●13,7
miliardi di anni fa, nascita dell'universo; ●
tra 10,1 e 6,5
miliardi di anni fa, formazione della Via Lattea; ●
4,57 miliardi di
anni fa, formazione del Sole; ●
4,54
miliardi di anni fa, formazione della Terra; ●
3,5 miliardi di
anni fa, nascita
dei primi batteri; ●
4,533 milioni di
anni fa, formazione della Luna; ●
750 milioni di
anni fa, inizio della separazione dei continenti ●
500 milioni di
anni fa, nascita dei
primi pesci; ●
450 milioni di
anni fa, prima glaciazione e prima estinzione –
perisce l'85% delle specie viventi; ●
375 milioni di
anni fa, seconda glaciazione e
seconda estinzione –
perisce
l'82% delle specie viventi; ●
300 milioni di
anni fa, nascita dei
primi rettili; ●
250 milioni di
anni fa, terza glaciazione e terza estinzione –
perisce il 96% delle specie viventi; ●
240 milioni di
anni fa, nascita dei
primi uccelli; ●
200 milioni di
anni fa, quarta glaciazione e quarta estinzione –
perisce il 76% delle specie viventi; ●
200 milioni di
anni fa, nascita dei
primi mammiferi ●
65 milioni di
anni fa, quinta estinzione
–
periscono
i dinosauri e il 75%
delle specie viventi; ●
55
milioni di anni fa, nascita
dei primi primati;
●
2,4 milioni di
anni fa, Homo
habilis;
●
1,8
milioni di anni fa, Homo
erectus; ●
450.000
anni fa, Homo
neanderthalensis;
●
tra 300.000 e 200.000 anni fa, Homo
sapiens;
●
70.000
anni fa, Homo
sapiens
esce dall'Africa; ●
65.000
anni fa, Homo
sapiens
arriva in Australia; ●
50.000
anni fa, controllo del fuoco; ●
15.000
anni fa, Homo
sapiens
arriva in America; ●
11.500
anni fa, nascita dell'agricoltura, Homo
sapiens
si
sedentarizza;
●
5.200
anni fa, rivoluzione cognitiva, invenzione della scrittura; ●
da
5.100 a 2.040 anni fa, impero egiziano; ●
3.750
anni fa, prime
leggi scritte –
codice
di Hammurabi;
●
3.600 anni fa, prima monarchia costituzionale - Ittiti ● 3.500
anni fa, nascita dell'induismo; ●
3.200
anni fa, nascita della filosofia, in India; ●
da
3.200 a 650 anni fa, impero mongolo –
dalla
Mongolia all'Adriatico; ●
3.000
anni fa, nascita dell'ebraismo; ●
2.700
anni fa, prime monete; ●
2.600
anni fa, nascita della filosofia greca, della
democrazia e
del buddhismo; ●
da
2.240 a 106 anni fa, impero cinese; ●
da
2.070 a 740 anni fa, impero Chola –
India
del Sud, Indonesia, Sud-Est asiatico;
● da 2.045 a 1.623 anni fa, impero romano ●
2.000
anni fa, nascita del cristianesimo; ●
da 1852 a 1542 anni fa, invasioni barbariche dell'Europa; ● da 1.843 a 1.738 anni fa, Guerra dei Tre Regni, la più sanguinosa della storia in proporzione alla popolazione mondiale; ● 1560 anni fa, introduzione dello zero in un sistema di numerazione posizionale - Lokavibhaga, India ● da 1542 a 526 anni fa, Medioevo europeo; ● da
1.700 a 950 anni fa, impero del Ghana; ●
1.400
anni fa, nascita dell'Islam; ●
da
1260 a 760 anni fa, califfato di Baghdad; ● 1212 anni fa, prime banconote – imperatore Xian Zong, dinastia Tang; ● 977 anni fa il cinese Bi Sheng inventa la stampa a caratteri mobili (in terracotta); ●
958 anni fa, primo testo scritto in italiano – Placito cassinese; ●
900 anni fa, invenzione in Cina della prima arma da fuoco; ●
da
780 a 370 anni fa, impero del Mali; ●
da 650 a 450 anni fa, Rinascimento europeo; ● 550
anni fa, rivoluzione scientifica; ●
525 anni fa, inizio della colonizzazione europea di America, Africa, Asia e Oceania; ● 500 anni fa, nascita del capitalismo in Inghilterra; ● da
500
a 45 anni fa, era coloniale;
●
da 300
a 180 anni fa, tratta degli schiavi; ●
230
anni fa, dichiarazione universale dei diritti dell'uomo; ●
da 258 a 188
anni fa, prima rivoluzione industriale in Inghilterra; ●
148 anni fa, seconda rivoluzione industriale; ● 101 anni fa, prima rivoluzione comunista; ● da
100
anni fa a
oggi,
teoria
della relatività generale e fisica
quantistica; ●
50
anni fa, rivoluzione informatica;
●
da
40
anni fa a
oggi,
internet.
