sabato 13 settembre 2014

I camion puzzoni dell'esercito israeliano


Questa non la sapevo e forse nemmeno tu. Tra le armi a disposizione dell'esercito israeliano c'è anche lo skunk truck, o camion puzzone. La traduzione letterale di skunk truck è camion puzzola, ma forse non a caso skunk può voler dire anche mascalzone, furfante, farabutto, o bastardo, a scelta. Cosa fa questa meraviglia della tecnologia? Spara un potente getto di liquido nauseabondo e iperpuzzone dove vuole lui. In teoria si tratterebbe di un'arma da usare contro manifestanti violenti, ma come lo dimostrano le immagini di YouTube il liquido è usato anche in maniera punitiva e/o preventiva contro luoghi nei quali, o vicino ai quali è successo o potrebbe succedere qualcosa di non gradito ai militari e/o ai politici israeliani.
La composizione del liquido pestilenziale è segreta. Secondo il governo israeliano contiene solo "prodotti naturali e non nocivi". Secondo vari osservatori, produce un tale fetore che chi se lo ritrova addosso non riesce a disfarsene per almeno tre giorni. Diversa è per esempio la storia della settantacinquenne Rubhiya Abd al-Rahman Darwish, riportata dall'agenzia indipendente Ma'an. "Ho visto una scarica di liquido che entrava attraverso la finestra e ho sentito un odore così forte che sono svenuta e hanno dovuto portarmi all'ospedale. (...) Lì mi hanno fatto una puntura, ma il liquido ha incominciato a uscirmi dalla bocca e dal naso. Io gridavo perché mi faceva male la schiena e continua a farmi male. (...) Tutti i miei vestiti sono andati rovinati e abbiamo dovuto buttare via coperte e materassi. Perché ci fanno queste cose?"
Secondo la ONG israeliana B'Tselem, i getti puzzoni provocano nausea e vomito, soprattutto in bambini e persone anziane. Pare che l'arma sia ormai usata in maniera punitiva "nei villaggi nei quali ci sono manifestazioni settimanali."
Salah Ajarma, direttore di un centro culturale palestinese nei pressi dell'ex-strada Hebron-Gerusalemme, ora tagliata dal muro di separazione israeliano, racconta di aver visto un gruppo di ragazzini che camminava a una cinquantina di metri dal muro. Improvvisamente soldati israeliani si sono messi a lanciare lacrimogeni contro i ragazzini. "I soldati, racconta Salah, hanno poi incominciato a seguirli e mentre noi guardavamo dal centro culturale con un gruppo di stranieri, tra i quali dei giornalisti, si sono messi ad insultare sia noi che i ragazzini in arabo per essere sicuri che capissimo. (...) Poi i soldati sono tornati con un grosso veicolo munito di cannone ad acqua e hanno sparato tutt'intorno un liquido chimico dal terribile odore. Non stavano colpendo dei manifestanti, non c'erano manifestanti! Sparavano liquido verso le case e dentro le finestre, che fossero aperte o chiuse." Tre giorni dopo, quando dei membri di Ma'an hanno visitato quelle case l'odore era ancora forte, nonostante tutti gli sforzi degli abitanti per eliminarlo.
"La gente non sa cosa ci sia nel liquido e non sa quindi cosa usare per pulirlo, continua Salah. Abbiamo provato col cloro, ma c'è stata una reazione chimica che ha provocato un odore ancora peggiore. Questo liquido potrebbe provocare effetti che non sappiamo, oggi o in futuro."
Nidal Al-Azraq, un volontario del centro culturale Lajee, che si trova all'interno di un campo di rifugiati palestinesi a un paio di chilometri da Betlemme, sbotta: "Cosa vuol dire colpirci con quella roba? Non è solo un modo per insultarci, è come se non fossimo nemmeno degli esseri umani!"
Non ti conosco, Nidal, ma temo che tu abbia ragione. Temo che irrovarvi di liquido pestilenziale sia solo un modo per umiliarvi, farvi sentire inferiori e aumentare la vostra disperazione nella vana speranza di farvi rinunciare ad ogni pretesa di dignità. Bruciare i vostri oliveti (già più di 800.000 olivi andati in fumo o sradicati, è bene ricordarlo) non era abbastanza; chiudervi dietro un muro dopo avervi rubato le terre non era abbastanza; crearvi ogni genere di difficoltà nella vita quotidiana non era abbastanza; punirvi tutti, come popolo, indipendentemente dalle vostre età, dal vostro comportamento e dalle vostre credenze, perché alcuni tra di voi sono diventati spietati terroristi non era abbastanza; bisognava anche farvi puzzare come carogne.
L'hanno fatto. E continueranno a farlo. E troveranno altri modi di umiliarvi. Perché? Perché hanno perso la memoria e la saggezza, la compassione e il senso della misura.
Di chi parlo? Nidal, spero che tu sia d'accordo con me: non parlo degli ebrei e nemmeno degli israeliani. Parlo di quegli uomini e quelle donne ormai accecati dal fanatismo religioso-messianico e dall'odio verso chi non la pensa come loro. Sono ebrei? Anche. Sono israeliani? Anche. Ma sono soprattutto stupidi, piccoli e spregevoli umani che si comportano come animali e che credono di poter "vincere" trattando i loro avversari come bestie appestate. E non si accorgono nemmeno quanto questo loro modo di comportarsi li stia rodendo da dentro e stia trasformando il loro mondo in un incubo.

venerdì 12 settembre 2014

Morti che ho sentito

Miles Davis
Siccome mi piacciono le liste ho incominciato a stendere quella dei cantanti e musicisti che ho sentito dal vivo nella mia vita.
Almeno quelli di cui mi ricordavo.
Almeno quelli di cui mi ricordavo e che valevano la pena di essere inseriti nella lista. E sono arrivato a poco più di cento nomi.
Poi mi sono accorto che molti erano morti. Molti. E ho fatto una seconda lista, la LMMSV, Lista dei Musicisti Morti che ho Sentito dal Vivo, che per una lista è un bel titolo.
Il primo nome (ovviamente li avevo messi in ordine alfabetico) mi ha spiazzato: Joséphine Baker. Ma davvero conoscevo uno che aveva visto Joséphine Baker cantare dal vivo e quel qualcuno ero io? Ho avuto un po' la stessa sensazione del giorno in cui incontrai qualcuno che aveva conosciuto personalmente Cézanne. Ovviamente quel qualcuno era più anzianotto di me e l'incontro avvenne una quarantina d'anni fa. Però...
Si chiamava Monsieur Ripert. Aveva più di novant'anni e, anche se non c'entra niente, era il padre della suocera di Cacharel. Da bambino, a Aix-en-Provence, disegnava bene e voleva imparare a disegnare meglio. "C'è uno un po' strano che va in giro per la campagna a dipingere", gli avevano detto. Lui era andato a trovarlo e Cézanne lo aveva accettato come portatore di pennelli e colori "a condizione che stesse zitto". Era stato zitto.
Josephine Baker l'ho vista in scena al Teatro Lirico di Milano alla fine degli anni '60. Aveva più o meno la mia età adesso, il che ai miei occhi di allora ne faceva una vecchia. Si è presentata con un vestito di lamé attillatissimo, di quelli da diva hollywoodiana. Verso la fine del concerto ha fatto un numero straordinario, che ho poi sempre considerato come una grande lezione di teatro. Io ero in quinta, perché conoscevo bene il direttore di scena. Finita una canzone e presi gli applausi, lei si è girata dalla mia parte, ha arcuato il corpo in una posa estremamente sensuale, ha alzato la mano destra all'altezza degli occhi, come per ripararsi dalla luce, mentre con la sinistra teneva il microfono, e ha cantato una canzone di Sergio Endrigo, in italiano, senza il minimo movimento. La cosa straordinaria è che, mentre dalla sala il pubblico vedeva quel corpo dall'apparenza ancora perfetta tutto teso in una posa da svenimento, io avevo di fianco a me un macchinista che teneva verticalmente una cantinella in cima alla quale c'era un cartello con tutto il testo della canzone scritto a grossi caratteri, che lei leggeva. Meravigliosa.

