domenica 18 gennaio 2015

Perché la religione mi offende

- Mica facile: fare un disegno per prendere in giro gli atei.
- Senza offenderli.
Dopo il momento di orrore, di sdegno e di solidarietà, ecco arrivare l'ondata dei ma. Lo ha capito bene Salman Rushdie, che in un discorso all'Università del Vermont, il 14 gennaio diceva:
“Sono stufo di questo dannato gruppo del 'ma' e quando sento qualcuno dire “sì credo nella libertà di parola, ma…”, smetto di ascoltare.”Credo nella libertà di parola, ma la gente dovrebbe comportarsi bene”. “Credo nella libertà di parola, ma non dobbiamo offendere nessuno”. “Credo nella libertà di parola, ma cerchiamo di non andare troppo lontano”. Il punto è che se si limita la libertà di parola non è più libertà di parola.”
Dopo il massacro dei disegnatori e altri collaboratori di Charlie Hebdo ora vediamo grandi manifestazioni in vari paesi, morti, incendi di chiese e altri orrori. E anche per i più moderati, quelli che partecipano al dibattito senza per questo dare un qualsiasi sostegno alla violenza, il punto centrale sembra essere la questione della possibilità o meno di “offendere” dei credenti. Ciò che mi stupisce è che nessuno sembra aver sollevato un altro problema, quello delle “offese” quotidiane ai non credenti da parte dei credenti.
Metto la parola “offese” tra virgolette perché non sono convinto che sia quella giusta. Il vocabolario Treccani dà di offesa la seguente definizione: danno morale recato alla dignità di una persona (o di un’istituzione) con atti o con parole, il che forse non ci fa avanzare molto. Cos'è il danno? Sempre secondo lo stesso vocabolario, danno è un termine che si oppone direttamente a vantaggio, giovamento, utilità, guadagno, per indicare l’effetto, soggettivamente considerato, di tutto ciò che in qualche modo nuoce a persone, enti, cose. E qui forse le cose diventano un po' più chiare.
È evidente che le vignette satiriche di Charlie Hebdo non andavano a vantaggio, giovamento, utilità, o guadagno di alcuna religione. Cabu, Wolinski e gli altri erano estremamente critici non solo verso l'integralismo musulmano, ma anche verso quello cristiano. La loro non era una posizione anti-islamica, caso mai anti-religiosa.
Ma lo era davvero? Non credo.
Gli strali del settimanale satirico non erano diretti contro i credenti, ma contro le aberrazioni, i fanatismi e le contraddizioni che ogni religione assolutista porta inevitabilmente dentro di sé. Capisco perfettamente che all'interno di quelle religioni ci siano dei credenti che possono sentirsi offesi da prese di posizione così critiche. Posso anche immaginare che alcuni di loro possano sentirsi danneggiati da sberleffi atei. Ma permettetemi un momento di semantica: il contrario di danno non è rispetto, è vantaggio. Il fatto di rispettare qualcuno non implica affatto che non lo si possa prendere per i fondelli. Non implica soprattutto la sottomissione a dei diktat pseudo etici e pseudo morali che certi credenti vorrebbero imporre al mondo intero.
Per me, che non credo nell'esistenza di Dio, quella credenza è una superstizione che va contro tutto ciò che penso. E non faccio differenze tra islam, cristianesimo, ebraismo, animismo, voodoo, induismo, shintoismo, o qualsiasi altra religione.
Vivendo in un paese a grande maggioranza cristiana e avendo io stesso ricevuto un'educazione intrisa di cristianesimo, è ovvio che almeno da una cinquantina d'anni, da quando cioè ho smesso di credere, ho avuto più occasioni di sentirmi “offeso” dal cristianesimo, in particolare dal cattolicesimo, che da altre religioni. Vorrei allora cercare di spiegare in cosa mi sento offeso.
Credo che la cosa che mi offende di più, come essere umano, è constatare i danni provocati dall'indottrinamento cattolico di tanti bambini innocenti. Inculcare in bambini di tre, quattro anni, idee come il peccato originale o l'esistenza dell'inferno mi pare un gesto di estrema violenza, destinato inevitabilmnte a provocare gravi traumi che molti poi non riusciranno mai a sormontare. Lasciarsi andare a credenze ai miei occhi ridicole come il dogma della verginità post partum di Maria, di quella della creazione della donna a partire dalla costola dell'uomo, di quella della bellezza e della nobiltà della sofferenza purché al servizio di Dio mi sembra altrettanto grave. Chiamare sacro un libro che dice che bisogna passare a fil di spada chi crede in un altro Dio (Deuteronomio 13:16), che bisogna lapidare chi fa “ciò che è male agli occhi del Signore” (Deuteronomio 17:5), mi sembra orribile. Inchinarsi davanti a un panno — la Sindone — affermando che porta le tracce del corpo del figlio di Dio quando è stato scientificamente provato che quel panno è stato tessuto più di mille anni dopo la morte di Gesù mi pare un insulto all'intelligenza.
A proposito di insulti all'intelligenza: sia quante braccia di Santo Stefano sono adorate come reliquie nelle chiese del mondo? 13. E quante mani di San Gregorio? 7. E vogliamo parlare della reliquia del Santo Prepuzio, che fu adorata a Calcata, in provincia di Viterbo, fino al 1983, quando qualcuno la rubò? O delle corna di Mosé, esposte secoli fa nella chiesa di san Marcello a Roma, delle lacrime Gesù nella chiesa di Vendôme, in Francia, della vagina di santa Gudula adorata ad Augusta, in Baviera, delle numerose ampolle piene di latte della Vergine contro le quali inveì Calvino, chiedendosi se la madre di Gesù fosse stata davvero una donna o una mucca?
Tutte queste cose mi offendono. Come mi offendono tutte le guerre, i massacri e le violenze fatte nel nome di questa o quest'altra religione.
Quante guerre sono state fatte nella storia del mondo in nome della non esistenza di Dio? E quante in nome della sua esistenza? Quanti eretici, quante streghe sono state bruciate in nome dell'ateismo? Quanti scienziati sono stati condannati? Quanto popoli sono stati cacciati dalle loro terre?
Mi piacerebbe che ogni tanto, almeno ogni tanto, chi crede in un Dio si fermasse un istante e si domandasse quanto quella sua fede, a partire dal momento in cui non è più solo un affare privato ma diventa parte integrante della struttura etica e giuridica di una società, possa essere insultante, deprimente e soprattutto pesante, quotidianamente pesante, per tutti quelli che in quel Dio non credono.
Le religioni da sempre si reputano depositarie esclusive della spiritualità e del “vero” amore, trattando chi religioso non è nel migliore dei casi con condiscendenza e nel peggiore con disprezzo. Ti faccio un esempio. Qualche mese fa ho assistito a un matrimonio cattolico. Durante la sua omelia il sacerdote ha sostenuto che l'unico vero amore possibile è l'amore di Gesù. Poi, forse accorgendosi di averla sparata un po' grossa, ha detto che ciò che intendeva era che l'unico vero amore coniugale era quello del matrimonio benedetto da Dio. Fossi stato meno educato e più impulsivo sarei salito sull'altare a dare una sberla a quello stupido prete che con le sue parole perfettamente offensive aveva appena sostenuto che, in quanto non credente, ero incapace di amare veramente. Quella stupidità e quell'arroganza, oltre tutto da parte di qualcuno che, almeno ufficialmente, ha rinunciato per sempre all'amore di coppia, mi ha davvero offeso.
E mi chiedo: è mai possibile che i credenti non capiscano, non riescano a capire quanto le loro credenze, appena vanno al di là della sfera del privato, possano sembrarmi insultanti, quanti rospi sia costantemente obbligato a ingoiare chi vede dei credenti comportarsi in maniera ai suoi occhi così ridicola, ma anche così dannosa per la società nella quale viviamo tutti insieme?
Prendere in giro qualcuno non significa non rispettarlo, significa cercare di addolcire la propria condizione umana con un po' di leggerezza. Con che diritto qualcun altro si sente autorizzato a imporre dei limiti alle mie prese in giro? Se qualcuno prende in giro me, magari in maniera feroce, me ne vado, smetto di parlargli. Ma mai mi verrebbe in mente di impedirgli di farlo. Perché i credenti non riescono a comportarsi nello stesso modo? Mistero della fede.
Io resto d'accordo con Salman Rushdie: quando sento qualcuno dire “sì credo nella libertà di parola, ma…”, smetto di ascoltare. Tutto qui.

