sabato 25 ottobre 2014

Del verbo pensare

Carlo Sibilia, deputato


Uno va su internet e quasi automaticamente si trova davanti all'ultima scemenza scritta o detta da un parlamentare del gruppo M5s.
L'ultimo Carneade ad essersi assicurato il suo quarto d'ora di celebrità grazie a un'ignominia è tale Carlo Sibilia, di Avellino, che ha scritto che la "restituzione" da parte del suo partito di un milione e mezzo di euro allo Stato, ha rappresentato l'elemento più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino.
Ovviamente subissato da una marea di "sce-mo, sce-mo, sce-mo!", il Deputato, benché molto poco onorevole, Sibilia, si è affrettato a precisare che non era sua intenzione dire ciò che aveva scritto, non era sua intenzione mancare di rispetto alla memoria dei due capi dell'Antimafia, nonché a chiedere ai suoi lettori di non volergliene per ciò che aveva scritto. In altri termini, la solita cantilena del non volevo, mi scuso, sono stato frainteso.
Ovviamente il per nulla onorevole Sibilia non si rende assolutamente conto di quanto possa essere imbarazzante per un cittadino sapere che sugli scranni del Parlamento siedono persone incapaci di mettere per iscritto ciò che pensano (ammesso e non concesso che di questo si tratti nel caso specifico). Sono grosso modo cinque o seimila anni che l'Homo sapiens ha inventato il modo di fissare su un supporto rigido (roccia, papiro, legno, ardesia, carta, o altro) ciò che gli frulla per il cervello. Da pochi decenni ha anche trovato il modo di fissarlo in maniera più eterea, attraverso l'impiego di macchine in grado di computare a partire da un sistema matematico binario. Ma è vero che tutto questo scrivere ha bisogno, per avere un senso, che chi scrive passi prima almeno qualche istante a pensare.
Il Vocabolario Etimologico Pianigiani (lo scrivo soprattutto all'intenzione del tutto fuorché onorevole Sibilia), precisa, nella sua ricca lingua d'inizio secolo, che il verbo pensare, "prov. cat. sp. e port. pensar, fr. penser", deriva dal latino pensare, "propr. pesare e fig. esaminare, apprezzare, intensivo di PÈNDERE pesare (che quindi confronta nella idea col ted. erwägen, da waga bilancia (v. Pesare). Propr. pesare e valutare le cose con l'intelletto; indi Stimare, Giudicare, Volger l'attenzione, Opinare, Deliberare, e più genericamente Meditare, Concepire e formare idee, Immaginare."
Quel che mi colpisce nello scritto del Pianigiani è che tutti i verbi che usa per definire pensare, tutti insieme, costituiscono un'eccellente base di ciò che un cittadino ha diritto di aspettarsi da un parlamentare. Ahimé, il Sibilia sembra aver appreso il verbo pensare un po' in fretta, talmente da giungere a confonderlo con il più colorito petare. Ma basta davvero petare scritti di odioso sentore mafioso e precisare in seguito che non era quello che si era voluto dire?
Purtroppo il club di petomani ai quali il deputato avellinese appartiene conta schiere di membri che trovano oggi nella rapidità cibernetica un modo particolarmente rapido di affermarsi.
In molti casi i membri del club trovano che il metodo migliore per far dimenticare la puzzetta appena prodotta sia 1) di affermare che non sono stati capiti, oppure 2) di dire cose tipo "mi scuso con tutti quelli che...". A onor del vero, il nostro Sibilia il verbo scusare non lo usa nemmeno, non si sa se perché non trovi di dover chiedere scusa a qualcuno, o perché quel verbo sia per lui di troppo difficile comprensione. Ma di solito non lo usano nemmeno i suoi colleghi di club, preferendogli la forma riflessiva scusarsi. La scelta non è casuale: mentre chiedere scusa a qualcuno implica la richiesta di una cosa che può essere accordata o no, scusarsi sottintende una placida autoassoluzione che permette di voltare pagina senza più pensarci su.
Ripeto (e accorgendomi della possibile ambiguità del termine, preciso che ripeto in questo caso è voce del verbo ripetere e non di ripetare), che Sibilia non si autoscusa nemmeno: preferisce precisare che lui Falcone e Borsellino li rispetta tanto che ha addirittura "personalmente chiesto di ricordarli in aula per tutto ciò che hanno fatto", bontà sua, manco i parlamentari si fossero scordati di farlo prima del suo arrivo.
Ma anche questa frase mi pare particolarmente ridicola: è un po' come se un ladro colto sul fatto con un televisore rubato sottobraccio pretendesse di metterci una pietra sopra perché il televisore che aveva prima l'aveva pagato.
Più il tempo passa, più mi pare che il problema principale con molti eletti del M5s sia proprio quella loro sistematica rinuncia al pensare, a favore di un continuo sbottare privo di qualsiasi previa riflessione. È vero che è lo stesso circo mediatico odierno che favorisce questo tipo di comportamento. Ma mi pare che proprio per questo chi si vuole responsabile e si reputa idoneo ad accollarsi responsabilità collettive dovrebbe fare molta più attenzione del cittadino comune a ciò che dice o scrive.
Già, ma forse non per nulla gli eletti del M5s hanno sempre insistito sul fatto di essere persone normali e di non amare l'epiteto onorevole. In questo dobbiamo riconoscere loro un inatteso guizzo di lucidità.