Cinque altri ormai morti li ho visti al festival dell'isola di Wight nel '70:
Richie Havens
Alvin Lee (dei Ten Years After)
Keith Moon (degli Who)
Jim Morrison (dei Doors)
Miles Davis.

A proposito di Miles Davis, quando qualche anno fa ho raccontato al pianista jazz Stefano Onorati che ero presente al concerto di Miles all'isola di Wight, lui mi ha detto "Posso toccarti? Voglio poter dire che ho toccato uno che c'era". Gli ho teso l'avambraccio.

Un altro nome che spicca nella mia lista è quello di Ivan Graziani. Erano i primi anni '60, ero in piena adolescenza. In una piazza di Bellaria, dove passavo le vacanze in famiglia, c'erano due grossi caffè, uno di fronte all'altro: fuori dal primo, dopo cena cantava Gianni Morandi, ancora sconosciuto e che passava ore a giocare a flipper alla sala giochi. L'altro caffè, la Gelateria Nuovo Fiore, ospitava invece, sempre all'aperto, il caffè concerto di fine pomeriggio. Per un paio d'anni il gruppo musicale fu un trio, l'Anonima Sound, capeggiata appunto da Ivan Graziani. Facevano una musica "strana", elaborata, non tanto strana da non essere fruibile da tutti, ma certo non piattamente commerciale.
Prima suonavano per un po', poi chiedevano se tra il pubblico c'era qualcuno che volesse cantare. Era una specie di karaoke ante litteram, al quale sia io che mia sorella partecipavamo volentieri (lei vinse anche un concorso). Quindi posso dire di avere cantato accompagnato da Ivan Graziani.

Il che mi fa venire in mente che posso anche dire di avere cantato sotto la direzione di Luigi Nono. Era passato qualche anno, ero alla scuola del Piccolo Teatro. Un giorno ci fu chiesto se ci interessava andare a lavorare un po' con Nono, che stava preparando quello che sarebbe poi diventato uno dei suoi lavori più noti, Non consumiamo Marx. Passai una settimana negli studi RAI di Corso Sempione, a Milano, con sei o sette dei miei compagni di corso, a improvvisare vocalizzi a partire da slogan del Maggio '68 francese.

Aggiungo, per dovere di cronaca (ahahahahah) che una volta ho anche cantato accompagnato da Ludovico Einaudi, ma siccome quello che lui fa oggi è interessante quanto un porro cotto nell'acqua senza sale non andrò oltre.

Ho visto anche Ray Charles, a Vancouver, nel '75, in un ristorante con palco per l'orchestra. Camminando per strada con la mia prima moglie avevo notato un piccolo manifesto in una vetrina ed ero subito andato a informarmi. Per caso ero capitato nel locale proprio nel momento in cui il padrone stava uscendo. Gli avevo chiesto il prezzo d'ingresso, ma l'ingresso senza cena non era previsto e la cena costava un caccazilione. Forse impietosito dalla mia aria misera, il padrone aveva accettato di darci un tavolo in cambio del prezzo di una sola consumazione alcolica. Quella sera, mentre ascoltavo the genius tra i rumori di coltelli, forchette, piatti, bicchieri e masticazioni varie, ho capito quanto i jazzisti americani, vere star in Europa, siano spesso considerati semplici entertainers in Nord-America.

Altri grandi jazzisti morti che ho sentito sono:
Count Basie
Dave Brubeck
Ella Fitzgerald
Dizzy Gillespie
Lionel Hampton
Coleman Hawkins
Gerry Mulligan
Oscar Peterson
Max Roach.

C'è di peggio.

Anche qualche cantantucolo ora defunto l'ho sentito:
Barbara
Léo Ferré
Bob Hite (dei Canned Heat)
Nina Simone.

Se poi a questi nomi aggiungo Ravi Shankar e Frank Zappa, due splendidi fuori categoria, posso dire di aver assistito, anche limitandomi ai sotterrati, a qualche bel concerto in vita mia.

Ma davvero dovrei rinunciare a far sbavare qualche amico limitandomi ai concerti dei defunti? Via, non siamo meschini e finiamo con una lista approssimativa e che mescola tutti i generi dei concerti più memorabili ai quali ho assistito, anche se chi suonava e/o cantava continua tuttora a passeggiare in questa valle di lacrime:
Joan Baez
Vladimir Ashkenazy
Stefano Bollani
Chico Buarque
Hariprasad Chaurasia
Leonard Cohen
Ornette Coleman
Paolo Conte
Chick Corea
i Dik Dik
Bob Dylan
Paolo Fresu
Bill Frisell
Jan Garbarek
Gilberto Gil
Juliette Gréco
Trilok Gurtu
Dave Holland
John Lee Hooker
Ahmad Jamal
Keith Jarret
Pandit Jasraj
i Jethro Tull
Elton John (chissa perché...)
Pat Metheny
Shiv Kumar Sharma
John McLaughlin
Jacques Morelenbaum
i Moody Blues
Maria João Pires
Maurizio Pollini
i Primitives (!)
i Procol Harum
Joshua Redman
i Rokes (!!)
Omar Sosa
Nanni Svampa
Ralph Towner
Rokia Traoré
Gaetano Veloso
Muddy Waters
Tony Joe White
Big Joe Williams.