giovedì 8 gennaio 2015

Vuoto

Ieri ho pubblicato un post a caldo. Elena era uscita, poi mi aveva mandato un messaggino dicendomi che sarebbe rimasta a pranzo a casa di amici. Poco dopo l'una sono andato in cucina e ho messo a riscaldare nel microonde i resti degli spaghetti ai carciofi della sera prima. Ho acceso la televisione per dare un'occhiata a un telegiornale, sapendo che come al solito l'avrei spenta poco dopo, o avrei cambiato canale, irritato dall'approssimazione e dalla cialtroneria di qualche giornalista, o semplicemente irritato da qualche notizia. È così che ho scoperto l'orrore del massacro della redazione di Charlie hebdo.
Sono subito passato sul canale francese France 24, dove ho visto le immagini insopportabili dell'agente di polizia Ahmet Merabet freddato sul marciapiede da un colpo di kalshnikov alla testa.
I nomi. I nomi sono importanti. Non basta parlare di vittime. La vittima è anonima, quasi disumanizzata da quella parola che la definisce. Prima di essere vittima Ahmed Merabet era un uomo, con due gambe, due braccia, una testa, un'età, 42 anni. Non lo conoscevo, so solo che di mestiere faceva il poliziotto. Ma soprattutto so che era un uomo, un uomo qualunque che si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come Frédéric Boisseau, impiegato di una ditta di pulizie, che stava facendo il suo lavoro all'interno del giornale. Come Michel Renaud, direttore del festival Rendez-vous du carnet de voyage di Clermont-Ferrand, la città della Michelin, che era andato a restituire dei disegni al disegnatore Cabu e che era stato invitato ad assistere alla riunione della redazione. Come Moustapha Ourrad, correttore di bozze, che di solito non assisteva a quel tipo di riunione. Come Franck Brinsolaro, poliziotto addetto alla protezione di Charb, direttore del giornale. Come l'economista ecologista Bernard Maris. Come la psicanalista Elsa Cayat. Come i disegnatori Charb, Wolinski, Cabu, Tignous e Honoré. Come l'umorista Mathieu Madénian, che lavorava a Charlie da tre mesi e che ieri mattina ha mandato un SMS al giornale dicendo che non avrebbe potuto partecipare alla riunione.
Non ero un lettore di Charlie Hebdo. Conoscevo il giornale e mi capitava di sfogliarlo se me ne trovavo una copia tra le mani, tutto lì. Ma non ero un grande fan di quel tipo di umorismo, anche se ammetto volentieri che certe volte mi faceva molto ridere.
Charlie hebdo era nato nel 1970. Ero a Parigi e me ne ricordo bene. Il 9 novembre di quell'anno moriva De Gaulle. Una settimana prima, a Saint-Laurent-du-Pont, vicino a Grenoble, era bruciata una discoteca. Nell'incendio erano morte 146 persone. La stampa aveva molto usato l'espressione bal tragique, ballo tragico, per parlare dell'avvenimento. De Gaulle era morto nella sua casa di Colombey-les-Deux-Églises, 250 chilometri a est di Parigi. Il settimanale satirico Hara-kiri hebdo uscì con un titolo a piena pagina: Bal tragique à Colombey – Un mort, ballo tragico a Colombey – Un morto. Il ministro dell'interno Raymond Marcellin aveva immediatamente fatto chiudere il giornale, ordinando il ritiro dai chioschi di tutte le copie invendute. La settimana dopo, l'équipe di Hara-kiri tornava in edicola sotto un nuovo titolo, Charlie hebdo, che era di per sé una presa in giro del nome di De Gaulle, Charles.
Tra i numerosi disegni che sono apparsi da ieri mattina su internet, quello che probabilmente sarebbe piaciuto di più ai giornalisti massacrati parte proprio dal titolo del 1970. Giocando sull'omofonia tra bal, ballo, e balle, pallottola, il disegno è una semplice scritta in bianco e nero, con gli stessi caratteri del 1970: Balles tragiques à Paris – 12 morts, Pallottole tragiche a Parigi – 12 morti.
Ieri ho parlato a caldo dei terroristi come di “maledetti stronzi fanatici religiosi”. Oggi, a freddo, confermo. Ma siccome le parole sono importanti, ci tengo a precisare che ho usato la parola stronzi nel senso di cretini. La cretineria di quei due o tre assassini massacratori ha trovato peraltro conferma nel fatto che uno di loro abbia dimenticato la sua carta d'identità in una delle automobili che erano servite alla fuga. Mi ricordo che la stessa cosa era successa in casa di un mio vicino una trentina d'anni fa. Gli avevano svaligiato la villa e uno dei ladri aveva lasciato cadere a terra la sua carta d'identità. Ho spesso raccontato quella storia, suscitando l'ilarità di chi mi ascoltava. Il commento che più veniva spontaneo era: “Un genio!”
Purtroppo questa è la realtà del nostro mondo tecnologico, nel quale “un genio” può procurarsi un kalashnikov e fare un massacro.
Ho due passaporti, l'italiano e il francese. Mi sono sempre considerato italiano, anche se nel corso dei miei 35 anni in Francia mi sono reso conto che la mia italianità si annacquava sempre di più. Ieri, davanti alla televisione, con i miei spaghetti ai carciofi riscaldati, per la prima volta mi sono sentito pienamente francese e la cosa ha stupito anche me. Non che consideri un massacro, quello di Parigi o qualsiasi altro, più o meno importante a seconda del luogo dove si è svolto; ma è come se questo massacro mi avesse toccato più da vicino, come la morte di un parente ti tocca più di quella di uno sconosciuto. Oggi continuo a considerarmi interamente italiano, ma ho capito a che punto sono anche completamente francese e a che punto ho voglia di rivendicare quella doppia appartenenza, anche perché quei cretini massacratori mi danno l'impressione di rivendicare per se stessi una sola e unica appartenenza, quella a una religione, come se una persona, un uomo, potesse definire se stesso unicamente in funzione alla sua adesione a un'idea, o a un'ideale, o a un dogma.
Non si sa mai come reagire davanti a orrori di questo genere. Si esita, ci si sente suonati come un pugile a terra. Si dubita. Si annaspa nel vuoto.
Con sorpresa, la mia reazione stamattina è questa: sentirmi pienamente italiano e pienamente francese allo stesso tempo. Vivere questa impossibilità come una risposta a tutti quelli che si nascondono dietro una facciata monolitica, dietro la purezza di un insegnamento trasformato in dottrina assoluta.
Credo di avere già scritto in questo blog che la parola che più mi fa orrore è purezza, perché è dalla purezza che nascono il fanatismo, l'odio, il rifiuto dell'altro, la stigmatizzazione sistematica, la violenza cieca. Oggi più che mai rivendico la mia doppia identità, la mia impurità, e lo faccio con orgoglio.
Leggo e sento dire che dietro i terroristi parigini c'è la volontà di provocare risposte dure e violente, di mettere in ginocchio l'Occidente, di far capire a tutti i musulmani quanto siano in pericolo. No. Dietro quei terroristi assassini non c'è niente. Solo stupidità. Solo violenza. Solo barbarie. Solo ignoranza. Se fossero stati capaci di un ragionamento articolato non avrebbero fatto ciò che hanno fatto. Dietro il loro gesto c'è solo un'immensa e triste dose di vuoto. Puro vuoto. 