giovedì 1 novembre 2018
mercoledì 24 ottobre 2018
Scrivere a mano
Da
tre settimane sto scrivendo come un matto, anche sei o otto ore al
giorno. Erano alcuni anni che avevo in cantiere un libro, ma non
riuscivo a finirlo. Sapevo di averne scritto non più di un terzo, ma
non ce la facevo ad andare avanti. In settembre sono andato a fare
una piccola tournée negli Stati Uniti e in Canada con il mio
racconto sulla fisica. Mentre ero là ho letto l'autobiografia
dell'attore americano Alan Alda e la lettura di quel libro, combinata
con lo stato di eccitazione e di felicità nel quale quella piccola
tournée mi aveva messo, ha provocato un clic inatteso. E mi sono
rimesso a scrivere.
Da
anni ormai scrivevo solo al computer e mi ero convinto che quel modo
di scrivere fosse ottimale, anche più creativo della scrittura a
mano. Il fatto di poter correggere immediatamente il testo, di
poterne tagliare paragrafi interi e aggiungerne altri con qualche
clic sulla tastiera non mi sembrava solo un modo più rapido di
comporre un testo, mi dava anche l'impressione di una maggiore
libertà.
Poi
a New York mi sono comprato alcune matite, delle Palomino Blackwing e
delle Blackwing 602 (vedi il mio precedente post) e quando mi è
venuta voglia di mettermi a scrivere l'ho fatto a matita. In casa
avevo un quaderno cartonato con le pagine bianche, senza righe, che
mi era stato regalato alcuni anni fa quando avevo partecipato a un
festival a Rotterdam. L'ho preso e ho incominciato a scrivere. Che
l'abbia fatto a matita non importa. In realtà amo le penne
stilografiche. Ne possiedo tre: una Montblanc Classica che mi ero
comprato il giorno del mio primo divorzio, una Meisterstuck Le Grand
che mi è stata regalata dalla mia seconda ex-suocera e una Pelikan
M120N, esatta riproduzione di quella che avevo alle medie, trovata su internet un paio di anni fa. Nonostante abbia sempre amato
scrivere con una penna, ormai con quelle tre scrivevo solo le
lista della spesa e qualche rarissima lettera.
La
Palomino mi ha attirato per il mito che la circonda. È
la matita con la quale Steinbeck e Kerouac hanno scritto i loro
romanzi e Bernstein e Quincy Jones le loro musiche. Così ho voluto
provarla. Mi sono subito reso conto che preferivo la 602 a quella
senza numero, che è troppo morbida. In tre settimane ne ho già
consumate tre.
Ma
la cosa che mi ha davvero sorpreso è come la scrittura cambi
scrivendo a mano. Sarà
perché al computer scrivo con due dita, usandone un paio d'altre
solo per inserire degli
spazi e andare a capo, ma fin dai primi giorni ho avuto l'impressione
di scrivere più rapidamente. Il che ovviamente non è vero. Ciò che
succede in realtà è che scrivendo a mano ti passano per la testa
più cose ed è quell'affollarsi di pensieri che ti dà l'impressione
di una maggiore velocità.
Come
indicato in uno studio di Pam. A. Mueller, docente di psicologia
sociale a Princeton, e Daniel M. Oppenheimer, suo collega dell'UCLA
(University of California, Los Angeles) (The Pen is Mightier Than the Keyboard: Advantages of Longhand Over Laptop Note Taking) scrivere a mano fa entrare
in gioco funzioni del cervello che restano assopite scrivendo su una
tastiera. Osservando due gruppi di studenti che prendevano note
durante gli stessi corsi universitari, i due studiosi hanno notato
che quelli che scrivevano a mano imparavano di più e meglio degli
altri, anche se in realtà scrivevano un numero inferiore di parole.
O piuttosto proprio
perché
scrivevano meno parole. Mentre quelli che scrivevano su un computer
riuscivano a scrivere verbatim, il processo di scrittura manuale
permetteva — o obbligava — gli altri a elaborare delle sintesi
che non lasciavano spazio alle cose superflue. In altre parole,
mentre i primi si limitavano a trascrivere meccanicamente ciò che
ascoltavano, i secondi mettevano in atto un processo creativo di
sintesi che era già di per sé parte integrante
dell'apprendimento.
Ritrovare
uno strumento di scrittura manuale per comporre un testo coerente
invece di una semplice lista della spesa è stata una sorpresa che mi
ha permesso anche di riscoprire un secondo processo creativo, che
entra in gioco quando ricopio il testo al computer. In quei momenti,
quando rileggo e imparo a memoria, anche se solo per i pochi istanti
della trascrizione, una frase intera, mi rendo conto di tutta una
serie di errori e imprecisioni che mi sfuggono quando scrivo
direttamente al computer.
Lo
studio di Mueller e Oppenheimer sostiene
anche che più grande è il processo di codificazione del
l'informazione, maggiori sono i benefici per l'apprendimento. Nella
mia breve esperienza trisettimanale ho notato che scrivere a mano e
poi trascrivere al computer mi porta a produrre frasi più chiare e
più armoniose. Non so quanto questo dipenda dal fatto di scrivere a
mano e quanto dalla trascrizione al computer, credo un po' da
entrambe le cose. Il risultato mi sembra comunque più soddisfacente
di quello ottenuto muovendo le dita su una tastiera.
Ormai
nella maggior parte delle scuole elementari degli Stati Uniti
imparare a scrivere a mano in lettere minuscole non è nemmeno più
obbligatorio e molti americani sanno scrivere solo in stampatello. Il
che è una cosa molto diversa perché non permette di vedere le
parole come blocchi aventi ognuno un senso compiuto, ma come semplici
sequenze di lettere, un po' come quando scrivi al computer.
Se
trovi tutto questo un po' passatista e nostalgico posso dirti solo
una cosa: la prossima volta che avrai qualche pagina da scrivere
prova a farlo a mano e vedrai la differenza. Poi magari fammi sapere.
lunedì 24 settembre 2018
Ti scrivo dal mio ufficio
Ciao.
Ti
scrivo dal mio ufficio. Se vuoi,
puoi passare a salutarmi. L'indirizzo
è 31 Caroline
Street North, Waterloo, Ontario - Canada N2L 2Y5.
Semplice, no? Quando
arrivi non lasciarti intimidire dalla scritta in lettere di bronzo
sopra la porta d'ingresso:
Come tutti sappiamo
vuole semplicemente dire che
nessuno che non si interessi alla geometria entri qui.
So già cosa obietterai
con la tua aria da saputello, mi
dirai che quella
citazione è sbagliata, che la scritta che appariva sopra la
porta d'ingresso dell'Accademia di Platone
diceva in realtà che
nessuno non
portato per la
geometria entri qui.
Ma
così dicendo avrai solo perso un'altra occasione di
tacere, visto che la
sostituzione di nessuno
che non si interessi alla geometria
con
nessuno non
portato per la
geometria
è
voluta. Voluta da chi? Dai fondatori del Perimeter
Institute,
che, come lo spiega una scritta all'interno della porta, ci tenevano
a far sapere che il loro lavoro lo svolgono
per condividere la gioia delle loro scoperte con l'insieme della
comunità.
Già,
perché è
qui che mi trovo,
al Perimeter
Institute for Physical Research
di Waterloo, nell'Ontario, un centro di ricerca sulla fisica
quantistica tra i più importanti al mondo. E mi hanno dato un
ufficio tutto per me, il
267, al secondo piano — che per noi sarebbe il primo, ma non
importa — anche
se starò qui solo quattro giorni e anche se sono solo un guitto
itinerante. Questi fisici sono pazzi.
Ma
anche molto gentili, tant'è che quello che mi ha preceduto in questo
stesso ufficio, usato solitamente dai
fisici di passaggio, mi ha lasciato sulla lavagna tutta una serie di
equazioni, sperando forse che le avrei risolte per il bene comune.
Mmmhhh…
Tanto
per darti un'ulteriore idea di quanto i fisici siano pazzi, se sono
qui lo devo alla splendida Krista Blake, che svolge ufficialmente il
compito di Catalizzatrice
delle arti,
della cultura e dell'immaginazione.
Insisto: non è che sia lei che dice che quello è ciò che fa di
mestiere,
è proprio il suo titolo ufficiale: Catalyst
of the Arts, Culture and the Imagination.
Te lo immagini un titolo così in un'università nostrana?
Questa
mia piccola tournée nordamericana, con tre date, due in altrettanti
college dello Stato di New York e una qui in Canada, più che un
sogno è una cosa che non avrei mai nemmeno osato sognare quando, più
di dieci anni fa, mi è venuta l'idea di lavorare a un racconto sulla
fisica. Già fare la prima dello spettacolo in occasione del festival
della scienza di
Genova
era stato eccitante, ma qui, più che un bambino in un negozio di
caramelle mi sento come un bambino al quale il negozio di caramelle
l'hanno regalato. E più che un negozio è tutto un centro commerciale ed è pieno solo di caramelle.
Ed
eccomi qui, seduto a scrivere, con fuori dalla finestra il laghetto
del Waterloo Park, mentre dal computer, piano, per non disturbare i
vicini, escono le note del bellissimo CD del 2013 Hagar's
Song,
di Charles Llloyd e Jason Moran.