Quanto son belle le liste!

lunedì 4 agosto 2014

Un grande passo avanti

Un bronzo di Riace

Ieri ero in viaggio, non ho quindi potuto commentare uno degli articoli più stupidi che mi sia capitato di leggere negli ultimi anni.
Tutto è incominciato in maniera classica. Passata la frontiera tra Mentone e Ventimiglia, mi sono naturalmente fermato al primo autogrill per bere un caffè, visto che ogni permanenza in Francia, pur se di pochi giorni, priva ineluttabilmente l'italiano espressofilo della sua bevanda preferita, obbligandolo a ingurgitare brodaglie marron che di caffè hanno solo l'immeritato nome. Con il caffè, ovviamente, ho comprato il giornale. Risalito in furgone, ho chiesto a Elena di guidare un po' e mi sono messo a leggere. Come sempre, e nonostante le mie raccomandazioni, mentre io leggevo lei ha incominciato a prendere tunnel su tunnel, mandandomi in bestia e obbligando le mie pupille a una ginnastica degna di una preparazione olimpionica, ma questa è un'altra storia.
In prima pagina c'era un articolo il cui titolo integrale veniva ripreso poi nella pagina lettere, commenti & idee: Chi ha paura del velo e del tanga sui bronzi di Riace. Ohibò, mi son detto, vuoi vedere che qui c'è qualcuno che si è preso la briga di perdere tempo e inchiostro per parlare di quel fotografo francese?
I fatti: tale Gerald Bruneau, di professione fotografo (anche se sulla sua pagina Facebook alla voce Lavoro e istruzione si definisce prima 'artista' e poi 'free lance photographer', e uno che si definisce 'artista' su Facebook già mi provoca un'incontrollabile crisi di riso accompagnata da sonori ululati alla luna piena, anche se non c'è), Gerald Bruneau, dicevo, è stato chiamato da tale Simonetta Bonomi, che di lavoro fa la sovrintendente ai beni archeologici della Calabria, per una campagna pubblicitaria imperniata sull'immagine dei famosi bronzi che hanno fatto uscire il ridente e marittimo Comune di Riace dall'anonimato nel quale si crogiolava senza complessi da secoli. Pare, dico pare, che Simonetta fosse stata favorevolmente colpita da una precedente foto di Gerald, nella quale l'artista aveva parzialmente ricoperto la statua di Paolina Borghese del Canova con un velo rosso. Quella foto, visibile qui, non mi dà l'impressione di costituire un gesto artistico degno di un qualsiasi interesse e quindi non la commenterò.
Arrivato in Calabria però, il buon Gerald ha pensato di andare più in là, vestendo uno dei due bronzi di tanga leopardato, boa rosa e velo bianco, con tanto di mazzolin di fiori in mano. La foto l'avevo già vista nei giorni scorsi e mi era sembrata semplicemente una boiata pazzesca, tant'è che non ci avevo più pensato. Poi ieri è arrivata tale Giuia Soncini, giornalista, nonché autrice del libro Elementi di capitalismo amoroso, di cui pare che la giornalista inglese Tina Brown abbia detto che "mai nella storia un tale talento è stato messo al servizio di così turpi fini".
Giuia Soncini, chissa perché?, non mi era mai mancata. Ignorarne l'esistenza non mi era mai pesato come un insostenibile fardello. Ora so perché.
Temo che Giuia sia una di quelle donne, per fortuna rare, ma non abbastanza, che credono che basti proclamarsi femministe per non essere stupide. Brutte notizie, Giuia: a giudicare dal tuo articolo sei stupida come un garofano, o come un porro cotto, o come una Fiat 600 di quelle prodotte in Polonia tra il '98 e il 2010, vedi tu.
Già: chi l'avrebbe mai immaginato? Se dall'Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno, tanto per dirla con l'Alessandro, varie voci si erano alzate per dire che le foto di Brunel erano degne di interesse quanto una pera cotta nell'acqua di mare, secondo Giuia questo è un tipico caso di palese maschilismo che reagisce a un presunto crimine di lesa virilità. Prova ne sia che nessuno di coloro che trovano che la foto del Bronzo sia molto più interessante di quella della zia Gelsomina un bikini sulla spiaggia di Fregene avesse commentato negativamente il velo rosso messo a Paolina Borghese.
Ma certo! Come avevamo fatto a non pensarci prima? Mettere un tanga, un boa rosa e un velo bianco a una statua del V secolo a.C. è una potente denuncia del maschilismo calabro e magari italiano e forse pure europeo e universale! Che dico? Magari è pure un coraggioso gesto artistico, visto che dai baffi fatti da Duchamp alla Gioconda al Pont Neuf o a Porta Pinciana imballati da Christo e Jeanne-Claude: gli esempi di alterazione dell'opera d'arte esistente che la renda un'opera d'arte nuova sono parecchi e non esattamente di nicchia. A parte, povero garofaninoo mio, che se una vuole entrare in questo tipo di discussione farebbe bene a ricordarsi che i baffi Duchamp non li mise alla Gioconda ma a una riproduzione della Gioconda, il che è lungi dall'essere la stessa cosa; a parte che imballare Porta Pinciana non è la stessa cosa che mettere tanga, boa e velo bianco a una statua del V secolo a.C.; a parte questo, dimmi: il dubbio che sia proprio perché Duchamp e altri hanno fatto quello che hanno fa un secolo fa che le foto di Brunel sono solo boiate pazzesche non ti ha nemmeno sfiorato l'anticamera di quella cavità cranica inizialmente prevista ad ospitare il tuo cervello e rimasta invece tragicamente vuota?
Viviamo davvero un'epoca meravigliosa, nella quale basta che uno se ne venga fuori con un'imbecillità qualsiasi per meritarsi il titolo di artista. La mostra di Tampax usati che vidi a Parigi negli anni '70? Opera di un artista! Uno squalo intinto nella formaldeide? Opera di un artista! Una statua di porcellana bianca e dorata che rappresenta Michael Jackson con in braccio uno scimpanzé? Opera di un artista!
E, si sa, le opere artistiche sono intoccabili e indiscutibili, tant'è che se uno le discute è automaticamente un reazionario bacchettone con il terrore del diverso.
Leggendo l'articolo di Giuia mi è venuta in mente una famosa citazione della giornalista, nonché femminista francese Françoise Giroud: La donna sarà davvero uguale all'uomo il giorno in cui una donna incompetente sarà nominata al posto di un uomo. Da questo punto di vista, la presenza di quell'articolo sul più prestigioso e diffuso quotidiano italiano è decisamente un grande passo avanti verso l'eguaglianza dei sessi.

martedì 15 luglio 2014

Due donne




Guarda questo volto. Bello, vero? Sensuale, ma pulito, quasi innocente. 
Chi è? Una cantante? Un'attrice? Una modella? O magari un medico di Medici Senza Frontiere? Un'insegnante? Una ricercatrice? Una poetessa? 
Si chiama Ayelet. Bel nome. Nella sua lingua significa gazzella. E della gazzella lei pare avere l'eleganza et la dignità. 
Il suo cognome, Shaked, significa mandorla. Antico simbolo di verginità, spesso usato per la Madonna. 
Guarda quest'altra foto.