 

mercoledì 7 gennaio 2015

4 morti

Charb

Wolinski

Cabu

Tignous
Ho acceso la televisone. Sto guardando la diretta sul canale francese France 24. Due, forse tre terroristi hanno attaccato la redazione del settimanale Charlie Hebdo. Erano armati di kalashnikov. Hanno sparato, hanno ammazzato almeno 12 persone, ferendone un numero per ora indeterminato di altre.
È difficile spiegare a chi non conosce bene la Francia cosa sia Charlie Hebdo. È un settimanale satirico, sì, ma come spiegare quel tipo di satira a chi vive in un paese come il nostro, nel quale la satira praticamente non esiste, o quando esiste è molto, molto, molto più debole e timida che in Francia, in Gran Bretagna e altrove?
Tra i morti ci sono almeno quattro disegnatori satirici: Charb, Wolinski, Cabu, e Tignous. Charb et Tignous erano conosciuti soprattutto dai lettori di Charlie Hebdo, ma Wolinski e Cabu li conoscevano tutti in Francia.
Sono senza parole.
Su dei video amatoriali mandati in onda da France 24 si sentono chiaramente i terroristi che gridano due cose: prima “Dio è grande” e poi “il profeta Maometto è vendicato.”
Stronzi. Maledetti stronzi. Maledetti stronzi fanatici religiosi.
Adesso verranno fuori altri stronzi che si metteranno a dire che è tutta colpa dell'Islam, come se quella religione fosse diversa da tutte le altre.
Stronzi.

martedì 6 gennaio 2015

Parole, parole, parole

Bello l'articolo di questa mattina sulla Repubblica. Firmato da Raffaella De Santis è intitolato Terra di mezzo o cyberspazio, così nascono gli “autorismi”.
Il termine autorisma è la versione italiana dell'inglese authorism, coniato dal lessicologo americano Paul Dickson, autore di Authorisms, words wrought by writers, ovvero “Autorismi, parole forgiate da autori”. Pubblicato l'anno scorso, cioè, come ce lo fa notare l'editore, nel sesquiquadricentenario (sesquiquadricentennial) della nascita di Shakespeare, presenta tutta una serie di parole la cui invenzione è attribuibile a un autore preciso. Proprio Shakespeare è stato probabilmente il più prolifico coniatore di lemmi, almeno in inglese, visto che tra le 17.245 parole che ha usato nei suoi scritti ce ne sono migliaia di nuove. Il mio autorisma preferito è però decisamente freelance, che lungi dall'essere contemporaneo, è opera di Walter Scott nel suo Ivanhoe, bellissimo, ancorché assai antisemita romanzo, la cui lettura consiglio a tutti cum grano salis.
Dopo aver letto l'articolo me ne sono andato un po' a spasso su internet, passando da “neologismi” a “italiese” e da “francesismi” ad “anglicismi” e ho trovato delle cose divertenti. Eccone alcune:
  • l'ente governativo britannico YouGov è il creatore di nomophoby, nomofobia, che designa la paura incontrollata di rimanere sconnessi dal contatto con la rete di telefonia mobile;
  • a un gruppo di etnobotanici e studiosi di mitologia e religioni si deve entheogen, enteogeno, che letteralmente significa “che ha Dio al suo interno” e che viene usato in riferimento a particolari sostanze psicoattive di tipo psichedelico e allucinogeno;
  • stavo cercando l'eventuale autore della parola andamentale, quando il primo sito che ho aperto mi ha dato da vedere una pagina che incominciava con “La valutazione andamentale si sostanzia nel monitoraggio operato dalla banca sui rapporti che l’azienda intrattiene” e ho deciso di lasciar perdere;
A questo punto la mia attenzione è stata deviata verso termini che non sono autorismi, ma che mi sono sembrati curiosi, o irritanti, o semplicemente stupidi:
  • primo tra i più stupidi è senz'altro rallenty, che in inglese si dice slow motion e che mi ricordo di aver sentito per la prima volta con sbigottimento qualche decennio fa in occasione della ritrasmissione televisiva di non so più quale partita di calcio.
L'orrendo rallenty mi ha fatto venire in mente qualche altro finto anglicismo:
  • slip in inglese comune è un verbo, non un sostantivo; le mutande si chiamano underwear, comprese quelle ridicolamente piccole che ti spremono i testicoli; l'utilizzo di slip come sostantivo è raro e indica una sottoveste femminile;
  • tanto per rimanere nella biancheria, il body in inglese si chiama leotard, o eventualmente bodysuit;
  • smoking in inglese non è sostantivo, ma verbo; lo smoking si chiama tuxedo e viene da Tuxedo Park, una ricca zona residenziale del paese di Tuxedo, 3.600 abitanti, a nord-ovest di New York;
  • golf invece si dice sweater, o cardigan, o pullover, o jumper; da notare che la parola inglese golf deriva dall'olandese kolf, che vuol dire bastone;
  • per rimanere nell'ambito vestimentario, non posso non citare la parola sweat (in Italia pronunciata suìt), che andrebbe in realtà pronciata suèt; se dici “suìt” a un inglese, lui capirà sweet, cioè dolce; è solo se gli dici “suèt” che capirà sweat, cioè sudore e magari, se è un tipo immaginativo, indovinerà pure che gli volevi dire sweatshirt, cioè felpa (che pare venga dall'antico bavarese felber, che voleva dire sia salice che salvia);
  • l'orrendo stage (pronunciato steig, con la g di Giulio) in inglese vuol dire palcoscenico, mentre è apprenticeship che indica un periodo di apprendistato; è in francese che stage (pronunciato con la a normale e la ge che si pronuncia come il pronome personale je) vuole dire ciò che intendiamo noi;
  • sul patetico media pronunciato midia mi limiterò a soprassedere;
  • il mister calcistico, ovvero, per i non calciofili, l'allenatore, suscita ilarità in tutti i concittadini di Camilla ex-Parker Bowles, oggi Duchessa di Cornovaglia;
  • antidoping è ovviamente un'altra fesseria, traducibile tutt'al più con dope test;
  • il tessuto sintetico che molti chiamano pile (pronunciato pail), fu inventato da una ditta del Massachusetts, la Malden Mills, nel 1979 che lo chiamò polar fleece, come si chiama a tutt'oggi oltreoceano.
E la smetto qui anche se potrei andare avanti per ore perché andare a caccia di parole è sempre una bellissima cosa.
Alè, un'ultima parola, paltò. Evidentemente viene dal francese paletot, parola che però nessuno usa più in Francia, preferendole manteau o pardessus. Ma cercando l'etimologia di paletot ho trovato:
  1. che paletot viene dal vecchio inglese paltok;
  2. che paltok viene da pall (dal latino pallium, mantello, coperta, o tenda, da cui deriva anche il Palio di Siena) e ock, dal protogermanico ukaz, suffisso diminutivo, che pare non abbia niente a che vedere col russo ukaze, che indicava un editto dello zar o del patriarca.
Il naufragar m'è dolce in questo mare.

