domenica 27 gennaio 2019

Due libri da leggere

 
 
Ci sono libri che compri per curiosità e libri che compri per certezza. Con i primi sai che corri un rischio, ma è proprio il piacere di quel rischio che te li fa comprare. Chissà, magari li butterai via dopo venti pagine, ma magari ti apriranno nuovi orizzonti, ti susciteranno nuove curiosità, o forse ti offriranno semplicemente momenti di gioia.
Le cose sono molto diverse con i secondi: quell'autore già lo conosci e lo ami, non solo sai che non ti deluderà, ma hai anche la certezza che le ore che passerai in sua compagnia correranno via veloci e dense come una passeggiata in campagna. Sai che ne uscirai più fresco, più pieno di quel qualcosa di indefinibile che solo la lettura ti può dare.
I due libri dei quali sto per parlare non li ho ancora letti. Ma se parlare di libri non letti è un'occupazione salottiera molto più diffusa di quanto si pensi, parlarne quando già ne conosci l'autore è solo voglia di incitare qualcun altro a scoprirlo.
Il primo libro è La pienezza del vuoto di Trinh Xuan Thuan, astrofisico vietnamita, professore all'università della Virginia, nonché ricercatore associato all'istituto di astrofisica di Parigi. Scrive in francese. Ho già letto cinque dei suoi libri. Il più bello, che consiglio vivamente a tutti i curiosi, è Il caos e l'armonia – Bellezza e asimmetrie del mondo fisico, (in francese Le chaos et l'armonie – La fabrication du Réel) edito da Dedalo nel 2000. È una lunga e affascinante passeggiata di più di 500 pagine attraverso l'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo che si legge quasi come un romanzo. È un libro semplice, chiaro e affascinante.
Ho poi letto La mélodie secrète – Et l'homme créa l'univers del 1991, inedito in Italia, Origines – La nostalgie des commencements, anche lui inedito, Dal Big Bang all'Illuminazione (in francese L'univers dans la paume de la main – Du big bang à l'Éveil), scritto con il monaco tibetano francese Matthieu Ricard, e Les voies de la lumière – Physique et métaphysique du clair-obscur, pure lui purtroppo inedito da noi.
Tanto per darti un'idea, nella mia personalissima lista di divulgatori scientifici preferiti Trinh è al primo posto, in compagnia dell'irakiano-inglese Jim Al-Khalili (del quale ti consiglio in particolare La casa della saggezza – L'epoca d'oro della scienza araba) e del nostro Carlo Rovelli (imperdibili i suoi Che cos'è la scienza – La rivoluzione di Anassimandro e La realtà non è come ci appare – La struttura elementare delle cose, nonché i più conosciuti Sette brevi lezioni di fisica e L'ordine del tempo). Autori come Stephen Hawking, Martin Rees, James Gleick e Guido Tonelli, benché ottimi, li metto un gradino sotto.
Pare che Trinh abbia scritto queto libro per tutte le "persone di buona volontà" interessate alle nozioni scientifiche e filosofiche sviluppate nei secoli sul tema del vuoto. Come dire che l'ha scritto per me; ma mi auguro anche per te.
Davvero, non perderti Trinh.


Tutt'altra lettura sarà quella di Le migliori menti della mia generazione di Allen Ginsberg. Il titolo viene evidentemente dal primo verso di Urlo, mitica poesia del 1955-'56, che nella traduzione di Fernanda Pivano incomincia così:

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche
trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa,
hipsters dal capo d'angelo brucianti per l'antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su imbottiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda galleggiando sulle cime delle città contemplando jazz,
che si squarciavano cervelli al Cielo sotto la Elevated e vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e con tragedie Blakiane fra gli studiosi della guerra [ecc.]

Scrive con giustezza il poeta e slammer comasco Simone Savogin in un articolo su La lettura, supplemento al Corriere della sera:

E pensare che quando uno legge Urlo sente una sorta di richiamo a fare altrettanto, uno apre le braccia e ride e pensa un misto tra «la voglio scrivere anch'io una cosa così» e «chiunque può scrivere una cosa così», ma poi sbatte a viso aperto contro tutte le sovrastrutture che ci portiamo addosso e che non sappiamo scrollarci via e dalle quali non sappiamo scappare.