Vedi come sembra fragile, indifesa e infinitamente dolce? Sarebbe bello averla come amica. Occhi così non possono mentire. E poi quella fronte alta, quelle labbra così perfette.
Chi è?
Non è un'attrice, né una poetessa, né un medico. È una deputata.
Qualche giorno fa sulla sua pagina Facebook ha scritto qualcosa, nella sua lingua. Io quella lingua non la parlo, ma una corrispondente dell'Evening Standard, Mira Bar Hillel,ha tradotto le sue parole in inglese e le ha pubblicate. E io te le traduco in italiano:
"Dietro ogni terrorista ci sono dozzine di uomini e donne senza i quali lui non potrebbe fare azioni terroristiche. Sono tutti nemici combattenti e il loro sangue deve colare sulle loro teste. Questo include anche le madri dei martiri che li mandano all'inferno con fiori e baci. Dovrebbero seguire i loro figli, nulla sarebbe più giusto. Dovrebbero sparire e così pure le case nelle quali hanno allevato i loro serpenti. Altrimenti altri serpenti cvi saranno cresciuti".
Una settimana prima, Ayelet aveva scritto anche:
"Questa non è una guerra contro il terrore, né una guerra contro degli estremisti e nemmeno una guerra contro l'Autorità Palestinese. La realtà è che questa è una guerra tra due popoli. Chi è il nemico? Il popolo palestinese. Perché? Chiedeteglielo, hanno incominciato loro".
Ayelet è membro del partito La Casa Ebraica, alleato del Likud di Beniamin Netaniahu. La Casa Ebraica è un partito sionista, profondamente sionista, che incarna l'idea che Dio ha dato agli Ebrei la terra d'Israele e che il dovere degli Israeliani è di farvi regnare la legge ebraica.
Mira Bar Hillel, nel suo articolo, chiama Ayelet 'Angelo della Morte' e dice che è a causa sua che lei è al limite di bruciare il suo passaporto israeliano.
Mira scrive di Ayelet:
"Mi ha fatto pensare alla sorella di mia madre, Klara, e ai suoi tre bambini, che vivevano a Cracovia nel 1939 quando arrivarono i tedeschi. Loro (i tedeschi) decisero che gli ebrei — tutti gli ebrei — dovevano essere eliminati, comprese le madri e i piccoli serpenti che allevavano. 'Perché? Chiedeteglielo, hanno incominciato loro', avrebbero risposto i nazisti se qualcuno gliel'avesse chiesto".
E Mira continua:
"So cosa vuol dire essere stati vittime indifese, vivere e morire sotto gli stivali di oppressori razzisti e so che gli israeliani di oggi non sono più le vittime ma gli artefici della crisi attuale. Sì, quelli di Hamas sono degli orribili assassini pieni di odio che avrebbero distrutto Israele se ne avessero avuta la possibilità. Ma resta il fatto che è Israele che ha i carri armati, i bombardieri, l'artiglieria, le testate nucleari e difese missilistiche degne di Golia, mentre gli abitanti di Gaza non avevano nulla una settimana fa e hanno ancora meno oggi, quando anche ospedali e scuole sono bombardate. Shaked ha ottenuto ciò che voleva: il conto dei morti a Gaza si avvicina ai 100 [la radio francese questa mattina parlava di 188 morti e 1200 feriti, n.d.r.] e uno ogni quattro è un bambino".
Non credo di poter aggiungere altro. O forse sì, un'ultima foto, quella di Mira. Io la trovo molto più bella di Ayelet. Molto più bella.


venerdì 11 luglio 2014

S.O.S. zucchero filato


Senza nessuna ragione logica mi è tornato in mente lo zucchero filato di Bellaria. E mi spiego.
Tra i 9 e i 17 anni ho passato tutte le mie vacanze, con genitori e sorelle, a Bellaria, che a quei tempi era un posto molto popolare (nel senso che ci andava il popolo, perché costava poco). Il primo anno non c'era nemmeno la spiaggia, solo delle palafitte di legno sul mare. Poi hanno messo una sfilza di scogliere artificiali e la spiaggia si è formata poco a poco, avanzando ogni anno.
La sera, dopo cena, si andava a spasso in famiglia, finendo inevitabilmente in piazza. Non tanto la piazza dove c'era la gelateria Nuovo Fiore, con tanto di caffè concerto pomeridiano e relativa possibilità per chiunque di cantare facendosi accompagnare dall'Anonima Sound di Ivan Graziani (cosa che ho spesso fatto) e caffè concerto serale dove si esibiva il quindicenne Gianni Morandi, non quella, l'altra, dove c'era la bancarella dello zucchero filato.
Senonché qui comincia il problema. Leggendo 'zucchero filato', immagino ti venga immediatamente in mente quel batuffolo di fili di zucchero appesi a mò di nuvoletta attorno a un bastoncino di legno, che per me è sempre stata una schifezza. Ma il fatto è che lo zucchero filato di Bellaria era tutt'altra cosa, che vado a spiegarti.
L'omino della bancarella aveva un pentolone nel quale scaldava, mescolandolo con cura, un intruglio che diventava sempre più spesso, fino ad assumere la consistenza di una specie di pasta molto densa e pesante. Giunto a quel punto, l'omino la estraeva, l'attaccava a un grosso gancio che gli stava davanti, all'altezza dei gomiti, e incominciava a tirarla, poi a riattaccarla, poi a tirarla di nuovo. Quel procedimento raffreddava l'impasto, mantenendolo però perfettamente omogeneo. Ad un certo punto, quando erano state raggiunte la consistenza e la temperatura volute, l'omino inseriva il tutto nella parte superiore di una macchina, una specie di pressa con un buco nella parte inferiore, e da quel buco faceva uscire un filamento a forma di churro, che tagliava con grosse forbici in segmenti di una ventina di centimetri. Ne faceva di rosa, alla fragola, di verdi, alla menta, di bianchi, alla vaniglia, di marroncini, al caffè. Il bello era comprare il pezzo di zucchero filato quando era appena stato fatto, perché questo garantiva, almeno per i primi morsi, una consistenza particolarmente goduriosa, croccante e fredda all'esterno, ma ancora molle e calda all'interno.
Su internet ho trovato dei 'bastoncini di zucchero', che però mi sembrano un'altra cosa. Poi ho cercato la parola francese guimauve, utilizzata soprattutto come traduzione dell'inglese marshmallow (altra schifezza), ma che mi pareva volesse dire anche qualcosa d'altro, forse in Belgio, e ho finito col trovare questa foto:

Per carità, siamo ancora lontani dallo zucchero filato di Bellaria: i colori sono troppo vivi, troppo finti. Però ci avviciniamo. Almeno c'è il gancio...
Io per quello zucchero filato ci andavo matto e ammetto che anche a 15, 16 anni, quando la preoccupazione principale delle mie serate estive era di andare a ballare allo Sporting Club, allo Chez Vous o alla Fattoria con la ragazza giusta, non ce la facevo proprio a passare davanti alla bancarella senza spendere le 50 lire che mi permettevano di godere di quella inimitabile leccornia.
Ora, so benissimo che le probabilità di poter riassaggiare qualcosa di simile sono inferiori a quelle di sentire una frase intelligente da Daniela Santanchè, ma chissà mai che un improbabile lettore abbia più informazioni a proposito, se non addirittura — spes ultima dea — una ricetta. Sarebbe una bellissima cosa.

