venerdì 9 novembre 2012

Tutta la verità su Obama

…E quindi Obama è stato rieletto.
Ma hanno proprio fatto bene, gli americani? Non è che questo Barak sia un tipo pericoloso?
Il bimestrale Mother Jones, rivista decisamente “di sinistra” (anche se l'espressione va sempre messa tra virgolette quando si parla del paese di Benjamin Franklin e Tiger Woods), ha fatto una lista delle principali accuse mosse negli ultimi anni al primo presidente nero della storia. Ecco le principali:
Obama, in segreto, è musulmano. Quest'accusa è forse la più vecchia, poiché è sbucata dopo il discorso che Obama fece alla convention democratica del 2004. Il principale propagatore è stato Avi Lipkin, alias Victor Mordecai, giornalista ultraconservatore israelo-americano.
Obama vuol fare immigrare verso gli Stati Uniti cento milioni di musulmani. Anche questa “notizia” viene da Lipkin.
Obama ha aiutato i mujaheddin afghani. È il simpatico pastore di Harlem James David Manning che ha sostenuto che Obama è stato agente della CIA e che come tale ha dato soldi a quei Mujaheddin che sono poi diventati fedeli di Osama Bin Laden. È lo stesso pastore che aveva definito la madre di Obama “spazzatura bianca” perché aveva avuto un figlio da un nero fuori dal matrimonio. È lo stesso (non ancora) pastore che ha fatto tre anni e mezzo di prigione per rapina, furto con scasso, possesso d'armi e altre bazzeccole, quisquilie e pinzillacchere.
Obama è una marionetta nelle mani della Fratellanza Musulmana, che è il più influente organismo politico di opposizione in numerosi paesi arabi. Questa fine analisi la dobbiamo a Franklin Graham, figlio del televangelista Billy che fu, tra l'altro, ottimo amico di Richard Nixon.
Obama ha ridecorato l'ufficio ovale in stile mediorientale, come l'abbiamo tutti notato da quattro anni a questa parte in tutti i video e foto ufficiali. Chi non ricorda Mario Monti attaccato alla canna del narghilé mentre Michelle Obama gli fa la danza del ventre?
Obama ha sposato un pakistano, probabilmente perché una pakistana sarebbe stato un po' poco. Grazie a Jerome Corsi per questa strabiliante ma interessante notizia. Ricordiamo che lo stesso Corsi aveva definito Martin Luther King un “artista del ricatto”.
La fede che Obama porta al dito ha un'iscrizione all'interno: “Non c'è Dio al di fuori di Allah”. Non si sa bene chi abbia lanciato questa voce, che però ha circolato a lungo e continua a circolare su internet.
Obama è pagato da un principe saudita. Grazie ancora a Jerome Corsi per questa importante rivelazione, corroborata dal fatto che il buon Barack ha fatto un inchino davanti ad Abd Allah, sultano dell'Arabia saudita, e che non l'ha certo fatto per educazione.
Obama è nato in Kenya. L'accusa può sembrare stravagante se si ignora che la costituzione americana stabilisce che il presidente deve essere nato americano. Da questa accusa ne derivano altre due: Obama ha falsificato il suo certificato di nascita e, un pochino più grave, anche se nettamente più divertente, Obama ha ammazzato la nonna, alle Hawai, perché la povera donna sapeva la verità.
Obama ha perso la cittadinanza americana durante gli anni d'infanzia passati in Indonesia. Corsi, sei un grande!
Obama ha fatto parte del movimento dei Black Panthers. La “prova” è questa foto dei primi anni '70 nella quale un'anonima photoshoppatina ha sostituito il volto di Huey Newton, uno dei fondatori dei Black Panthers, con una del giovane Barak.