giovedì 25 dicembre 2014

Post natalizio


Alcuni anni fa ho incontrato Babbo Natale. A casa sua.
Sì, so dove abita Babbo Natale. A Rovaniemi, capitale della Lapponia finlandese. Tra la città(dina) e l'aeroporto c'è il Circolo Polare Artico e a cavallo del Circolo Polare Artico c'è la casa di Babbo Natale, con tutt'intorno un centro commerciale che vende solo cose natalizie.
Come tutti sanno, il vero nome di Babbo Natale è San Nicola. E il vero San Nicola, cioè quello che ho incontrato io, non si veste certo come l'idiota barbuto che fa la pubblicità alla Coca-Cola. Il vero San Nicola si veste da vecchio contadino finlandese, con pantaloni e maglione grigio, grossi calzettoni e gigantesche pantofole, almeno quando è a casa sua. Che, non lo ripeto per vantarmi, è dove l'ho incontrato io. La casa di San Nicola è molto grande, anche perché una parte è occupata dal meccanismo che fa girare il mondo. Neanch'io lo sapevo prima di incontrare Babbo Natale — non so se l'ho già detto, ma l'ho proprio incontrato personalmente di persona — ma durante la notte di Natale lui rallenta sensibilmente il meccanismo che fa girare il mondo in modo da avere più tempo a disposizione per portare i regali ai bambini buoni. (Vomitìno).
In casa di Babbo Natale, anzi proprio nella stanza dove mi ha ricevuto, c'è un elfo sopra una piattaforma, con una grossa macchina fotografica e un computer. Mentre tu parli con il padrone di casa l'elfo ti fa una foto che altri elfi stampano rapidamente e poi cercano di venderti a un prezzo assurdo quando esci.
Detto questo, e nonostante la cosa di primo acchito sembri non c'entrare per nulla, fino a stamattina ignoravo l'esistenza della città di Yiwu. La città di Yiwu si trova nella provincia dello Zhejiang, 300 chilometri a sud di Shanghai. Ha 1.200.000 abitanti (almeno per chi come me rifiuta di scrivere 1.2 milioni di abitanti, che è un'insopportabile americanata), una gran parte dei quali si guadagna da vivere fabbricando alberi di Natale di plastica, vestiti da idiota che fa la pubblicità alla Coca-Cola, palle di platica per l'albero di Natale, renne di plastica di ogni genere, tipo e dimensione, finta neve, finto muschio da appendere sopra la porta e altri orpelli indispensabili alla celebrazione della nascita di Gesù Cristo Redentore e Salvatore. 60% delle decorazioni natalizie mondiali sono fabbricate a Yiwu. Statisticamente parlando, se il tuo albero di Natale ha dieci palle colorate, almeno sei vengono da Yiwu. Per essere più precisi, vengono dal mercato all'ingrosso di Yiwu, che si estende su 4 chilometri quadrati e che comprende 62.000 stand, tutti della rigorosamente identica superficie di 2 metri e mezzo per 2 metri e mezzo.
Il mercato è diviso in 5 distretti, anche loro rigorosamente identici. Il giornalista della BBC Tim Maughan l'ha visitato ed ecco cosa ne dice:
"[Il mercato] riceve incredibilmente 40.000 visitatori al giorno, 5.000 dei quali sono compratori stranieri. Ma queste sono solo cifre. All'interno, sembra di essere in un centro commerciale decrepito, ma devi incominciare a camminare per renderti conto delle dimensioni. Il complesso è diviso in cinque distretti. Io entro dal Distretto 1 e mi trovo in un corridoio pieno di stand nei quali sono presentate solo matite e penne. Giro l'angolo, cammino per un quarto d'ora. Vedo solo matite e penne. Poi arrivo a una scala mobile in panne e cambio piano. Qui non ci sono più matite e penne, solo astucci per occhiali. Cambio nuovamente piano e trovo solo fiori di plastica. Liam Young, l'organizzatore del nostro viaggio, mi dice che durante l'ultima visita organizzata alcuni studenti si erano messi in testa di visitare tutti e cinque i distretti e di vedere tutti i prodotti. Otto ore dopo hanno rinunciato. Ma c'è una cosa nella quale Yiwu eccelle: il Natale. Scordatevi il Polo Nord, scordatevi il laboratorio di Babbo Natale. Nel 2012 Yiwu e il circondario avevano, secondo la Yiwu Christmas Products Association, 750 ditte che producevano esclusivamente prodotti natalizi."
Insomma, un bel posticino.
Ovviamente se ne parlo è perché oggi è Natale e mi sono detto che qualche immagine di Yiwu sarebbe stato un bel regalo. Eccole qui:









domenica 23 novembre 2014

Il poeta della settimana: Omero

Alle Medie, come tutti, ho studiato l'Iliade. Quell'anno e solo quell'anno ho avuto un insegnante di lettere straordinario. Era uno del Sud, un quarantino, forse calabrese, che parlava con un forte accento. Aveva una specie di modo distaccato di insegnare, sempre al limite dell'ironia e soprattutto dell'autoironia. Contrariamente agli altri insegnanti dava l'impressione di fare il suo lavoro per noi, più che per lo stipendio di fine mese.
È con lui che ho scoperto Omero ed è probabilmente da lì che è nato, o almeno si è strutturato il mio amore per le epopee classiche. Se non ci fosse stato lui probabilmente molto più tardi non avrei amato il Mahabharata indiano, lo Shanameh persiano e l'epopea mandinga di Sunjata.
Di Omero mi piacevano tantissimo le similitudini, che il professore si dilettava a farci commentare. "Perché piangi, o Patroclo, come una bimba, / piccola che corre dalla madre per essere presa in braccio, / le prende la veste, e non la lascia camminare, / ma piangendo la guarda dal basso, perché la prenda in braccio: / a lei assomigli, Patroclo, versando tenere lacrime." Oppure "Come quando un uomo, improvviso scorgendo un serpente, indietreggia / in una balza montana, tremito gli avvolge le gambe, / si allontana e livido diventa il suo viso, / così di nuovo si nascose nel folto dei Troiani gloriosi…"
Oltre alle similitudini però c'erano le liste, due in particolare: la descrizione dello scudo di Achille nel XVIII canto e il catalogo delle navi achee nel II. È questo che ti propongo di (ri)leggere oggi. In realtà adoro tutta l'Iliade, ma un post con il testo integrale sarebbe stato davvero troppo lungo.

