsene
avendo il loro ordine di becchettìo
basato su canzoni da uccelli.
Piccioni sull'erba ahimé.
Alziamoci e andiamocene ora
verso l'isola dell'Uomoèlibero.
Liberiamo i maiali della pace.
Per favore sbrighiamoci è ora.
Alziamoci e andiamocene ora
all'interno
della Caffetteria Foster's.
Bye bye Emily Post.
Ciao
Lowell Thomas.
Ciao Broadway.
Ciao Herald Square.
Spegni.
Scompiglia il sistema.
Cancella gli affitti.
Perdi la Guerra
senza ammazzare nessuno.
Lascia che i cavalli gridino
e le dame corrano
verso stanze della cipria senza sbocco.
La fine è appena incominciata.
Voglio annunciarlo.
Corri non camminare
verso l'uscita più vicina.
Il vero terremoto sta arrivando.
Sento che il palazzo trema.
Sono un tipo raffinato.
Non lo sopporto.
Vado dove i culi si sdraiano
con i collezionisti di dazi che chiamano sé stessi
critici letterari.
Il mio arnese è impolverato.
Il mio corpo è appeso da troppo tempo
in strane bretelle.
Portatemi una bandana luminosa
da usare come sospensorio.
Liberati e ce ne andremo
dove le macchine sportive crollano
e il mondo ricomincia.
Per favore sbrighiamoci è ora.
È ora e mezza
e c'è il prurito.
L'imbottitura del pensiero ci trasforma tutti in ragazzi di casa.
Diamoci un taglio
verso la sperduta eternità.
Da qualche parte i prati sono pieni di allodole.
Da qualche parte la terra si muove.
Il mio paese è di te
che canto.
Alziamoci e andiamocene ora
verso l'isola dell'Uomoèlibero.
e viviamo la vera e semplice vita blu
fatta di saggezza e meraviglia
dove tutto cresce
in ordine
storto e cantando
nel sole giallo
papaveri usciti da carri da bestiame
angeli pensanti usciti da stronzi.
Devo alzarmi e andarmene ora
verso l'isola dell'Uomoèlibero
lontano oltre le parole rotte
e i boschi dell'Arcadia.


