martedì 2 giugno 2015

Je suis Atena

Nome : Atena
Cognome: Farghadani
Anni: 28
Professione: disegnatrice
Data del primo arresto: 23 agosto 2014
Durata della reclusione: due mesi (di cui 15 giorni in isolamento)
Luogo della reclusione: Sezione 2A del carcere di Evin (noto come l'Università di Evin, a causa del grande numero di intellettuali incarcerati
Data del rilascio su cauzione: 6 novembre 2014
Data del secondo arresto: 10 gennaio 2015
Inizio dello sciopero della fame: 9 febbraio 2015
Ospedalizzazione: 26 febbraio
Accusata di:
  • propaganda contro il regime
  • oltraggio ripetuto contro la sicurezza dello Stato
  • associazione e collusione con elementi controrivoluzionari ed elementi fuorviati
  • oltraggio a rappresentanti del Parlamento attraverso il disegno
  • oltraggio alla Guida suprema e ai Pashdaran
  • organizzazione di riunioni illegali in vista di una collusione con individui antirivoluzionari legati a sette devianti
Condanna: 12 anni e 9 mesi di prigione
Disegno incriminato, in quanto ritrae dei parlamentari con teste di animali:

Testo della lettera spedita da Atena Farghadani l'8 gennaio 2015 al Leader Supremo, Ayatollah Ali Khamenei:
[N.B. Traduco questo testo da una traduzione inglese un po' incerta pubblicata da Iran Press Watch]
In seguito alla lettera di convocazione ricevuta ieri, mercoledì 7 gennaio 2015, dovrò comparire davanti alla quindicesima sezione del Tribunale Rivoluzionario il sabato 10 gennaio. Sono Atena Farghadani. Sono nata nel luglio 1986 a Teheran. Il mio certificato di nascita è il 34828. Sarò presente alla quindicesima sezione del Tribunale Rivoluzionario di via Moallem alle 8 e 30 di sabato 10 gennaio, di fronte al giudice Salavati. So che sabato apparirò davanti a una Corte che grida ingiustizia. Mi presenterò davanti a un giudice che per anni ha distorto la bilancia della giustizia. Quindi dovrò pagare un tributo per avere difeso il mio amato popolo senza difesa.
Non avendo visto, per molti anni e in alcun luogo del mio paese, alcun ufficiale occupare quel posto [ovvero difendere il popolo], io, l'accusata, mi siedo e orgogliosamente presento la mia difesa scritta a uno che per circa 25 anni ha non solo mantenuto e protetto la sua posizione, ma che occupa anche la posizione dominante dei tre rami del governo. Sì, Vostra Eccellenza, Seyyed Ali Khamenei, Lei che in questi anni è stato sia giudice che legislatore, sia Presidente del paese che capo del parlamento non eletto dell'Iran, è a Lei che presento la mia difesa.
Vostra Eccellenza Seyyed Ali Khamenei e Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, ciò che voi chiamate “propaganda contro il regime” io chiamo affinità verso coloro i cui figli furono massacrati nel 2009, coloro che furono uccisi in modo che le loro radici non si sviluppassero su un terreno non più fertile.
Ciò che voi definite “associazione e collusione con una setta fuorviata contro la sicurezza nazionale” io la considero come solidarietà verso quelle donne e quegli uomini i cui diritti elementari — tra i quali quello di andare all'università — vengono loro negati perché sono Bahá'í! [Sulla religione Bahá'í vedi la Treccani, oppure Wikipedia]
I cosiddetti “esseri umani” della nostra epoca si sono arrogati il diritto di negare la dignità umana dei Bahá'í, di definirli “impuri” e di distruggere le loro case e le loro tombe!
Ciò che voi chiamate un “insulto ai rappresentanti del parlamento per mezzo di disegni” io la considero un'espressione artistica della casa della nostra nazione (il parlamento), che la nostra nazione non merita!
E ciò che voi chiamate un “insulto ai Guardiani della Rivoluzione dell'Iran e ai tre rami del governo durante gli interrogatori” per me è una risposta ferma all'arroganza delle vostre forze armate riguardo ai cosiddetti “potere” e “sicurezza” che permettono loro di intrappolare provocatori come me. Se davvero quel potere e quella sicurezza esistono tra i vostri “Guardiani della Rivoluzione”, perché questi non li usano per intrappolare gli assassini di molti Neda, Sorhab e Setareh?! [Neda Agha-Soltan, studentessa in filosofia, uccisa durante una manifestazione il 20 giugno 2009; Sohrab Aarabi, studente diciannovenne arrestato il 15 giugno 2009, sparito per un mese, poi trovato ucciso da arma da fuoco; non ho trovato precisioni su Setareh].
Commento: superfluo.

domenica 31 maggio 2015

Una lettera di Einstein


Qualche giorno fa ho pubblicato sulla mia pagina Facebook il link verso un testo di Einstein che non conoscevo, intitolato Perché il socialismo? Per caso, poco dopo, sempre su Facebook, ho trovato una lettera di Einstein a Eric Gutkind, filosofo ebreo tedesco, dal pensiero mistico-pacifista. Gutkind faceva parte di un gruppo informale di pacifisti come Kandinsky, Tagore, Oppenheimer e Benjamin. Non avendo trovato una traduzione italiana della lettera su internet, me la sono tradotta io e te la propongo qui perché mi piace assai. 
 

Princeton, 3. 1. 1954
Caro Signor Gutkind,
ispirato dalle insistenze di Brouwer1 ho letto gran parte del suo libro e la ringrazio di avermelo prestato. Ciò che mi ha colpito è questo: [lei e io] abbiamo molto in comune per quanto riguarda il nostro modo fattuale di affrontare la vita e la comunità umana. Il suo ideale personale di lotta per la libertà contro i desideri egoisti, per rendere la vita bella e nobile, con un'enfasi sull'elemento puramente umano ci unisce in una stessa “attitudine non americana.”