Il catalogo delle navi - Iliade Canto II 493-760
[…]
Ma dirò i capi di navi e tutte le navi.
   Dei Beoti Penèleo e Leito erano a capo,
e Arcesílao e Clonio e Protoènore,
Iría abitavano alcuni ed Aulide petrosa,
e Scheno e Scolo, e il ricco di vette Eteone,
e Tespia e Graia e Micalesso spaziosa;
altri abitavano intorno ad Arma, a Ilisio, a Eritra;
avevano altri Eleone ed Ile e Peteone,
Ocalea e Medeone, borgo ben costruito,
Cope, Eútresi e Tisbe dalle molte colombe;
altri Coronea e Alíarto erbosa,
e altri avevan Platea, e abitavan Gli santo,
e avevano Ipotebe, borgo ben costruito,
e Onchesto sacra, recinto nobile di Poseidone;
altri avevano Arne ricca di grappoli, e Mídea
e Nisa divina e la lontana Antedone;
vennero di costoro cinquanta navi, in ognuna
centoventi giovani dei Beoti eran saliti.
    Ma quelli che Aspledone e Orcòmeno Minio abitavano,
di questi erano a capo Ascàlafo e Iàlmeno, figli d’Ares,
che nel palazzo d’Àttore Azeíde, al piano di sopra,
generò Astioche, vergine degna d’onore,
al forte Ares; ch’egli le giacque accanto furtivo.
Per loro trenta navi concave s’allineavano.
    E dei Focesi Schedío ed Epístrofo erano a capo,
figli d’Ifito magnanimo Naubolíde;
questi avevan Cipàrisso e Pito petrosa,
Crisa divina e Daulíde e Panopeo,
e ad Anemoria vivevano e a Iàmpoli,
e presso il fiume Cèfiso divino abitavano,
e avevano Lílaia, sulla sorgente del Cèfiso;
costoro quaranta navi nere seguivano,
e i capi ordinavan le file dei Focesi attivamente;
accanto ai Beoti, a destra, stavano armati.
    Dei Locri era a capo l’Oileo, il rapido Aiace,
meno grande, non tanto grande quanto l’Aiace Telamonio,
molto meno grande, piccolo anzi e con cotta di lino,
ma con l’asta vinceva tutti gli Elleni e gli Achei.
Questi abitavano Cino e Oponto e Callíaro,
e Bessa e Scarfe, e l’amabile Augea,
e Tarfe e Tronio, sulla corrente del Boagrio.
Costui quaranta navi nere seguivano,
dei Locri, che vivono in faccia alla sacra Eubea.
    Quelli che avevan l’Eubea, gli Abanti che spirano furia,
e Calcíde ed Eretria e Istíea ricca di grappoli,
e Cerinto marina e l’alta città di Dione,
e quelli che avevano Càristo, e abitavano Stira,
di questi era a capo Elefènore, rampollo d’Ares,
figlio di Calcodonte, magnanimo principe degli Abanti;
a lui obbedivan gli Abanti rapidi, chiomati alla nuca,
armati di lancia, bramosi coi lunghi frassini
di rompere la corazza intorno al petto ai nemici.
Costui quaranta navi nere seguivano.
    E quelli che avevano Atene, città ben costruita,
popolo del magnanimo Eretteo, che Atena un tempo
allevò, la figlia di Zeus – lo generò la terra feconda –
e pose in Atene, dentro il suo ricco tempio;
e lui qui con tori e agnelli propiziano
i giovani degli Ateniesi al tornare dell’anno:
di questi era a capo il figlio di Peteòo, Menesteo:
mai sulla terra nacque uomo simile
per ordinare cavalli e uomini armati di scudi.
Soltanto Nestore entrava in gara, poi ch’era più vecchio.
Costui cinquanta navi nere seguivano.
    Aiace da Salamina guidava dodici navi;
e li dispose ordinandoli dov’erano le falangi ateniesi.
    Quelli che avevano Argo e Tirinto murata,
Ermione e Asine sul golfo profondo,
Trezene, Eione, Epídauro piantata a vigneti,
e avevano Egina e Màsete, giovani degli Achei,
di questi era a capo Diomede, potente nel grido,
e Stènelo, caro figlio di Capaneo glorioso,
terzo Euríalo andava con essi, mortale pari agli dèi,
figlio di Mecisteo, del re Talaonide;
ma su tutti imperava Diomede, potente nel grido.
Costoro ottanta navi nere seguivano.
    Quelli che avevan Micene, città ben costruita,
e l’abbondante Corinto, e il ben costruito Cleone,
o che abitavano Ornea e l’amabile Aretirea,
e Sicione, là dove Adrasto prima regnò,
e quelli che Iperesía e l’alta Gonòessa
avevano e Pellene, e abitavano intorno ad Ègio,
e in tutto quanto l’Egialo, e intorno all’ampia Elíce,
cento navi di questi guidava il potente Agamennone,
figlio d’Atreo; con lui moltissime e nobili
schiere venivano; egli era vestito di bronzo abbagliante,
e andava superbo, tra tutti gli eroi primeggiava,
perché era il più forte, guidava moltissime schiere.
    Quelli che avevano Lacedèmone concava, avvallata,
e Fari e Sparta e Messe ricca di colombe,
e abitavano Brisea e l’amabile Augea,
che avevano Amicla ed Elo, borgo sulla riva del mare,
che avevano Laa e che abitavano Ètilo,
di questi guidava il fratello, Menelao potente nel grido,
sessanta navi; a parte stavano armati;
egli in mezzo moveva, fidando nel suo coraggio,
e li spingeva alla guerra; moltissimo ardeva in cuore
di vendicare d’Elena le ribellioni e i gemiti.
    E quelli che Pilo abitavano e l’amabile Arene,
e Trio, guado dell’Alfeo, ed Epi ben costruita,
e Ciparissento ed Anfigènia abitavano,
e Pteleo ed Elo e Dorio, là dove le Muse
fattesi avanti al tracio Tàmiri tolsero il canto,
mentre veniva da Ecalia, da Euríto Ecaleo,
e si fidava orgoglioso di vincere, anche se esse,
le Muse cantassero, figlie di Zeus egíoco!
Ma esse adirate lo resero cieco e il canto
divino gli tolsero, fecero sí che scordasse la cetra;
di questi era a capo il gerenio cavaliere Nestore.
Novanta concave navi egli metteva in linea.
    E quelli che avevan l’Arcadia, ai piedi dell’alto Cillene,
presso la tomba d’Epíto, dove gli uomini lottano corpo a corpo,
quelli che abitavano Fèneo e Orcòmeno ricca di pecore,
e Ripe e Stratíe ed Enispe ventosa,
e avevano Tegea e l’amabile Mantinea,
ed avevano Stínfalo e abitavano Parrasia,
di questi guidava il figlio d’Anceo, il potente Agapènore,
sessanta navi; e in ogni nave molti
eroi arcadi eran saliti, abili in guerra.
E donò loro, il sire di genti Agamennone,
le navi buoni scalmi, da andar sul cupo mare,
il figlio d’Atreo, ché quelli non sanno di cose marine.
    Quelli poi che abitavano Buprasio e l’Èlide divina,
fin là dove Irmíne e Mírsino lontana
e la rupe Olenia la chiudono e Alesio,
di questi i capi eran quattro, seguivano ognuno dieci
navi veloci, e molti Epei vi salirono.
Erano dunque a capo degli uni Anfímaco e Talpio,
uno figlio di Ctèato, l’altro d’Euríto, Attoridi;
degli altri erano capo il forte Diore Amarincíde,
degli ultimi Polísseno simile a un dio,
figliuolo d’Agàstene, signore Augeiade.
    Ma quelli di Dulichio e delle sacre Echinadi
isole che son di faccia all’Èlide di là dal mare,
di questi era a capo Mege, simile ad Ares,