martedì 24 giugno 2014

Il nuovo spettacolo

Il re di Girgenti 
dal romanzo di Andrea Camilleri

Creare un nuovo spettacolo è come correre un 100 metri che dura settimane. Sei sempre in apnea, da quando ti svegli al mattino a quando ti riaddormenti la sera e l'unica cosa alla quale pensi è tagliare il traguardo. È come essere in immersione e tornare su piano piano alla ricerca disperata della boccata d'aria salvatrice. Anche se a quella boccata d'aria ci credi sempre, ché sennò faresti un altro mestiere, ci sono lunghissimi momenti nei quali ti pare impossibile, sempre più impossibile. In altri momenti ti sembra a portata di mano, ma un'occhiata in alto basta a farti capire che in realtà è ancora molto, molto lontana.
Negli ultimi trent'anni sono stato quasi sempre solo in scena. Tre volte un mio assistente era visibile, ma non parlava; una sola volta con me c'è stata una collega attrice, ma ero comunque io che facevo la regia. Questa volta è stato tutto diverso. Con Fabio abbiamo lavorato insieme sia al testo che alla regia che all'interpretazione. E possiamo aggiungerci pure le musiche. Ci sono stati momenti complicati, naturalmente, ma siamo arrivati alla fine senza toglierci il saluto, il che è una gran bella cosa. E mi sa che continueremo pure a berci dei caffè insieme e a vederci regolarmente.
Creare un nuovo spettacolo per me implica sempre ricordarmi di ciò che diceva Mastroianni sul mestiere dell'attore, e cioè che "è sempre meglio che lavorare". Sante parole. Qualsiasi siano le difficoltà, cerco di non scordarmi mai che fare il mio mestiere è un privilegio.
Creare un nuovo spettacolo partendo da un testo contemporaneo è una cosa che avevo fatto solo una volta nella vita, con Il fungo, del bulgaro Zvetan Marangozov. Tutte le altre volte ero partito da Omero, da Dumas, da Shakespeare, o da altri, tutti rigorosamente sotterrati e/o cremati secoli addietro. Speravo di non farli rigirare nella tomba con i miei adattamenti e gli inevitabili tagli ai testi originali, ma non credendo all'immortalità dell'anima più che alla finezza del pensiero di Daniela Santanchè, quella mia preoccupazione restava molto periferica. Questa volta abbiamo lavorato su un testo di Camilleri, che andrà sì per gli 89 anni, ma che è molto, molto meno rincoglionito di Matteo Salvini, che va per i 42. Se tutto va bene, Camilleri lo spettacolo dovrebbe vederlo tra un mesetto e a quell'idea io già mi preoccupo. Io sono come Robert Redford (che è sempre una bella frase da scrivere): sono decenni che faccio questo mestiere, ma mi dico sempre che un giorno o l'altro arriverà uno dell'EICF, l'Ente Internazionale Contro le Frodi, mi batterà un dito sulla spalla, da dietro, e appena mi sarò girato verso di lui mi dirà: "Basta. Abbiamo capito che sei tutto una frode, che non sei capace di far niente. Tornatene a casa". Spero tanto che Camilleri non sia un funzionario dell'EICF.
Creare un nuovo spettacolo è come aver voglia, per mesi, certe volte per anni, di condividere qualcosa che si ama e di avere paura di non riuscirci. Te l'immagini? Vuoi far vedere una cosa bellissima, che ti ha cambiato la vita, a qualcuno a cui vuoi bene e lui, o lei, la guarda e ti dice: "Mmmhhh, bellino". Roba da andarsene subito ad arruolarsi nella Legione Straniera.
Questa volta la Legione aspetterà. La cosa più bella dopo le prime tre rappresentazioni è stato il numero di persone che mi hanno detto che si erano commosse. Sembra poco, ma commosso non è una parola che si usa a teatro. Al cinema sì, ma non a teatro. Anzi, per un certo numero di teatranti quella è una brutta parola, come se fare teatro dovesse per forza voler dire sconcertare, magari provocare, interessare, spingere alla riflessione, ma comunque non commuovere. Sarò un uomo d'altri tempi, ma a me quella parola piace proprio, perché se ti commuovi lo fai con chi ami, con chi ami anche solo per un momento, ma comunque con chi condividi qualcosa di intenso e di profondo. E allora grazie di cuore a tutti quelli che quella parola me l'hanno detta senza esitare, senza averne paura, da amici. Creare un nuovo spettacolo è sperare, contro ogni probabilità, che qualcuno alla fine ti dica quella parola. E allora, grazie a chi l'ha fatto.

lunedì 19 maggio 2014

Logica protozoica

Il protozoo Mixotricha paradoxa
 
Le sparate quotidiane di Beppe Grillo contro gli uni e contro gli altri, contro chiunque non sia seguace di Beppe Grillo, sembrano non avere più limiti.
Oggi il sito del pregiudicato genovese (visto che non solo Berlusconi, ma anche lui è un pregiudicato, condannato a 14 mesi con la condizionale per omicidio colposo) ospita uno scritto di tale non meglio identificata Eleonora, che parla delle celebrazioni per l'anniversario della battaglia di Montecassino. "Un commento lasciato sul blog mi ha fatto molto riflettere", ci informa il comico sulla sua pagina Facebook.
Di cosa si tratta? Come lo fa notare l'Huffington Post, lo scritto di Eleonora si ispira almeno in parte a un articolo apparso sul sito http://www.controinformazione.info/. Ci vado, su quel sito, lo apro e subito mi appare il primo titolo: La CIA coordina neo nazisti e Jihadisti. Ovviamente non è l'articolo che cerco e che infatti viene subito dopo. Intitolato La Storia scritta dai vincitori a Montecassino non permette che si parli dei loro crimini, è firmato "Redazione". Tanto per curiosità torno sul primo articolo, per vedere se anche quello è firmato "Redazione" e vedo che è firmato da Thierry Meyssan.
E qui mi cadono i testicoli, perché un sito d'informazione, seppur contro, che ospita un articolo di Thierry Meyssan non è assolutamente credibile. E perchémmai?, mi chiederà l'ignaro lettore che nulla sa di questo Carneade trasalpino. Mò te lo spiego.
Thierry Meyssan è uno, tanto per inquadrarlo subito, che sostenne che poco prima della caduta di Gheddafi una nave della NATO organizzò uno sbarco a Tripoli di combattenti di al-Qaida posti sotto il comando di ufficiali della stessa Nato.
Dapprima cattolico integralista, Meyssan si sposò, poi si scoprì omosessuale, poi fu espulso dall'associazione Gais pour la liberté, ovvero Gays per la libertà, nonché dalla ILGA, International Lesbian and Gay Association. Nel 1994 fondò il Réseau Voltaire, associazione che, tanto per dirne una, accusò gli Stati Uniti di aver provocato il terremoto di Haiti usando una non meglio precisata arma sismica. Divenne personaggio pubblico nel 2002 con la pubblicazione di L'effroyable imposture, ovvero La spaventosa impostura, libro nel quale affermava che gli attentati dell'11 settembre erano stati organizzati dal "complesso militaro-industriale" americano, la cui volontà era di imporre un regime militare negli Stati Uniti. Il libro, tradotto in 27 lingue, suscitò approvazioni tanto dal giornale neocomunista ungherese Népszabadság che dal cileno La Tercera, che si era distinto in passato come feroce oppositore di Allende e supporter di Pinochet.
Cosa afferma Meyssan nel suo libro? Per esempio, che, in barba ai 150 testimoni che videro un Boeing 757 cadere sul Pentagono, quell'aereo in realtà precipitò su un'area disabitata a 500 km. da Washington (e tutto fu messo a tacere), mentre sul Pentagono fu un missile a cadere. Per esempio n° 2, che le torri gemelle furono dinamitate da ingenieri specializzati. Per esempio n° 3, che la distruzione delle stesse torri (organizzata da Bush, ovvio) è paragonabile all'incendio del Reichstag organizzata da Hitler.
E mi fermo qui. O magari no: aggiungo che secondo questo malato della cospirazione, negli attentati di Londra e Madrid ci sarebbero state complicità nelle polizie inglese e spagnola, mentre il massacro di Belan, Ossezia del Nord, che causò la morte di centinaia di persone, tra le quali 186 bambini, fu anche quello organizzato dalla CIA.
Non fraintendermi: non è che confonda la CIA con i frati camaldolesi, o gli Stati Uniti con il club degli amici della Nutella. Ma accordare una qualsiasi credibilità a baggianate del genere significa conoscere gli Stati Uniti e soprattutto gli americani, molto, ma molto meno di quanto io conosca i meccanismi riproduttivi del rhizostoma pulmo o della phopilema nomadica, che sono due meduse il cui nome ho appena scovato su Wikipedia e la cui vita mi interessa quanto il colore e la consistenza della cacca di Dudù.
Cosa intendo dire con tutto questo? Che gente che se ne viene fuori citando come fonti attendibili degli organi di stampa che pubblicano articoli di Meyssan e gente che mi dice che quel tipo di informazione "fa molto riflettere" dimostra di avere un livello intellettuale paragonabile a quello di un'amoeba proteus, che sempre Wikipedia m'informa essere un protozoo. E mi dico: ma è mai possibile che uno che pretende che internet sia sinonimo di libertà e di democrazia dimostri poi di ragionare come un protozoo? Ed è mai possibile che ci sia tanta gente che lo prende sul serio?
Sì, lo so, è possibile. E questo mi riempie di un'infinita tristezza.
 