Questo però non è un libro di poesie, è una serie di lezioni su Kerouac, Burroughs, Corso e sé stesso nelle quali, secondo Savogin, si sente tutto l'amore per le persone che ha conosciuto e ammirato, si sente tutta l'urgenza di conoscere e far conoscere, si prova la sua stessa estasi nell'analizzare passaggi con una nuova cognizione di causa.
Di Ginsberg ho il ricordo ancora vivissimo di quando lo vidi declamare una sua poesia in pubblico, una sera dell'autunno del '74, a San Francisco. A quella serata partecipavano anche il celestiale Lawrence Ferlinghetti, la splendida Anne Waldman – che di questo libro ha scritto la prefazione – e altri due o tre poeti beat. Ginsberg lesse American for Sale, poesia forse mai pubblicata visto che non ne trovo traccia su internet. Se ne stava seduto per terra in proscenio suonando un organetto indiano e salmodiandoci sopra i suoi versi ripetitivi in quello stile whithmaniano-rabbioso che lo rendevano così ammaliante, seducente e roccioso. Momenti indimenticabili.
Mo' ti lascio e corro in libreria a comprarmeli, questi due libri. L'unico problema poi sarà decidere quale leggere prima. Mi sa che farò a testa o croce.

giovedì 6 dicembre 2018

Il mio amico Nicola



Secondo la formula classica, siamo ormai sotto Natale e infatti il Natale ci domina con le sue pubblicità di profumi e gioielli, i suoi addobbi cittadini, la frenetica ricerca di regali sempre più tecnologici e una generica celebrazione dell'inutile e del superfluo, con la rassicurante scusa che tutto questo «fa bene all'economia». È quindi normale che sulle pagine Facebook di molti miei amici nord ed est europei ricominci ad apparire Babbo Natale, ovvero San Nicola, Sankt Nikolaus, Saint Nicholas, Sveti Nikolaj, Sint Nicolaas, Άγιος Νικόλαος, o magari Šventasis Mikalojus, da noi meglio noto come omonimo di quel Nicola di Bari la cui interpretazione di Piangerò al Cantagiro del 1965 costituì uno dei momenti più alti della creatività nostrana (se sei troppo giovane per ricordartene o anche solo per sapere cos'era il Cantagiro fidati di me).

San Nicola di Bari, dunque. Che con Bari non c'entrava assolutamente niente fino a quel giorno del 1087 in cui 62 marinai pugliesi non ne rubarono le ossa da una chiesa ortodossa di Myra, città che durante la vita del Nostro faceva parte della lega licia, nel sud-ovest della Turchia. Più tardi, seguendo la grande tradizione cattolica di furti feticisti, metà del suo scheletro fu peraltro rubato ai baresi dai veneziani, ma non importa. Ciò che importa è che con tutti i fanatici guerrafondai che si misero a passare da Bari all'epoca delle crociate, San Nicola diventò sempre più popolare, fino a diventare patrono della Lorena e di Amsterdam e a soppiantare nientepopodimeno che Dio stesso presso le popolazioni nenezie della Jamalia e della Nenezia, che lo chiamano Mikkulai. Per i miei due o tre lettori che ignorassero cosa siano la Jamalia e la Nenezia, ricordo che i due territori si trovano al nord degli Urali, appena a ovest del Krasnojarsk o, se preferisci, a nord del Chantia-Mansia.

Ma dopo questo sfoggio di cultura geografico-wikipediana, torniamo all'amico Nicola e in particolare alle sue abitudini natalizie.