Fileíde, che il cavaliere Fileo generò, caro a Zeus,
il quale un tempo emigrò a Dulichio, irato col padre.
Questo quaranta navi nere seguivano.
    Odisseo conduceva i Cefalleni magnanimi,
quelli che avevan Itaca e il Nèrito, sussurro di fronde:
e abitavano Crocílea e l’aspra Egílipa,
e avevan Zacinto e abitavano Samo,
e possedevan le coste e le rive di faccia abitavano;
di questi era a capo Odisseo, simile a Zeus per saggezza.
Andavan con esso dodici navi dai fianchi vermigli.
    Degli Etòli era a capo Tòante, figlio d’Andrèmone,
e quelli abitavano Pleurone ed Òleno e Pilene,
Calcíde in riva al mare e Calidone petrosa;
ché non vivevano più i figli d’Oineo magnanimo,
e neppur esso viveva più, era morto, il biondo Melèagro;
a lui dunque spettava regnare su tutti gli Etòli.
Quaranta navi lo seguivano.
    Sui Cretesi comandava Idomeneo buono con l’asta,
e quelli avevano Cnosso e Gòrtina cinta di mura,
Licto, Míleto e Lícasto bianca,
e Festo e Rítio, città ben popolate,
altri abitavano Creta dalle cento città;
su questi dunque regnava Idomeneo buono con l’asta
e Merione pari a Enialio massacratore.
Costoro ottanta navi nere seguivano.
    Tlepòlemo, il figlio d’Eracle nobile e grande,
guidava da Rodi nove navi di Rodii superbi,
i quali abitavano a Rodi, divisi in tre sedi,
Lindo e Iàliso e Càmiro bianca.
Su questi regnava Tlepòlemo buono con l’asta,
che Astiòchea generò alla possanza d’Eracle;
la portò via da Efira, via dal fiume Sellèento,
dopo che molte città di pupilli di Zeus ebbe atterrato.
Tlepòlemo, dunque, come crebbe nel solido palazzo,
ecco uccide lo zio del padre suo,
già vecchio ormai, Licimnio, rampollo d’Ares.
E presto costruì navi, e raccolto un esercito grande,
andò fuggendo sul mare; ché lo minacciavano gli altri
figliuoli e nipoti della possanza d’Eracle.
Ma a Rodi egli giunse errando, soffrendo dolori;
e qui in tre sedi si stanziarono, per tribù; e furono amati
da Zeus, che regna sui numi e sugli uomini:
a loro divina opulenza versava il Cronide.
    Nirèo pure guidava da Sime tre navi ben fatte,
Nirèo, figlio d’Aglaia e del sire Caropo,
Nirèo, l’uomo più bello che venne sotto Ilio,
fra tutti gli altri Danai, dopo il Pelide perfetto.
Debole egli era però; lo seguiva piccolo esercito.
    Quelli che avevano Nísiro e Cràpato e Caso
e Cos, città d’Eurípilo, e l’isole Calidne,
sopra questi regnavano Fídippo e Àntifo,
figli ambedue del re Tessalo, un Eraclide.
Essi mettevano in linea trenta concave navi.
    Ora dirò anche quelli che stavano in Argo Pelasga,
e quelli che Alo ed Alope, o che abitavan Trachine,
e che avevano Ftia, e l’Ellade belle donne,
che Mirmídoni erano detti ed Èlleni e Achei;
di costoro guidava cinquanta navi Achille.
Ma questi della guerra odiosa non si davan pensiero,
non v’era infatti chi li ordinasse in file;
ché tra le navi Achille divino piede veloce, sedeva,
irato per la giovane Briseide dai bei capelli,
che s’era presa a Lirnesso, dopo aver tanto sudato
nell’abbatter Lirnesso e le mura di Tebe;
e Minete abbatté, ed Epístrofo, lance robuste,
i figliuoli d’Eveno, del sire Selepíade;
a causa di lei sedeva irato; ma presto doveva levarsi!
    E quelli che avevan Fílache e Píraso fiorita,
recinto sacro di Demetra, e Itona madre di greggi,
e Antrona marina, e Pteleo letto d’erba,
su questi regnò Protesílao bellicoso,
sin che fu vivo, ma stava già allora sotto la terra nera;
di lui rimaneva a Fílache la sposa, graffiata in viso,
e un palazzo incompiuto; l’uccise un eroe dardano,
che dalla nave balzava, primissimo fra gli Achei.
Certo non erano senza capo, però rimpiangevano il primo:
li ordinava Podarche rampollo d’Ares,
figlio d’Ificlo ricco di pecore, Filachíde,
fratello germano di Protesílao magnanimo,
più giovane d’anni; l’altro era il primo ed era un eroe
più forte, Protesílao guerriero; così l’esercito
non mancava di guida, ma rimpiangeva il più forte.
Costui quaranta navi nere seguivano.
    Ma quelli che abitavano Fere, sulla palude Boibeide,
e Boibe e Glafire e Iaolco ben costruita,
di questi guidava il caro figlio d’Admeto undici navi,
Èumelo, che generò da Admeto una donna divina,
Alcesti, bellissima tra le figliuole di Pelia.
    E quelli che abitavano Metone e Taumacia,
e avevano Melíbea e l’aspra Olizone,
di questi guidava Filottete esperto dell’arco
sette navi; e cinquanta rematori in ognuna
salivano, esperti a combattere gagliardamente con l’arco.
Ma quello giaceva in un’isola, soffrendo violenti dolori,
in Lemno divina, dove lo lasciarono i figli degli Achei,
che spasimava per piaga maligna di serpe funesto.
Egli giaceva laggiù straziato, ma presto dovevano ricordarsi
gli Argivi, presso le navi, del sire Filottete.
Certo quelli non erano senza capo, ma rimpiangevano il primo,
li ordinava Mèdonte, il figlio bastardo d’Oileo,
che Rene generò da Oileo distruttore di rocche.
    Quelli che avevano Tricca e Itome dirupata,
e che avevano Ecalia, città d’Euríto Ecaleo,
su questi regnavano i due figliuoli d’Asclepio,
i buoni due guaritori, Podalirio e Macàone.
Essi mettevano in linea trenta concave navi.
    Quelli che avevano Ormenio e la sorgente Ipèrea,
che avevano Asterio e le cime bianche del Titano,
d’essi era capo Eurípilo, lo splendido figlio di Evèmone.
Quaranta navi nere lo seguivano.
    Quelli che avevano Àrgissa e abitavano Girtone,
Orte ed Elone, e la città d’Oloòssono bianca,
su questi regnava il forte guerriero Polipete,
figlio di Pirítoo, che Zeus immortale generò.
Lui da Pirítoo generò Ippodamia gloriosa,
il giorno che fece vendetta dei Centauri pelosi,
li cacciò dal Pelio, li spinse verso Etíci;
non da solo, con esso Leonteo rampollo d’Ares,
figlio dell’animoso Corono Ceneíde;
questi quaranta navi nere seguivano.
    Gunèo conduceva ventidue navi da Cifo,
e lo seguivano gli Enieni e i forti guerrieri Perebi,
quelli che intorno a Dodona inclemente si fecero case,
quelli che intorno all’amabile Titaresio coltivavano i campi,
che nel Peneo getta l’acque, belle correnti,
ma non si mischia con Peneo flutto d’argento,
gli scorre di sopra, a fior d’acqua, come olio,
perché è un braccio di Stige, l’acqua tremenda del giuramento.
    Dei Magneti era a capo Pròtoo, figliuolo di Tentredòne,
essi intorno al Peneo e al Pelio sussurro di fronde
abitavano, e li guidava Pròtoo veloce;
quaranta navi nere lo seguivano.
    Questi erano i capi e i guidatori dei Danai.
[…]