Ciò nonostante, senza il suggerimento di Brouwer non mi sarei mai impegnato così instensamente nella lettura del suo libro, scritto in una lingua per me inaccessibile. La parola Dio per me non è niente di più che l'espressione e il prodotto delle debolezze umane, la Bibbia è una collezione di leggende certo onorevoli, ma puramente primitive ed estremamente infantili. Non c'è interpretazione, per quanto sottile, che possa farmi cambiare opinione. Per me la religione ebraica, come tutte le altre religioni, è l'incarnazione delle superstizioni più infantili. E il popolo ebreo, di cui sono felice di fare parte e con il cui modo di pensiero provo molte affinità, non ha per me nessuna qualità diversa da quella di altri popoli. Se giudico dalla mia esperienza, gli ebrei non sono migliori di altri gruppi umani, anche se sono protetti dai peggiori cancri [le guerre] dalla mancanza di potere. A parte questo, non vedo niente di “eletto” in loro.

In maniera generale trovo penoso il suo rivendicare una posizione privilegiata e il suo tentativo di difenderla alzando due muri di orgoglio, uno esterno, come uomo, e uno interno, come ebreo. Come uomo lei afferma, in un certo senso, di sentirsi dispensato dalla causalità che tutti accettano, mentre come ebreo rivendica il privilegio del monoteismo. Ma una causalità limitata non è più una casualità, come il meraviglioso Spinoza lo ha indicato per inciso, probabilmente per primo. E le interpretazioni animistiche delle religioni della natura non sono annullate dalla monopolizzazione. Con muri di questo tipo non solo possiamo arrivare unicamente a un certo auto-accecamento, ma i nostri sforzi morali non ci guadagnano nulla. Al contrario.

Ora che ho chiamaramente indicato le differenze nelle nostre convinzioni mi è chiaro che siamo vicini l'uno all'altro in cose essenziali come le nostre valutazioni del comportamento umano. Ciò che ci separa intellettualmente sono solo gli “accessori” e la “razionalizzazione”, per dirlo nella lingua di Freud. Quindi credo che ci intenderemmo bene se parlassimo di cose concrete.

Ringraziamenti amichevoli e cordiali saluti.

Suo

Albert Einstein.



1Immagino si tratti del matematico Luitzen Brouwer

giovedì 28 maggio 2015

Gente di cui non si parla

Migranti Rohingya arrestati in Thailandia

Non so nemmeno io bene perché scrivo questo post. Probabilmente per una specie di irriducibile fede nella parola detta e scritta, nel fatto che se anche solo 10 o 20 persone verranno a conoscenza, attraverso questo testo, di qualcosa che ignoravano, potrò dirmi che almeno non sono rimasto con le mani in mano.
Voglio parlarti dei Rohingya, un piccolo popolo musulmano, forse di origine bengalese, ma nessuno lo sa con precisione, che vive in uno Stato occidentale della Birmania, lo Stato di Rakhine, o Arakan. Fino a qualche mese fa erano più o meno 800.000  — nessuno ha cifre precise — , su una popolazione globale di poco più di 3 milioni (51,5 milioni per l'insieme della Birmania, censimento 2014), ma ormai molti sono fuggiti. Tra quelli che sono scappati via mare nessuno sa quanti siano caduti vittime di pirati e quanti siano semplicemente annegati.
Già nel 2010, quando in pochi mesi 6.000 rifugiati erano riusciti ad arrivare nel Bengala indiano, Medici Senza Frontiere aveva lanciato l'allarme, senza alcun risultato. Da allora la situazione è peggiorata. Non dimentichiamo che, nonostante la vittoria del partito di Aung San Suu Kyi alle elezioni del 2012, la Birmania è tuttora una dittatura militare presieduta dal generale Thein Sein. Questo anche perché le elezioni riguardarono solo una piccola parte dei deputati: la grande maggioranza è designata direttamente dai militari.
La giunta al potere si è sempre rivendicata buddista. Ma i Rohingya sono musulmani e la Costituzione in vigore vieta loro di beneficiare della nazionalità birmana. Sono considerati immigranti illegali. Quando sono considerati. Per U Than Tun, membro del Centro di Coordinamento delle Emergenze di Sittwe, la capitale dello Stato di Rakhine, “I Rohingya non esistono. Non sono mai esistiti.” E infatti lui e il suo governo li chiamano Bengalesi. U Than Tun aggiunge che tutti i “Bengalesi” vanno espulsi.
Un paio di settimane fa Maung Maung Ohn, Chief Minister dello Stato di Rakhine, dopo il salvataggio di più di 2.000 Rohingya da parte delle Marine indonesiana e malese, ha detto che era impossibile si trattasse di Rohingya, perché... il governo birmano vieta loro di partire via mare senza autorizzazione.
I Rohingya vivono in ghetti rurali dai quali non possono uscire. Dal 2012 i pochi giovani che studiavano all'università di Sittwe non si sono più fatti vedere, semplicemente perché non hanno più diritto di andarci.
Per U Kaymasara, a capo di un monastero buddista di di Sittwe, “sarebbe meglio se [i Rohingya] non fossero qui. In una famiglia musulmana ci sono 82 persone, in una delle nostre ce ne sono al massimo tre, quattro o cinque.” E questo nonostante una legge vieti ai Rohingya di avere più di due figli.
Secondo Pierre Peron, portavoce dell'Ufficio per gli Aiuti Umanitari dell'ONU in Birmania, “la mancanza di movimento [dovuta alla ghettizzazione] significa che la gente non ha accesso ai campi che coltiva, non ha accesso al mare per pescare, non ha accesso ai mercati per vendere. L'impatto sulla libertà di movimento è enorme per centinaia di migliaia di persone.”
Nur Bashir, che lavorarava come saldatore a Sittwe fino al 2012, ha dichiarato alla CNN che se cercasse oggi di andare in città da solo verrebbe ucciso. Il ghetto in cui vive è a meno di due chilometri dalla città.
Per Matthew Smith, dell'organizzazione umanitaria Fortify Rights, presente nella zona, “non ci potrebbe essere un esempio più lampante di pulizia etnica. Le autorità e la popolazione buddista locale stanno cercando di modificare la demografia etnica dello Stato attraverso il terrore e certe volte la violenza.”
Già nel 2010 un articolo sul sito della BBC si concludeva così:
“[I Rohingya] sono uno dei popoli più malvoluti e perseguitati del mondo. La Birmania rifiuta loro la cittadinanza e rifiuta di autorizzarli a possedere della terra.
Non li autorizza a viaggiare e nemmeno a sposarsi senza permesso.
E non sono benvenuti nemmeno nel Bangladesh, dove sono almeno 200.000 a vivere come immigrati illegali, senza diritti di lavoro, di salute e di educazione.
La regione nella quale vivono è una delle più povere del Bangladesh e le comunità locali si lamentano che I Rohingya svuotano l'area delle sue risorse, prendono il lavoro dei cittadini e sono delinquenti.
30.000 sono registrati come profughi dall'ONU, ma gli altri non hanno nessun diritto e vivono in condizioni orribili al margine dei villaggi o in accampamenti improvvisati.”
Nel 2014 il New York Times scriveva:
La più recente fiammata è incominciata con un'ondata di disordini settari nel 2012, durante i quali centinaia di Rohingya sono stati uccisi e decine dei loro villaggi incendiati da buddisti radicali. [Sì, esistono anche i buddisti radicali]. Da allora quasi 100.000 sono fuggiti dal paese e più di 100.000 sono stati rinchiusi in squallidi campi, col divieto di uscirne.”
Oggi il Dalai Lama ha lanciato un appello a Aung San Suu Kyi perché faccia qualcosa. “L'ho incontrata due volte, prima a Londra, poi nella Repubblica Ceca. Le ho parlato del problema e lei mi ha detto che aveva delle difficoltà, che le cose non erano semplici, ma molto complicate.”
Intanto più di 3.500 Rohingya sono arrivati in Malesia, Thailandia e Indonesia nelle ultime settimane e si teme che siano centinaia di migliaia quelli che cercano di fuggire, o che sono già morti tentando di farlo.
Sui Rohingya puoi guardare la pagina Wikipedia.
Articolo della BBC qui.
Articolo della CNN qui.
Articolo del New York Times qui.
Cosa si può fare? Non lo so. Almeno esserne al corrente.