Junkman's obbligato
 
Let’s go
Come on
Let’s go
Empty our pockets
And disappear.
Missing all our appointments
And turning up unshaven
Years later
Old cigarette papers
stuck to our pants
leaves in our hair.
Let us not
worry about the payments
anymore.
Let them come
and take it away
whatever it was
we were paying for.
And us with it.
Let us arise and go now
to where dogs do it
Over the Hill
where they keep the earthquakes
behind the city dumps
lost among gasmains and garbage.
Let us see the City Dumps
for what they are.
My country tears of thee.
Let us disappear
in automobile graveyards
and reappear years later
picking rags and newspapers
drying our drawers
on garbage fires
patches on our ass.
Do not bother
to say goodbye
to anyone.
Your missus will not miss us.
Let’s go
smelling of sterno
where the benches are filled
with discarded Bowling Green statues
in the interior dark night
of the flower bowery
our eyes watery
with the contemplation
of empty bottles of muscatel.
Let us recite from broken bibles
on streetcorners
Follow dogs on docks
Speak wild songs
Throw stones
Say anything
Blink at the sun and scratch
and stumble into silence
Diddle in doorways
Know whores thirdhand
after everyone else is finished
Stagger befuddled into East River sunsets
Sleep in phone booths
Puke in pawnshops
wailing for a winter overcoat.
Let us arise and go now
under the city
where ashcans roll
and reappear in putrid clothes
as the uncrowned underground kings
of subway men’s rooms.
Let us feed the pigeons
at the City Hall
urging them to do their duty
in the Mayor’s office.
Hurry up please it’s time.
The end is coming.
Flash floods
Disasters in the sun
Dogs unleashed
Sister in the street
her brassiere backwards.
Let us arise and go now
into the interior dark night
of the soul’s still bowery
and find ourselves anew
where subways stall and wait
under the River.
Cross over
into full puzzlement.
South Ferry will not run forever.
They are cutting out the Bay ferries
but it is still not too late
to get lost in Oakland.
Washington has not yet toppled
from his horse.
There is still time to goose him
and go
leaving our income tax form behind
and our waterproof wristwatch with it
staggering blind after alleycats
under Brooklyn’s Bridge
blown statues in baggy pants
our tincan cries and garbage voices
trailing.
Junk for sale!
Let’s cut it out let’s go
into the real interior of the country
where hockshops reign
mere unblind anarchy upon us.
The end is here
but golf goes on at Burning Tree.
It’s raining it’s pouring
The Ole Man is snoring.
Another flood is coming
though not the kind you think.
There is still time to sink
and think.
I wish to descend in society.
I wish to make like free.
Swing low sweet chariot.
Let us not wait for the cadillacs
to carry us triumphant
into the interior
waving at the natives
like roman senators in the provinces
wearing poet’s laurels
on lighted brows.
Let us not wait for the write-up
on page one
of the New York Times Book review
images of insane success
smiling from the photo.
By the time they print your picture
in Life Magazine
you will have become a negative anyway
a print with a glossy finish.
They will have come and gotten you
to be famous
and you still will not be free.
Goodbye I’m going.
I’m selling everything
and giving away the rest
to the Good Will Industries.
It will be dark out there
with the Salvation Army Band.
And the mind its own illumination.
Goodbye I’m walking out on the whole scene.
Close down the joint.
The system is all loused up.
Rome was never like this.
I’m tired of waiting for Godot.
I am going where turtles win
I am going
where conmen puke and die
Down the sad esplanades
of the official world.
Junk for sale!
My country tears of thee.
Let us go then you and I
leaving our neckties behind on lampposts
Take up the full beard
of walking anarchy
looking like Walt Whitman
a homemade bomb in the pocket.
I wish to descend in the social scale.
High society is low society.
I am a social climber
climbing downward
And the descent is difficult.
The Upper Middle Class Ideal
is for the birds
but the birds have no use for it
having their own kind of pecking order
based upon birdsong.
Pigeons on the grass alas.
Let us arise and go now
to the Isle of Manisfree.
Let loose the hogs of peace.
Hurry up please it’s time.
Let us arise and go now
into the interior
of Foster’s Cafeteria.
So long Emily Post.
So long
Lowell Thomas.
Goodbye Broadway.
Goodbye Herald Square.
Turn it off.
Confound the system.
Cancel our leases.
Lose the War
without killing anybody.
Let horses scream
and ladies run
to flushless powderrooms.
The end has just begun.
I want to announce it.
Run don’t walk
to the nearest exit.
The real earthquake is coming.
I can feel the building shake.
I am the refined type.
I cannot stand it.
I am going
where asses lie down
with customs collectors who call themselves
literary critics.
My tool is dusty.
My body is hung up too long
in strange suspenders.
Get me a bright bandana
for a jockstrap.
Turn loose and we’ll be off
where sports cars collapse
and the world begins again.
Hurry up please it’s time.
It’s time and a half
and there’s the rub.
The thinkpad makes homeboys of us all.
Let us cut out
into stray eternity.
Somewhere the fields are full of larks.
Somewhere the land is swinging.
My country ‘tis of thee
I’m singing.
Let us arise and go now
to the Isle of Manisfree
and live the true blue simple life
of wisdom and wonderment
where all things grow
straight up
aslant and singing
in the yellow sun
poppies out of cowpods
thinking angels out of turds.
I must arise and go now
to the Isle of Manisfree
way up behind the broken words
and woods of Arcady.