domenica 16 novembre 2014

Il poeta della settimana: Thomas



Andando avanti con la mia serie dei poeti della settimana mi accorgo che le scelte che faccio mi vengono naturali, quasi come se mi fosse impossibile farne altre.

A Dylan Thomas ci sono arrivato nel '74, attraverso Bob Dylan, che, nato Robert Zimmermann, aveva scelto il nome del poeta gallese come cognome d'arte.

Ho scelto una poesia del '35 perché è quella che fin dalla prima lettura mi aveva colpito di più. È chiara e al tempo stesso misteriosa. Ha la magia delle cose eterne, liberate dalle catene del tempo, come diceva Jarry. Tra cento, duecento, mille anni, sarà ancora leggibile come oggi, senza nessuno sforzo.

La poesia parla di guerra e di pace, ma parla soprattutto di morte e d'inganno e lo fa  con parole quasi messianiche. La trovo splendida.



La mano che firmò il trattato



La mano che firmò il trattato abbatté una città;
Cinque dita sovrane tassarono il respiro,
Radoppiarono il globo dei morti e dimezzarono un paese;
Quei cinque re misero a morte un re.

La mano possente conduce a una spalla sghimbescia,
Il calcio rattrappisce le giunture delle dita;
Una penna d’un’oca ha messo fine all’omicidio
Che ha messo fine ai negoziati.

La mano che firmò il trattato produsse una febbre.
E la penuria crebbe, e le locuste vennero;
Grande è la mano che ha dominio sull’uomo
Scarabocchiando un nome.

I cinque re contano i morti, ma la piaga
Incrostata non curano, la fronte non carezzano;
Una mano governa la pietà come governa i cieli;
Dalle mani non scorrono le lacrime.





The hand that signed the paper



The hand that signed the paper felled a city;
Five sovereign fingers taxed the breath,
Doubled the globe of dead and halved a country;
These five kings did a king to death.

The mighty hand leads to a sloping shoulder,
The fingers' joints are cramped with chalk;
A goose's quill has put an end to murder
That put an end to talk.

The hand that signed the treaty bred a fever,
And famine grew, and locusts came;
Great is the hand that holds dominion over
Man by a scribbled name.

The five kings count the dead but do not soften
The crusted wound nor stroke the brow;
A hand rules pity as a hand rules heaven;
Hands have no tears to flow.

domenica 9 novembre 2014

Il poeta della settimana: Al-Khayyaām


Chi può citare i nome di tre letterati musulmani alzi la mano.
Vedo pochissime mani.
Eppure di questi tempi, quando la semplice parola musulmano tende a suscitare amalgami di ogni genere e tipo, non sarebbe male conoscere un po' di più quel mondo.
Omar Al-Khayyaām (o 'Umar Ḫayyam), al secolo Ghiyāth ad-Dīn Abu'l-Fatḥ ʿUmar ibn Ibrāhīm al-Khayyām Nīshāpūrī, nato il 18 maggio del 1048, è stato un poeta, matematico, filosofo astronomo e mistico sufi, originario del Khorasan persiano, regione orientale del Paese, il cui nome significa dove ha origine il sole. 
Le poesie di Khayyaām sono state tradotte in inglese verso la metà dell'800 e quella traduzione non solo fece scoprire all'Occidente un grande poeta, ma ne permise anche la riscoperta in Persia, dove era stato più o meno dimenticato per secoli.
Ha scritto un migliaio di rubāʿiyyāt, parola persiana tradotta solitamente con quartine, ma che in realtà ha a che vedere con la struttura metrica dei versi, riferiti alle quattro parti del metro arabo definito ʿarūḍ.
Il tema principale dei suoi scritti è il vino, ma attraverso il vino è di vita e di morte che Khayyām ci parla, di amore, di amicizia e di disprezzo verso l'intransigenza bigotta.
Le quartine le ho tenute a lungo accanto al letto, leggendomene qualcuna di tanto in tanto, come si va, appunto, a bersi un buon bicchiere di vino, per il puro piacere. Anche se molto diverso da Bashō, poeta giapponese al quale ho consacrato un post qualche settimana fa, Khayyām me lo ricorda per quel suo uso di testi brevi e quasi impressionisti. Ma mentre Bashō sembra sempre etereo e contemplativo, Khayyām è molto più decisamente terreno e concreto. Khayyām era in realtà un poeta dilettante, e riservava i suoi scritti agli amici. A lui si devono un'importante Spiegazione delle difficoltà nei postulati degli Elementi di Euclide, un metodo per la soluzione delle funzioni cubiche, il miglioramento del calendario persiano e vari testi di filosofia matematica. Secondo alcune fonti, pare anche che Khayyām fosse un convinto eliocentrista, cinque secoli prima di Copernico (e, detto per inciso, tredici secoli dopo Aristarco). 
Approfitto di questo post per segnalare qualche altro testo degno di nota.
Prima di tutto le Shahnameh, o Libro dei re, del persiano Ferdowsi, che precede Khayyām di pochi decenni. È la grande epopea persiana, che inizia con la creazione del mondo e arriva fino all'invasione araba del VII secolo. Una meraviglia, di cui ho comprato un esemplare in inglese in occasione di un viaggio a Teheran, ma di cui non trovo traccia in versione italiana.
Saltando completamente di palo in frasca e passando dal mondo persiano a quello arabo, un libro di cui consiglio vivamente la lettura è La casa della saggezza, di Jim Al-Khalili, fisico nato a Baghdad da padre iracheno e madre britannica, nonché ex-presidente della British Humanist Association. Il libro è una bellissima e interessantissima passeggiata attraverso la scienza medievale musulmana, sia araba che persiana, all'epoca in cui Baghdad era non solo la città più grande del mondo con il suo milione di abitanti, ma del mondo era anche il centro scientifico.
C'è poi sempre il classico Le crociate viste dagli arabi, del libanese Amin Maalouf, che mostra quanto agli occhi del Medio Oriente i crociati cristiani apparissero come barbari crudeli e fanatici, totalmente privi di scrupoli e di senso della dignità. L'ho riletto un paio d'anni fa (il libro è dell'83) e l'ho trovato assolutamente degno di nota.
Tutte queste sono solo gocce nell'oceano del sapere arabo-musulmano nel quale avremmo tutti grande interesse a farci una nuotatina di tanto in tanto. 
Non resisto alla tentazione di rievocare il giorno in cui, dopo avere visitato Persepoli, a una cinquantina di chilometri da Shiraz, andai al sito archeologico di Naqsh-e Rostam. Lì, scavate in una parete rocciosa, avevo sotto gli occhi le tombe di Dario, Serse e Artaserse. Vaghi ricordi scolastici, nomi di grandi re dei quali so poco o nulla, ma che hanno segnato la storia del mondo quanto e forse più di un Ottaviano Augusto o di un Carlomagno. Quel giorno mi è sembrato di toccare con mano l'assoluto eurocentrismo del poco che so e i limiti che quella mia cultura mi impone. Per qualche istante almeno mi sono sentito invadere da un'ondata di curiosità e appena tornato a Teheran, tre giorni dopo, ho cercato una traduzione inglese dello Shanameh, da cui ho poi tratto uno spettacolo.
Non si può sapere tutto ed è anche giusto nutrirsi della propria cultura prima che delle altre. Ma più il mondo diventa policentrico e interdipendente, più è importante andare a vedere altrove, non perché altrove sia meglio, ma perché è andando lì che si possono scoprire modi di pensare profondamente diversi e altrettanto affascinanti dei nostri.
E adesso alcune quartine. Una sola precisazione: la numerazione delle quartine sembra diversa da una traduzione all'altra. Per esempio la prima quartina che trascrivo porta il numero 41 ma non è la stessa di quella che porta lo stesso numero in un'altra traduzione e che incomincia con Poiché le cose non devono accadere secondo i nostri desideri.