sabato 2 maggio 2015

Intervista a un manifestante milanese


Questa è la trascrizione della breve intervista di un manifestante, ieri, a Milano, da parte di un giornalista di Repubblica TV.

G. Cos'è successo?
M. No, niente; noi siamo arrivati e c'era un bordello e, tipo, eravamo in mezzo al corteo, casino... Ho spaccato un po' di robe, così...
G. Perché?
M. Perché? Perchè è una protesta, nel senso...
G. Una protesta, secondo te... Non è violenza fine a se stessa questa?
M. In che senso non è violenza fine a se stessa? No, è una protesta e io faccio bordello.
G. Lanciare le molotov alla polizia...
M. E vabbè, ma è una protesta, ripeto, cioè è...
G. È giusto così?
M. Certo, perché, cioè, noi dobbiamo fare sentire la nostra voce, secondo me, e se non lo capiscono con le buone, prima o poi lo capiranno in qualche altro modo, nel senso, cioè i politici e le persone normali, c'è un divario enorme e poi loro rubano.
G. Non hai avuto paura?
M. Vabbè, paura un pochino. Più che altro esaltato perché volevo anche avere qualcosa in mano per spaccare qualcosa, quello sì. Però è stato una bella esperienza, cioè ci stava.
G. Tu da dove vieni?
M. Provincia. Provincia di Milano.
G. Quindi è giusto quello che è successo? La polizia come si è comportata? La polizia, i carabinieri...
M. Ma, cioè, sinceramente io non ho visto scontri perché ero proprio in mezzo al casino. Poi siamo usciti un po' più in qua, siamo usciti da una parte con un po' di meno gente, un po' di meno bordello. Però io prima ero proprio in mezzo al corteo e ci stava di brutto, cioè...
G. Rifaresti quello che avete fatto oggi?
M. Ma io sinceramente non ho fatto niente, io ho visto tanta gente che spaccava le cose e ho pensato “cazzo, se avessi anch'io qualcosa in mano, spaccherei pure io”, cioè io ho guardato, non è che sono stato lì... Però è stato una bellissima esperienza, ci stava. Non era, cioè, il primo corteo in cui stavo, sono stato anche a altri cortei...
G. Per che motivo a questo punto dar fuoco a una banca? Che senso ha?
M. Minchia! Ma la banca è l'emblema della ricchezza, cioè se non do fuoco alla banca sono un coglione, minchia, secondo me...
G. Senza parolacce, scusa.
M. No, scusa, mi esprimo male probabilmente.
G. No, no, per carità, la tua testimonianza è importantissima.
M. [incomprensibile] comunque se dico le parolacce vuol dire che ti sto raccontando cose che ci sono veramente dentro. Se invece non le dicessi te le racconterei come una persona che è venuta qua, cioè, boh, fuori dalla cosa, tipo una persona che c'ha i soldi, che c'ha ricchezza. Io cerco di essere sempre dentro le cose, le esperienze, le emozioni.
G. Questi ragazzi hanno fatto bene sostanzialmente? Tu sei contento di come è andata questa giornata?
M. Boh, io quando sono in mezzo ai disastri sono contento comunque, cioè. È una protesta e ci sta.
G. Tu aderisci a qualche gruppo di contestazione?
M. Boh, non lo so, quando c'è casino mi ritrovo in mezzo e faccio casino anch'io, nel senso... Cioè... Mi diverto. Grazie. Ciao.