(credo che sia uno dei link più lunghi della storia dei link).
Obama è il figlio di Malcolm X. Ce lo spiega una tale Pamela Geller, peraltro fondatrice del gruppo Stop all'islamizzazione dell' America, che la Lega anti-Diffamazione ha definito come un hate group, ovvero gruppo che sparge odio.
Obama è il figlio di Frank Marshall Davis, un giornalista, scrittore e poeta “di sinistra” (sempre tra virgolette) morto ad Hawai, dove Obama è nato (o perlomeno fa finta di esserlo). Mmmmmh...
Sia il babbo che la mamma di Obama erano comunisti. Non solo i comunisti si accoppiano sempre e solo tra di loro, ma, si sa, il comunismo è notoriamente una malattia ereditaria.
Obama ha ricevuto un addestramento speciale per far cadere il governo americano. È un certo Andy Martin, grande fan delle teorie della cospirazione, che l'ha spiegato su Fox News.
Obama ha fatto togliere la bandiera americana dall'aereo presidenziale, anche se, a dire il vero, nessuno sembra essersene accorto.
Obama ha regalato sei isole alla Russia. Peccato che le isole Bennet, Henrietta, Jeannette, Wrangle, Herald e Copper, tutte nettamente più vicine alle coste russe che a quelle dell'Alaska, siano state date, o restituite, come uno preferisce, alla Russia durante la presidenza di George W. Bush.
Obama ha provocato la crisi finanziaria cercando di forzare le banche americane a prestare soldi all'Africa. Non incominci a trovarlo un po' subdolo anche tu, questo kenyota?
Obama ha provocato la fuga di petrolio dalla piattaforma BP che ha inquinato le coste del sud degli Stati Uniti. Il che, diciamolo pure, è una vera porcata. Tanto più che il gesto faceva parte di un vasto e non meglio precisato piano tutto teso a nazionalizzare le risorse petrolifere e ad aumentare i poteri del governo.
Obama ha provocato il ciclone Sandy qualche giorno prima delle elezioni usando un progetto segreto del Pentagono per la modifica delle condizioni climatiche. Cachicchio, e chi l'avrebbe mai detto?
Obama si è inventato la morte di Bin Laden. Ovviamente: dove sono le foto, eh? E i video?
Obama è un ipnotizzatore di massa. Se non ci credete, sappiate che ne ha parlato anche Rush Limbaugh, l'animatore della trasmissione radiofonica più ascoltata in tutti gli States.
Obama non sa scrivere e per questo si fa sempre scrivere tutto da altri, da sempre: anche le sue lettere d'amore da ragazzo se le faceva scrivere da un amico. Vergogna!!!
Attenzione però: una poesia Obama l'ha scritta, in gioventù. Ed è proprio in quella poesia che parla degli ebrei come di scimmie sottomarine mangiatrici di fichi e che copia versi del Corano.
Obama è gay. E te pareva....
Le campagne elettorali di Obama sono state pagate coi soldi della droga di cui è, ovviamente un avido consumatore.
Obama è l'Anticristo. Ooooh! E finalmente! E ci voleva tanto per arrivarci? Suvvia...
Per essere completi, segnaliamo che le notizie secondo le quali Obama è una lucertola umanoide, oppure Obama è stato su Marte grazie a un progetto segreto della CIA non hanno per ora trovato conferma, anche se non hanno mancato dal creare un certo scalpore (giuro che non me le sono inventate).
Pensa che incubo: ancora quattro anni con uno così...