martedì 6 maggio 2014

Al di là dalla fotografia convenzionale

L'Autographer
 
No, non ero morto. Se non ho più scritto niente su questo blog dal 23 febbraio scorso è solo perché non avevo niente da dire, o se ce l'avevo non avevo voglia di dirlo. Oppure, più semplicemente, mi sono preso una pausa. Belle cose, le pause. Necessarie. Salutari.
Ma rieccomi. Oggi non ce l'ho proprio fatta a tacere.

Che la stupidità umana non abbia limiti è cosa che solo i più stupidi ignorano. Eppure, nonostante il carattere lapalissiano di questa sconcertante constatazione, la stupidità spinta all'estremo non finirà mai di stupirmi.
Questa mattina è stata la scoperta dell'esistenza di una nuova macchina fotografica, ma ancor più la lettura degli argomenti che incitano al suo acquisto, a farmi cadere la mascella sul pavimento in cotto. L'oggetto della mia rovina mentale (nel senso che la caduta della mascella mi ha rovinato il mento) porta il dolce nome di Autographer. È prodotto dalla casa britannica OMG (Oxford Metric Group), che, presentandosi sulla prima pagina del suo sito ufficiale, ci informa di lavorare per migliorare le (nostre) vite in molti modi diversi, applicando la sua incredibile tecnologia per trovare migliori soluzioni ai problemi del mondo vero (better solutions for real-world problems). Non è chiaro quali soluzioni porti l'Autographer, né quale sia quel mondo vero, ma di certo non è il mio.
Ma che cos'è 'sto Autographer? È una piccola macchina fotografica munita di clip che uno può fissarsi alla cintura, o nel taschino della camicia, o magari su una fascia dello zainetto e che poi fa foto da sola quando vuole lei. Se proprio vuoi saperlo, ha un fuoco fisso (3mm./f3,2) con una lente che offre un angolo di 136°. Scatta foto quadrate in formato jpeg con una profondità di campo praticamente illimitata, visto che va da 30cm. all'infinito. Non ha una scheda estraibile, ma una memoria di 8GB che pare le permetta di registrare nientepopodimeno che 27.000 immagini in 12 ore di uso continuo e ha naturalmente un GPS integrato (e ci mancherebbe altro!). È possibile parametrarla per farle scattare 240, oppure 360 foto all'ora, cioè una foto ogni 15 oppure 10 secondi. Inutile dire che può collegarsi via Bluetooth con un computer o un telefonino "intelligente".
Avrai capito che per il tuo problema c'è ormai una soluzione: se hai bisogno di scattare 27.000 foto in dodici ore devi assolutamente comprarti un'Autographer. La trovi negli Stati Uniti per 400$ e in Gran Bretagna per 400£ (tra 287 e 487€).
Dato per scontato, ci dice l'informazione pubblicitaria, che è divertente catturare e poi rivedere le tracce visive di dove sei stato e di cos'hai fatto (come guidare la macchina, partecipare a un avvenimento familiare,o andare al parco-giochi con i bambini... (Stop! Mi spiegate cosa c'è di scontato nel trovare divertenti cose simili?), e che è cool poter selezionare e condividere porzioni di questa narrativa in corso attraverso i social media, la posta elettronica, ecc... (Ri-stop! Ma è davvero così cool condividere il fatto che tra le 8 e 25 e le 9 e un quarto hai guidato la macchina? Ma stiamo davvero impazzendo?
E siamo sicuri che l'Autographer non sia tanto una macchina fotografica, quanto un'esperienza che ci porta molti passi al di là dalla fotografia convenzionale? Ma che cacchio vuol dire?
Fotografo ergo sum è diventato il motto preferito del cittadino del mondo con quel minimo di reddito che gli permette di comprarsi una macchinetta fotografica da quattro soldi o un telefonino qualsiasi. Non fotografare e non far girare il più possibile le proprie fotografie su internet è come non esistere. La fotografia è diventata l'alfa e l'omega dell'esistenza. Soprattutto se quell'esistenza è vuota come una poesia di Sandro Bondi.
Un mesetto fa ero ad Amsterdam, davanti a quattro meravigliosi piccoli Vermeer che non vedevo da anni (il quinto, La ragazza dall'orecchino di perla, era in mostra a Roma). Avrei voluto guardarmeli con calma, quei Vermeer, gustarmeli, godermeli. Ma non c'è stato verso. Prima, per arrivarci, ho dovuto sgomitare nei fianchi di tre canadesi, cinque israeliani e tre olandesi; poi, quando finalmente stavo guardando La lettera d'amore, sono stato circondato e rapidamente sopraffatto da decina di braccia tese, braccia giapponesi, cinesi, americane, francesi, italiane, ognuna portatrice di uno strumento fotografico che cercava a tutti i costi di fissare un'immagine che sarebbe comunque risultata mille volte peggiore di quella che i proprietari delle braccia in questione avrebbero potuto procurarsi per un euro al negozio del museo, in formato cartolina. Il quadro era sotto vetro naturalmente, ma molti fotografavano col flash! E nessuno, dico NESSUNO di quegli idioti che aveva passato almeno trenta secondi per raggiungere la posizione tanto ambita ne ha poi passati più di dieci a guardare il quadro.
Ma ormai tutto questo fotografare convenzionalmente è naturalmente reso obsoleto dalla possibilità di vivere un'esperienza che ci porta molti passi al di là della fotografia convenzionale. Già, perché una volta scattate le foto, l'Autographer ti offre la possibilità di montarle in sequenza e di rivivere così ciò che hai vissuto. Non ci credi? Guarda la dimostrazione pubblicata dal sito Expert Reviews. Guardala e piangi. O ridi, come vuoi. Guardala qui per 1 minuto e 27 secondi.
Strabiliante, no? Non credo ti fosse capitato spesso di vedere qualcosa di altrettanto idiota. Potresti almeno ringraziarmi.
Ma forse l'Autographer una sua ragione d'essere ce l'ha: forse il suo ruolo è proprio quello di mettere in chiaro la differenza tra fotografia e idiotografia.
Mi piacerebbe credere che non importa se la seconda domina ormai quantitativamente sulla prima. Ma, ahimé, non è così. Perché poi arriva sempre il momento in cui uno vorrebbe guardarsi un Vermeer in pace e non può.