Prenditi pure qualche momento per piangere.
Fatto? Ok, allora vado avanti.
Temo che la disarmante stupidità di questo ragazzo sia rappresentativa di molti di quelli che ieri hanno bruciato macchine, rotto vetrine, imbrattato muri, e altro, a Milano. Lo temo, o forse lo spero: spero davvero che non ci sia nessuno pronto a mettere dietro questo vuoto cosmico una giustificazione socio-politico-psicologica, perché quella sarebbe l'ultima beffa.
Erano tutti così imanifestanti di ieri? Non lo so. Questo ragazzo ne rappresenta almeno una congrua parte? Non so nemmeno questo. Non so se il bicchiere sia mezzo vuoto o mezzo pieno.
Ma mi pare che quella volontà rivendicata di fare casino indichi innanzitutto quanto l'intervistato sia succube di quella sacralizzazione dell'immagine — meglio se virtuale — che fa sì che fare casino possa magari portare a farsi intervistare in televisione, cosa che decisamente ci sta. Non importa se l'intervista ti fa fare la figura del cretino, di quello che non sa articolare nemmeno un'ombra di pensiero logico e coerente; quello che conta è essere visto in televisione, solo quello.
Questo ignaro schiavo dello schermo piatto è solo un servo fedele, nonché prevedibile, di quel sistema che forse lui, se riuscisse ad articolare anche solo un'ombra di pensiero, vorrebbe abbattere. Ne è schiavo perché la sua unica preoccupazione è come arrivare a far parte di quel sistema, come trarne il massimo profitto, come vivere momenti che ci stanno, senza preoccupazioni, senza impegni, senza doveri. Senza futuro. Senza pensiero. Perché l'importante non è pensare, ma cercare di essere sempre dentro le cose, le esperienze, le emozioni.
L'importante non è ciò che si fa, l'importante è ciò che si prova facendolo, e se ti diverti ci sta. Quello è l'unico ideale, perché in mezzo ai disastri uno è contento comunque, cioè.
Questo è un ragazzo che si scusa di dire le parolacce, che spiega che dirle vuol dire che ti sto raccontando cose che ci sono veramente dentro, perché è ovviamente impossibile parlare di ciò che uno ha dentro senza parolacce. Questo è uno che usa anche qualche congiuntivo e che, per sua stessa ammissione, non ha fatto niente (anche se prima aveva detto che anche lui aveva spaccato un po' di robe). Ma l'idea di dire al giornalista che siccome non ha fatto niente non ha niente da dire non lo sfiora nemmeno. Se avesse avuto qualcosa in mano avrebbe spaccato anche lui, [...] però è stato comunque una bellissima esperienza, ci stava.
E che dire del giornalista, che afferma spudoratamente che quella (non) testimonianza è importantissima, che dire se non che anche lui appare come un piccolo schiavo fedele di quell'assurda logica secondo la quale parlare è più importante di dire?
Immensa tristezza. Vuoto intersiderale.
Presto, un buon caffè!

sabato 4 aprile 2015

Oggi è la mia festa


Oggi è il mio compleanno. Cioè, non proprio: è il mio compleluna (o la mia compleluna, non so). Oggi compio 800 lune. Il che è una bella cosa.
Quanti anni ho?
E perché mai gli anni dovrebbero essere più importanti delle lune?
Ho 800 lune. Tralala tralala! Ma che bèl, ma che bèl, ma che bèl!
Se fossi un vecchio sioux sarebbe normale dire che ho 800 lune. Siccome sono lodigiano, è un po' meno normale. Ma non importa: ho 800 lune lo stesso.
Se fossi un antico romano avrei DCCC lune. Se invece fosse un babilonese, o anche un assiro, sai che età avrei?
Esattamente questo numero di lune!
Sì, lo so, in babilonese ho una brutta scrittura, i caratteri cuneiformi non sono il mio forte. Ma, ahimé, il mio computer quei caratteri stranamente non ce li ha e quindi ho dovuto scrivere a mano. Per fortuna invece i caratteri georgiani li ha, il che mi permette di dirti che se fossi un antico cittadino di Tbilisi avrei esattamente Ⴖ lune. E guarda, visto che ha pure gli armeni, posso dirti che, da buon e altrettanto antico yerevano compirei proprio պ lune.
Ma già ti vedo: credi di avermi sgamato; ti senti preso in giro; vorresti avermi sottomano per farmi una bella pernacchia a quattr'occhi.
Ma per chi mi prendi? Credi davvero che non sappia che sia Ⴖ che պ sono semplici lettere dell'alfabeto? Rileggi un po' quello che ho scritto. Lo vedi adesso l'aggettivo antico?
Ah, adesso non fai più il furbetto. Lo sai anche tu che gli antichi georgiani e gli antichi armeni attribuivano un valore numerario a ogni lettera.
E lo facevano pure i greci, tant`è che a Sparta avrei avuto ω lune. Oddio, mingherlino com'ero da bambino, a Sparta probabilmente mi avrebbero buttato giù dalla rupe tarpea senza pensarci due volte; ma questa è un'altra storia.
In realtà tutte queste belle cose, questi modi di scrivere i numeri, di contare, di fare addizioni e sottrazioni, li sto ritrovando con goduria infinita mentre (ri)leggo la Storia universale delle cifre di Georges Ifrah, un mappazzone di più o meno 2000 pagine che avevo già letto una buona ventina d'anni fa con altrettanta goduria. A quei tempi ero ancora in Francia, quindi l'avevo letto e lo sto rileggendo in francese. Ma l'ho visto in italiano qualche settimana fa, dopo aver visitato la (brutta) mostra intitolata Numeri al Palaexpo di Roma. E non posso che consigliarti di leggerlo. A meno che delle cifre e dei numeri non ti importi nulla, il che sarebbe molto triste. Soprattutto per te.
Io adoro i numeri. Non ci capisco niente, ma li adoro. O forse non ci capisco niente e quindi li adoro. Se sto guidando di notte e sento che arriva il sonno, mi metto a calcolare i numeri della sequenza di Fibonacci. 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34... Di solito a 4181 non ho già più sonno.
La Storia universale delle cifre, per chi ama cifre e numeri, è meglio della Divina Commedia e dell'integrale di Guerre Stellari messe insieme. Ti pare poco?
Adesso scusa, ma devo proprio lasciarti. Siccome qualcosa mi dice che mia moglie non mi sta preparando una torta di compleluna, devo andare in cucina e pensarci io. Il problema sarà farci stare tutte le candeline e magari anche riuscire a spegnerle d'un colpo solo.
Ah, un'ultima cosa: se vuoi farmi gli auguri, c'è feisbuc, o l'imeil. 
Grazie in anticipo.

venerdì 27 marzo 2015

Senza chiasso

Maschera di donna vietnamita
Bread and Puppet Theater

Spero che Michele Serra non me ne vorrà se pubblico qui il testo integrale della sua Amaca di ieri mattina, ma il fatto è che il resto del mio post non sarebbe comprensibile senza questa previa lettura.

Non condivido una virgola di quanto pensa, a proposito di “famiglia”, il movimento delle Sentinelle in Piedi, scrive Serra. Ma è molto suggestiva la modalità della loro presenza pubblica: silenziosa, composta, con un libro in mano. Inevitabile il contrasto con le contromanifestazioni, in genere variopinte e chiassose. Si coglie, di primo acchito, la contrapposizione tra l'estroversione e la vitalità dei movimenti gay e anti-omofobi, in rappresentanza di milioni di persone per secoli costrette al silenzio e all'occultamento di sé; e la compunzione un poco penitenziale delle Sentinelle, che richiama, in chi ha ricevuto un'educazione cattolica, la ritualità non allegrissima nella quale è cresciuto. Ma c'è anche una seconda lettura di quel contrasto, che lentamente ma inesorabilmente si sta sovrapponenedo alla prima: il silenzio e l'atto di leggere finiscono per essere, alla lunga, più incisivi del fracasso, più “drammatici”, più comunicativi. E soprattutto: più anticonformisti. Niente è più conformista del baccano e del dileggio degli altri. Hanno fatto il loro tempo. A fronteggiare le sentinelle ci vorrebbero altre figure silenziose e leggenti (magari con in mano Jean Genet, Voltaire, Henry Miller, Pasolini e altri autori “degenerati”) per vedere chi resiste più a lungo. Oppure la parodia intelligente, come il ragazzo che a Bergamo si unì alle sentinelle travestito da “nazista dell'Illinois”, con Mein Kampf in mano. Le Sentinelle, per l'occasione, hanno chiamato la Digos: un travestito è pur sempre un travestito.

Il trafiletto di Serra mi vede d'accordo con ognuna delle sue parole. Ma se mi è venuta voglia di scrivere questo post è perché quelle parole mi hanno fatto tornare alla mente qualcosa che successe molti anni fa.
Il 18 dicembre 1972 Richard Nixon diede inizio a una breve ma pesante serie di bombardamenti sul Nord Vietnam e in particolare sulla capitale, Hanoi. I bombardamenti andarono avanti fino al 24 dicembre, poi furono sospesi per tre giorni, per riprendere in seguito il 28 e il 29. Trattandosi del periodo natalizio, quei bombardamenti, che fecero molte vittime tra i civili, suscitarono grande scalpore negli Stati Uniti, paese tradizionalmente molto attaccato alle feste cristiane.
Io in quel periodo ero nel Vermont con il Bread and Puppet e ricordo il grande scalpore suscitato da quegli avvenimenti non solo in tutti noi oppositori alla guerra in Vietnam, pacifisti, hippies, militanti, democratici, o comunque uno ci volesse definire, ma anche in una fetta ben più larga della popolazione.
Io ne fui così colpito che decisi di fare qualcosa, pur conscio che quel qualcosa sarebbe stato solo una goccia d'acqua persa nell'oceano. Così mi misi ad andare, giorno dopo giorno, a Montpelier, la capitale del Vermont, distante una quindicina di chilometri dalla fattoria dove abitavo con il resto del Bread and Puppet. Ci andavo poco prima di mezzogiorno, in autostop, portandomi dietro un costume nero (gonna lunga fino ai piedi e casacca nera con cappuccio, una maschera di donna vietnamita e un cartoncino bianco legato a uno spago, sul quale c'era scritto VIETNAM). Arrivato a Montpelier, andavo nella via principale, opportunamente chiamata Main street. Lì, su un piccolo spiazzo, quelli del Comune avevano messo un presepe i cui personaggi erano di taglia umana. C'erano Giuseppe e Maria, con tanto di bue, asinello e qualche pastore, dentro un piccolo recinto. Io mi infilavo maschera e costume, mi mettevo il cartellino intorno al collo, scavalcavo la piccola barriera che proteggeva il presepe e me ne stavo lì immobile, in mezzo alle statue, per un'ora, da mezzogiorno all'una, a significare la presenza del Vietnam in piene celebrazioni natalizie. Poi, quando sentivo scoccare l'una, mi toglievo maschera e costume e me ne andavo al caffé di fronte a bermi una cioccolata calda, visto che la temperatura esterna andava da -5° a -15° a seconda dei giorni e che starsene lì immobile per un'ora, pur con due paia di calzettoni, tre golf sovrapposti e delle lunghe mutande di lana non era cosa. Va detto che a quei tempi gran parte della popolazione locale era pro-Nixon e che al mio arrivo nel caffè c'era sempre qualcuno che rideva alle mie spalle. Ma siccome il Vermont è uno stato fondamentalmente rurale e siccome chi ci vive sa bene cosa vuol dire starsene al freddo, quelle prime prese in giro si trasformavano rapidamente in conversazioni nelle quali traspariva un certo rispetto nei miei confronti, rispetto verso uno che se n'era stato immobile per un'ora in una temperatura polare, pur se per motivi con i quali non si era d'accordo. E così si apriva un dialogo.
Successe poi che già il terzo o quarto giorno qualcuno, vedendomi regolarmente trasformato in statua del presepe, decise di unirsi a me, standosene lì in piedi, accanto al recinto, per affermare così la sua solidarietà. In breve le persone diventarono due, poi tre, fino a quando me ne ritrovai un certo numero sia a destra che a sinistra.
Un giorno però si avvicinò un pick-up che parcheggiò proprio lì davanti. Attraverso gli occhi della maschera notai subito la sua strana targa, che era una di quelle, personalizzate, che si possono ottenere a pagamento negli USA. Invece dei soliti numeri e cifre, la targa portava la scritta NIXON. "Guai in vista", mi dissi. 
Dal pick-up scese un ragazzo di una trentina d'anni. Senza degnarmi di un'occhiata salì sulla parte posteriore del veicolo, tirò fuori un grande cartello sul quale aveva scritto non so più cosa a favore di Nixon e dei bombardamenti in corso e si mise a fare ciò che facevo io, cioè niente. Se ne stette lì, immobile, a fronteggiarmi.
Dopo qualche minuto, guardando il riflesso sulle vetrine del bar, vidi che si stava formando un piccolo capannello. C'era gente che guardava per qualche istante e poi se ne andava via, ma altri si fermavano, chi prendendo posto di fianco a me, chi di fianco al pick-up. Quando sentii scoccare l'una mi dissi che naturalmente non potevo essere il primo ad andarmene e continuai a starmene lì, immobile. 
Cominciò allora una lunghissima attesa: io aspettavo che se ne andasse quello del pick-up, lui aspettava che me ne andassi io. Ad un certo punto arrivò qualcuno con un thermos, offrendomi del te caldo. Io non mi mossi, lui insisteva. Allora feci segno con la mano di offrirne prima al mio “avversario”, che però rifiutò, dicendo “prima lui”. Non so quanto la cosa andò avanti, credo più di un'ora. Ormai erano decine le persone dalla mia parte, mentre quelli che ci facevano fronte erano molto meno numerosi. Finalmente quello sul pick-up decise di andarsene, forse non sopportando più il freddo, davvero pungente, e rapidamente se ne andarono anche i suoi sparuti sostenitori. Io aspettai ancora qualche minuto, poi mi tolsi maschera e costume. Tutti quelli che erano rimasti lì con me vennero uno per uno a stringermi la mano. Alcuni se ne andarono, altri vennero con me a scaldarsi dentro al caffè.
Nei giorni successivi non successe più nulla, ma i partecipanti alla mia manifestazione silenziosa diventarono decisamente più numerosi.
Non mi sarei mai aspettato, tanti anni dopo, di vedere quel mio statuario modo di protestare — che qualche mese dopo misi in atto anche a New York, di fronte all'ufficio di reclutamento dei Marines sull'isoletta pedonale in mezzo a Times square — riinventato da persone così lontane dal mio modo di vedere e di agire. Ma il trafiletto di Serra, facendo riemergere quei ricordi, mi ha fatto anche pensare all'inadeguatezza dei mezzi spesso impiegati dalla “sinistra” per rispondere alla bigotteria e al conservatismo di gente come le Sentinelle in Piedi; gente attaccata a valori di esclusione e di rifiuto della diversità, gente abbarbicata a ideologie (religiose e non) che non ammettono dialogo né scambio, che demonizzano sistematicamente chi pensa o agisce diversamente, che negano senza esitazione la dignità altrui. Forse, se venissi a sapere in anticipo di una prossima manifestazione delle Sentinelle, dovrei davvero fare ciò che suggerisce Serra, fabbricarmi un grosso libro di cartone con su scritti i nomi di Genet, Voltaire, Miller e Pasolini, ai quali aggiungerei volentieri Vonnegut, Ginsberg, Gertrude Stein e qualche altro, e dovrei andarmene in piazza, accanto a loro, e starmene lì, immobile, per tutto il tempo necessario. Senza fare chiasso.

giovedì 26 marzo 2015

Di cose importanti

Una cosa qualunque

Molti anni fa mi svegliai da un pisolino schiacciato in treno con una parola in testa. Di primo acchito non seppi se quella parola l'avessi inventata, o se il mio cervello, avendola sentita chissà dove e chissà quando, avesse poi deciso di metterla in uno di quei suoi ordinatissimi cassetti dal quale il mio pisolino ferroviario l'aveva, per qulche oscuro motivo della psiche, tirata fuori. Ebbi così paura di dimenticarla che me la scrissi subito su un fogliettino trovato in tasca, forse sullo stesso biglietto del treno, e dovetti poi aspettare di arrivare a casa per sapere se la parola esistesse oppure no.
Esisteva. La parola era perequazione.
Stamattina mi sono svegliato verso le 6 con un'altra parola in testa e questa volta non ho avuto bisogno di scomodare i discendenti del Senatore Treccani per sapere che quella parola non esiste.
Anche se è un peccato che non esista, perchè dice qualcosa che nessun'altra parola dice. La parola è cosità.
Che cos'è la cosità di qualcosa? Mi pare ovvio: la cosità di una cosa è l'insieme degli elementi materiali che fanno di una data cosa la cosa che è, ad esclusione di tutti gli elementi immateriali, affettivi, culturali, ecc. Lo stesso vale per le cose animate, dal batterio in su, che appartenengano al regno vegetale, come una foglia di rosmarino o una sequoia californiana, oppure al regno animale, come un moscerino o un'olgettina.
Lo so, la nozione di cosità può apparirti strana, ma pensaci un istante. Anzi, no: guardati attorno e scegli un oggetto qualsiasi. Adesso guardalo pensando a cosa mai potrebbe essere la sua cosità.
L'hai fatto? Allora sono sicuro che hai perfettamente capito. È così evidente!
Adesso guardati la mano. Una qualsiasi, destra o sinistra, non importa. L'importante è che tu tenga in mente l'idea di cosità.
Non è lampante?
Benvenuto nel mondo della cositologìa, scienza così indispensabile che era ora che qualcuno la inventasse.
Fatto questo, non mi sono però fermato. Come avrei potuto? È ovvio che altri concetti sono stranamente assenti dal nostro pur nutrito vocabolario italiano che, almeno nella versione Treccani comprende circa 800.000 lemmi, anche se poi ne usiamo solo 7.000 nel linguaggio corrente (250 se siamo olgettine).
Prendiamo per esempio la cositopatìa, ovvero quella sottile disfunzione psicologica che spinge chi ne è affetto a considerare le cose, inanimate e animate, solo sotto l'angolo della loro cosità, trascurandone tutti gli altri aspetti. Es.: per un cositopata, una pala dipinta da Piero della Francesca è un pezzo di legno ricoperto da pigmenti colorati, mentre Carlo Rubbia è un insieme di materie organiche semoventi.
Nota bene: mai confondere cositopatìa e cositofilìa! Mentre la cositopatia è la malattia che impedisce di vedere al di là della cosità delle cose, la cositofilia è definibile come l'eccessivo attaccamento a quella stessa cosità. Comportamenti tipici del cositofilo sono il collezionismo, il feticismo, lo shopping compulsivo, l'accumulo di oggetti inanimati (o, se animati, ridotti allo stato di cose — vedi olgettine), l'attraversamento col rosso di un trafficatissimo incrocio urbano provocato dall'incontrollabile ammirazione per una Flavia Coupé Pininfarina del '64 che passa di lì per caso (con conseguemente spetasciamento corporeo da parte di un tram), ecc. Ovviamente in caso di cositofilia acuta è consigliabile rivolgersi a uno specialista di malattie cositologiche.
Al contrario, esiste la cositofobìa, altra malattia che può diventare grave se non curata. Cositofobi sono gli eremiti, gli anacoreti, gli asceti, i cenobiti, i monaci di clausura e tutti coloro che celano la loro paura delle cose (e/o della loro cosità) dietro paraventi di nobili princìpi, cadendo in uno stato di perenne cositopatìa.
Altro concetto fondamentale è il cositismo, ovvero quella scuola di pensiero che attribuisce alla cosità un valore trascendente e pseudo-scientifico, fino a farne un'ideologia. Il cositismo, alla stessa stregua di tutti gli -ismi (comunismo, fascismo, spiritualismo, ecc.) può diventare estremamente pericoloso quando viene eretto a verità assoluta (cosciente, ma il più delle volte incosciente), oppure, il che è ancora peggio, a dottrina. Basti pensare alla base ideologica del capitalismo moderno, che altro non è che una sorta di estremizzazione del cositismo, tendente a far credere a noi tutti che l'importante nella vita è acquistare, possedere, accumulare e consumare cose alla cosità delle quali vengono attribuite qualità trascendentali (il che costituisce un ossimoro tanto ovvio quanto fuorviante).
Più lieve dal punto di vista patologico è la cositomanìa, affezione blanda, ma che, se non tenuta sotto controllo, rischia poi sempre di trasformarsi in cositopatia. Dicesi cositomaniaco colui che si circonda di piccole cose inutili che lo attraggono per la loro cosità, indipendentemente da ogni considerazione estetica o utilitaria. Il cositomaniaco non cerca un'affermazione sociale, né un'intima sicurezza, né tantomeno una soddisfazione estetica nell'accumulo di cose: le accumula semplicemente perché è incapace di non accumularle. Nota bene: il cositomaniaco non sempre può dirsi affetto da cositopatia, visto che talvolta riesce a vedere al di là della cosità delle cose. Ma per lui non è la cosità che conta, bensì la cosa.
Mi accorgo però che, pur avendo citato la cositologia, non ne ho ancora dato una definizione soddisfacente. E allora eccoècquà: dicesi cositologia la scienza che studia la cosità delle cose attraverso l'esame delle loro strutture atomiche, del loro aspetto, della loro consistenza e di tutti gli aspetti materiali che le definiscono.

E va bene. È chiaro che potrei andare avanti parlando di scuole di pensiero cositista, o esaminando gli elementi cositisti della filosofia platonica o dell'esoterismo ebraico. Ma non ne sento il bisogno. So che ora che ti ho messo nel cervello l'idea di cosità non te ne sbarazzerai così facilmente. Anzi, già ti stai chiedendo come parlarne ad altre persone e già ti chiedi come tradurre cosità per quel tuo amico francese (chosité), per quella tua collega guatemalteca (cosidad), o per la colf filippina che paghi in nero e che parla solo inglese (thingness).
E poi, per dirti tutta la verità, sono ormai quasi le 9 e non vorrei che le mie due bariste preferite, Natàlia e Fabiola (giuro che è vero) incominciassero a preoccuparsi della mia assenza. Quindi ti saluto e vado a farmi il mio solito caffé mattutino.

martedì 17 marzo 2015

Di Giotto

Giotto (forse)