mercoledì 28 marzo 2012

Un suicidio

EQUITALIA PUÒ UCCIDERE. Questa frase a caratteri cubitali è apparsa oggi sulla pagina Facebook di una mia conoscente in reazione al suicidio di un cinquantottenne immolatosi col fuoco davanti a degli uffici della Commissione tributaria della periferia di Bologna.
Un'altra conoscente ha addirittura pubblicato una foto dell'uomo in fiamme, foto sulla quale l'uomo è perfettamente riconoscibile, accompagnandola con un testo intitolato, in tutte maiuscole, NON FATE FINTA DI NON VEDERE, QUESTA È LA DURA REALTÀ.
La mia prima, spontanea e mentale reazione è stata "non diciamo cazzate…".
La seconda è stata una reazione di sdegno.
Ovviamente non posso che provare compassione per quel pover'uomo, senz'altro oberato dai debiti, che ha commesso un atto così drammatico, doloroso e definitivo. Ma che questo suo atto venga usato in modo così ripugnante è una cosa che mi offende.
Altrettanto ovviamente non sono certo un paladino di Equitalia, tanto meno una quindicina di giorni dopo aver pagato una multa dimenticata quasi il triplo del suo valore iniziale. E sono perfettamente conscio del fatto che il vortice dei debiti possa provocare disperazioni e sconforti tali da spingere qualcuno al suicidio.
Ma innanzitutto trovo ignobile pubblicare una foto come quella. E poi trovo che lanciare anatemi e maledizioni, vedi lezioni di morale completamente sopra le righe sia cadere nella trappola di una società dello spettacolo per la quale esistono solo le emozioni più immediate, a scapito di ogni forma di ragionamento.
La notizia che avevo letto sul giornale mi aveva fatto rabbrividire, come mi fa sempre rabbrividire qualsiasi suicidio dettato dalla disperazione. Ma non per questo condivido l'assurda idea che Equitalia in quanto tale possa uccidere, né accetto che mi si possa accusare di non voler vedere in faccia la “dura realtà” se non partecipo al coro dei biechi guardoni che sembrano incapaci di esprimere un'idea se non dopo essersi avvelenati con immagini raccapriccianti.
Non so chi abbia scattato quella foto, ma so che io non l'avrei fatto. E se anche l'avessi fatto in un momento di debolezza, mi sarei poi affrettato a cancellarla, vergognandomi come un cane.
La strumentalizzazione della sofferenza altrui che serve da carburante alla macchina dell'adrenalina è una delle cose che detesto di più nelle società occidentali. Non solo la foto della “realtà” non serve a niente, ma partecipa attivamente a quel processo di instupidimento e in ultima analisi di anestesia che costituisce il vero pericolo a cui siamo tutti sottoposti. Lo sanno bene i fotografi di guerra, che si trovano continuamente di fronte a dilemmi morali dai quali, per fortuna, la maggior parte escono a testa alta.
E se queste mie parole devono costarmi qualche amico, non importa.