sabato 13 settembre 2014

I camion puzzoni dell'esercito israeliano


Questa non la sapevo e forse nemmeno tu. Tra le armi a disposizione dell'esercito israeliano c'è anche lo skunk truck, o camion puzzone. La traduzione letterale di skunk truck è camion puzzola, ma forse non a caso skunk può voler dire anche mascalzone, furfante, farabutto, o bastardo, a scelta. Cosa fa questa meraviglia della tecnologia? Spara un potente getto di liquido nauseabondo e iperpuzzone dove vuole lui. In teoria si tratterebbe di un'arma da usare contro manifestanti violenti, ma come lo dimostrano le immagini di YouTube il liquido è usato anche in maniera punitiva e/o preventiva contro luoghi nei quali, o vicino ai quali è successo o potrebbe succedere qualcosa di non gradito ai militari e/o ai politici israeliani.
La composizione del liquido pestilenziale è segreta. Secondo il governo israeliano contiene solo "prodotti naturali e non nocivi". Secondo vari osservatori, produce un tale fetore che chi se lo ritrova addosso non riesce a disfarsene per almeno tre giorni. Diversa è per esempio la storia della settantacinquenne Rubhiya Abd al-Rahman Darwish, riportata dall'agenzia indipendente Ma'an. "Ho visto una scarica di liquido che entrava attraverso la finestra e ho sentito un odore così forte che sono svenuta e hanno dovuto portarmi all'ospedale. (...) Lì mi hanno fatto una puntura, ma il liquido ha incominciato a uscirmi dalla bocca e dal naso. Io gridavo perché mi faceva male la schiena e continua a farmi male. (...) Tutti i miei vestiti sono andati rovinati e abbiamo dovuto buttare via coperte e materassi. Perché ci fanno queste cose?"
Secondo la ONG israeliana B'Tselem, i getti puzzoni provocano nausea e vomito, soprattutto in bambini e persone anziane. Pare che l'arma sia ormai usata in maniera punitiva "nei villaggi nei quali ci sono manifestazioni settimanali."
Salah Ajarma, direttore di un centro culturale palestinese nei pressi dell'ex-strada Hebron-Gerusalemme, ora tagliata dal muro di separazione israeliano, racconta di aver visto un gruppo di ragazzini che camminava a una cinquantina di metri dal muro. Improvvisamente soldati israeliani si sono messi a lanciare lacrimogeni contro i ragazzini. "I soldati, racconta Salah, hanno poi incominciato a seguirli e mentre noi guardavamo dal centro culturale con un gruppo di stranieri, tra i quali dei giornalisti, si sono messi ad insultare sia noi che i ragazzini in arabo per essere sicuri che capissimo. (...) Poi i soldati sono tornati con un grosso veicolo munito di cannone ad acqua e hanno sparato tutt'intorno un liquido chimico dal terribile odore. Non stavano colpendo dei manifestanti, non c'erano manifestanti! Sparavano liquido verso le case e dentro le finestre, che fossero aperte o chiuse." Tre giorni dopo, quando dei membri di Ma'an hanno visitato quelle case l'odore era ancora forte, nonostante tutti gli sforzi degli abitanti per eliminarlo.
"La gente non sa cosa ci sia nel liquido e non sa quindi cosa usare per pulirlo, continua Salah. Abbiamo provato col cloro, ma c'è stata una reazione chimica che ha provocato un odore ancora peggiore. Questo liquido potrebbe provocare effetti che non sappiamo, oggi o in futuro."
Nidal Al-Azraq, un volontario del centro culturale Lajee, che si trova all'interno di un campo di rifugiati palestinesi a un paio di chilometri da Betlemme, sbotta: "Cosa vuol dire colpirci con quella roba? Non è solo un modo per insultarci, è come se non fossimo nemmeno degli esseri umani!"
Non ti conosco, Nidal, ma temo che tu abbia ragione. Temo che irrovarvi di liquido pestilenziale sia solo un modo per umiliarvi, farvi sentire inferiori e aumentare la vostra disperazione nella vana speranza di farvi rinunciare ad ogni pretesa di dignità. Bruciare i vostri oliveti (già più di 800.000 olivi andati in fumo o sradicati, è bene ricordarlo) non era abbastanza; chiudervi dietro un muro dopo avervi rubato le terre non era abbastanza; crearvi ogni genere di difficoltà nella vita quotidiana non era abbastanza; punirvi tutti, come popolo, indipendentemente dalle vostre età, dal vostro comportamento e dalle vostre credenze, perché alcuni tra di voi sono diventati spietati terroristi non era abbastanza; bisognava anche farvi puzzare come carogne.
L'hanno fatto. E continueranno a farlo. E troveranno altri modi di umiliarvi. Perché? Perché hanno perso la memoria e la saggezza, la compassione e il senso della misura.
Di chi parlo? Nidal, spero che tu sia d'accordo con me: non parlo degli ebrei e nemmeno degli israeliani. Parlo di quegli uomini e quelle donne ormai accecati dal fanatismo religioso-messianico e dall'odio verso chi non la pensa come loro. Sono ebrei? Anche. Sono israeliani? Anche. Ma sono soprattutto stupidi, piccoli e spregevoli umani che si comportano come animali e che credono di poter "vincere" trattando i loro avversari come bestie appestate. E non si accorgono nemmeno quanto questo loro modo di comportarsi li stia rodendo da dentro e stia trasformando il loro mondo in un incubo.