P.S. Meno di tre ore dopo aver pubblicato questo post mi accorgo che un inconfondibile fetore si sprigiona dal mio computer. Vuoi vedere che...? Ebbene sì: l'ineffabile Sibilia ne ha petata un'altra delle sue:
I paesi europei sono in forte difficoltà.
Unione incerta e disoccupazione alle stelle. Mezzo mondo è alle prese con analfabetizzazione, fame e malattie.
I politici spesso prendono a modello i governo (sic) del nord. Norvegia, USA e Canada.
Eppure dov'è che hanno iniziato a sparare i politici... (re-sic) proprio in un paese come il Canada. Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione?
La mia solidarietà a chi ha perso la vita nell'attentato.
A chi vanno attribuite le colpe?

giovedì 23 ottobre 2014

Una bruttissima immagine

Foto di Steve Mc Curry per il calendario Lavazza

Alcuni anni fa, vedendo una grossa mostra di Steve Mc Curry, a Milano, mi ero almeno in parte ricreduto sul famoso fotografo. È vero che le sue foto avevano, come sempre, quell'inconfondibile quanto irritante look National Geographic, ma è anche vero che molte delle immagini della mostra raccontavano storie intense appoggiandosi su un'innegabile maestria tecnica.
Ora la Lavazza fa uscire il suo calendario 2015, che quest'anno è stato preparato da Mc Curry. Pubblicitari e impaginatori di vario genere e tipo hanno scelto un'immagine particolare, quella corrispondente al mese di luglio, per pubblicizzare il calendario e in quell'immagine mi sono imbattuto più volte negli ultimi tempi (per ingrandirla cliccaci sopra).
La trovo bruttissima, sia nella forma che nel contenuto.
La forma innanzitutto. Quando l'intervento di post-produzione è spinto così in là non mi sembra che si possa ancora parlare di fotografia. È un'immagine-Photoshop, o un'immagine-Lightroom, ma certo non è uno scatto, nella misura in cui ciò che il mio occhio percepisce è molto più il lavoro di correzione grafica di una foto che la foto stessa. Il risultato è peraltro pessimo, almeno a gusto mio, poiché consiste in una di quelle immagini che sembrano uscite da un film di animazione, ma che potrebbero benissimo essere state elaborate da un qualsiasi anonimo smanettatore dotato di una certa competenza. Si possono anche notare i limiti di quella competenza, nella misura in cui le ombre sul personaggio principale non sono coerenti con quella del personaggio che appare sulla destra, mentre il personaggio di schiena tra l'alberello e il personaggio principale appare messo lì con un copia e incolla andato un po' di fretta. L'aspetto materico della pelle della ragazza principale, soprattutto della pelle della faccia, è annullato da un pesante intervento di "pulizia", che dà al soggetto un'aspetto da diva inceronata, o da bambola comprata al supermercato. Sia il cielo che l'alberello sembrano troppo "belli", cioè pulitini e geometrici, per essere veri.
Per quel che riguarda il contenuto, anche lì c'è poco da ridere. La tunica che portano i vari personaggi, blu per la ragazza in primo piano, per i suoi due cloni di spalle e per la donna che innaffia, rispettivamente verde e azzurro per le altre due, la conosco bene. È in realtà un ampio scialle di lana usato dai contadini delle montagne etiopi. Lo so perché ne ho due, uno verde e uno azzurro, che ho comprato sul posto anni fa. Sfido chiunque a trovare delle contadine che lo portano in quel modo, sul corpo nudo. In quegli scialli ci si avvolge, proprio perché sono usati in montagna, dove fa freddo. La lana è relativamente grezza e comunque tessuta a mano, e non ha mai l'aspetto liscio e privo di ogni difetto di quello della "foto".
Tornando per un istante alla pelle della ragazza etiope, tale Asnakech Thomas, basta andare qui e mettere il video in pausa sul decimo secondo dall'inizio per rendersi conto di come la carnagione del volto sia stata oscenamente schiarita. È il solito trucchetto a sfondo razzista che trasforma una faccia africana in qualcosa di ibrido, di più "accettabile" dal grande pubblico in quanto meno diverso da quello che l'acquirente medio di Lavazza vede guardandosi allo specchio. Naomi Campbell e altre modelle di origine africana si sono già ribellate in passato a trattamenti simili. Michael Jackson no, ma quella è un'altra storia.
Un'altra cosa mi dà fastidio nel volto della ragazza, e parlo di contenuto più che di forma, la bocca con le labbra semichiuse, altro trucchetto tendente a sessualizzare il soggetto, usato quasi sistematicamente con le donne e praticamente mai con gli uomini.
Scrivendo questo post ho cliccato qua e là su internet e ho trovato un altro video. Mettendo in pausa a 1 minuto e 18 secondi dall'inizio si vede chiaramente che lo scialle della ragazza è viola, non blu, il che è coerente con i miei ricordi. Quel viola l'ho visto spesso in Etiopia, così come ho visto il verde e l'azzurro, ma quel blu, mai. Si vede che allo Studio Testa, l'agenzia di pubblicità responsable della campagna, non piace il viola.
Insomma, con qualche ricerca supplementare potrei probabilmente trovare ancora più cose da dire su quell'immagine, ma ho altro da fare nella vita, quindi mi fermo qui. Noto solo, come ultima cosa, che un piccolo giro su un internet mi ha permesso di vedere quanto la stampa internazionale abbia osannato questo calendario che a me ha fatto talmente girare i cabasisi che per sbollire la rabbia me ne vado a farmi un buon caffé, assicurandomi che non sia un Lavazza.