Non faccio per vantarmi, ma io San Nicola l'ho incontrato personalmente di persona. Mo' ti racconto. Per uno di quegli strani impulsi che spingono talvolta noi umani a compiere atti sconsiderati, una quindicina di anni fai qualcuno mi invitò a partecipare a un festival teatrale nella ridente, ma mica tanto, cittadina di Rovaniemi. Il mio primo impulso alla ricezione della mail di invito fu naturalmente di guardare su Wikipedia dove cacchio si trovasse quel posto dal nome forse indonesiano, ma chissà – vai a sapere – forse basco o amazzone. È così che scoprii che Rovaniemi altro non è che la capitale della Lapponia finlandese, anche se quelli che noi chiamamo lapponi e che in realtà si chiamano sami la chiamano Sápmi. Ora, sapendo noi tutti che il circolo polare artico si trova a 66°33'39'' di latitudine nord, grande fu la mia sorpresa vedendo che Rovaniemi si trova a 66°30'08''!

— Perbacco – mi dissi – ma quella differenza di 3' e 31'' indica chiaramente che quel posto è a meno di 10 chilometri a sud del circolo polare!

E infatti così è. Ciò che ignoravo era che proprio a cavallo (si fa per dire) del circolo polare i rovaniemesi avessero messo su il Joulupukin Pajakilä, ovvero il villaggio di quel Santa Claus che altri non è che il nostro amico San Nicola di Bari, Venezia e Myra. E gli organizzatori del festival mi ci hanno portato.

Non ti sorprenderà sapere che il luogo assomiglia molto più a un centro commerciale che a un villaggio lappone. Forse ciò che ti sorprenderà è invece che circolo polare in finlandese si dica napapiiri e soprattutto che la marca Napapijri, sui prodotti della quale appare sempre una bandiera chissà perché norvegese, sia stata fondata alla fine degli anni '80 dall'italianissima ancorché valdostana Signora Giuliana Rosset, che nel 2005 la vendette poi all'americana Vf Corporation. Ma smettiamo di divagare a torniamo a Santa Claus.

Dopo avere vagato per un po' per la vasta zona commerciale dove era possibile acquistare (pochi) oggetti dell'artigianato lappone e (tantissimi) maglioni, pigiama, ciabatte, bicchieri, bottiglie, pile (nel senso di pail), piatti, magliette e quant'altro con l'effigie di Babbo Natale, giunse il momento di fare la sua conoscenza. Con un gruppetto di una dozzina di colleghi entrammo nella sua casa. Prima di tutto attraversammo un lungo corridoio lungo il quale si trovavano tutta una serie di enormi ingranaggi e ruote dentate in legno che giravano provocando rumori inquietanti. Chiesi la ragione di quello strano armamentario e mi fu spiegato che siccome secondo la tradizione locale durante la notte di Natale Santa Claus ha l'obbligo di fare visita a tutte le case del mondo, rallenta il movimento della Terra agendo su quegli ingranaggi, in modo che la notte duri più a lungo. Attendemmo alcuni minuti davanti a una porta chiusa a lato della quale c'era una luce rossa, poi quando la luce diventò verde potemmo entrare in un enorme stanzone nel quale, attorniato da centinaia di pacchi e pacchetti infiocchettati, stava seduto il Santo. A rischio di deluderti, devo dirti che non portava il costume rosso inventato dal disegnatore statunitense Thomas Nast nel 1862 per il settimanale Harper's Weekly e ripreso nel 1931 da Haddon Sundblom per una pubblicità della Coca-Cola, bensì quello più dimesso di un cacciatore finlandese. Per nostra fortuna parlava inglese, il che ci permise di scambiare qualche banalità sulla pace nel mondo e sul mestiere del marionettista che, come tutti sappiamo, offre abbondanti dosi di felicità ai pargoli dei cinque continenti. È solo all'uscita che, vedendo sui muri di un altro corridoio le foto nelle quali apparivamo in compagnia del vecchio barbuto, foto in vendita a 25€ l'una, ci rendemmo conto di quale fosse stata la vera finalità di quella conversazione che si era protratta al di là del ragionevole.

In questa stagione il vicino aeroporto funziona al limite delle sue capacità a causa dei numerosi charter provenienti da vari Paesi d'Europa, ma anche da Israele e dal Giappone (!), che arrivano carichi di turisti desiderosi di vivere un'esperienza come la mia, dormendo magari all'hotel Santa Claus Holiday Village e gustando una bistecca di renna in uno dei ristoranti di Rovaniemi. Tanto per darti un'idea, l'anno scorso l'aeroporto ha accolto quasi 600.000 viaggiatori. Il che la dice lunga sullo stato delle connessioni neuronali della razza umana, ma non importa.