domenica 23 febbraio 2014

Caro Mattia

Val di Susa


Caro Mattia,

non ti conosco. Ma conosco tuo padre. Lui ha qualche anno più di me, non mi ricordo mai quanti. Io ne avevo quattordici o quindici quando ci siamo conosciuti, a Bellaria. È lui che mi ha fatto ascoltare per la prima volta Bob Dylan. L'LP era Freewheelin', quello con Blowin' in the Wind e Masters of War. Era rimasto al sole, sul lunotto posteriore della '600 di tuo nonno e aveva assunto una forma tutta ondulata. La voce di Dylan, che già di suo sembrava un mucchietto di sassi che scivolavano dentro un tubo inclinato di PVC, pareva venire dall'interno di una lavatrice sul programma cotone delicato, 40°. Una meraviglia. Momenti indimenticabili.
Forse uno o due anni dopo, tuo padre dormiva in una stanza separata dalla casa, non ricordo più bene dove. Io ero mattiniero, lui no. Andavo a svegliarlo, lui apriva un occhio, mi guardava, dubbioso, e invariabilmente diceva "Tanto, un giorno vale l'altro". Poi si alzava. Ammiravo molto il suo esistenzialismo dandy.
Eravamo pacifisti, molto pacifisti. Io avevo una chitarra Eko da due lire sulla quale avevo scritto No more war. All'epoca non sapevo ancora che Woody Guthrie, sulla sua, ci aveva scritto This machine kills fascists. Una sera eravamo in spiaggia, Paolo e io, a cantare, da soli, seduti per terra, con la schiena contro le cabine. Si sono avvicinati quattro ragazzotti, cominciando a provocarci. Come sai, tuo padre credo che viaggi al di sotto del metro e settanta, mentre io, una quindicina di centimetri di più, all'epoca i 60 chili li vedevo da lontano. Ero sicuro che ci avrebbero dato una manica di botte. Allora abbiamo continuato a cantare We shall overcome, facendo finta di niente. Dopo un po' quelli se ne sono andati, lasciandoci in pace. Una grande vittoria per la non-violenza mondiale.
Ti racconto queste cose perché non so bene cosa dirti d'altro, non ti conosco. Ma so che sei in galera, accusato di terrorismo. Pare che in Val di Susa tu abbia fatto una brutta cosa. Sì, lo so, non hai dirottato un Airbus 380 con l'intenzione di schiantare 500 passeggeri sul Duomo di Torino nella segreta quanto inaccettabile speranza di dare fuoco alla Sacra Sindone, però hai danneggiato un compressore.
A dirti la verità, non so nemmeno bene cosa sia un compressore. Io mi intendo di teatro di marionette e magari anche un po' di patafisica, ma molto poco di compressori. Però dubito che qualcun altro, a parte te e i tuoi amici, sia mai stato accusato di terrorismo per averne danneggiato uno, almeno in uno dei pochi Paesi democratici del mondo. Mi viene quasi da ridere, o almeno da sorridere, ma capisco che la cosa possa non suscitare in te lo stesso effetto, dal fondo della tua cella nel carcere di Alessandria.
Questa cosa del TAV, io l'ho seguita molto poco. Non so nemmeno se si dice il TAV, in quanto acronimo di Treno ad Alta Velocità, oppure la TAV, in quanto TAV Spa. Sono tornato in Italia pochi anni fa, dopo aver passato quasi tutta la mia vita adulta fuori, e ci sono cose sulle quali ho recuperato il ritardo e altre no. Siccome non mi piace parlare di ciò che non conosco e siccome, non essendo né un politico, né un conduttore di talk-show, non mi sento in obbligo di avere un'opinione su tutto, ammetto che del TAV non sono molto. Ho solo una vaga impressione di qualcosa che è andato marcendo poco a poco, di posizioni che si sono irrigidite e di dialogo impossibile.
Ma non è questo il punto.
Che tu e i tuoi amici abbiate ragione o torto, che la vostra azione contro il compressore fosse o no la cosa giusta da fare (ho il forte sospetto che non lo fosse), resta quella marca d'infamia assoluta, quell'accusa di terrorismo. E le parole contano, sempre.
Nella mia vita mi sono trovato a lavorare in molti Paesi del mondo. Paesi dell'ex-blocco sovietico, Paesi tra i più miseri dell'Africa, Paesi dittatoriali come la Birmania, la Guinea e la Bielorussia. Ho perfino passato qualche mese a Sarajevo, durante l'assedio, a giocare al coniglio con i cecchini serbi. In tutte quelle occasioni la cosa più strabiliante è sempre stata scoprire quanto fosse facile vivere in quelle condizioni. Non era facile mangiare, dormire, vivere la vita quotidiana, naturalmente. Ma era facilissimo essere uomini. Avere una dignità. Avere una speranza. Avere voglia di partecipare a qualcosa di positivo. Erano situazioni nelle quali era così ovvio chi stesse dalla parte giusta e chi dalla sbagliata che vivere era facile. E ogni volta che tornavo indietro, in Europa, da un lato mi dicevo quanto fosse più difficile vivere qui, nel grigiore dei mezzi toni e dei dubbi, ma dall'altro non potevo fare a meno di pensare che nascendo qui avevo vinto il biglietto della lotteria, nascendo in questo grigiore nel quale ci arrovelliamo tanto spesso il cervello per capire da che parte stare e poi siamo tanto spesso delusi da noi stessi, dalle decisioni che abbiamo preso e dalle scelte che abbiamo fatto. Vivere in questo posto dove comunque non rischiamo di servire da conigli a un cecchino e se danneggiamo un compressore paghiamo per ciò che abbiamo fatto senza bisogno di pagare anche per la distruzione della biblioteca di Alessandria e l'invasione degli Unni.
Sono certo che per te in questo momento è diverso. Non so quale sia la soluzione che hai trovato per non lasciarti divorare dall'insopportabile umiliazione e dalla solitudine. Immagino che ti sarai ripetuto mille volte che sei stato un idiota ad andare o a non andare in un certo posto un certo giorno, a fare o a non fare una certa cosa, a dirne o a non dirne un'altra. Ti immagino anche indurito, perché devi stringere i denti e perché quel che ti manca è la dolcezza, lì dentro, comunque, sempre.
Ma sono solo cose che immagina uno che se ne sta seduto in tinello davanti al suo computer e che tra poco deve andare a Firenze a vedere uno spettacolo.
Mattia, non so cosa succederà, né come tu ne verrai fuori. Tuo padre mi ha detto che hai 29 anni, non sei un ragazzino, anche se sei più giovane dei miei figli. Ti auguro di riuscire a uscirne bene. Te lo auguro di tutto cuore. Ti auguro di non venirne fuori disgustato e rotto, ma intero e pieno di quella generosità che credo ti abbia spinto all'inizio a sostenere questa causa.
Non credo che viviamo in un Paese dove tutto è merda, anche se ce in giro ce n'è tanta. Non credo che non abbiamo un futuro. Non lo credo anche perché siamo in tanti, ognuno a modo suo, a rifiutarci di crederlo e a continuare a partecipare e ad agire.
La cosa di cui ti accusano, quella parola, terrorismo, è una delle più infamanti che si possano immaginare. E forse la lotta vera, oggi, in questa Italia, è proprio quella delle parole, che spariamo a vanvera, gli uni e gli altri, senza ritegno, accusandoci mutualmente di tutti i mali e di tutti gli orrori, capaci solo di gridare e non più di ascoltare. Oh, stai tranquillo, lo so bene che se per tutti è difficile ascoltare, per molti è semplicemente impossibile, sempre. Non sto dicendo che è tutto uno schifo, ma esattamente il contrario.
Forse ciò che sto dicendo è che tutti noi che siamo qui fuori, anche se magari non proviamo una spontanea e immediata simpatia verso chi va a distruggere un cacchio di compressore, qualunque cosa sia, dobbiamo sentirci fieri dell'impegno che lo ha portato, con altri ragazzi, giovani e meno giovani, a difendere una valle e i suoi abitanti, a difendere promesse ricevute e poi mai mantenute, ad opporsi a un potere e a una burocrazia troppo spesso così cinici, ciechi e inumani.
Così, anche se non me la sento di escludere che tu i tuoi amici abbiate fatto una cazzata (ma non ne so abbastanza per farmene un'idea), anche se magari quella cazzata fosse degna di una punizione, compresa una pena carceraria, voglio dirti che la mostruosità e la dismisura della parola usata per accusarti sono tali da non lasciare alcun dubbio su come pensarla adesso. Per questo voglio esprimerti tutta la mia solidarietà e, se accetti l'abbraccio di uno sconosciuto, ti offro volentieri pure quello.
Non diamogliela vinta, Mattia. Non abbassiamoci ad accettare le loro regole di combattimento.
Noi, qui fuori, oggi, abbiamo bisogno di te almeno quanto tu hai bisogno di noi. Lo so che rischio di metterti ancora più pressione addosso, ma è così: è importante che tu esca di lì il prima possibile, visto che tutto il tempo che ci hai già passato mi pare abbastanza non per uno, ma per una buona dozzina di compressori; ma è ancora più importante che tu ne esca bene, con dignità, non come uno che ha vinto o che ha perso qualcosa, ma come... non so bene nemmeno io come. Questo sarai tu a doverlo capire e trovare. Quello che ti auguro è di trovare presto il modo, una volta fuori, di non restare quello-che-è-stato-in-galera-per-la-TAV. Quella sì che sarà una battaglia da vincere. Auguri.
Ti saluto.
Massimo