lunedì 20 ottobre 2014

Il poeta della settimana: Senghor

Léopold Cédar Senghor


Da ragazzino l'Africa non mi affascinava. Non ne sapevo nulla, ovviamente. Ne sentivo parlare ogni tanto alla radio o in televisione perché erano gli anni della decolonizzazione. Ho un ricordo abbastanza preciso della morte del segretario generale delle Nazioni Unite, lo svedese Dag Hammarskjöld. L'aereo sul quale viaggiava nel settembre '61 esplose in volo, probabilmente colpito dai miliziani di Moise Ciombe, che volevano per il Katanga l'indipendenza dal Congo.
Ricordo il nome di Patrice Lumumba, uno degli eroi delle indipendenze africane, che fu deposto da Mobutu e poi fucilato proprio nel Katanga.
L'Africa l'ho scoperta senza desiderarlo particolarmente quando ho incominciato ad andarci con i miei spettacoli. E ho imparato ad amarla e a rispettarla.
Ma il mio primo vero incontro con l'Africa è avvenuto attraverso la poesia, verso i 16 o 17 anni, quando ho comprato un libro di Léopold Sédar Senghor, uno degli ideologhi, con Aimé Césaire della négritude. 
È nel '35 che Césaire, poeta martinichese, coniò il termine négritude, con il quale intendeva rivendicare non solo la sua africanità, ma anche la sua appartenenza "alla razza degli oppressi". 
Per quanto mi riguarda, non ho mai avuto l'occasione di incontrare Césaire, ma la sua Tragedia del re Christophe, che vidi a Milano nel '69 mi colpì profondamente proprio perché non racconta la storia edificante di un monarca di colore che prende il posto dei colonizzatori bianchi, ma la tragedia di un uomo che si rivela incapace di capire come sia possibile passare dalla decolonizzazione alla democrazia.
Qualche anno prima però una poesia di Senghor mi aveva colpito ancora di più, probabilmente anche perché solleticava i miei ormoni adolescenziali. Come sempre, eccola qui sia in italiano che in versione originale.