Certo di avere fatto cosa gradita mettendo a tua disposizioine tutte queste preziose informazioni, mo' vado alla Coop a comprarmi un panettone.



P.S. Come sempre, è solo dopo avere scritto questo post che ho cercato un'immagine per illustrarlo. Mi sono così accorto con sconcerto che ormai anche al mio amico di Rovaniemi è stato affibiato un ridicolo copricapo rosso con un informe gilet dello stesso colore. O tempora! O mores!

mercoledì 5 dicembre 2018

La lettera su Dio di Einstein



I giornali di questa mattina parlano della vendita all'asta di una lettera manoscritta di Albert Einstein per 2 milioni e 892.500 dollari. Lasciamo perdere il fatto che lo stesso documento fosse stato venduto nove anni fa per 400.000 dollari e che gli esperti gli avessero recentemente attribuito un valore tra il milione e il milione e mezzo. Sono solo le solite fesserie da miliardari.
Ciò che mi interessa è che la lettera è nota come lettera su Dio. Einstein la scrisse il 3 gennaio del '54 a Eric Gutkind, filosofo ebreo che aveva lasciato la Germania nel '33. Due anni prima, Gutkind aveva pubblicato Choose Life: The Biblical Call to Revolt. Il libro era stato consigliato a Einstein dal matematico e filosofo olandese L.E.J. Brouwer.
L'articolo che ho letto questa mattina mi ha dato voglia di rileggere quel breve scritto che già conoscevo, ma cercando su internet non ho trovato nessuna traduzione integrale in italiano. Non conoscendo il tedesco, sono partito da una traduzione inglese (macchinosa) e da una francese (assai libera) per farne una italiana. Ho mantenuto la punteggiatura di Einstein – visibile su una foto del manoscritto – e il suo stile un po' complesso, soprattutto nel primo capoverso.
Inutile precisare che se te ne propongo la lettura è perché mi trovo essenzialmente d'accordo sul contenuto.

Princeton, 3 Gennaio 1954 
 
Caro Signor Gutkind!

Ispirato dai continui consigli di Brouwer ho letto gran parte del suo libro in questi ultimi giorni e la ringrazio di avermelo mandato. Ecco le cose che mi hanno particolarmente colpito. Riguardo al nostro modo di vedere la vita e la società umana siamo molto simili: un ideale che va al di là del personale che si batte per la libertà dai desideri individuali, si batte per fare dell'esistenza qualcosa di più bello e più ricco, con un'enfasi sul puramente umano, dove le cose inanimate sono viste solo come mezzi ai quali non si dovrebbe dare un ruolo dominante. (È in particolare questo modo che ci trova d'accordo su una vera “attitudine non-americana”)
Detto questo, se non fosse stato per l'incoraggiamento di Brouwer, non avrei mai pensato di immergermi nel suo libro, che è scritto in un linguaggio a me inaccessibile. Per me, la parola Dio non è altro che l'espressione e il prodotto delle debolezze umane, la Bibbia una raccolta di leggende onorevoli ma estremamente primitive. Non c'è interpretazione, per quanto acuta, che possa cambiare le cose (per me). Queste interpretazioni rarefatte sono per natura estremamente variegate e non sono quasi mai in relazione con il testo originale. Per me, l'autentica religione ebraica, come tutte le religioni, è l'incarnazione di una superstizione primitiva. E il popolo ebreo, del quale sono felice di fare parte e alla cui mentalità mi sento ancorato, non ha nessuna dignità diversa da quelle di altri popoli. Nella mia esperienza, non è nemmeno migliore di altri gruppi umani, anche se è protetto dai peggiori eccessi da una mancanza di potere. In altri termini non vedo niente di “eletto” in lui.
In generale mi addolora che lei reclami una posizione privilegiata e cerchi di difenderla attraverso due muri d'orgoglio, uno esterno come essere umano e uno interno come ebreo. Come umano lei reclama almeno in parte una dispensa dalla casualità generalmente accettata, come ebreo un privilegio monoteista. Ma una causalità limitata non è più una causalità, come il nostro meraviglioso Spinoza fu il primo a riconoscere in maniera incisiva. E l'idea animista di religioni naturali non è, per principio, resa nulla dal monopolio. Questi muri ci porteranno solo a un certo auto-imbroglio; ma i nostri sforzi morali non ne sono rafforzati. Piuttosto il contrario.
Ora che ho esposto apertamente le nostre differenze intellettuali, per me resta chiaro che siamo vicini l'uno all'altro nell'essenziale, cioè nella valutazione del comportamento umano. Ciò che ci separa è solo patina intellettuale o “razionalizzazione” in linguaggio freudiano.