Rubaiyyat 41
Il vino è rubino fuso, e la bottiglia è la miniera,
la coppa è il corpo, e il suo liquore l'anima.
Quella coppa di cristallo, che ride di vino,
è una lacrima in cui si cela il sangue del cuore.
 

Rubaiyyat 42
Io bevo il vino, e i miei critici a dritta e a manca
dicono: «Non lo bere, ché è nemico della fede...».
Or che ho appreso che è nemico della fede,
per Dio, bevo il sangue del nemico, che è ben lecito bere.
 

Rubaiyyat 46
In ogni piana ove è un giardino di tulipani,
quei tulipani sbocciano dal sangue di un re
Ogni gambo di violetta che spunta dal verziere
è una mano che recinse (un giorno) il collo di un amico.
 

Rubaiyyat 47
Abbi senno, ché il Tempo è fonte di torbidi.
Non sedertene sicuro, ché la spada del Destino è acuta.
Se il Tempo ti pone in bocca una pasta di mandorle,
attento, non inghiottire, ché è intrisa di veleno!
 

Rubaiyyat 52
Un sorso di vino è migliore del regno di Kavùs,
del trono di Qobàd, e del dominio di Tus.
Ogni gemito che caccia al mattino un bevitore libertino
è migliore del gemito degli ipocriti asceti.
 

Rubaiyyat 54
Il dolore del mondo è un veleno, e il vino è il tuo antidoto.
Tu bevi l'antidoto, e non hai da temere del veleno
Con i bei giovani di primo pelo bevi il vino in perpetuo sul verde,
prima che il verde spunti sotto terra da te.
 

Rubaiyyat 57
Ogni erba verde spuntata in riva a un ruscello
la diresti sbocciata dal labbro d'una angelica creatura.
Non poggiare senza riguardo il piede sull'erba,
ché quest'erba è nata dalla polvere d'un Volto di luna.
 

Rubaiyyat 58
Non avendo noi sottomano verità e certezza,
non si può stare la vita intera in una dubbia speranza.
Su, non deponiamo di mano il bicchiere;
nell'ignoranza in cui siamo, che differenza c'è tra il lucido e l'ebbro?
 

Rubaiyyat 64
O tu, la cui guancia è ricalcata sulla rosa,
il cui volto è fuso sul modello delle bellezze della Cina!
O tu, il cui languido sguardo dà scacco al re di Babele
senza cavallo e torre, alfiere e pedina e regina!
 

Rubaiyyat 65
Quando la vita se ne va, che differenza c'è tra Baghdad e Balkh?
Quando la coppa è ricolma, che fa se dolce o amaro è il suo contenuto?
Bevi il vino, ché dopo di me e di te, più volte questa luna
passerà dall'ultimo al primo quarto, e dal primo all'ultimo.
 

Rubaiyyat 67
Questo intelletto che incede per la via della felicità
cento volte al giorno ti dice così:
cogli questo tuo tempo d'un attimo, giacché non sei
quell'erba fresca che falciano e poi torna a spuntare.
 

Rubaiyyat 68
Coloro che son caduti prigionieri del senno e del discernimento,
si sono distrutti nell'affanno dell'essere e del non-essere.
Va', ignorante che sei, e preferisci il succo della vite,
ché quegli ignoranti han prima di sera finita la loro giornata.
 

Rubaiyyat 69
Il mio venire (alla vita) non ha dato alcun frutto alla Ruota celeste
né la sua bellezza e dignità si è accresciuta per la mia dipartita.
Da nessuno ancora, le mie due orecchie hanno udito
che scopo abbia questa mia venuta e questa mia dipartita.
 

Rubaiyyat 70
Nella via dell'Amore bisogna essere puri.
Nell'artiglio della Morte bisogna morire.
Coppiere dal bel volto non te ne stare inoperoso,
versa il tuo liquore, che dovremo (un giorno) diventare terra!
 

Rubaiyyat 71
Ora che della gioia non è rimasto che il nome,
che nessun vecchio amico é rimasto, fuor del vino nuovo
Non ritrarre la mano dell'allegria dalla coppa del vino
oggi che in mano non ti è rimasto che il bicchiere.
 

Rubaiyyat 77
Non sono io uomo da aver paura del non-essere,
quella metà mi piace ancora più di questa.
Ho un'anima, che è un oggetto prestato entro una gabbia.
La riconsegnerò quando venga il momento di renderla.
 

Rubaiyyat 78
Questa carovana della vita passa mirabilmente.
Tu, cogli un istante che trascorra in letizia.
Coppiere, che stai a crucciarti per il domani degli amici?
Da' qui la coppa del vino, ché la notte trascorre.
 

Rubaiyyat 80
Benché il vino abbia lacerato il mio velo,
finché ho vita non mi separerò da quel liquore.
Mi stupiscono i venditori di vino, giacché essi
cosa mai potranno comprare di meglio di quel che vendono?