Donna nera

Donna nuda, donna nera
Vestita del tuo colore che è vita, della tua forma che è bellezza!!
Sono cresciuto alla tua ombra;
la dolcezza delle tue mani mi bendava gli occhi.
Ed ecco che nel cuore dell’Estate e del Meriggio
Ti scopro Terra Promessa, dall’alto di un alto colle calcinato
E la tua bellezza mi folgora in pieno cuore come il lampo di un’aquila.
Donna nuda, donna oscura
Frutto maturo dalla carne piena, estasi cupa di vino nero,
bocca che rende la mia bocca lirica,
Savana di puri orizzonti, savana che fremi alle carezze ardenti del Vento dell’Est
Tamtam scolpito, tamtam teso che tuona sotto le dita del Vincitore
La tua voce profonda di contralto è il canto spirituale dell’Amata.
Donna nera, donna oscura
Olio che alcun respiro riesce a increspare,
olio calmo sui fianchi dell’atleta, sui fianchi dei principi del Mali
Gazzella dalle giunture celesti, le perle sono stelle sulla notte della tua pelle
Delizie dei giochi della mente i riflessi dell’oro che rosseggia sulla tua pelle che si screzia
All’ombra della tua capigliatura si rasserena la mia angoscia per il sole vicino dei tuoi occhi.
Donna nuda, donna nera
Canto la tua bellezza che passa, forma che fisso nell’Eterno,
Prima che il destino geloso ti riduca in cenere per nutrire le radici della vita.

 

Femme noire

Femme nue, femme noire
Vétue de ta couleur qui est vie, de ta forme qui est beauté
J'ai grandi à ton ombre; la douceur de tes mains bandait mes yeux
Et voilà qu'au cœur de l'Eté et de Midi,
Je te découvre, Terre promise, du haut d'un haut col calciné
Et ta beauté me foudroie en plein cœur, comme l'éclair d'un aigle
Femme nue, femme obscure
Fruit mûr à la chair ferme, sombres extases du vin noir, bouche qui fais lyrique ma bouche
Savane aux horizons purs, savane qui frémis aux caresses ferventes du Vent d'Est
Tamtam sculpté, tamtam tendu qui gronde sous les doigts du vainqueur
Ta voix grave de contralto est le chant spirituel de l'Aimée
Femme noire, femme obscure
Huile que ne ride nul souffle, huile calme aux flancs de l'athlète, aux flancs des princes du Mali
Gazelle aux attaches célestes, les perles sont étoiles sur la nuit de ta peau.
Délices des jeux de l'Esprit, les reflets de l'or ronge ta peau qui se moire
A l'ombre de ta chevelure, s'éclaire mon angoisse aux soleils prochains de tes yeux.
Femme nue, femme noire
Je chante ta beauté qui passe, forme que je fixe dans l'Eternel
Avant que le destin jaloux ne te réduise en cendres pour nourrir les racines de la vie.

lunedì 13 ottobre 2014

Il poeta della settimana: Whitman


E poi c'è Whitman, che nel mio piccolo Olimpo poetico personale siede da sempre sul trono di Zeus.
Ricordo perfettamente quando lo lessi la prima volta, sull'autobus che mi riportava a casa, nella periferia milanese, dopo aver scovato quel libretto dalla copertina bianca e azzurra nel negozio Remainder's in Galleria, di fianco al Duomo. Ricordo l'emozione e l'eccitazione, ricordo soprattutto la sensazione di essere improvvisamente meno solo, meno schiacciato dai miei diciassette anni che mi davano già l'impressione di una specie di fallimento.
Ma quel librettino di estratti non mi bastava. Appena possibile comprai tutto Foglie d'erba nell'edizione Einaudi. Quel libro ce l'ho ancora e ancora mi capita di sfogliarlo e di fermarmi qua e là su un brano, come ci si riposa su una sedia a sdraio.
Qualche anno dopo, quando il mio inglese incominciava a migliorare, la versione originale me la regalò Heather, una ragazza di Vancouver con le spalle da nuotatrice olimpionica. Me la regalò il giorno della mia partenza, pensando che non ci saremmo mai più visti. È solo sul treno che mi portava verso Toronto (70 ore di viaggio) che mi accorsi che sulla prima pagina interna, in alto, in piccoli caratteri, aveva scritto Massimo - All my love, senza nemmeno mettere il suo nome.
La prima volta che avevo incontrato il nome di Whitman era stato in una poesia di Ginsberg, Un supermarket in California, che nella traduzione di Fernanda Pivano incominciava con Come ti penso stasera, Walt Whitman, perché camminavo per piccole strade sotto gli alberi col mal di testa guardando consapevole la luna piena. A Ginsberg c'ero arrivato per via di un lungo poema di Bob Dylan sul retro della copertina dell'album Another side of Bob Dylan. Non avevo capito niente a quell'inglese pieno di slang e di cesure, ma nella frase I take allen ginsberg t' meet fantastic / great beautiful artist an' no trespassin' / boards block up all there is t' see avevo visto un nome. Il fatto che ne parlasse Bob Dylan era bastato a suscitare la mia curiosità.
Whitman è il grande poeta classico americano, poeta dei grandi spazi e della trascendenza, della sessualità e della libertà. Le sue poesie sono fiumi di parole potenti alle quali non ci si può che abbandonare senza ritegno e senza remore. È il poeta di O capitàno! Mio capitàno!, incipit di una poesia in onore di Abraham Lincoln reso celebre dal film L'attimo fuggente.
Il mio canto preferito della grande raccolta Foglie d'erba è il terzo, intitolato Canto di me stesso. Ne pubblico qui le sei prime sezioni, aggiungendo naturalmente la versione originale inglese.


1
Canto me stesso, e celebro me stesso,
E ciò che assumo voi dovete assumere
Perché ogni atomo che mi appartiene appartiene anche a voi.
Io ozio, ed esorto la mia anima,
Mi chino e indugio ad osservare un filo d’erba estivo.
La mia lingua, ogni atomo di sangue, fatti da questo suolo, da quest’aria,
Nato qui da genitori nati qui e così i loro padri e così i padri dei padri,
Io, ora, trentasettenne in perfetta salute, incomincio,
E spero di non cessare che alla morte.
Credi e scuole in sospeso,
Un po’ discosto, sazio di ciò che sono, ma mai dimenticandoli,
Accolgo la natura nel bene e nel male, lascio che parli a caso,
Senza controllo, con l’energia originale.

2
Case e stanze sono piene di profumi, gli scaffali affollati di profumi,
Respiro la fragranza, la riconosco e mi piace,
Il distillato potrebbe ubriacare anche me, ma non lo permetto.
L’atmosfera non è un profumo, non ha il gusto del distillato, è inodore,
È fatta per la mia bocca, in eterno, ne sono innamorato,
Andrò sul pendio presso il bosco, sarò senza maschera e nudo,
Mi struggo dalla voglia di sentirne il contatto.
Il fumo del mio stesso fiato,
Echi, gorgoglii, diffusi bisbigli, radice d’amore, filamento di seta, inforcatura e viticcio,
Il mio inspirare ed espirare, il pulsare del cuore, il transitare dell’aria e del sangue attraverso i polmoni,
Il sentore delle foglie verdi e delle foglie secche, della spiaggia e degli scogli neri, del fieno nel fienile,
Il suono delle parole eruttate della mia voce abbandonata ai vortici del vento,
Pochi rapidi baci, pochi abbracci, un tendere a cerchio di braccia,
Il gioco delle ombre e dei riflessi all’oscillare dei rami flessuosi,
Il godimento da soli o tra la folla nelle strade, o lungo i campi o sui fianchi d’una collina,
La sensazione di salute, il vibrare del pieno mezzogiorno, il canto di me che mi alzo dal letto e vado incontro al sole.
Hai creduto che mille acri fossero molti? che tutta la Terra fosse molto?
Ti sei esercitato così a lungo per imparare a leggere?
Tanto orgoglio hai sentito perché afferravi il senso dei poemi?
Fermati con me oggi e questa notte, e ti impadronirai dell’origine di tutti i poemi,
Ti impadronirai dei beni della terra e del sole (ci sono ancora milioni di soli),
Non prenderai più le cose di seconda o terza mano, né guarderai con gli occhi dei morti, né ti nutrirai di fantasmi libreschi,
E neppure vedrai attraverso i miei occhi o prenderai le cose da me,
Ascolterai da ogni parte e le filtrerai da te stesso.

3
Ho udito ciò che i parlatori dicevano, il discorso del principio e della fine,
Ma io non parlo del principio o della fine.
Non ci fu mai più inizio di quanto ce n’è ora,
Ne più gioventù o vecchiaia di quanta ce n’è ora,
Né vi sarà più perfezione di quanta ce n’è ora,
Né più cielo o più inferno di quanto ce n’è ora.
Desiderio, desiderio, desiderio,
Sempre il desiderio procreante del mondo.
Dalla confusa oscurità gli opposti eguali avanzano, sempre sostanza e accrescimento, sempre sesso,
E intrecciarsi di identità, e sempre distinzione, sempre riproduzione.
Elaborare è inutile, dotti e non dotti sentono che è così.
Sicuri come ciò che è più sicuro, i muri a piombo, ben connessi, la travatura rinforzata,
Forti come un cavallo, affezionati, tracotanti, elettrici,
Io e questo mistero qui ci ergiamo.
Limpida e dolce è la mia anima, e limpido e dolce è tutto quello che non è la mia anima.
Se manca uno, mancano entrambi, e il non veduto è provato dal veduto,
Finché questo non diventi invisibile e debba a sua volta essere provato.
Ogni età tormenta l’altra mostrando il meglio e separandolo dal peggio,
Conoscendo la perfetta giustezza e imparzialità delle cose, mentre quelle discutono sto zitto, e vado a fare il bagno e ad ammirare me stesso.
Benvenuto ogni mio organo e attributo, e quelli di ogni uomo onesto e vigoroso,
Non un pollice è da scartare o frazione di pollice, e niente dev’essere meno familiare del resto.
Io sono pago: vedo, ballo, rido e canto;
E se l’amato compagno di letto che dorme abbracciato al mio fianco, allo spuntare del giorno si ritira con passo furtivo,
Lasciandomi cesti di bianchi asciugamani che mi riempiono la casa con la loro abbondanza,
Dovrò posporre la mia accettazione e comprensione e gridare ai miei occhi
Che si astengano poi dal guardare giù per la strada,
E mi mostrino sùbito, calcolato al centesimo,
L‘esatto valore di uno e l’esatto valore di due, e chi è in vantaggio?

4
La gente che passa e che m’interroga,
Le persone che incontro, gli effetti su di me dei miei primi anni o del quartiere, della città, della nazione in cui vivo,
Gli avvenimenti recenti, le scoperte, le invenzioni, le società, gli autori vecchi e nuovi,
Il pranzo, gli abiti, i compagni, il bell’aspetto, i complimenti, i doveri,
L’indifferenza reale o immaginaria di qualcuno che amo,
La malattia di uno dei miei o mia, le malefatte, la perdita o la penuria di denaro, le depressioni o l’euforia,
Le battaglie, gli orrori della guerra fratricida, la febbre delle notizie dubbie, lo spasmo degli
avvenimenti,
Tutto questo mi arriva giorno e notte, e se ne va,
Separato da ciò che attira e trascina sta ciò che io sono,
Se ne sta divertito, compiacente, compassionevole, inattivo, unitario,
Guarda dall’alto, è eretto, o appoggia un braccio a un impalpabile sicuro sostegno,
Con la testa piegata di lato, curioso di ciò che verrà dopo,
Dentro e fuori dal gioco, osservandolo e meravigliandosi.
Ripenso ai giorni passati quando mi affaticavo nella nebbia con linguisti e dialettici,
Non ho battute o argomenti, io testimonio e attendo.

5
Io credo in te anima mia, e l’altro che io sono non deve umiliarsi davanti a te,
Né tu devi umiliarti davanti a lui.
Ozia con me sopra l’erba, rimuovi il groppo dalla gola,
Io non chiedo parole, né musica, né rime, né conferenze o patrocini, sia pure i migliori,
Solo la nenia mi appaga, il mormorio della tua voce a bocca chiusa.
Ricordo come una volta in un simile limpido mattino d’estate noi due giacevamo,
E tu posavi il capo di traverso sui miei fianchi e ti volgevi a me con tenerezza,
E aperta la camicia sullo sterno, affondasti la lingua dentro al mio cuore nudo,
E ti stendesti fino a sentire la mia barba, e ti stendesti fino a trattenermi i piedi.
Rapidamente sorse e si diffuse intorno a me quella pace e quella conoscenza che oltrepassano ogni
disputa terrestre,
E ora so che la mano di Dio è la promessa della mia,
So che lo spirito di Dio è il fratello del mio spirito,
Che tutti gli uomini nati sono anche fratelli miei, e le donne sorelle ed amanti,
E che un rinforzo della creazione è l’amore,
E che sono infinite le foglie dritte o pendenti nei campi,
E le formiche marroni nei piccoli pozzi sotto di loro,
E le croste di muschio del recinto serpeggiante, i mucchi di sassi, il sambuco, il verbasco.

6
Un bambino disse Che cos’è l’erba? portandomene a piene mani;
Come potevo rispondergli? Non so meglio di lui che cosa sia.
Suppongo che sia lo stendardo della mia vocazione, fatto col verde tessuto della speranza.
O forse è il fazzoletto del Signore,
Un ricordo profumato lasciato cadere di proposito,
Con la cifra del proprietario in un angolo sicché possiamo vederla e domandarci Di chi può essere?
O forse l’erba stessa è un bambino, l'infante generato dalla vegetazione.
O un geroglifico uniforme
Che voglia dire, crescendo tanto in ampi spazi che in strette fasce di terra,
Fra gente di colore come fra bianchi,
Canadesi, Californiani, Membri del Congresso, gente comune, io do loro la stessa cosa e li accolgo nello stesso modo.
E ora mi appare come la bella capigliatura selvaggia delle tombe.
Ti userò con gentilezza, erba ricciuta,
Forse traspiri dal petto di giovani uomini,
Che avrei potuto amare, se li avessi conosciuti,
Forse provieni da vecchi, o da figli ghermiti appena fuori dai ventri materni,
Ed ecco, sei tu il ventre materno.
Quest’erba è troppo scura per uscire dal bianco capo delle nonne,
Più scura della barba scolorita dei vecchi,
È scura per spuntare dal roseo palato delle bocche.
Oh nonostante tutto io sento il parlottio di tante lingue,
E comprendo che non esce dalle bocche per nulla.
Vorrei poter tradurre gli accenni ai giovani morti, alle fanciulle,
Gli accenni ai vecchi e alle madri, ai rampolli ghermiti ai loro ventri.
Che cosa pensate sia avvenuto dei giovani e dei vecchi?
E che cosa pensate sia avvenuto delle madri e dei figli?
Vivono e stanno bene in qualche luogo,
Il più minuscolo germoglio ci dimostra che in realtà non vi è morte,
E che se mai c’è stata conduceva alla vita, e non aspetta il termine per arrestarla,
E che cessò nell’istante in cui la vita apparve.
Tutto continua e tutto si estende, niente si annienta,
E il morire è diverso da ciò che tutti suppongono, e ben più fortunato.

1
I celebrate myself, and sing myself,
And what I assume you shall assume,
For every atom belonging to me as good belongs to you.
I loafe and invite my soul,
I lean and loafe at my ease observing a spear of summer grass.
My tongue, every atom of my blood, form'd from this soil, this air,
Born here of parents born here from parents the same, and their parents the same,
I, now thirty-seven years old in perfect health begin,
Hoping to cease not till death.
Creeds and schools in abeyance,
Retiring back a while sufficed at what they are, but never forgotten,
I harbor for good or bad, I permit to speak at every hazard,
Nature without check with original energy.

2
Houses and rooms are full of perfumes, the shelves are crowded with perfumes,
I breathe the fragrance myself and know it and like it,
The distillation would intoxicate me also, but I shall not let it.
The atmosphere is not a perfume, it has no taste of the distillation, it is odorless,
It is for my mouth forever, I am in love with it,
I will go to the bank by the wood and become undisguised and naked,
I am mad for it to be in contact with me.
The smoke of my own breath,
Echoes, ripples, buzz'd whispers, love-root, silk-thread, crotch and vine,
My respiration and inspiration, the beating of my heart, the pass- ing of blood and air through my lungs,
The sniff of green leaves and dry leaves, and of the shore and dark-color'd sea-rocks, and of hay in the barn,
The sound of the belch'd words of my voice loos'd to the eddies of the wind,
A few light kisses, a few embraces, a reaching around of arms,
The play of shine and shade on the trees as the supple boughs wag,
The delight alone or in the rush of the streets, or along the fields and hill-sides,
The feeling of health, the full-noon trill, the song of me rising from bed and meeting the sun.
Have you reckon'd a thousand acres much? have you reckon'd the earth much?
Have you practis'd so long to learn to read?
Have you felt so proud to get at the meaning of poems?
Stop this day and night with me and you shall possess the origin of all poems,
You shall possess the good of the earth and sun, (there are millions of suns left,)
You shall no longer take things at second or third hand, nor look through the eyes of the dead, nor feed on the spectres in books,
You shall not look through my eyes either, nor take things from me,
You shall listen to all sides and filter them from your self.