Con i miei ringraziamenti e i miei saluti,
Suo,
Albert Einstein


giovedì 1 novembre 2018

13,7 miliardi di anni di storia



●13,7 miliardi di anni fa, nascita dell'universo; ● tra 10,1 e 6,5 miliardi di anni fa, formazione della Via Lattea; ● 4,57 miliardi di anni fa, formazione del Sole; ● 4,54 miliardi di anni fa, formazione della Terra; ● 3,5 miliardi di anni fa, nascita dei primi batteri; ● 4,533 milioni di anni fa, formazione della Luna; ● 750 milioni di anni fa, inizio della separazione dei continenti ● 500 milioni di anni fa, nascita dei primi pesci; ● 450 milioni di anni fa, prima glaciazione e prima estinzione – perisce l'85% delle specie viventi; ● 375 milioni di anni fa, seconda glaciazione e seconda estinzione – perisce l'82% delle specie viventi; ● 300 milioni di anni fa, nascita dei primi rettili; ● 250 milioni di anni fa, terza glaciazione e terza estinzione – perisce il 96% delle specie viventi; ● 240 milioni di anni fa, nascita dei primi uccelli; ● 200 milioni di anni fa, quarta glaciazione e quarta estinzione – perisce il 76% delle specie viventi; ● 200 milioni di anni fa, nascita dei primi mammiferi ● 65 milioni di anni fa, quinta estinzione – periscono i dinosauri e il 75% delle specie viventi; ● 55 milioni di anni fa, nascita dei primi primati; ● 2,4 milioni di anni fa, Homo habilis; ● 1,8 milioni di anni fa, Homo erectus; ● 450.000 anni fa, Homo neanderthalensis; ● tra 300.000 e 200.000 anni fa, Homo sapiens; ● 70.000 anni fa, Homo sapiens esce dall'Africa; ● 65.000 anni fa, Homo sapiens arriva in Australia; ● 50.000 anni fa, controllo del fuoco; ● 15.000 anni fa, Homo sapiens arriva in America; ● 11.500 anni fa, nascita dell'agricoltura, Homo sapiens si sedentarizza; ● 5.200 anni fa, rivoluzione cognitiva, invenzione della scrittura; ● da 5.100 a 2.040 anni fa, impero egiziano; ● 3.750 anni fa, prime leggi scritte – codice di Hammurabi; ● 3.600 anni fa, prima monarchia costituzionale - Ittiti ● 3.500 anni fa, nascita dell'induismo; ● 3.200 anni fa, nascita della filosofia, in India; ● da 3.200 a 650 anni fa, impero mongolo – dalla Mongolia all'Adriatico; ● 3.000 anni fa, nascita dell'ebraismo; ● 2.700 anni fa, prime monete; ● 2.600 anni fa, nascita della filosofia greca, della democrazia e del buddhismo; ● da 2.240 a 106 anni fa, impero cinese; ● da 2.070 a 740 anni fa, impero Chola – India del Sud, Indonesia, Sud-Est asiatico; ● da 2.045 a 1.623 anni fa, impero romano  ● 2.000 anni fa, nascita del cristianesimo; ● da 1852 a 1542 anni fa, invasioni barbariche dell'Europa; ● da 1.843 a 1.738 anni fa, Guerra dei Tre Regni, la più sanguinosa della storia in proporzione alla popolazione mondiale; ● 1560 anni fa, introduzione dello zero in un sistema di numerazione posizionale - Lokavibhaga, India ● da 1542 a 526 anni fa, Medioevo europeo; ● da 1.700 a 950 anni fa, impero del Ghana; ● 1.400 anni fa, nascita dell'Islam; ● da 1260 a 760 anni fa, califfato di Baghdad; ● 1212 anni fa, prime banconote – imperatore Xian Zong, dinastia Tang; ● 977 anni fa il cinese Bi Sheng inventa la stampa a caratteri mobili (in terracotta); ● 958 anni fa, primo testo scritto in italiano – Placito cassinese; ● 900 anni fa, invenzione in Cina della prima arma da fuoco; ● da 780 a 370 anni fa, impero del Mali; ● da 650 a 450 anni fa, Rinascimento europeo; ● 550 anni fa, rivoluzione scientifica; ● 525 anni fa, inizio della colonizzazione europea di America, Africa, Asia e Oceania; ● 500 anni fa, nascita del capitalismo in Inghilterra; ● da 500 a 45 anni fa, era coloniale; ● da 300 a 180 anni fa, tratta degli schiavi; ● 230 anni fa, dichiarazione universale dei diritti dell'uomo; ● da 258 a 188 anni fa, prima rivoluzione industriale in Inghilterra; ● 148 anni fa, seconda rivoluzione industriale; ● 101 anni fa, prima rivoluzione comunista; ● da 100 anni fa a oggi, teoria della relatività generale e fisica quantistica; ● 50 anni fa, rivoluzione informatica; ● da 40 anni fa a oggi, internet.