Per chi non l'avesse già letta sulla mia pagina Facebook, ecco anche la lettera che mi aveva mandato il mio amico Paolo, chiedendomi di diffonderla:


In queste settimane avete sentito parlare di loro. Sono le persone arrestate il 9 dicembre con l’accusa, tutta da dimostrare, di aver assaltato il cantiere Tav di Chiomonte. In quell’assalto è stato danneggiato un compressore, non c’è stato un solo ferito. Ma l’accusa è di terrorismo perché “in quel contesto” e con le loro azioni presunte “avrebbero potuto” creare panico nella popolazione e un grave danno al Paese. Quale? Un danno d’immagine. Ripetiamo: d’immagine. L’accusa si basa sulla potenzialità di quei comportamenti, ma non esistendo nel nostro ordinamento il reato di terrorismo colposo, l’imputazione è quella di terrorismo vero e volontario. Quello, per intenderci, a cui la memoria di tutti corre spontanea: le stragi degli anni 70 e 80, le bombe sui treni e nelle piazze e, di recente, in aeroporti, metropolitane, grattacieli. Il terrorismo contro persone ignare e inconsapevoli, che uccideva, che, appunto, terrorizzava l’intera popolazione. Al contrario i nostri figli, fratelli, sorelle hanno sempre avuto rispetto della vita degli altri. Sono persone generose, hanno idee, vogliono un mondo migliore e lottano per averlo. Si sono battuti contro ogni forma di razzismo, denunciando gli orrori nei Cie, per cui oggi ci si indigna, prima ancora che li scoprissero organi di stampa e opinione pubblica. Hanno creato spazi e momenti di confronto. Hanno scelto di difendere la vita di un territorio, non di terrorizzarne la popolazione. Tutti i valsusini ve lo diranno, come stanno continuando a fare attraverso i loro siti. E’ forse questa la popolazione che sarebbe terrorizzata? E può un compressore incendiato creare un grave danno al Paese?

Le persone arrestate stanno pagando lo scotto di un Paese in crisi di credibilità. Ed ecco allora che diventano all’improvviso terroristi per danno d’immagine con le stesse pene, pesantissime, di chi ha ucciso, di chi voleva uccidere. E’ un passaggio inaccettabile in una democrazia. Se vincesse questa tesi, da domani, chiunque contesterà una scelta fatta dall’alto potrebbe essere accusato delle stesse cose perché, in teoria, potrebbe mettere in cattiva luce il Paese, potrebbe essere accusato di provocare, potenzialmente, un danno d’immagine. E’ la libertà di tutti che è in pericolo. 
E non è una libertà da dare per scontata. 
Per il reato di terrorismo non sono previsti gli arresti domiciliari ma la detenzione in regime di alta sicurezza che comporta l’isolamento, due ore d’aria al giorno, quattro ore di colloqui al mese. Le lettere tutte controllate, inviate alla procura, protocollate, arrivano a loro e a noi con estrema lentezza, oppure non arrivano affatto. Ora sono stati trasferiti in un altro carcere di Alta Sorveglianza, lontano dalla loro città di origine. Una distanza che li separa ancora di più dagli affetti delle loro famiglie e dei loro cari, con ulteriori incomprensibili vessazioni come la sospensione dei colloqui, il divieto di incontro e in alcuni casi l’isolamento totale. Tutto questo prima ancora di un processo, perché sono “pericolosi” grazie a un’interpretazione giudiziaria che non trova riscontro nei fatti.

Questa lettera si rivolge: 
Ai giornali, alle Tv, ai mass media, perché recuperino il loro compito di informare, perché valutino tutti gli aspetti, perché trovino il coraggio di indignarsi di fronte al paradosso di una persona che rischia una condanna durissima non per aver trucidato qualcuno ma perché, secondo l’accusa, avrebbe danneggiato una macchina o sarebbe stato presente quando è stato fatto.  
Agli intellettuali, perché facciano sentire la loro voce. Perché agiscano prima che il nostro Paese diventi un posto invivibile in cui chi si oppone, chi pensa che una grande opera debba servire ai cittadini e non a racimolare qualche spicciolo dall’Ue, sia considerato una ricchezza e non un terrorista. 

Alla società intera e in particolare alle famiglie come le nostre che stanno crescendo con grande preoccupazione e fatica i propri figli in questo Paese, insegnando loro a non voltare lo sguardo, a restare vicini a chi è nel giusto e ha bisogno di noi.
Grazie
I familiari di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò