domenica 16 aprile 2017

Pasqua!



Oggi è Pasqua. Non è Pasqua solo per i cattolici, ma anche per gli ortodossi. Il che credevo fosse relativamente raro finché ho verificato e ho visto che questa è già la settima volta che succede dal 2000. 
Il calcolo del giorno in cui festeggiare Pasqua è abbastanza comico. All'inizio i primi cristiani, che ovviamente erano ebrei, festeggiavano la resurrezione del loro Messia lo stesso giorno in cui gli altri ebrei festeggiavano l'esodo dall'Egitto alla Terra Promessa. Quella festa si chiamava e si chiama tutt'ora "Pesach." Il nome è legato all'episodio della Bibbia raccontato nel Libro dell'Esodo. Quando il "buon" Dio decide di sterminare tutti i primogeniti d'Egitto perché gli egiziani gli stanno molto meno simpatici degli ebrei, dice a Mosé che lui e i suoi compagni dovranno imbrattare le porte delle loro case con un po' di sangue dell'agnello che si saranno pappati in famiglia (avendo fatto bene attenzione di arrostirlo e non di bollirlo!). "Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro — prosegue l'onnipotente; — io vedrò il sangue e passerò oltre." Ed è da quel "passare oltre" che viene la parola Pesach, diventata poi Pasqua per i cristiani. 
Già, ma perché mai allora gli inglesi chiamano Pasqua "Easter" e i tedeschi "Ostern"? Probabilmente per rendersi interessanti, ma non solo. 
Quelle parole deriverebbero dall'inglese medievale "Ēastrun", o "Ēastran", o magari pure "Ēastron", ma non importa, che deriverebbe a sua volta dal nome della dea Ēostre, o Ēastre, o anche Ôstara, ma non importa, che veniva festeggiata in aprile, tant'è vero che quel mese si chiamava "Eostur-Monath." Durante quella festa la gente si scambiava delle uova, prima di serpente e più tardi di gallina, forse anche perché quelle di gallina erano più facili da trovare. 
Chi parla della dea Ēostre è San Beda il Venerabile, che era uno che faceva il monaco in un convento dedicato ai Santi Pietro e Paolo nel regno di Northumbria (che si chiamava così perché la sua frontiera meridionale coincideva con l'estuario del fiume Humber, nel nord-est dell'attuale Inghilterra, e non perché era molto a nord dell'Umbria, cosa che lasciava del tutto indifferenti gli inglesi del nord dell'VIII secolo). Questo San Beda scrisse una "Historia ecclesiastica gentis Anglorum" che non solo gli ha fatto meritare il titolo di Padre della storia inglese, ma pure quello di Dottore della Chiesa (cattolica), che è una cosa così importante che di Dottori della Chiesa ce ne sono solo 36 e che lui è l'unico britannico. A Beda si deve la famosa profezia secondo la quale "finché starà il Colosseo starà Roma, quando cadrà il Colosseo cadrà anche Roma e quando cadrà Roma cadrà il mondo", che magari non sarà l'unico motivo per il quale la famiglia Della Valle ha deciso bene di sponsorizzare il restauro dell'anfiteatro voluto dall'imperatore Vespasiano, ma magari sì. 
Comunque sia, pare che questa Ēastrun fosse una dea molto popolare, che si occupava di primavere e di fertilità e che veniva associata alla lepre e/o al coniglio per via della rapidità con la quale quegli animali si riproducono. 
Ma avevo incominciato parlando delle date della Pasqua cristiana e di quella ortodossa, nonché di quella del Pesach ebraico. Il Pesach deriva da una festa ancora più antica, nella quale si celebrava il ritorno della primavera in occasione del primo raccolto di orzo, che veniva usato per preparare il pane azzimo. Come ho già detto, i primi cristiani si limitarono a trasformare quella festa nella celebrazione della resurrezione del figlio del loro Dio. Poi però nel 325 arrivò il Concilio di Nicea che stabilì che la festa doveva essere celebrata la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera. La cosa fu accettata da tutti fino a quando Papa Gregorio XIII pubblicò la sua bolla papale "Inter gravissimas", nel 1582. Quella bolla buttava alle ortiche il calendario giuliano e ufficializzava il gregoriano. Cosa che fece incazzare gli ortodossi — che a dire il vero si incazzavano facilmente appena il papa di Roma diceva una cosa — che quindi decisero di tenersi il vecchio calendario. Ecco perché ancora oggi la Pasqua ortodossa è celebrata 13 giorni dopo quella cattolica, che cade ineluttabilmente tra il 22 marzo e il 25 aprile. 
Queste cose di Chiesa mi sembrano sempre un po' buffe, mi danno l'impressione di piccole beghe tra impiegatucci dispettosi. Sta di fatto che oggi in Italia è Pasqua e questo mi permette di offrirti la ricetta dell'omelette al cioccolato che ho appena trovato su internet:


Ingredienti per 4 persone:
4 uova
1/2 bicchiere di latte
4 cucchiai di zucchero a velo
30 g di cioccolato a pezzi
burro
cacao amaro
Procedimento:
Sbattete le uova con lo zucchero come per una comune omelette. Aggiungete il latte e continuate a montare il composto. Unite il cioccolato ridotto a piccoli pezzi. In un largo padellino mettete una noce di burro e appena si sarà sciolto versate il composto delle uova. Ripiegate metà dell'omelette su se stessa e continuate la cottura per pochi minuti (deve essere cotta ma rimanere morbida). Servite l'omelette con una bella spolverata di cacao amaro. 

Secondo me è una schifezza, ma se vuoi provarla, fai pure.

lunedì 3 aprile 2017

Sui capolavori

Gertrude Stein


Non mi ricordavo come fosse incominciata la cosa ma poi me ne sono ricordato. Stavo guardando una partita del campionato inglese. Lo faccio spesso perché chiunque si interessi un minimo al calcio sa benissimo che le partite del campionato inglese sono molto più belle delle partite italiane. Oltretutto quello era un derby, Liverpool / Everton.
Stavo guardando la partita quando non so più se dopo un passaggio, una parata o un tiro in porta il commentatore ha parlato di capolavoro.
Ci sono due parole che che la stampa sia scritta che televisiva ci propina ormai senza il minimo ritegno: eroe e capolavoro. Basta che uno si butti vestito in piscina perché vede una bambina di due anni che sta affogando e diventa un eroe; basta che uno dia un calcio giusto a un pallone e ha fatto un capolavoro. Naturalmente sottinteso dalla parola eroe c'è il fatto che insomma, magari tu non ti saresti buttato in quella piscina anche se sai nuotare benissimo, però la cosa non è grave perché per farlo bisogna essere eroi. Sottinteso invece dalla parola capolavoro c'è il messaggio subliminale che ti dice che sei uno molto fortunato perché la "tua" televisione "ti" sta facendo vedere una cosa straordinaria, anche se poi in realtà quella cosa straordinaria non lo è.
Insomma, stavo guardando il Liverpool che faceva a pezzi l'Everton quando quella fesseria del commentatore mi ha fatto pensare a un testo che mi aveva entusiasmato quando l'avevo letto per la prima volta, più o meno 45 anni fa, e che ancora oggi mi piace un sacco. È il testo di una conferenza di Gertrude Stein all'università di Oxford nel 1936. Si intitola "Cosa sono i capolavori e perché ce ne sono così pochi."
Più o meno 45 anni fa un'amica canadese, Barbara, mi regalò il mio primo libro della Stein, un'antologia pubblicata dalla Penguin con il titolo "Look at Me Now and Here I Am." Quel libro ce l'ho ancora e quando mi è venuta in mente la sua conferenza sui capolavori sono andato a rileggermela, abbandonando vigliaccamente tanto il Liverpool quanto l'Everton. E poi...

Perché? Perché mai mi sono messo lì a tradurre quel testo intraducibile? Perché?
Sarà che a quel libro, con le sue pagine in gran parte scollate, la copertina sgualcita e i fogli ingialliti, ormai sono affezionato. Sarà perché scoprire Gertrude Stein 44 anni fa è stato così importante che ho finito col dare a mia figlia, come secondo nome, Gertrude, cosa che non mi perdonerà mai. Sarà perché non credo che quel testo esista in italiano. Sarà per masochismo. Sarà per amore, visto che di questi tempi di amore ce n'è poco.
Comunque sia, l'ho tradotto. Non so se ti piacerà. Non so se ce la farai e leggerlo. È ovviamente un testo datato, ma lo è come è datato qualsiasi altro grande testo scritto in un modo ormai datato, che dice cose ormai datate, ma che continua in qualche strano suo modo a non essere datato e a non dire cose ormai datate.
Il pericolo con Gertrude Stein è sempre questo, leggi qualcosa che ha scritto e cerchi subito di metterti a scrivere come lei anche se sai che non riuscirai mai a scrivere come lei e che comunque anche se ci riuscissi non sarebbe interessante.
Quindi la smetto subito.

Gertrude Stein
COSA SONO I CAPOLAVORI E PERCHÉ CE NE SONO COSÌ POCHI

Stavo quasi per parlare a questa conferenza invece di scrivere e poi leggere perché tutte le conferenze che ho scritto e letto in America sono state pubblicate e anche se per voi potrebbero anche essere lette come se non fossero state pubblicate tuttavia c'è una cosa a proposito di ciò che è stato scritto e pubblicato che lo rende non più di proprietà di chi l'ha scritto e quindi non c'è più ragione per l'autore di leggerlo di quanta ce ne sia per chiunque altro e quindi non lo fa.

Per questa ragione stavo per parlarvi ma a dire il vero è impossibile parlare di capolavori e di cosa siano perché parlare non ha essenzialmente niente a che vedere con l'atto creativo. Io parlo molto mi piace parlare e parlo anche più di quanto potrei dire parlo quasi sempre e molto spesso ascolto anche e come ho detto l'essenza del genio è la sua capacità di parlare e di ascoltare ascoltare mentre parla e parlare mentre ascolta ma e questo è molto importante molto importante per davvero parlare non ha nulla a che vedere con l'atto creativo. Cosa sono i capolavori e perché ce ne sono così pochi. Dopotutto si potrebbe dire che ce ne sono molti ma in qualsiasi proporzione a quello che tutti quelli che fanno qualcosa hanno fatto ce ne sono molto pochi. Durante tutta l'estate ho meditato e ho scritto su questo soggetto e la cosa ha finito col diventare una discussione sulle relazioni tra natura umana e mente umana e identità. La cosa che uno finisce poco per volta per scoprire è che uno non ha un'identità voglio dire nel momento in cui sta facendo una qualsiasi cosa. L'identità è il riconoscimento, sai chi sei perché tu e altri ricordate qualcosa di te stesso ma essenzialmente tu non sei quella cosa quando stai facendo una cosa qualsiasi. Io sono io perché il mio cagnolino mi conosce ma, parlando di creatività, il cagnolino che sa che tu sei tu e il tuo riconoscimento del fatto che lui sa, è quello che distrugge l'atto creativo. È questo che diventa scuola. Picasso una volta ha detto non m'importa chi mi ha influenzato o mi influenza almeno nella misura in cui non sono io.

È molto difficile così difficile che è sempre stato difficile ma è ancora più difficile adesso conoscere il rapporto tra la natura umana e la mente umana perché devi sapere qual'è la relazione tra l'atto di creare e il soggetto che il creatore usa per creare quella cosa. Si dicono un sacco di sciocchezze a proposito di ogni tipo di cosa. Dopotutto c'è sempre lo stesso soggetto ci sono le cose che vedi e ci sono esseri umani e esseri animali e tutti quelli che puoi immaginare dall'inizio dei tempi sanno praticamente dall'inizio e fino alla fine tutte queste cose. Dopotutto qualsiasi donna in qualsiasi villaggio o anche uomo se preferite o perfino bambino conosce la psicologia umana tanto quanto tutti gli scrittori che hanno mai vissuto. Dopotutto ci sono cose che sai chiunque a modo suo le sa tutte e non è questo sapere che fa i capolavori. Per niente per niente proprio per niente. Chi riconosce i capolavori dice che questa è la ragione ma non lo è. Non è il modo in cui Amleto reagisce al fantasma del padre che fa il capolavoro, per Shakespeare avrebbe potuto reagire in una dozzina di modi diversi e tutti sarebbero stati altrettanto colpiti dalla psicologia della cosa. Ma non c'è psicologia in quella cosa, quello probabilmente non è il modo in cui un qualsiasi giovane reagirebbe davanti al fantasma del padre e non c'è motivo per cui dovrebbe farlo. Se quello fosse il modo in cui un giovane potrebbe reagire davanti al fantasma del padre allora sarebbe una cosa che chiunque in qualsiasi villaggio saprebbe potrebbero parlarne parlarne per ore ma quello non farebbe un capolavoro e questo ci porta una volta ancora al soggetto dell'identità. In qualsiasi momento tu sia tu sei tu senza la memoria di te stesso perché se ti ricordi te stesso mentre sei tu allora non lo sei con lo scopo di creare te. Questo è così importante perché ha molto a che vedere con la questione di uno scrittore nei confronti dell suo pubblico. Una delle cose che ho scoperto facendo conferenze è che uno finisce gradualmente per non ascoltare più ciò che dice finisce col sentire ciò che il pubblico gli sente dire, questo è il motivo per cui l'oratoria non è praticamente mai un capolavoro molto raramente e molto raramente una storia, perché la storia si occupa di persone che sono oratori che sentono non cosa sono non cosa dicono ma cosa il loro pubblico li sente dire. È molto interessante che scrivere lettere presenti la stessa difficoltà, la lettera scrive ciò che l'altra persona dovrà sentire e quindi non esiste un'entità ci sono due presenti invece di uno e ancora una volta l'atto creativo collassa. Una volta scrivendo The Making of Americans ho scritto scrivo per me e per degli sconosciuti ma quello era solo un formalismo letterario perché se avessi scritto per me e per degli sconosciuti se l'avessi fatto non avrei scritto davvero perché a quel punto l'identità avrebbe preso il posto dell'entità. È estremamente difficile, un'azione è diretta ed effettiva ma in fondo l'azione è necessaria e tutto ciò che è necessario ha a che vedere con la natura umana e non con la mente umana. Quindi un capolavoro essenzialmente non deve essere necessario, deve essere cioè che è deve esistere ma non deve essere necessario non è una risposta alla necessità come azione è perché nel momento in cui è necessario non ha in sé la possibilità di proseguire.

Per tornare a ciò che il capolavoro ha come soggetto. Scrivendo di pittura ho detto che un'immagine esiste per e in se stessa e il pittore deve usare oggetti paesaggi e persone come un modo il solo modo in cui è capace di fare esistere il quadro. Quello è il problema di tutti e particolarmente il problema proprio adesso quando chiunque scriva o dipinga deve essere anormalmente conscio delle cose che usa cioè i fatti le persone gli oggetti e i paesaggi e fondamentalmente nel momento in cui uno è conscio profondamente conscio di queste cose come soggetto l'interesse per queste cose non esiste.

È così chiaro nella difficoltà di scrivere romanzi o poesia oggi. La tradizione è sempre stata di descrivere più o meno cose che succedono uno le immagina naturalmente ma poi descrive più o meno le cose che succedono ma oggi sappiamo sempre tutti cosa succede e quindi ciò che succede non è molto interessante, lo sai dalla radio cinema giornali biografie autobiografie finché ciò che succede non è più eccitante per nessuno, eccita un po' ma non eccita per davvero. Il pittore non può più dire che ciò che fa è ciò che vede nel mondo perché non può più guardare il mondo, è stato troppo fotografato e allora lui deve dire che fa qualcos'altro. In passato un pittore diceva che dipingeva ciò che vedeva naturalmente non lo faceva ma comunque poteva dirlo, adesso non vuole dirlo perché vedere non è interessante. Questo ha qualche rapporto con i capolavori e col perché ce ne sono così pochi ma non proprio.

Quindi vedi bene perché parlare non ha niente a che vedere con l'atto creativo, parlare è nella natura umana così com'è e la natura umana non ha niente a che vedere con i capolavori. È assai curioso ma i gialli che si può dire che siano la sola vera forma letteraria nata ai nostri tempi si sbarazzano della natura umana facendo morire l'uomo fin dall'inizio l'eroe è morto fin dall'inizio e quindi tu devi per così dire sbarazzarti dell'evento prima che il libro inizi. C'è un'altra cosa curiosa nei gialli. Nella vera vita la gente è più interessata al crimine che alla soluzione, è il crimine che provoca lo shock l'eccitazione l'orrore ma nella storia è la soluzione che solleva l'interesse e ciò è abbastanza naturale perché la necessità per quello che riguarda l'azione è il morto, è un'altra funzione che ha molto poco a che vedere con la natura umana che rende la soluzione interessante. E quindi è sempre vero che il capolavoro non ha niente a che vedere con la natura umana o con l'identità, ha a che vedere con la mente umana e con l'entità cioè con una cosa in se stessa e non in relazione. Nel momento in cui è in relazione è una cosa risaputa e chiunque può sentirla e saperla e non è un capolavoro. Allo stesso tempo tutti in maniera curiosa sentono prima o poi la realtà di un capolavoro. La cosa in se stessa della quale la natura umana è solo un vestito attira l'attenzione. Ho molto meditato su questo punto. I modi e le abitudini dei tempi biblici o dei greci o dei cinesi non hanno niente a che vedere con i nostri oggi ma i capolavori esistono lo stesso e non esistono per la loro identità, cioè ciò che tutti si ricordavano allora, non esistono per via della natura umana perché tutti sanno sempre tutto ciò che c'è da sapere sulla natura umana, esistono perché sono diventati una cosa che è fine a se stessa e in quel senso è all'opposto della vita che è relazione e necessità. Questo è ciò che un capolavoro non è anche se potrebbe facilmente essere ciò di cui un capolavoro parla. È un'altra delle curiose difficoltà di un capolavoro cioè incominciare e finire, perché a dire il vero non è ciò che un capolavoro fa non comincia e finisce se lo facesse sarebbe per necessità e in relazione e questo è proprio ciò che un capolavoro non è. Tutti se ne proccupano adesso tutti questo è ciò che li fa parlare di astrattismo e che li fa preoccupare di punteggiatura e maiuscole e minuscole e di cos'è una storia. Tutti se ne preoccupano non perché tutti sanno cosa sia un capolavoro ma perché alcuni hanno scoperto cosa non è un capolavoro. Persino gli stessi capolavori sono sempre stati preoccupati dall'inizio e dalla fine perché quello è essenzialmente ciò che un capolavoro non è. Eppure dopotutto come soggetti della natura umana i capolavori devono utilizzare l'inizio e la fine per esistere. E poi comunque sia chiunque stia cercando di fare una qualsiasi cosa oggi sta disperatamente non avendo un inizio e una fine anche se in un modo o nell'altro uno deve finire per fermarsi. Mi fermo.

Non so se ho chiarito le cose, è chiaro, ma purtroppo ho messo tutto questo per scritto durante l'estate e nonostante tutto me ne ricordo adesso e quando uno ricorda non è mai chiaro. È questo che crea la scrittura secondaria, il ricordare, è molto curioso incominci a scrivere qualcosa e improvvisamente ti ricordi qualcosa e se continui a ricordarti quello che scrivi diventa molto confuso. Se non ricordi mentre scrivi, può sembrare confuso ad altri ma in realtà è chiaro e prima o poi quella chiarezza sarà chiara, è questo il capolavoro, ma se ricordi mentre scrivi sembrerà chiaro a tutti nell'immediato ma la chiarezza se ne andrà è questo ciò che un capolavoro non è.

Tutto questo sembra terribilmente complicato ma non è complicato per nulla, è solo ciò che succede. Chiunque tra voi quando scrive cerca di ricordare cosa sta per scrivere e vede immediatamente quanto ciò che scrive diventa privo di vita è per questo che la scrittura descrittiva è così noiosa perché è tutta ricordata, è per questo che l'illustrazione è così noiosa uno ricorda l'aspetto di qualcuno e fa assomigliare la sua illustrazione a quell'aspetto. Nel momento in cui la memoria funziona mentre fai qualcosa questo può risultare molto popolare ma in realtà è noioso. E questo è ciò che un capolavoro non è, può essere sgradevole, ma non è mai noioso.

E quindi allora perché ce ne sono così pochi. Ce ne sono così pochi perché in genere la gente vive nell'identità e nella memoria intendo quando pensa. Uno sa di essere perché il suo cagnolino lo conosce, e quindi non è un'entità ma un'identità. Ed essendo questo la memoria è necessaria alla sua esistenza e quindi uno non può creare capolavori. Si è detto dei geni che sono eternamente giovani. Una volta dissi a cosa serve essere un bambino se poi devi crescere fino a diventare uomo, il bambino e l'uomo non hanno niente a che vedere l'uno con l'altro, a parte per ciò che riguarda la memoria e l'identità, e se hanno qualcosa a che vedere l'uno con l'altro per ciò che riguarda la memoria e l'identità allora non creeranno mai un capolavoro. Capisci capisci davvero bene non fa molta differenza perché dopotutto i capolavori sono quello che sono e la ragione è che ce ne sono così pochi. Nel momento in cui tu sei tu perché il tuo cagnolino ti conosce non puoi fare un capolavoro e questo è chiaro.

Non è molto complicato non avere un'identità ma è molto complicato sapere di non avere un'identità. Si potrebbe dire che è impossibile ma non è impossibile è provato dall'esistenza dei capolavori che non sono nient'altro che questo. Sono il sapere che non c'è identità e il produrre mentre non c'è identità.

Questo è cioè che un capolavoro è.

Quindi adesso sappiamo cos'è un capolavoro e sappiamo anche perché ce ne sono così pochi. Hanno tutto contro. Tutto ciò che fa andare avanti la vita crea identità e tutto ciò che crea identità è necessariamente una necessità. E i piaceri della vita come le necessità aiutano la necessità di un'identità. I piaceri che rassicurano hanno tutti a che vedere con l'identità e i piaceri che eccitano hanno tutti a che vedere con l'identità e in più ci sono l'orgoglio e la vanità che giocano con i capolavori come lo fanno con chiunque e anche loro hanno a che vedere con l'identità, e quindi naturalmente è naturale che ci sia più identità di quanto uno non lo pensi più di quanto non pensi a qualsiasi altra cosa che sa e la cosa peggiore di tutte è che l'unica cosa che uno pensa è l'identità e pensare è qualcosa che ha così bisogno di essere memoria e se poi lo è non ha naturalmente niente a che vedere con un capolavoro.

Ma un capolavoro di cosa può trattare può soprattutto trattare di identità e trattandone non può averne alcuna. Stavo pensando a una cosa qualsiasi e pensando a una cosa qualsiasi ho visto qualcosa. Vedendo quella cosa la vedremo forse senza che lei si trasformi in identità, il momento non è un momento e la vista non è la cosa vista eppure lo è. I momenti non sono importanti perché naturalmente i capolavori non hanno più tempo di quanto abbiano identità anche se il tempo come l'identità è ciò che li riguarda naturalmente è ciò che li riguarda.

Una volta quando uno ha detto quello che dice è vero o non è vero. Questo è il problema col tempo. Questo è ciò che rende ciò che dicono le donne più vero di ciò che dicono gli uomini. Questo è indubbiamente il problema col tempo e sempre in rapporto ai capolavori. Una volta ho detto che non c'è niente che mi dia più fastidio del fatto che una cosa diventa morta una volta che è stata detta. E se lo fa è perché c'è questo problema col tempo.

Il tempo è molto importante in rapporto ai capolavori, naturalmente crea identità il tempo crea identità e l'identità interrompe la creazione di capolavori. Ma il tempo fa qualcosa di per sé per interferire con la creazione di capolavori oltre a far parte di ciò che fa l'identità. Se non continui a ricordare te stesso non hai identità e se non hai tempo non continui a ricordare te stesso e mentre ricordi te stesso non crei lo sanno tutti.

Pensa a come crei se crei non ricordi te stesso mentre crei. Eppure il tempo e l'identità sono le cose delle quali parli mentre crei solo che mentre crei loro non esistono. È questa la realtà.

E tu crei sì se esisti ma tempo e identità non esistono. Viviamo nel tempo e nell'identità ma così come siamo non conosciamo il tempo e l'identità lo sanno tutti. È così semplice che lo sanno tutti. Ma sapere ciò che uno sa è spaventoso vivere ciò che uno vive è rassicurante e anche se a tutti piace provare spavento ciò che tutti vogliono è essere rassicurati ed è per questo che i capolavori sono così pochi non che siano spaventosi in sé stessi naturalmente no perché se chi ha creato il capolavoro è spaventato allora non esiste senza memoria del tempo e identità, e nella misura in cui lui è così è spaventato e nella misura in cui è spaventato il capolavoro non esiste, sembra così, ma la memoria dello spavento distrugge il capolavoro. Robinson Crusoe e le orme di Venerdì sono uno degli esempi perfetti della non esistenza del tempo e dell'identità che fa un capolavoro. Spero che vediate ciò che dico ma comunque chiunque conosce Robinson Crusoe e le orme di Venerdì sa che è vero. Non c'è tempo né identità nel modo in cui è successo ed ecco perché non c'è spavento.

E quindi ci sono pochissimi capolavori naturalmente ci sono pochissimi capolavori perché essere capaci di sapere cosa significa non avere identità e tempo ma non preoccuparsi di parlare come se ci fossero perché ciò non interferisce con niente e continuare a essere non come se non ci fossero tempo e identità ma come se ci fossero ed esistere contemporaneamente senza tempo e identità è così semplice che è difficile trovare molti che lo siano. E naturalmente è questo che un capolavoro è ed ecco perché ce ne sono così pochi e tutti lo sanno.

A cosa serve essere un bambino se poi crescerai per essere un uomo. E a cosa serve non serve a niente dal punto di vista dei capolavori non serve a niente. Lo sanno tutti.

Non serve proprio a niente essere un bambino se poi crescerai per essere un uomo perché poi l'uomo e il bambino puoi stare certo che la cosa continua e un capolavoro non continua è com'è ma non continua. È molto interessante che nessuno si accontenti di essere un uomo e un bambino ma abbia bisogno di essere anche un figlio e un padre e il fatto che tutti muoiono ha qualcosa a che vedere col tempo ma non ha niente a che vedere con un capolavoro. La parola puntuale com'è usata nelle nostre frasi è molto interessante ma uno può chiunque può vedere che questo non ha niente a che vedere con i capolavori lo sappiamo tutti. La parola puntuale dice che i capolavori non hanno niente a che vedere col tempo.

È molto interessante avere dentro di sé che mai mentre ti conosci ti conosci senza guardare e sentire e guardare e sentire fanno sì che che tu sia qualcuno che hai visto. Se hai visto qualcuno lo conosci per com'è che si tratti di te stesso o di un qualsiasi altro e quindi l'identità consiste nel riconoscimento e riconoscendo perdi identità perché dopotutto nessuno sembra quello che sembra, non sembrano così lo sappiamo tutti di noi stessi e di chiunque altro. E quindi in qualsiasi modo è un problema e quindi scrivi tutti scrivono per confermare ciò che uno è e più uno lo fa più più uno sembra ciò che era e di questo è fatta l'identità anche di più e quell'identità non è ciò che chiunque può avere come una cosa da essere ma come una cosa da vedere. E siccome è una cosa da vedere nessun capolavoro può vedere ciò che può vedere se lo fa è puntualmente e ssiccome è puntualmente non è un capolavoro.

Ci sono talmente tante cose da dire. Se non ci fosse l'identità nessuno potrebbe essere governato ma siamo tutti governati da tutti ed ecco perché nessuno fa capolavori, e anche perché governare non non ha niente a che vedere con i capolavori non ha assolutamente niente a che vedere con l'identità ma non ha niente a che vedere con i capolavori. Ed è per questo che governare è occupare ma non è interessante, i governi occupano ma non sono interessanti perché i capolavori sono esattamente ciò che loro non sono.

C'è un'altra cosa da dire. Quando scrivi prima che ci sia un pubblico la cosa scritta è altrettanto importante di qualsiasi altra cosa e tu ami qualsiasi cosa tu abbia scritto. Quando arriva il pubblico naturalmente crea qualcosa cioè crea te, e quindi non tutto è così importante, qualcosa è più importante di qualcos'altro, il che non era vero quando tu eri tu cioè quando non eri tu così come ti conosce il tuo cagnolino.

E quindi eccoci qua e c'è talmente tanto da dire ma comunque non dico che non ci sia dubbio che i capolavori siano capolavori in quel modo e ce ne sono molto pochi.




 

sabato 10 ottobre 2015

Una foto non di Roberta Vinci


Nonostante il titolo del post, questa è una foto di Roberta Vinci.
Ma è di un'altra foto di Roberta Vinci che ti voglio parlare. Una che se io fossi Roberta Vinci mi farebbe arrabbiare. Molto.
In realtà mi sono arrabbiato anche senza essere Roberta Vinci. Molto.
Mo' ti spiego.
Mi ero appena seduto al solito tavolino del solito caffé dove vado ogni mattina dopo avere comprato il giornale e avevo appena appoggiato la tazzina fumante all'altra estremità del tavolino; ho aperto il giornale e, siccome è sabato, ho tirato fuori il supplemento del sabato, D. D come donna, lo dico per i non lettori della Repubblica.
Ho visto la copertina e mi sono arrabbiato. Molto.
Non mi sono arrabbiato perché in copertina c'era la faccia di Roberta Vinci. Mi sono arrabbiato perché in copertina, al posto della faccia di Roberta Vinci, c'era la faccia photoshoppata e taroccata di una persona che non esiste e la cui presenza in copertina aveva l'unico scopo di farmi pensare, a me, lettore, che quella tennista di carattere, che in copertina non c'era, assomiglia in tutto e per tutto a una qualsiasi delle migliaia di giovinette prive di carattere le cui facce ci sono quotidianamente imposte da pubblicità di ogni genere e tipo.
Avrei voluto pubblicare qui la foto di quella copertina, ma non avendola trovata ne pubblico un'altra, che appare nello stesso servizio fotografico.

 

E ti pare Roberta Vinci, questa? Perché i capelli sono diventati neri? Dove sono finiti nei, lentiggini ed efelidi? Da dove viene quella sfumatura azzurra negli occhi? Dove sono quei due bei segni ai lati della bocca? Dove sono le rughe? Come mai gli zigomi si sono spostati verso l'esterno e le guance si sono scavate? Come mai il collo è diventato più stretto?
Saranno anche domande retoriche, ma cacchio!, è mai possibile che un settimanale femminile, diretto da una donna, supplemento a un quotidiano che si pretende di sinistra pubblichi porcherie del genere? È mai possibile che questi idioti e, ahimé, queste idiote patentate non si rendano conto neanche un istante del messaggio che riceveranno tutte le bambine e giovinette che fanno sport sognando magari di diventare un giorno come Roberta Vinci?
Questo genere di cose mi fa ribollire il sangue. Da sempre. O almeno da un'abbondante quarantina d'anni, da quando cioè qualche ragazza ha incominciato a farmi notare come dietro le apparenze del giovane progressista, libertario eccetera che mi sforzavo di essere ci fosse ancora ben saldo sulle gambe un patetico maschilista di estrazione cattolica e piccolo borghese. Ma, ri-cacchio!, erano i primi anni '70. Da allora il mondo è cambiato. O no?
Sì, il mondo è cambiato. Ma vedendo la pseudo Roberta Vinci che mi osserva dalla copertina di D mi dico che ciò che è cambiato principalmente è la misura dei tappeti sotto i quali ci ostiniamo a nascondere la polvere. Tappeti ormai enormi, giganteschi, sesquipedali. Tappeti spessi, sempre più soffici, morbidi e allettanti. Tappeti di destra e tappeti di sinistra. Tappeti sui quali finiamo col camminare senza nemmeno più pensarci, dimenticando le tonnellate di porcherie che nascondono, come se fosse normale.
Ma normale non lo è. Per nulla.

domenica 4 ottobre 2015

Fiocchi d'avena e masturbazione


Si sa, più uno ha "amici" su Facebook, più ha amici di amici e più vede moltiplicarsi le segnalazioni di foto, film, articoli, libri e avvenimenti di ogni genere e tipo. È così che qualche giorno fa mi è apparso in bacheca il titolo di un articolo: The foreskin: Why is it such a secret in North America? (Il prepuzio: perché è tanto un segreto in Nordamerica?). Tu cos'avresti fatto? Io ho cliccato sul link e ho letto.
Devo ammettere che ignoravo che il prepuzio costituisse un segreto in Nordamerica. Sapevo che da noi, in Europa, non è così, anzi: qui di prepuzio si è sempre parlato, tant'è che di Santi Prepuzi, ovvero di prepuzi di Cristo, ne abbiamo avuti fino a 18 nei secoli passati, sparsi tra Roma, Santiago di Compostela, Anversa, Hildesheim e varie località francesi. Naturalmente noi italiani abbiamo sempre saputo che l'unico vero Santo Prepuzio, quello che fu regalato a Carlo Magno da un angelo e poi a Papa Leone III da Carlo Magno è quello che fu poi adorato per secoli nella chiesa di Calcata, in provincia di Viterbo, fino al giorno in cui qualche miscredente, ateo, comunista, puzzone lo rubò, facendolo sparire per sempre.
Oggi non abbiamo più prepuzi. Per fortuna ci restano:
  1. il Santo Pannolino del Bambin Gesù, nel Duomo di Spoleto;
  2. la colonna della flagellazione, nella Basilica di Santa Prassede, a Roma;
  3. ben 5 chiodi della crocefissione, uno in Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, uno in San Nicolò l'Arena, a Catania, uno nel Duomo di Monza, uno in quello di Milano e uno in quello di Colle di Val d'Elsa;
  4. il Sacro Catino, che servì prima per servire l'agnello pasquale durante l'ultima cena e poi a raccogliere il sangue di Cristo sul Golgota (si vede che i catini erano rari), nella Cattedrale di San Lorenzo, a Genova;
  5. una spina della Santa Corona, nella chiesa di San Gaetano, a Barletta;
  6. senza parlare di altre cose di indubbia santità, come la mammella di Sant'Agata, il berrettino di San Vincenzo, il vestito di Santa Rita, il dito indice di Giovanni Battista (del quale esistono peraltro altri 11 indici sparsi in giro per l'Europa), la cintura di Maria, vari suoi capelli, il latte delle sue mammelle, il suo anello nuziale e altro ancora.
Ma, siamo giusti, l'articolo di cui sopra non parlava di santi prepuzi, bensì del prepuzio in generale, ovvero di quella piega cutanea che ricopre il glande, secondo la precisa descrizione sia del Treccani che del Garzanti, che diventa involucro cutaneo del glande sull'Hoepli.
E siamo ancora più giusti: le cose che mi hanno veramente stupito nell'articolo sono altre. Ignoravo per esempio che nell'Inghilterra vittoriana prima e negli Stati Uniti poi, la circoncisione fosse consigliata come rimedio contro sifilide, epilessia, paralisi, ernia, mal di testa, piede torto, alcolismo, gotta e sopratutto (soprattutto!) contro quel terribile flagello che era la masturbazione.
Già, la masturbazione. Nello spensierato clima vittoriano, questa pratica non solo era considerata immorale, ma era sopratutto (soprattutto!) vista come fonte di febbri, pustole, epilessia, tubercolosi spinale, nonché morte.
Ma da dove veniva questa paura della masturbazione? Fondamentalmente da un opuscolo pubblicato anonimamente a Londra nel 1715 e ristampato più di 20 volte negli anni successivi: Onania: ovvero l'odioso peccato dell'autopolluzione e tutte le spaventose conseguenze per entrambi i sessi, con consigli spirituali e materiali per coloro che si sono già rovinati con questa pratica abominevole e opportuni avvertimenti ai giovani della nazione di ambo i sessi. Qualche decennio dopo, il medico svizzero Samuel Auguste Tissot diede vita, con il suo Onanismo, trattato sulle malattie prodotte dalla masturbazione, a una teoria "scientifica" secondo la quale, visto che il fluido vitale era un elemento importante nello sviluppo e nel funzionamento normale dell'organismo maschile, era importante non sprecarlo attraverso inutili attività sessuali che avrebbero potuto solo indebolire il corpo e provocare terribili malattie. In altri termini, si doveva avere un rapporto sessuale solo quando c'era una ragionevole probabilità che da questo risultasse una gravidanza. Il libro di Tissot ebbe 63 ristampe tra il 1760 e il 1905.
Curiosamente, durante lo stesso periodo vittoriano, la masturbazione, sotto controllo medico, era consigliata come terapia alle donne afflitte da "isteria". Metto isteria tra virgolette perché, come lo ricorda la ricercatrice Laura Briggs in un testo pubblicato dalla John Hopkins University, negli stessi anni un tale Dottor George Beard pubblicò una lista, da lui stesso definita incompleta, di possibili sintomi dell'isteria che andava avanti per 75 pagine. A quei tempi l'aggettivo isterica era una specie di sinonimo di donna.
Ma torniamo agli uomini. Tra i medici statunitensi più preoccupati dai danni provocati dalla masturbazione maschile ce n'era uno del Michigan, il buon Dottor John Harvey Kellogg. Se il suo nome ti dice qualcosa non è un caso, perché è proprio lui l'inventore dei corn flakes, i fiocchi d'avena. Ma quello che forse non sai è la ragione che lo spinse a quella invenzione: un cibo così blando e privo di sapore, pensò Kellogg, avrebbe di sicuro provocato una diminuzione dell'eccitazione e dei desideri sessuali in chi se ne fosse nutrito regolarmente. Ebbene sì: i corn flakes nacquero come antidoto alla masturbazione.
Il Dottor Kellog mise su una fabbrichetta col fratello Will. Tutto andava a gonfie vele, ma poi Will ebbe la strampalata idea di aggiungere dello zucchero ai fiocchi, in modo da renderli meno insipidi. "Zucchero?, urlò il Dottore. Mai! Lo zucchero dà piacere, nutre l'erotismo, sviluppa l'onanismo!" Ed è così che i due fratelli si separarono e non si parlarono più per il resto delle loro vite rispettive. Nel 1906 Will fondò la Battle Creek Food Company, che più tardi diventerà la Kellogg, mentre John continuò a occuparsi dei danni dell'onanismo.
Se già sapevi queste cose, ti chiedo scusa di averti fatto perdere del tempo. Ma se non le sapevi, la tua gratitudine già mi riscalda il cuore.
E mò vado a farmi un buon caffè.

mercoledì 9 settembre 2015

Verso una nuova guerra?

La cima del Monte Bianco
 
Si sa, i litigi sulle frontiere hanno provocato numerose guerre nella lunga storia del mondo. E, si sa pure questo, bisogna risalire alla saggezza di Tullo Ostilio, terzo re di Roma, e del suo collega Mezio Fufezio, sovrano di Albalonga, per trovare un conflitto risolto da sei soli combattenti, tre da una parte e tre dall'altra. Ma, sarà perché dopo la vittoria degli Orazi sui Curiazi il re sconfitto venne diligentemente squartato, sarà perché in fondo gli uomini hanno sempre avuto una morbosa passione per guerre e conflitti, i governanti dei cinque continenti non hanno mai esitato a infiammare gli animi con discorsi aulici e altisonanti, destinati a mandare al macello migliaia, vedi milioni di poveri cristi che, fosse stato per loro, sarebbero stati prontissimi a fare il tifo per dei nuovi Orazi e magari anche per dei Curiazi, pur di evitare inutili carneficine.
Va bene, forse sto esagerando un po': tra Italia e Francia non siamo ancora alle minacce di guerra e al bruit de bottes, ovvero rumore di stivali, come amano dire i transalpini. Ventimiglia non sembra in pericolo e Mentone nemmeno. Per ora.
Anche se il litigio è serio, visto che ciò che divide cittadini e citoyens è la sovranità sul cucuzzolo del Monte Bianco.
Ho fatto qualche ricerca e ora, avvalendomi del fatto che godo (si fa per dire) sia del possesso di una carta d'identità italiana che di una carte d'identité française, sono pronto a presentare in questo blog una soluzione pacifica e definitiva che non potrà che essere approvata dai Parlamenti direttamente interessati.
Incominciamo dalla Storia con la S maiuscola. All'inizio il Monte Bianco era semplicemente lì e nessuno si preoccupava di sapere a chi appartenesse. Poi, nella prima metà dell'XI secolo, arrivò un tedesco, Umberto Biancamano, o meglio Humbert mit den weißen Händen. Chi era Umberto Biancamano? Semplice: era figlio di tale Beroldo di Sassonia, nonché pronipote di Ottone II, Duca di Sassonia, che aveva sposato la Principessa Teofano (o Teofania), figlia di Romano II, imperatore di Bisanzio. E Umberto fu fatto Duca di Savoia.
E qui apro una parentesi. Perché mai, ti sarai chiesto/a mille volte, il capostipite dei Savoia si era guadagnato il soprannome di Biancamano? Sapessi quante volte me lo sono chiesto io!... Per fortuna ho trovato la risposta: pare che tutto venga dall'errore di un amanuense poco scrupoloso, che invece di trascrivere blancis moenibus, ovvero "dalle bianche fortezze", ebbe la leggerezza di scrivere blancis manibus, cioè "dalle bianche mani".
E adesso che ti ho risolto questo enigma, chiudo la parentesi e vado avanti.
Il bravo Umberto, volendo ampliare i suoi territori, ordinò al figlio Oddone di sposare la figlia del Marchese di Torino, Adelaide. È così che il nostro sassone trapiantato mise le mani sul territorio di Susa, nonché sul Marchesato di Torino. Naturalmente tutti sappiamo che quell'insieme territoriale finì, attraverso i secoli, per diventare prima Regno di Sardegna, poi Regno d'Italia e infine Repubblica Italiana.
Senonché nel frattempo, per essere più precisi il 22 settembre 1792, mentre a Parigi veniva proclamata la Rébublique Française, la Savoia era invasa e annessa alla stessa République cinque giorni dopo.
Passarono 4 anni. Napoleone si lanciò nella Campagna d'Italia sconfiggendo pesantemente i piemontesi a Cherasco e imponendo un armistizio che faceva della Savoia una terra francese. Il Monte Bianco diventava Mont Blanc.
Per trovare qualche novità bisognerà aspettare il 1860 e il Trattato di Torino, stipulato tra la Francia e il Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II, il cui articolo 3 dice:
Una commissione mista determinerà in uno spirito di equità le frontiere dei due Stati, tenendo conto della configurazione delle montagne e delle necessità della difesa.
E infatti la commissione determina: la frontiera tra i due paesi passa, come è logico, dallo spartiacque, ovvero dal cucuzzolo, che è così metà italiano e metà francese. Tutto sembra in ordine, nessuno ha niente da ridire.
Poi arrivano i militari. 
Nel 1865, lo Stato Maggiore transalpino incarica un certo Capitano Jean-Joseph Mieulet, cartografo, di disegnare una cartina militare della zona del Monte Bianco. E cosa fa Mieulet? Senza pensarci due volte, sposta la frontiera di qualche centinaio di metri a valle sul versante italiano e fa del cucuzzolo un semplice sommet!
Ora sappiamo tutti come sono i militari: una volta fatta una cosa, è dura, molto dura per loro, dire che c'è stato un errore. E infatti la carta di Mieulet è ripresa sistematicamente da allora sulle carte dell'État-Major prima e dell'Institut Géographique National poi. Ovviamente le carte italiane non tengono conto della stravagante e univoca decisione di un oscuro capitano con la r moscia, ma i francesi si dicono je m'en fous e nessuno ne parla più.
Passano così un'ottantina d'anni e due guerre mondiali. Poca roba. 
Nel settembre del 1946 tre sindaci francesi, quelli di Saint-Gervais-les-Bains, di Les Houches e di Chamonix-Mont-Blanc, si mettono a litigare: ognuno dei tre pretende di essere sindaco anche del famoso cucuzzolo. Non trovando un accordo, i tre si rivolgono al prefetto, che stabilisce salomonicamente, ancorché avventatamente, che la cima della montagna costituisce il punto d'incontro dei tre territori comunali (e tant pis pour les Italiens).
Il trattato di Parigi del febbraio 1947 sancisce cinque piccole modifiche alla frontiera franco-italiana (tutte a favore della Francia che, contrariarmente all'Italia, aveva avuto la buona idea di vincere la guerra), ma non si pronuncia sul Monte Bianco.
La commissione mista franco-italiana che si riunisce per la prima volta a Nizza nel 1988 dice che la cosa è troppo complicata e che va risolta a livello ministeriale. È così che i ministri mettono su un Gruppo di lavoro ad alto livello che, come tutti i gruppi di lavoro ad alto livello, non decide niente, tanto più che i francesi sostengono che le carte geografiche stabilite dopo l'accordo del 1860 sono andate perse durante l'occupazione tedesca. Pas de problème, rispondono gli italiani, che forniscono una copia di quelle carte, che loro non hanno perso, e dalle quali si deduce che il confine passa dal cucuzzolo. Senonché a quel punto i francesi trovano una foto delle carte perse e, guarda caso, la loro foto mostra che il confine passa più in là.
Nel 1999 il deputato Luciano Caveri, dell'Union Valdôtaine, sottopone al governo italiano un'interrogazione parlamentare alla quale risponde il sottosegretario agli affari esteri Umberto Ranieri, dicendo che la questione resta aperta. 
Nel 2011 Google Maps, che fino ad allora aveva fatto passare la frontiera dal cucuzzolo, la sposta. I francesi sono contenti.
Venerdì scorso poi, pare su richiesta del sindaco di Chamonix, dei militari francesi hanno ufficializzato la loro versione, chiudendo semplicemente a chiave la frontiera. Come si fa a chiudere a chiave una frontiera a più di 4.000 metri di altezza?, mi dirai. Leggi i giornali, bestia!, ti dirò.
Ora, mentre da un lato ci si cinge dell'elmo di Scipio, dall'altro si canta Marchons, marchons!
Io da venerdì me ne vado in giro con i miei due passaporti in tasca. Non si sa mai. 
Ma per concludere, ecco, come promesso, la mia proposta di soluzione pacifica e definitiva del litigio, che non potrà che essere approvata da ambo i Parlamenti interessati: 
“Oh francesi, ma la finite di romperci le palle?”

martedì 8 settembre 2015

Avventure postali


Forse un giorno scriverò un lungo resoconto intitolato “Avventure di un cittadino all'ufficio postale”; oppure un lunghissimo poema epico intitolato “Postìade”; o magari un libro di confessioni, da pubblicare postumo col titolo “Perché alla fine ho preferito suicidarmi”. Intanto poco fa sono andato all'ufficio postale del mio Comune di residenza.
Visto che siamo stati via da casa per quasi un mese, avevamo deciso di beneficiare del servizio “Aspettami”, che prevede che la posta ti aspetti, per l'appunto, fino al tuo ritorno. L'operazione aveva dato adito alla consueta orgia di burocrazia a base di numeri di codice fiscale (sia quello del richiedente che quello della consorte), carte d'indindirindà, documento riempito e firmato per poi essere copiato parola per parola al computer dall'impiegato, consulto con un altro impiegato, che sembrava saperne un po' di più di quello che era capitato a noi, ma che aveva comunque preferito chiedere a un terzo, più anziano, eccetera eccetera.
Stamattina vado allo sportello, dico buongiorno e porgo all'impiegata la ricevuta dell'operazione fatta un mese fa e la mia carta d'indindirindà. Lei mi lascia il documento, prende la ricevuta, la studia per un po', poi dice:
Ah, questa è la cosa... come si chiama... che lei voleva che la posta la tenessimo qui?
Sì, rispondo laconicamente rendendomi conto che il prevedibile calvario non fa che incominciare.
L'impiegata si alza, va da un impiegato maschio, gli fa vedere la ricevuta. Lui le dice che al piano inferiore ci sono delle scatole con su i nomi. Lei sparisce per un certo tempo. Un certo lungo tempo. Poi torna.
Guardi, mi dice, il suo nome non c'è. Posta non ne ha.
No, sbotto malgrado tutte le previe promesse che mi ero fatto, posta ce n'è di sicuro.
E penso soprattutto ai quattro, dico quattro(!) numeri della Settimana enigmistica alla quale sono abbonato grazie alla generosa iniziativa di quella santa donna di mia suocera. E mi trattengo dall'urlare cazzo! Le mie Settimane enigmistiche! Le vogliooo!
Eh..., dice lei tra il dubbioso e il complice.
Poi si gira di nuovo verso il collega maschio che, quasi spazientito, le ripete:
Ma sì, sotto. Chiedi a uno dei postini, ché tanto adesso sono lì.
Nuova sparizione della mia impiegata. Nuovo certo lungo tempo.
Dopodiché appare un'altra impiegata (ammettiamolo: dall'aria più sveglia), con uno smartphone in mano.
È lei per “Aspettami”?, mi chiede.
Sì, rispondo, ormai sull'orlo di una crisi di nervi ad alto tasso depressivo.
La posta non ce l'abbiamo noi, è a Poggibonsi.
Come a Poggibonsi?
Eh, sì, c'hanno diviso le cose, è così. Ma guardi, sono al telefono con la postina, parli pure.
Pronto?
Sì, buongiorno. Se lo sapevo, la posta gliela portavo, ma adesso sono sulla superstrada e c'ho pure una Raccomandata 1 per lei. Ma lei è a casa?
No, sono all'ufficio postale, rispondo trattenendo a stento i singhiozzi.
Ma a che ora c'è a casa?
­— Non so, verso le 11.
Va bene, tanto io prima di mezzogiorno e mezzo non passo. Poi magari l'altra posta gliela porto domani.
Seguono ringraziamenti e saluti. L'impiegata sveglia riattacca il telefono (i lettori più giovani, se non capiscono l'arcaica espressione “riattaccare il telefono”, potranno domandarne il senso a genitori, zii, o nonni), poi si lancia in una confusa spiegazione del fatto che i servizi tra il mio Comune e Poggibonsi sono stati divisi in due, il che, preso parola per parola, non ha molto senso, ma probabilmente ne ha nell'universo parallelo di Burocratolandia.
Se mi fosse stato detto quando ho fatto la pratica, che dovevo andare a Poggibonsi..., azzardo timidamente.
Eh già. Ma sa com'è, certe volte uno non ci pensa.
Non insisto, rendendomi perfettamente conto dell'assurdità del mio sogno di vivere in un universo nel quale anche gli impiegati degli sportelli degli uffici postali pensano.
Saluto e vado a farmi un caffé.