Non so bene perché, ma mi è venuto in mente Giotto.
Giotto (1267-1337) faceva il pastore nel Mugello. Sorvegliava le pecore e siccome si annoiava come un topo morto e non aveva oggettivamente la possibilità di giocare con un telefonino, un giorno incominciò a disegnare delle pecore sulle pietre con dei pezzetti di carbone.
Un altro giorno, probabilmente qualche anno e molte pecore disegnate dopo, arrivò un tipo che aveva deciso di fare una passeggiata in campagna (era domenica). Il tipo, che era uno dei migliori pittori del suo tempo, si faceva chiamare Cimabue (c. 1240 -1302), che come nome non è un granché, ma che lui trovava meglio del suo vero nome, Cenni di Pepo. Questione di gusti.
Cimabue vide il pastore e si avvicinò.
— Cosa fai, pastore?, gli chiese.
— Sorveglio le pecore, rispose Giotto.
— Ma no, sulle pietre, cosa fai?
— Disegno delle pecore.
Cimabue guardò più da vicino e impallidì.
— Maremma maiala!, si disse; questo pastore disegna meglio di me.
E decise di insegnargli a dipingere.
O almeno così va la leggenda.
Giotto non aveva chiesto niente. Si annoiava come un topo morto dal mattino alla sera a sorvegliare le pecore, mangiava solo pane duro e pecorino, ci credo che quando Cimabue gli ha detto che voleva aiutarlo a diventare artista è stato contento!
Ma non divaghiamo e andiamo avanti con un'altra storia, sempre a proposito di Giotto.
Questa racconta che un mattino un Papa, non so più se Bonifacio VIII (1235-1303), Benedetto XI (1240-1304), Clemente V (?- 1333), oppure Giovanni XXII (1245-1333), si svegliò e si disse:
— Mi piacerebbe farmi fare un bell'affresco nuovo su quel muro del mio palazzo che è tutto bianco e mi piacerebbe che a farmelo fosse il miglior pittore disponibile sul mercato.
Allora si alzò e incominciò a chiedere a quelli che gli stavano intorno, che erano tanti, chi fosse il miglior pittore disponibile sul mercato. Vari vescovi, cardinali, diaconi e persino una suora gli dissero che era Giotto.
Il Papa allora chiamò un Cardinale, uno qualsiasi tra quelli che non avevano niente da fare e gli disse:
— Cardinale, devi andare da questo Giotto. Digli che il Papa vuole vedere un suo quadro perché ha un lavoro da far fare al miglior pittore disponibile sul mercato e ha bisogno di sapere se quel pittore è lui.
Il Cardinale s'inchinò, baciò l'anello del Papa e si mise in cammino. Dopo qualche giorno trovò Giotto, che se ne stava in piedi su un'impalcatura dentro una chiesa ed era occupato a dipingere un affresco di Giotto.
— Sei tu Giotto?, chiese il Cardinale.
— Mmmmh, annuì Giotto che non poteva parlare perché aveva un pennello tra i denti.
— È Papa Bonifacio (o Benedetto, o Clemente, o Giovanni) che mi manda. (Nessuna reazione di Giotto). Vuole vedere uno dei tuoi quadri. (Niente). Vuole sapere se è vero che tu sei il miglior pittore disponibile sul mercato.
Alla terza frase del Cardinale, Giotto finì col voltarsi e lo guardò come si guarda un Cardinale da sopra un'impalcatura.
— È Sua Santità che ti manda, disse su un tono più affermativo che inquisitore, dimenticando che aveva un pennello in bocca e facendoselo infatti cadere sui piedi.
— Sì, rispose il Cardinale.
— E vuole vedere uno dei miei quadri, aggiunse Giotto raccattando il pennello che gli aveva macchiato di azzurro la scarpa sinistra.
— Sì, per sapere se è vero che tu sei il miglior pittore disponibile sul mercato, concluse il Cardinale che incominciava a spazientirsi.
Giotto fece allora una di quelle pause artistiche che solo gli artisti sanno fare. Poi, con calma, disse:
— Aspetta, scendo.
E scese.
Una volta a terra guardò il Cardinale negli occhi e gli disse:
— Guarda bene ciò che sto per fare e non dimenticarti di spiegarlo poi precisamente a Sua Santità.
Detto questo, preso un grande foglio di carta e un carboncino — le matite non erano ancora state inventate —, appoggiò il foglio su un tavolo, respirò profondamente e hop!, con un gesto solo ci tracciò sopra un cerchio perfetto a mano levata.
— Tieni, disse al Cardinale porgendogli il foglio, che intanto aveva arrotolato per renderlo più facile da trasportare. Portalo da Papa Bonifacio (o ...). Digli che è Giotto che l'ha fatto.
Il Cardinale si chiese se il pittore lo stesse prendendo per i fondelli, ma vedendo che quello era già tornato sull'impalcatura e aveva ricominciato ad affrescare, nel dubbio decise cristianamente di non insistere e se ne tornò a Roma. Lì chiese udienza al Papa, che gliela accordò.
— Allora, hai visto questo Giotto?, chiese il Papa.
— Sì, Vostra Santità, rispose il Cardinale.
— E ti ha dato uno dei suoi quadri affinché Noi possiamo capire se è vero che è lui il miglior pittore disponibile sul mercato?, insistette il successore di Pietro (c. 3-64).
— In un certo senso, sì, mormorò imbarazzato il Cardinale che incominciava a chiedersi se non avesse commesso una terribile imprudenza accettando quel foglio di carta con su un cerchio disegnato a carboncino.
— Fammi vedere, disse il Papa su un tono che non ammetteva indugi.
Il Cardinale fece tre passi e srotolò il foglio di carta. Il Papa guardò il foglio, poi guardò il Cardinale.
— L'ha fatto con un gesto solo, a mano levata, disse il Cardinale.
— Mmmh, disse il Papa.

Può sembrare strano, ma non ho mai saputo la fine di questa storia. Ho chiesto a molti, negli anni: tutti conoscevano la storia della O di Giotto, ma nessuno sapeva dirmi con certezza se poi il Papa avesse ingaggiato il pittore oppure no, anche perché a Roma di dipinti di Giotto non ce n'è manco uno.
Cosa ci insegna questa storia e cosa ci insegna il fatto che nessuno ne conosca la fine? Varie cose, che mi pare importante enumerare:
  1. che Giotto aveva capito che uno può avere dipinto le più belle cose del mondo, ma se poi gli capita un Papa con il cervello vuoto come una puntata di X Factor, non farà mai il pittore in Vaticano;
  2. che se invece a uno capita un Papa che nel cervello ha qualcosa, allora può stare tranquillo perché quel Papa lì riconoscerà il miglior pittore disponibile sul mercato anche solo vedendo una cosina fatta di fretta;
  3. che se conoscessimo la fine della storia, allora questa sarebbe solo un po' di propaganda per l'arte o per la Chiesa (a seconda...), mentre così uno può pensarci su da solo e trarne le conclusioni che vuole;
  4. che quando uno ha un pennello in bocca e non vuole rischiare di sporcarsi le scarpe di azzurro, è sempre meglio che non parli, ma questa è un'altra storia.
Ma soprattutto, quello che Giotto aveva già capito ai suoi tempi è una cosa che non sarebbe saltata fuori per altri sei secoli dopo la sua morte, fino al giorno in cui Marcel Duchamp (1887-1968) avesse detto in francese c'est le spectateur qui fait l'oeuvre. Che è una delle cose più importanti che qualcuno abbia detto nel XX secolo, anche se è in francese.
E adesso, soddisfatto di questo mio grande momento di analisi storico-artistica e contento di aver citato una delle frasi più importanti che qualcuno abbia detto nel XX secolo, vado a farmi un buon caffè.