Mi viene voglia di starmene qui a
non far niente, solo a godermi questi momenti. Oltretutto il pass
che ho in tasca mi dà accesso al Perimeter
giorno e notte, quindi mi sa che stanotte dormirò qui, per terra. Ma
forse prima andrò a comprarmi una grossa catena e mi legherò a
non
so bene cosa ma a qualcosa, perché io qui ci voglio restare per
sempre, voglio mangiare tutti i giorni al Black
Hole Bistro,
il Caffè del buco nero, anche solo per le cose che
quelli che lo gestiscono mettono su internet. In questo momento
suggeriscono il rinfrescante sciroppo di menta in
questi termini:
I neuroni incaricati di
sentire il freddo emettono una proteina chiamata TRPM8. Quando questa
proteina raffredda si apre come un portone e lascia entrare gli ioni
presenti nell'aria
dentro il neurone. Il
cambiamento della carica elettrica all'interno del neurone e il
messaggio “ricettori di freddo attivati!” viene mandato al
cervello attraverso il sistema nervoso centrale.
Questa
è biologia. Ma il fatto è che la TRPM8 non risponde solo al freddo.
Risponde anche al mentolo, il composto cristallino presente nella
menta e negli olii di menta. Perché il mentolo si aggrappi alla
maniglia chimica della TRPM8 non lo sappiamo, ma
una volta che la maniglia è girata la TRPM8
apre il cancello e i
neutroni che rispondono al freddo vengono attivati.
Quei
neutroni lanciano un solo tipo di messaggio e il risultato —
straordinario — è che il sapore della menta è indistinguibile
dalla sensazione di freddo. Urrà!
Cosa
vuoi che ti dica, io in un caffè che si fa pubblicità in questi
termini ho voglia di passarci altro che quattro giorni; settimane,
mesi, anni. Quindi se capiti dalle parti di casa mia e ti viene
voglia di suonare il campanello non stupirti se non ti rispondo. Sai
dove sono.
venerdì 14 settembre 2018
Mai mi sarei aspettato questo nuovo amore
Non
so se ti piace scrivere a mano. A me sì. Sopratutto con una
stilografica, magari la bella Montblanc Meisterstück che la mia
allora suocera mi regalò qualche anno fa, oppure la Pelikan M120 (a
pennino largo) che mi sono comprato l'anno scorso e che è la replica
esatta di quella che avevo alle elementari. Le carico con inchiostri
inglesi, i Diamine (pronuncia dàiamin), che trovo nel negozietto della Casa della stilografica, in via Cavour, a Firenze, e che hanno
bellissimi colori.
Ma
ho voluto provare qualcosa di nuovo, anche se con una certa reticenza, visto che quello che avevo letto sulla Palomino Blackwing
602 mi sembrava davvero esagerato. Va bene, la usava Steinbeck, la
usavano e usano Leonard Bernstein, John Williams e Quincy Jones, ma
quelli sono musicisti… Cosa vuoi che ne sappiano delle penne?
Già,
ma il fatto è che la Palomino Blackwing 602 non è una penna, è una
matita.
Fu
fabbricata dalla Eberhard Faber Pencil Company,
che si trovava a New York, là
dove oggi c'è il palazzo dell'ONU, dal
1934 all'88, poi dalla fabbrica
americana della norimbergana
Faber Castell dall'88
al '94 e in seguito dall'illinoisiana
Stanford dal '94 al
'98. Quell'anno, forse per
protesta contro la nascita quasi contemporanea di Rihanna e di Adele,
ma non ne sono sicuro, comunque non si sa, la Palomino sparì. Nel
giro di un paio di lustri
la si trovava solo a 40 o
anche 50$ su ebay. Alcuni
pezzi “antichi” raggiunsero i 100$. Vabbè…
Il
10 ottobre 2010, miracolo: come un volgare figlio di falegname
palestinese e di madre
vergine, ma grazie alla
California Cedar Products,
oggi Cal Cedar,
la Palomino Blackwing 602
risorse. Alleluia!
Anzi
no. Come direbbe il Commissario Montalbano: “Alleluia 'sta
minchia!” La ragione? Semplice: come si era permesso Charles
Berolzheimer, la
cui famiglia fabbricava matite in Baviera da più di un secolo e che
adesso possedeva la California Cedar Products, di “migliorare”
la 602? Si può migliorare un quadro
di Leonardo?
Una
scultura di Michelangelo? Un'opera di Verdi? Siamo seri...
E infatti i fan protestarono vigorosamente.
Basterà
ricordare che il
corpo della matita da
grigio diventò
nero lucido (!); che
la
gomma fissata all'estremità da rosa diventò
bianca (!!); che
la
formula della grafite fu
modificata (!!!). Basta
capire queste cose per non trattenere un urlo disumano.
Agggrrrrhhh!!!
Ma
poco per volta le cose cambiarono e i puristi si calmarono, forse
anche perché la gomma ridiventò rosa, ma
non ne sono sicuro, comunque non si sa.