mercoledì 24 ottobre 2018

Scrivere a mano



    Da tre settimane sto scrivendo come un matto, anche sei o otto ore al giorno. Erano alcuni anni che avevo in cantiere un libro, ma non riuscivo a finirlo. Sapevo di averne scritto non più di un terzo, ma non ce la facevo ad andare avanti. In settembre sono andato a fare una piccola tournée negli Stati Uniti e in Canada con il mio racconto sulla fisica. Mentre ero là ho letto l'autobiografia dell'attore americano Alan Alda e la lettura di quel libro, combinata con lo stato di eccitazione e di felicità nel quale quella piccola tournée mi aveva messo, ha provocato un clic inatteso. E mi sono rimesso a scrivere.
    Da anni ormai scrivevo solo al computer e mi ero convinto che quel modo di scrivere fosse ottimale, anche più creativo della scrittura a mano. Il fatto di poter correggere immediatamente il testo, di poterne tagliare paragrafi interi e aggiungerne altri con qualche clic sulla tastiera non mi sembrava solo un modo più rapido di comporre un testo, mi dava anche l'impressione di una maggiore libertà.
    Poi a New York mi sono comprato alcune matite, delle Palomino Blackwing e delle Blackwing 602 (vedi il mio precedente post) e quando mi è venuta voglia di mettermi a scrivere l'ho fatto a matita. In casa avevo un quaderno cartonato con le pagine bianche, senza righe, che mi era stato regalato alcuni anni fa quando avevo partecipato a un festival a Rotterdam. L'ho preso e ho incominciato a scrivere. Che l'abbia fatto a matita non importa. In realtà amo le penne stilografiche. Ne possiedo tre: una Montblanc Classica che mi ero comprato il giorno del mio primo divorzio, una Meisterstuck Le Grand che mi è stata regalata dalla mia seconda ex-suocera e una Pelikan M120N, esatta riproduzione di quella che avevo alle medie, trovata su internet un paio di anni fa. Nonostante abbia sempre amato scrivere con una penna, ormai con quelle tre scrivevo solo le lista della spesa e qualche rarissima lettera.
    La Palomino mi ha attirato per il mito che la circonda. È la matita con la quale Steinbeck e Kerouac hanno scritto i loro romanzi e Bernstein e Quincy Jones le loro musiche. Così ho voluto provarla. Mi sono subito reso conto che preferivo la 602 a quella senza numero, che è troppo morbida. In tre settimane ne ho già consumate tre.
    Ma la cosa che mi ha davvero sorpreso è come la scrittura cambi scrivendo a mano. Sarà perché al computer scrivo con due dita, usandone un paio d'altre solo per inserire degli spazi e andare a capo, ma fin dai primi giorni ho avuto l'impressione di scrivere più rapidamente. Il che ovviamente non è vero. Ciò che succede in realtà è che scrivendo a mano ti passano per la testa più cose ed è quell'affollarsi di pensieri che ti dà l'impressione di una maggiore velocità.