3
I have heard what the talkers were talking, the talk of the beginning and the end,
But I do not talk of the beginning or the end.
There was never any more inception than there is now,
Nor any more youth or age than there is now,
And will never be any more perfection than there is now,
Nor any more heaven or hell than there is now.
Urge and urge and urge,
Always the procreant urge of the world.
Out of the dimness opposite equals advance, always substance and increase, always sex,
Always a knit of identity, always distinction, always a breed of life.
To elaborate is no avail, learn'd and unlearn'd feel that it is so.
Sure as the most certain sure, plumb in the uprights, well entretied, braced in the beams,
Stout as a horse, affectionate, haughty, electrical,
I and this mystery here we stand.
Clear and sweet is my soul, and clear and sweet is all that is not my soul.
Lack one lacks both, and the unseen is proved by the seen,
Till that becomes unseen and receives proof in its turn.
Showing the best and dividing it from the worst age vexes age,
Knowing the perfect fitness and equanimity of things, while they discuss I am silent, and go bathe and admire myself.
Welcome is every organ and attribute of me, and of any man hearty and clean,
Not an inch nor a particle of an inch is vile, and none shall be less familiar than the rest.
I am satisfied—I see, dance, laugh, sing;
As the hugging and loving bed-fellow sleeps at my side through the night, and withdraws at the peep of the day with stealthy tread,
Leaving me baskets cover'd with white towels swelling the house with their plenty,
Shall I postpone my acceptation and realization and scream at my eyes,
That they turn from gazing after and down the road,
And forthwith cipher and show me to a cent,
Exactly the value of one and exactly the value of two, and which is ahead?

4
Trippers and askers surround me,
People I meet, the effect upon me of my early life or the ward and city I live in, or the nation,
The latest dates, discoveries, inventions, societies, authors old and new,
My dinner, dress, associates, looks, compliments, dues,
The real or fancied indifference of some man or woman I love,
The sickness of one of my folks or of myself, or ill-doing or loss or lack of money, or depressions or exaltations,
Battles, the horrors of fratricidal war, the fever of doubtful news, the fitful events;
These come to me days and nights and go from me again,
But they are not the Me myself.
Apart from the pulling and hauling stands what I am,
Stands amused, complacent, compassionating, idle, unitary,
Looks down, is erect, or bends an arm on an impalpable certain rest,
Looking with side-curved head curious what will come next,
Both in and out of the game and watching and wondering at it.
Backward I see in my own days where I sweated through fog with linguists and contenders,
I have no mockings or arguments, I witness and wait.

5
I believe in you my soul, the other I am must not abase itself to you,
And you must not be abased to the other.
Loafe with me on the grass, loose the stop from your throat,
Not words, not music or rhyme I want, not custom or lecture, not even the best,
Only the lull I like, the hum of your valvèd voice.
I mind how once we lay such a transparent summer morning,
How you settled your head athwart my hips and gently turn'd over upon me,
And parted the shirt from my bosom-bone, and plunged your tongue to my bare-stript heart,
And reach'd till you felt my beard, and reach'd till you held my feet.
Swiftly arose and spread around me the peace and knowledge that pass all the argument of the earth,
And I know that the hand of God is the promise of my own,
And I know that the spirit of God is the brother of my own,
And that all the men ever born are also my brothers, and the women my sisters and lovers,
And that a kelson of the creation is love,
And limitless are leaves stiff or drooping in the fields,
And brown ants in the little wells beneath them,
And mossy scabs of the worm fence, heap'd stones, elder, mullein and poke-weed.

6
A child said What is the grass? fetching it to me with full hands;
How could I answer the child? I do not know what it is any more than he.
I guess it must be the flag of my disposition, out of hopeful green stuff woven.
Or I guess it is the handkerchief of the Lord,
A scented gift and remembrancer designedly dropt,
Bearing the owner's name someway in the corners, that we may see and remark, and say Whose?
Or I guess the grass is itself a child, the produced babe of the vegetation.
Or I guess it is a uniform hieroglyphic,
And it means, Sprouting alike in broad zones and narrow zones,
Growing among black folks as among white,
Kanuck, Tuckahoe, Congressman, Cuff, I give them the same, I receive them the same.
And now it seems to me the beautiful uncut hair of graves.
Tenderly will I use you curling grass,
It may be you transpire from the breasts of young men,
It may be if I had known them I would have loved them,
It may be you are from old people, or from offspring taken soon out of their mothers' laps,
And here you are the mothers' laps.
This grass is very dark to be from the white heads of old mothers,
Darker than the colorless beards of old men,
Dark to come from under the faint red roofs of mouths.
O I perceive after all so many uttering tongues,
And I perceive they do not come from the roofs of mouths for nothing.
I wish I could translate the hints about the dead young men and women,
And the hints about old men and mothers, and the offspring taken soon out of their laps.
What do you think has become of the young and old men?
And what do you think has become of the women and chil- dren?
They are alive and well somewhere,
The smallest sprout shows there is really no death,
And if ever there was it led forward life, and does not wait at the end to arrest it,
And ceas'd the moment life appear'd.
All goes onward and outward, nothing collapses,
And to die is different from what any one supposed, and luckier.