venerdì 12 settembre 2014

Morti che ho sentito

Miles Davis
Siccome mi piacciono le liste ho incominciato a stendere quella dei cantanti e musicisti che ho sentito dal vivo nella mia vita.
Almeno quelli di cui mi ricordavo.
Almeno quelli di cui mi ricordavo e che valevano la pena di essere inseriti nella lista. E sono arrivato a poco più di cento nomi.
Poi mi sono accorto che molti erano morti. Molti. E ho fatto una seconda lista, la LMMSV, Lista dei Musicisti Morti che ho Sentito dal Vivo, che per una lista è un bel titolo.
Il primo nome (ovviamente li avevo messi in ordine alfabetico) mi ha spiazzato: Joséphine Baker. Ma davvero conoscevo uno che aveva visto Joséphine Baker cantare dal vivo e quel qualcuno ero io? Ho avuto un po' la stessa sensazione del giorno in cui incontrai qualcuno che aveva conosciuto personalmente Cézanne. Ovviamente quel qualcuno era più anzianotto di me e l'incontro avvenne una quarantina d'anni fa. Però...
Si chiamava Monsieur Ripert. Aveva più di novant'anni e, anche se non c'entra niente, era il padre della suocera di Cacharel. Da bambino, a Aix-en-Provence, disegnava bene e voleva imparare a disegnare meglio. "C'è uno un po' strano che va in giro per la campagna a dipingere", gli avevano detto. Lui era andato a trovarlo e Cézanne lo aveva accettato come portatore di pennelli e colori "a condizione che stesse zitto". Era stato zitto.
Josephine Baker l'ho vista in scena al Teatro Lirico di Milano alla fine degli anni '60. Aveva più o meno la mia età adesso, il che ai miei occhi di allora ne faceva una vecchia. Si è presentata con un vestito di lamé attillatissimo, di quelli da diva hollywoodiana. Verso la fine del concerto ha fatto un numero straordinario, che ho poi sempre considerato come una grande lezione di teatro. Io ero in quinta, perché conoscevo bene il direttore di scena. Finita una canzone e presi gli applausi, lei si è girata dalla mia parte, ha arcuato il corpo in una posa estremamente sensuale, ha alzato la mano destra all'altezza degli occhi, come per ripararsi dalla luce, mentre con la sinistra teneva il microfono, e ha cantato una canzone di Sergio Endrigo, in italiano, senza il minimo movimento. La cosa straordinaria è che, mentre dalla sala il pubblico vedeva quel corpo dall'apparenza ancora perfetta tutto teso in una posa da svenimento, io avevo di fianco a me un macchinista che teneva verticalmente una cantinella in cima alla quale c'era un cartello con tutto il testo della canzone scritto a grossi caratteri, che lei leggeva. Meravigliosa.

Cinque altri ormai morti li ho visti al festival dell'isola di Wight nel '70:
Richie Havens
Alvin Lee (dei Ten Years After)
Keith Moon (degli Who)
Jim Morrison (dei Doors)
Miles Davis.

A proposito di Miles Davis, quando qualche anno fa ho raccontato al pianista jazz Stefano Onorati che ero presente al concerto di Miles all'isola di Wight, lui mi ha detto "Posso toccarti? Voglio poter dire che ho toccato uno che c'era". Gli ho teso l'avambraccio.

Un altro nome che spicca nella mia lista è quello di Ivan Graziani. Erano i primi anni '60, ero in piena adolescenza. In una piazza di Bellaria, dove passavo le vacanze in famiglia, c'erano due grossi caffè, uno di fronte all'altro: fuori dal primo, dopo cena cantava Gianni Morandi, ancora sconosciuto e che passava ore a giocare a flipper alla sala giochi. L'altro caffè, la Gelateria Nuovo Fiore, ospitava invece, sempre all'aperto, il caffè concerto di fine pomeriggio. Per un paio d'anni il gruppo musicale fu un trio, l'Anonima Sound, capeggiata appunto da Ivan Graziani. Facevano una musica "strana", elaborata, non tanto strana da non essere fruibile da tutti, ma certo non piattamente commerciale.
Prima suonavano per un po', poi chiedevano se tra il pubblico c'era qualcuno che volesse cantare. Era una specie di karaoke ante litteram, al quale sia io che mia sorella partecipavamo volentieri (lei vinse anche un concorso). Quindi posso dire di avere cantato accompagnato da Ivan Graziani.

Il che mi fa venire in mente che posso anche dire di avere cantato sotto la direzione di Luigi Nono. Era passato qualche anno, ero alla scuola del Piccolo Teatro. Un giorno ci fu chiesto se ci interessava andare a lavorare un po' con Nono, che stava preparando quello che sarebbe poi diventato uno dei suoi lavori più noti, Non consumiamo Marx. Passai una settimana negli studi RAI di Corso Sempione, a Milano, con sei o sette dei miei compagni di corso, a improvvisare vocalizzi a partire da slogan del Maggio '68 francese.

Aggiungo, per dovere di cronaca (ahahahahah) che una volta ho anche cantato accompagnato da Ludovico Einaudi, ma siccome quello che lui fa oggi è interessante quanto un porro cotto nell'acqua senza sale non andrò oltre.

Ho visto anche Ray Charles, a Vancouver, nel '75, in un ristorante con palco per l'orchestra. Camminando per strada con la mia prima moglie avevo notato un piccolo manifesto in una vetrina ed ero subito andato a informarmi. Per caso ero capitato nel locale proprio nel momento in cui il padrone stava uscendo. Gli avevo chiesto il prezzo d'ingresso, ma l'ingresso senza cena non era previsto e la cena costava un caccazilione. Forse impietosito dalla mia aria misera, il padrone aveva accettato di darci un tavolo in cambio del prezzo di una sola consumazione alcolica. Quella sera, mentre ascoltavo the genius tra i rumori di coltelli, forchette, piatti, bicchieri e masticazioni varie, ho capito quanto i jazzisti americani, vere star in Europa, siano spesso considerati semplici entertainers in Nord-America.

Altri grandi jazzisti morti che ho sentito sono:
Count Basie
Dave Brubeck
Ella Fitzgerald
Dizzy Gillespie
Lionel Hampton
Coleman Hawkins
Gerry Mulligan
Oscar Peterson
Max Roach.

C'è di peggio.

Anche qualche cantantucolo ora defunto l'ho sentito:
Barbara
Léo Ferré
Bob Hite (dei Canned Heat)
Nina Simone.

Se poi a questi nomi aggiungo Ravi Shankar e Frank Zappa, due splendidi fuori categoria, posso dire di aver assistito, anche limitandomi ai sotterrati, a qualche bel concerto in vita mia.

Ma davvero dovrei rinunciare a far sbavare qualche amico limitandomi ai concerti dei defunti? Via, non siamo meschini e finiamo con una lista approssimativa e che mescola tutti i generi dei concerti più memorabili ai quali ho assistito, anche se chi suonava e/o cantava continua tuttora a passeggiare in questa valle di lacrime:
Joan Baez
Vladimir Ashkenazy
Stefano Bollani
Chico Buarque
Hariprasad Chaurasia
Leonard Cohen
Ornette Coleman
Paolo Conte
Chick Corea
i Dik Dik
Bob Dylan
Paolo Fresu
Bill Frisell
Jan Garbarek
Gilberto Gil
Juliette Gréco
Trilok Gurtu
Dave Holland
John Lee Hooker
Ahmad Jamal
Keith Jarret
Pandit Jasraj
i Jethro Tull
Elton John (chissa perché...)
Pat Metheny
Shiv Kumar Sharma
John McLaughlin
Jacques Morelenbaum
i Moody Blues
Maria João Pires
Maurizio Pollini
i Primitives (!)
i Procol Harum
Joshua Redman
i Rokes (!!)
Omar Sosa
Nanni Svampa
Ralph Towner
Rokia Traoré
Gaetano Veloso
Muddy Waters
Tony Joe White
Big Joe Williams.

Quanto son belle le liste!

lunedì 4 agosto 2014

Un grande passo avanti

Un bronzo di Riace

Ieri ero in viaggio, non ho quindi potuto commentare uno degli articoli più stupidi che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.
Tutto è incominciato in maniera classica. Passata la frontiera tra Mentone e Ventimiglia, mi sono naturalmente fermato al primo autogrill per bere un caffè, visto che ogni permanenza in Francia, pur se di pochi giorni, priva ineluttabilmente l'italiano espressofilo della sua bevanda preferita, obbligandolo a ingurgitare brodaglie marron che di caffè hanno solo l'immeritato nome. Con il caffè, ovviamente, ho comprato il giornale. Risalito in furgone, ho chiesto a Elena di guidare un po' e mi sono messo a leggere. Come sempre, e nonostante le mie raccomandazioni, mentre io leggevo lei ha incominciato a prendere tunnel su tunnel, mandandomi in bestia e obbligando le mie pupille a una ginnastica degna di una preparazione olimpionica, ma questa è un'altra storia.
In prima pagina c'era un articolo il cui titolo integrale veniva ripreso poi nella pagina lettere, commenti & idee: Chi ha paura del velo e del tanga sui bronzi di Riace. Ohibò, mi son detto, vuoi vedere che qui c'è qualcuno che si è preso la briga di perdere tempo e inchiostro per parlare di quel fotografo francese?
I fatti: tale Gerald Bruneau, di professione fotografo (anche se sulla sua pagina Facebook alla voce Lavoro e istruzione si definisce prima 'artista' e poi 'free lance photographer', e uno che si definisce 'artista' su Facebook già mi provoca un'incontrollabile crisi di riso accompagnata da sonori ululati alla luna piena, anche se non c'è), Gerald Bruneau, dicevo, è stato chiamato da tale Simonetta Bonomi, che di lavoro fa la sovrintendente ai beni archeologici della Calabria, per una campagna pubblicitaria imperniata sull'immagine dei famosi bronzi che hanno fatto uscire il ridente e marittimo Comune di Riace dall'anonimato nel quale si crogiolava senza complessi da secoli. Pare, dico pare, che Simonetta fosse stata favorevolmente colpita da una precedente foto di Gerald, nella quale l'artista aveva parzialmente ricoperto la statua di Paolina Borghese del Canova con un velo rosso. Quella foto, visibile qui, non mi dà l'impressione di costituire un gesto artistico degno di un qualsiasi interesse e quindi non la commenterò.
Arrivato in Calabria però, il buon Gerald ha pensato di andare più in là, vestendo uno dei due bronzi di tanga leopardato, boa rosa e velo bianco, con tanto di mazzolin di fiori in mano. La foto l'avevo già vista nei giorni scorsi e mi era sembrata semplicemente una boiata pazzesca, tant'è che non ci avevo più pensato. Poi ieri è arrivata tale Giuia Soncini, giornalista, nonché autrice del libro Elementi di capitalismo amoroso, di cui pare che la giornalista inglese Tina Brown abbia detto che "mai nella storia un tale talento è stato messo al servizio di così turpi fini".
Giuia Soncini, chissa perché?, non mi era mai mancata. Ignorarne l'esistenza non mi era mai pesato come un insostenibile fardello. Ora so perché.
Temo che Giuia sia una di quelle donne, per fortuna rare, ma non abbastanza, che credono che basti proclamarsi femministe per non essere stupide. Brutte notizie, Giuia: a giudicare dal tuo articolo sei stupida come un garofano, o come un porro cotto, o come una Fiat 600 di quelle prodotte in Polonia tra il '98 e il 2010, vedi tu.
Già: chi l'avrebbe mai immaginato? Se dall'Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno, tanto per dirla con l'Alessandro, varie voci si erano alzate per dire che le foto di Brunel erano degne di interesse quanto una pera cotta nell'acqua di mare, secondo Giuia questo è un tipico caso di palese maschilismo che reagisce a un presunto crimine di lesa virilità. Prova ne sia che nessuno di coloro che trovano che la foto del Bronzo sia molto più interessante di quella della zia Gelsomina un bikini sulla spiaggia di Fregene avesse commentato negativamente il velo rosso messo a Paolina Borghese.
Ma certo! Come avevamo fatto a non pensarci prima? Mettere un tanga, un boa rosa e un velo bianco a una statua del V secolo a.C. è una potente denuncia del maschilismo calabro e magari italiano e forse pure europeo e universale! Che dico? Magari è pure un coraggioso gesto artistico, visto che dai baffi fatti da Duchamp alla Gioconda al Pont Neuf o a Porta Pinciana imballati da Christo e Jeanne-Claude: gli esempi di alterazione dell'opera d'arte esistente che la renda un'opera d'arte nuova sono parecchi e non esattamente di nicchia. A parte, povero garofaninoo mio, che se una vuole entrare in questo tipo di discussione farebbe bene a ricordarsi che i baffi Duchamp non li mise alla Gioconda ma a una riproduzione della Gioconda, il che è lungi dall'essere la stessa cosa; a parte che imballare Porta Pinciana non è la stessa cosa che mettere tanga, boa e velo bianco a una statua del V secolo a.C.; a parte questo, dimmi: il dubbio che sia proprio perché Duchamp e altri hanno fatto quello che hanno fa un secolo fa che le foto di Brunel sono solo boiate pazzesche non ti ha nemmeno sfiorato l'anticamera di quella cavità cranica inizialmente prevista ad ospitare il tuo cervello e rimasta invece tragicamente vuota?
Viviamo davvero un'epoca meravigliosa, nella quale basta che uno se ne venga fuori con un'imbecillità qualsiasi per meritarsi il titolo di artista. La mostra di Tampax usati che vidi a Parigi negli anni '70? Opera di un artista! Uno squalo intinto nella formaldeide? Opera di un artista! Una statua di porcellana bianca e dorata che rappresenta Michael Jackson con in braccio uno scimpanzé? Opera di un artista!
E, si sa, le opere artistiche sono intoccabili e indiscutibili, tant'è che se uno le discute è automaticamente un reazionario bacchettone con il terrore del diverso.
Leggendo l'articolo di Giuia mi è venuta in mente una famosa citazione della giornalista, nonché femminista francese Françoise Giroud: La donna sarà davvero uguale all'uomo il giorno in cui una donna incompetente sarà nominata al posto di un uomo. Da questo punto di vista, la presenza di quell'articolo sul più prestigioso e diffuso quotidiano italiano è decisamente un grande passo avanti verso l'eguaglianza dei sessi.