    Come indicato in uno studio di Pam. A. Mueller, docente di psicologia sociale a Princeton, e Daniel M. Oppenheimer, suo collega dell'UCLA (University of California, Los Angeles) (The Pen is Mightier Than the Keyboard: Advantages of Longhand Over Laptop Note Taking) scrivere a mano fa entrare in gioco funzioni del cervello che restano assopite scrivendo su una tastiera. Osservando due gruppi di studenti che prendevano note durante gli stessi corsi universitari, i due studiosi hanno notato che quelli che scrivevano a mano imparavano di più e meglio degli altri, anche se in realtà scrivevano un numero inferiore di parole. O piuttosto proprio perché scrivevano meno parole. Mentre quelli che scrivevano su un computer riuscivano a scrivere verbatim, il processo di scrittura manuale permetteva — o obbligava — gli altri a elaborare delle sintesi che non lasciavano spazio alle cose superflue. In altre parole, mentre i primi si limitavano a trascrivere meccanicamente ciò che ascoltavano, i secondi mettevano in atto un processo creativo di sintesi che era già di per sé parte integrante dell'apprendimento.
    Ritrovare uno strumento di scrittura manuale per comporre un testo coerente invece di una semplice lista della spesa è stata una sorpresa che mi ha permesso anche di riscoprire un secondo processo creativo, che entra in gioco quando ricopio il testo al computer. In quei momenti, quando rileggo e imparo a memoria, anche se solo per i pochi istanti della trascrizione, una frase intera, mi rendo conto di tutta una serie di errori e imprecisioni che mi sfuggono quando scrivo direttamente al computer.
    Lo studio di Mueller e Oppenheimer sostiene anche che più grande è il processo di codificazione del l'informazione, maggiori sono i benefici per l'apprendimento. Nella mia breve esperienza trisettimanale ho notato che scrivere a mano e poi trascrivere al computer mi porta a produrre frasi più chiare e più armoniose. Non so quanto questo dipenda dal fatto di scrivere a mano e quanto dalla trascrizione al computer, credo un po' da entrambe le cose. Il risultato mi sembra comunque più soddisfacente di quello ottenuto muovendo le dita su una tastiera.
    Ormai nella maggior parte delle scuole elementari degli Stati Uniti imparare a scrivere a mano in lettere minuscole non è nemmeno più obbligatorio e molti americani sanno scrivere solo in stampatello. Il che è una cosa molto diversa perché non permette di vedere le parole come blocchi aventi ognuno un senso compiuto, ma come semplici sequenze di lettere, un po' come quando scrivi al computer.
    Se trovi tutto questo un po' passatista e nostalgico posso dirti solo una cosa: la prossima volta che avrai qualche pagina da scrivere prova a farlo a mano e vedrai la differenza. Poi magari fammi sapere.