Ciò
che si sa per certo — anche se, diciamo la verità, lo sanno in
pochi e
se lo so io è
perché
c'ero
— è che questa mattina, verso le 11 e 40, ora della East
Coast,
io sottoscritto qui presente e scrivente sono entrato nel negozio CW
Pencils,
sito al numero civico 15 di Orchard street, nel
cuore di
quel
Lower East
Side un
tempo chiamato Kleindeutschland
(che
è un po' come dire Little
Italy,
ma in tedesco) prima di diventare un'enclave ebrea e poi latina,
per finire, come tutto il sud di Manhattan, per trasformarsi in via chic, e mi sono comprato non solo una Palomino
Blackwing 602,
ma
pure un temperino metallico sfavillante che sembra d'oro massiccio e
(ma ciò che sto per scrivere merita una e maiuscola, magari pure in grassetto, quindi) E un
point guard
anche lui sfavillante, che ti
spiego subito se mai non lo sapessi che un point
guard è
un cappuccio metallico protettivo nel
quale infilare la punta della matita e che ti
evita che la stessa
punta
si spezzi se metti la matita non so bene dove, ma comunque là dove
le punte delle matite rischiano di spezzarsi.
Fatto
questo, sono andato a sedermi in una
di quelle tristi mescite
che da queste parti chiamano café
con
una f sola e l'accento sbagliato,
ho estratto dallo zaino la Palomino
Blackwing 602
e
il suo sfavillante temperino, le ho fatto una punta che più bella
non si poteva, ho estratto — sempre dallo zaino — il piccolo
carnet di marca Legami
e di colore azzurro (un po' troppo azzurro a mio gusto, ma vabbè…)
al quale ho permesso di sorvolare l'oceano in mia compagnia, l'ho
aperto e, pur
con una certa reticenza iniziale, ho scritto questa frase: “Vediamo
come scrive questa Palomino
Blackwing. Urca!
Ma scrive proprio bene! Molto, molto bene! Ma è incredibile! Non ha
niente a che vedere con le matite “normali.” Urca urca urca!!! Ma pensa tè!!!”
Poi
mi sono messo a ululare come un volgare licantropo fino all'arrivo
della polizia.
Adesso
è notte. Sono in una cella del 5th
Precint,
in compagnia di uno spacciatore di
Medellín
e di un'attempata
prostituta, nonché
ex-maestra di asilo, originaria del Kansas.
Circa
un'ora fa un tenente mi
ha detto che se la
smettevo di ululare
domattina mi avrebbe
lasciato
uscire.
Allora
ho smesso. Con fatica, ma ho smesso.
Meno
male, così potrò andarmi
a comprare
una dozzina supplementare di Palomino
Blackwing 602.
O
magari due dozzine,
non ne sono sicuro, comunque non so,
vedrò sul posto.
Chi
l'avrebbe mai detto che questo nuovo e inatteso amore mi avrebbe sconvolto la vita?
Urca
urca urca! Che bello che bello che bello!
Come
forse
non l'avrebbe mai urlato ai quattro venti Søren
Kierkegaard, che già era uno che non urlava molto — figuriamoci
poi ai quattro venti… — ma come l'avrebbe di sicuro zirlato Dean Martin, al secolo Dino
Paul Crocetti, that's
amore (tippy-tippy-tay, tippy-tippy-tay).
Ahuuuuuuuu!
lunedì 27 agosto 2018
Piccola goduria matematica
Mario Livio
Nonostante
in matematica sia sempre stato una capra, amo la matematica. Per
questo ogni tanto mi leggo un libro di storia o di epistomologia
matematica, sperando di capirci qualcosa in più.
In
questo momento ne sto leggendo uno di Mario Livio, astronomo
israeolo-americano nato in Romania. Ne avevo già letti tre suoi, uno
su Évariste Galois, uno sulla sezione aurea e uno sulle cantonate
scientifiche.
Évariste Galois era un matematico francese, morto in duello a 21 anni dopo avere passato tutta la notte a scrivere quanto più poteva delle sue scoperte matematiche. La sezione aurea, detta anche costante di Fidia, è il numero irrazionale 1,6180339887..., che si ottiene effettuando il rapporto fra due lunghezze disuguali delle quali la maggiore a è medio proporzionale tra la minore b e la somma delle due (a + b). Di cantonate scientifiche ce ne sono state talmente tante che lo stesso Livio si limita a esaminare alcuni incredibili abbagli di un piccolo numero di scienziati veramente grandi e capirne le implicazioni.
Il libro che sto leggendo, perentoriamente intitolato in Italia Dio è
matematico, mentre il titolo originale è Is God a
Mathematician? con un punto di
domanda che cambia tutto, promette già bene nonostante sia
arrivato solo a pagina 82.
Nel
secondo capitolo Livio parla della concettura di Goldbach, che già
conoscevo, ma anche della congettura di Catalan, di cui non avevo mai
sentito parlare. La congettura di Goldbach, che appare in una lettera
del matematico prussiano, nato a Könisberg, del 7 giugno 1742,
sostiene semplicemente che ogni numero pari superiore a 2 può essere
espresso come somma di due numeri primi. È solo nel 2013 che il
peruviano Harald Helfgott (sì, ci sono dei peruviani ce si chiamano
Helfgott, un po' come ci sono degli italiani che si chiamano
Schuster) ha dimostrato l'esattezza di quella congettura.
La
congettura di Catalan, matematico belga dell'800, sostiene invece che
l'8 e il 9, che possono essere espressi rispettivamente come 23
e 32, sono gli unici due numeri con queste caratteristiche
che si susseguono tra tutte le potenze dei numeri interi. Livio
racconta che già nel 1342 il matematico Levi Ben Gerson aveva
dimostrato che 8 e 9 sono le uniche due potenze di 2 e 3 la cui
differenza sia 1, ma ci sono voluti 150 anni prima che il matematico
rumeno Preda Mihăilescu
riuscisse a confermare la congettura di Catalan.
Mi
dirai me che tte frega di sapere una cosa del genere? Non lo so
nemmeno io. Ma mi piace.
La
matematica mi piace per lo stesso motivo per cui mi piace lo sport —
parlo
naturalmente degli sport nei quali se salti più in alto, lanci
qualcosa più lontano o vai più veloce di un altro vinci, non certo
di quelli nei quali un giurato finlandese o una giurata coreana
decidono
con un voto che ti sei tuffato o hai fatto un esercizio ginnico
meglio di un altro: quelli non li considero nemmeno sport, sono cose
più vicine ai premi letterari o ai reality show tipo Masterchef o X
Factor, che mi interessano quanto i peti verbali di Matteo Salvini.
Amo
la matematica, anche se, ripeto, sono una capra, per il suo aspetto
poetico, perché mi fa sognare. E credo che se a scuola un insegnante
(almeno uno!) mi avesse parlato, che so, della sequenza di Fibonacci,
magari mi sarei innamorato abbastanza presto di quella disciplina per
buttarmici dentro con l'entusiasmo
che merita. Invece no:
a scuola mi hanno insegnato solo a sommare delle mele, a calcolare in
quanto tempo una macchina che va a 90 chilometri all'ora può fare il
viaggio Milano-Bologna e a cimentarmi con astruse equazioni piene di
x2
e di √y.
Per
questo sono diventato marionettista. Il che è sempre meglio che
diventare ragioniere o deputato 5 stelle, siamo d'accordo. Però,
almeno col senno di poi, mi sarebbe piaciuto un sacco passare la vita
in compagnia dei numeri, capire Gauss e Riemann, aprezzare fino in
fondo Euclide e Poincaré, Eulero e Leibniz, Pitagora e Newton. Ma
vabbè…
Anche
leggere Mario Livio non è male. Tant'è che mi viene voglia di
consigliarti tutti i suoi libri usciti in Italia:
- Dio è un matematico, Rizzoli, 2009
- L'equazione impossibile, 2005, Rizzoli
- La sezione aurea, 2004 Ed. Hera
- La bellezza imperfetta del cosmo, UTET 2003
- La sezione aurea - Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni, 2003, Rizzoli
venerdì 24 agosto 2018
Un bel museo
Noi
curiosi, a forza di bazzicare qua e là lasciandoci portare dalla
semplice voglia di saperne un po' di più su cose anche triviali,
certe volte facciamo delle scoperte interessanti. E non importa se
quelle scoperte sono già conosciute da tempo da molti altri, ciò
che conta è la gioia che ci dà scoprirle in modo quasi casuale.
A
partire da una frase in un documentario che non c'entrava niente,
ultimamente mi sono interessato a Van Eick, il pittore fiammingo al
quale il Vasari attribuì l'invenzione della pittuira a olio, che
invece era già usata in Afghanistan 7 secoli prima. Ovviamente il
Vasari non sapeva niente dell'Afghanistan, anche perché ai suoi
tempi quella parte del mondo faceva parte dell'Impero Timuride
fondato da Tamerlano ed è solo ai primi dell'800 che verrà usato il
nome Afghanistan.
Van
Eyck era di Maaseik, un paesino oggi al confine tra Belgio e Olanda,
ma passò gli ultimi sedici anni della sua vita a Bruges, allora
incontestata capitale europea dei tessuti di lusso. Prima di
andarsene a Bruges era stato pittore di corte di Giovanni di Baviera,
all'Aia, poi aveva svolto la stessa mansione a Digione, presso
Filippo il Buono di Borgogna.
Nessuno
prima di lui aveva mai dipinto tessuti e drappeggi con altrettanta
maestria, anche
perché nessuno in Occidente aveva mai usato la pittura a olio. Ma
oltre a tessuti
e drappeggi, Van Eyck dipinse in maniera strepitosa anche alcune
armature, come quella di San Giorgio nella Madonna
del canonico van der Paele.
Ed è questo che mi ha portato a fare qualche ricerca sulle armature
del 3 e '400,
alcune delle quali
erano veri capolavori di maestria artigianale. È così che ho
scoperto l'esistenza di un museo fiorentino di cui non avevo mai
sentito parlare, il Museo Stibbert.
Frederick
Stibbert era uno che di mestiere faceva il ricco e di hobby il
massone e il garibaldino. La
sua fortuna l'aveva ereditata dal padre, che di mestiere aveva fatto
il colonnello delle Coldstream
Guards,
quei militari visibili ancora oggi nel Regno Unito,
che portano una giubba rossa e un monumentale colbacco di 47
centimentri in pelo
di
orso bruno canadese. Mi dirai che anche le Granadier
Guards,
le Scots
Guards,
le Irish
Guards
e le Welsh
Guards
portano lo stesso colbacco e la stessa giubba rossa, ma così facendo
dimostrerai solo la tua ignoranza, visto che è noto a tutti che
mentre i bottoni della giubba delle Coldstream
Guards
sono accoppiati due a due, quelli delle Granadier
Guards
sono singoli, quelli delle Scots
Guards
sono accoppiati per 3, quelli delle Irish
Guards per 4 e quelli delle Welsh
Guards
per 5. Allora taci e continua a leggere.
Il
padre di Frederick la sua fortuna l'aveva ereditata da suo padre,
Giles Stibbert, che di mestiere aveva fatto il generale comandante
puzzone della Compagnia delle Indie e
il Governatore superpuzzone del Bengala,
che erano
cose
che permettevano
di arricchirsi in maniera spudorata senza nemmeno sforzarsi troppo.
Lui però si era sforzato lo stesso.
Frederick
era nato a Firenze, tant'è che in Italia lo chiamavano Federigo. Suo
padre si chiamava Thomas e aveva finito per
sposare la sua governante, tale Giulia Cafaggi, di Stia, alla quale
aveva già fatto un figlio e due figlie fuori
dal matrimonio.
Poi
l'aveva sposata. Poi
era morto. Ed
è così che
Frederick si era trovato ricco. Molto ricco.
Alla
morte del marito, Giulia aveva comprato una villa sulla collina di
Montughi, un paio di chilometri a nord del Duomo e vi si era
trasferita con i figli. È lì che Frederick riunirà in una
cinquantina d'anni un'impressionante
collezione di artefatti, tra i quali centinaia di armature europee,
mediorientali, indiane
e giapponesi. Oggi quella villa, che lo stesso Frederick ampliò, è
un museo. Ed è molto bello. La collezione di armature giapponesi in
particolare, seconda, al di fuori del Giappone, solo a quella del
Metropolitan di New York, vale la visita.
Lo
so, uno di solito non va a Firenze per vedere delle armature
giapponesi, ma io ti consiglio lo stesso di farlo. L'ho fatto
stamattina e ne sono uscito felice.
Aggiungo
che oltre alle armature ci sono migliaia di altri oggetti, quadri,
porcellane, mobili e quant'altro, di grande interesse, senza parlare
dello
splendido
giardino che è aperto gratuitamente tutti i giorni fino alle 19.
Le
visite sono obbligatoriamente guidate, ma senza sovrapprezzo, e la
guida che è capitata a me era disponibilissima a rispondere alle mie
domande. L'indirizzo è
via
Federigo Stibbert 26, 50134 Firenze; il
telefono è lo 055475520.
Non ci sono problemi per parcheggiare in via Stibbert.
Un
buon caffè me lo sono meritato sì o no? Io dico di sì. Però
prima di andarmelo a preparare ti metto qualche altra foto.
martedì 14 agosto 2018
Il mattino dopo
...e
poi ci sono concerti come quello di Steve Coleman, ieri sera, al
Teatro delle rocce di Gavorrano, dove la musica è così
intransigente da finire col sembrare completamente chiusa su se
stessa e tu, spettatore, ti senti quasi un intruso, uno che è lì ma
che se non ci fosse sarebbe lo stesso, sul palco succederebbero le
stesse cose. E te ne vieni via perplesso, chiedendoti il perché di
quegli applausi insistenti e dicendoti che vabbè, il bello del jazz
è anche quello, c'è posto per tutti e va davvero bene così. E
guidi a notte alta per un'ora e mezza lungo piccole provinciali
grossetane e senesi più sinuose del corpo di Betty Boop, con l'eterno timore
di trovarti improvvisamente davanti un cinghiale sbucato dal nulla,
come ti è già successo un paio di volte la settimana scorsa
obbligandoti a sterzare all'ultimo secondo smadonnando come un
portuale livornese. D'accordo, non erano scrofe, erano chinghialini
bimbi, ma la madre non doveva essere lontana e una scrofa presa in
pieno anche solo a settanta all'ora, lo sai, non sarebbe cosa buona,
farebbe magari la gioia del tuo carrozziere, è più che probabile,
ma certamente non quella della tua piccola utilitaria coreana, né
tantomento la tua. E allora guidi aggrappato al volante con gli occhi
sbarrati e ti senti anche un po' ridicolo, ma per fortuna stanotte in
mezzo alla carreggiata finisci col vedere solo una civetta (che il
mattino dopo ti chiedi ancora cosa ci facesse lì, immobile come una
statua della Madonna di quelle che cambiano colore a seconda del tempo che fa), un gattino di pochi mesi, un gatto adulto, una volpe e
qualche chilometro più in là altre due volpi scodinzolanti. E
arrivi a casa dopo l'una e mezza, apri il frigo, ti pappi il resto
d'insalata (insalata verde, pomodoro, cetriolo, rapanelli, olive
verdi e nere, uovo sodo, mozzarella e semola) e poi ti infili sotto
le lenzuola tutto contento che la temperatura sia scesa abbastanza da
darti voglia di infilarti sotto le lenzuola invece di sudarcici sopra
e riprendi il libro di Davide Enia che è proprio bello e ti parla
degli sbarchi a Lampedusa come solo uno che a Lampedusa ci è andato
più volte e ha visto coi suoi occhi cosa vuol dire vedere poveri
cristi che arrivano dal mare dopo viaggi di mesi fatti di stenti e di
violenze, di botte, di galera, di stupri, di orrori indicibili, uno
che ha visto coi suoi occhi bambine di dodici tredici anni incinte,
usate come cose da mercanti e soldati e poliziotti e miliziani, uno
che è stato lì a distribuire merendine e tazze di tè ripetendo
all'infinito welcome, bienvenue, stringendo i denti per impedire a
quel groppone in gola di diventare cascata di lacrime, che non
sarebbe cosa da uomo siciliano, da òmo vero, ma nemmeno cosa da uomo
qualsiasi, perché in quei casi devi, devi!, tenere buono, perché il
dolore vero non è il tuo, ma il loro, solo uno così può raccontarti quelle cose e tu ti dici che la lettura di
quel libro dovrebbe essere obbligatoria per tutti i ministri
cialtroni e per tutti quelli che li hanno votati e leggi, leggi e la
cosa strana e bella è che ti rendi conto che quel libro non è uno
strappalacrime, lo leggi quasi come un romanzo e ti accorgi che anche
il padre di Davide ti appassiona e lo zio col suo cancro e Paola e
Melo e il sommozzatore grande come una montagna venuto dal nord e il
medico e il becchino e quando finisci per spegnere la luce perché
sei davvere stanco, perché ormai le due sono passate da un pezzo, ti
rendi conto di sentirti allo stesso tempo vuoto come dopo uno sforzo
intenso e pieno come dopo esserti pappato un paio di cannoli freschi
freschi, di quelli con le fettine di arancia candita alle due
estremità che sanno di Sicilia come un piatto di pizzoccheri sa di
Valtellina. E il mattino dopo vieni svegliato prima delle sette da
lampi e tuoni che più ne ha più ne metta e che riescono appena per
qualche istante a coprire il rumore della pioggia che viene giù a
raganella manco fossimo a Calcutta durante il monsone e ti dici che
ci siamo, è la fine dell'estate, e ti alzi e ti metti a scivere al
computer senza nemmeno esserti preparato il tuo mezzo litro di tè
nero, quello che finché non ce l'hai in corpo resti ancora addormentato anche se le
dita si muovono, clic, clic, clic, sui tasti neri come se vivessero
di vita propria. E il concerto di Steve Coleman è già dimenticato,
non avvenuto, e intanto a forza di scrivere ha smesso di piovere e
riapri la porta finestra che dà sul balcone e ti godi quel profumo
di pioggia che resta nell'aria e ti dici che solo due mesi fa non ne
potevi più della pioggia che aveva finito col diventare così
deprimente che il sole te lo sognavi di notte, ma non puoi impedirti
di pensare a quanti sono quelli che in questo momento stanno
attraversando il mare, quante sono quelle che in questo istante
vengono stuprate, quanti quelli che stanno annegando e quanti quelli
che si stanno coprendo la testa con le braccia arricciandosi a terra
per proteggersi dalle bastonate e dai calci, quanti quelli che stanno
sognando di partire ma non sanno come fare e ti tornano in mente
mille immagini d'Africa, dei momenti che hai vissuto nella polvere di
Ouagadougou, Addis Abeba, Niamey, Conakry, Asmara e tutte le altre
città, tutte così diverse l'una dall'altra e tutte così piene di
donne, bambini, uomini, òmini veri, schiacciati da quella miseria
che anni e anni e anni di sfruttamento e colonizzazione e
postcolonizzazione e oggi ignoranza profonda come una caverna
infinita hanno fermato nel tempo, come una maledizione divina, anche
se divina non è mai stata. E ti dici che l'unica cosa che puoi
davvero fare per combattere quell'ottusità animale e già che ci sei
anche tutto quello che la vita ti ha portato via è cercare di vivere
in maniera degna, come hai sempre cercato di fare anche se in maniera
sgangherata, incominciando magari per andarti a preparare quel mezzo
litro di tè nero che diventa davvero urgente, ché quello almeno non
te lo porterà via nessuno.
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