lunedì 24 settembre 2018

Ti scrivo dal mio ufficio



Ciao.
Ti scrivo dal mio ufficio. Se vuoi, puoi passare a salutarmi. L'indirizzo è 31 Caroline Street North, Waterloo, Ontario - Canada N2L 2Y5. Semplice, no? Quando arrivi non lasciarti intimidire dalla scritta in lettere di bronzo sopra la porta d'ingresso:
Come tutti sappiamo vuole semplicemente dire che nessuno che non si interessi alla geometria entri qui. 
So già cosa obietterai con la tua aria da saputello, mi dirai che quella citazione è sbagliata, che la scritta che appariva sopra la porta d'ingresso dell'Accademia di Platone diceva in realtà che nessuno non portato per la geometria entri qui. Ma così dicendo avrai solo perso un'altra occasione di tacere, visto che la sostituzione di nessuno che non si interessi alla geometria con nessuno non portato per la geometria è voluta. Voluta da chi? Dai fondatori del Perimeter Institute, che, come lo spiega una scritta all'interno della porta, ci tenevano a far sapere che il loro lavoro lo svolgono per condividere la gioia delle loro scoperte con l'insieme della comunità.
Già, perché è qui che mi trovo, al Perimeter Institute for Physical Research di Waterloo, nell'Ontario, un centro di ricerca sulla fisica quantistica tra i più importanti al mondo. E mi hanno dato un ufficio tutto per me, il 267, al secondo piano — che per noi sarebbe il primo, ma non importa — anche se starò qui solo quattro giorni e anche se sono solo un guitto itinerante. Questi fisici sono pazzi.
Ma anche molto gentili, tant'è che quello che mi ha preceduto in questo stesso ufficio, usato solitamente dai fisici di passaggio, mi ha lasciato sulla lavagna tutta una serie di equazioni, sperando forse che le avrei risolte per il bene comune. Mmmhhh…
Tanto per darti un'ulteriore idea di quanto i fisici siano pazzi, se sono qui lo devo alla splendida Krista Blake, che svolge ufficialmente il compito di Catalizzatrice delle arti, della cultura e dell'immaginazione. Insisto: non è che sia lei che dice che quello è ciò che fa di mestiere, è proprio il suo titolo ufficiale: Catalyst of the Arts, Culture and the Imagination. Te lo immagini un titolo così in un'università nostrana?
Questa mia piccola tournée nordamericana, con tre date, due in altrettanti college dello Stato di New York e una qui in Canada, più che un sogno è una cosa che non avrei mai nemmeno osato sognare quando, più di dieci anni fa, mi è venuta l'idea di lavorare a un racconto sulla fisica. Già fare la prima dello spettacolo in occasione del festival della scienza di Genova era stato eccitante, ma qui, più che un bambino in un negozio di caramelle mi sento come un bambino al quale il negozio di caramelle l'hanno regalato. E più che un negozio è tutto un  centro commerciale ed è pieno solo di caramelle.
Ed eccomi qui, seduto a scrivere, con fuori dalla finestra il laghetto del Waterloo Park, mentre dal computer, piano, per non disturbare i vicini, escono le note del bellissimo CD del 2013 Hagar's Song, di Charles Llloyd e Jason Moran. 
Mi viene voglia di starmene qui a non far niente, solo a godermi questi momenti. Oltretutto il pass che ho in tasca mi dà accesso al Perimeter giorno e notte, quindi mi sa che stanotte dormirò qui, per terra. Ma forse prima andrò a comprarmi una grossa catena e mi legherò a non so bene cosa ma a qualcosa, perché io qui ci voglio restare per sempre, voglio mangiare tutti i giorni al Black Hole Bistro, il Caffè del buco nero, anche solo per le cose che quelli che lo gestiscono mettono su internet. In questo momento suggeriscono il rinfrescante sciroppo di menta in questi termini:
I neuroni incaricati di sentire il freddo emettono una proteina chiamata TRPM8. Quando questa proteina raffredda si apre come un portone e lascia entrare gli ioni presenti nell'aria dentro il neurone. Il cambiamento della carica elettrica all'interno del neurone e il messaggio “ricettori di freddo attivati!” viene mandato al cervello attraverso il sistema nervoso centrale.
Questa è biologia. Ma il fatto è che la TRPM8 non risponde solo al freddo. Risponde anche al mentolo, il composto cristallino presente nella menta e negli olii di menta. Perché il mentolo si aggrappi alla maniglia chimica della TRPM8 non lo sappiamo, ma una volta che la maniglia è girata la TRPM8 apre il cancello e i neutroni che rispondono al freddo vengono attivati.
Quei neutroni lanciano un solo tipo di messaggio e il risultato — straordinario — è che il sapore della menta è indistinguibile dalla sensazione di freddo. Urrà!
Cosa vuoi che ti dica, io in un caffè che si fa pubblicità in questi termini ho voglia di passarci altro che quattro giorni; settimane, mesi, anni. Quindi se capiti dalle parti di casa mia e ti viene voglia di suonare il campanello non stupirti se non ti rispondo. Sai dove sono.