domenica 18 marzo 2012

Una fesseria

Una spigola

Sulla Repubblica di stamattina c'è un intervista di Curzio Maltese al sindaco di Bari Michele Emiliano (http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/03/18/news/emiliano-31750326/index.html?ref=search). La ragione ne è la storia dei regali che costui, ex-magistrato antimafia, avrebbe ricevuto dai fratelli Degennaro, imprenditori recentemente indagati per “reati di corruzione, frode e numerosissimi falsi” (http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=500886&IDCategoria=1).
Secondo Emiliano, si è trattato di un pacco natalizio contenente “quattro spigole e cinquanta cozze”. Notiamo innanzitutto che secondo Il fatto quotidiano del 15 marzo scorso (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/15/appalti-regali-champagne-regali-degennaro-sindaco-emiliano/197447/) le “quattro spigole e cinquanta cozze” erano in realtà “champagne, vino e formaggi, quattro spigoloni, venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, cinquanta cozze pelose, due chili di allievi locali di Molfetta e otto astici”. Lo stesso Emiliano inoltre, in una conferenza stampa (http://video.repubblica.it/edizione/bari/emiliano-e-il-pesce-nella-vasca-da-bagno/90602?video) ha parlato di “una valanga di pesce”. Sua moglie gli avrebbe detto “qui non sappiamo dove metterlo” e lui stesso, incontrando poi uno dei Degennaro, gli avrebbe spiegato: “abbiamo una parte di questo pesce nella vasca da bagno, non sappiamo cosa farne”. Si vede che le spigole si erano incrociate con dei delfini, dando vita a un aberrante modificazione genetica...
Ma non è questo il punto (anche se...).
Il punto è che, da quanto ne so io, Emiliano non mi pare uno in odore di mafia. Forse, come ha detto lui stesso, è solo uno che ha commesso una fesseria e quel regalo ittico-champagno-latticinoso è a migliaia di anni luce dalla casa pagata a sua insaputa al povero Scajola, dai soldi ricevuti dall'avvocato Mills, da quelli intascati da Luigi Lusi e dalle migliaia di mazzette che circolano ogni giorno nel nostro Bel Paese.
Ma il punto vero (ci stiamo arrivando) è che Emiliano dice a Curzi: “Io il processo me lo faccio da solo, visto che non sono accusato di alcun reato. Mi processo davanti a tutti per quattro spigole e cinquanta cozze pelose. (…) Mi condanno. Per leggerezza. Non dovevo accettare quel regalo. (…) Siccome sono una persona perbene, convinta di essere la Madonna del santuario, pensavo che chiunque mi fosse accanto non potesse non essere in buona fede. (…) Sono il primo a non sottovalutare la vicenda. Ho sbagliato. Ma sono stato un fesso, non certo un corrotto. (…) Ripeto che ho sbagliato e me ne sono assunto tutte le responsabilità”.
Quando Maltese gli chiede poi se non sarebbe meglio dimettersi, la sua risposta è “Comodo, ma non giusto. Voglio rimanere fino alla fine, mettere a frutto quello che ho imparato da questa vicenda, guardarmi attorno con più attenzione e fare pulizia, sbattere fuori dal comune di Bari chiunque si sia avvicinato a me per fare i propri affari. Poi potrò passare la mano a qualcun altro. Dubito più onesto, magari più furbo”.
Non so a voi, ma a me tutta questa storia non piace. Che uno faccia “una fesseria” e poi lo ammetta, ok. Che però il processo se lo faccia da solo e che decida di “rimanere fino alla fine” è un chiaro segno del fatto che quell'autoprocesso è risultato in un'assoluzione. E questo non mi sta bene.
Pur con la necessità di non cadere in una specie di isterico giustizialismo, mi sembra che finché andremo avanti a fare distinzioni tra i regali piccoli e quelli grossi, soprattutto se è chi li riceve che si autorizza a farla, questa distinzione, descrivendo magari come “quattro spigole e cinquanta cozze” ciò che altrove si lascia andare a definire come “una valanga di pesce” (dimenticando il resto), finché andremo avanti così le acque resteranno torbide. Il discorso secondo il quale ci sono altri che fanno cose molto peggiori può anche essere vero e giusto, però non vi sembra che sia un po' facile quando è usato per assolvere sé stessi? Se il metro con il quale si misurano le colpe, soprattutto le proprie, è sempre quello delle colpe più grandi, commesse da altri, allora è chiaro che tutti ci sentiamo automaticamente in diritto di continuare a pagare in nero, di prestarci a piccole truffe di poco conto, di dimenticare qualche dettaglio nella dichiarazione dei redditi, ecc. ecc. Il fatto che ciò che è piccolo per me sia grande per un altro e che io e quell'altro facciamo parte di una stessa società svanisce nel nulla e implica automaticamente che più uno ha, meno considera come colpa il fatto di ricevere o di dare fuori dalle regole.
Ripeto: non sono favorevole a un modo di pensare e di agire eccessivamente rigorista, credo anzi indispensabile mantenere dei piccoli spazi, se non di illegalità, almeno di para-legalità (cose “diversamente legali”, si direbbe oggi), senza i quali le nostre vite quotidiane sarebbero dominate da un'insostenibile rigidità.
Mi pare però che chi è stato eletto dal popolo ad una carica pubblica debba capire che la dignità del posto che occupa implica un rigore ben più grande di quello al quale deve sottomettersi il semplice cittadino. Mi pare che un eletto del popolo abbia quel dovere di trasparenza assoluta senza il quale le crepe che si vengono a creare nella fiducia della gente verso lo Stato e la cosa pubblica in generale non possono che aumentare giorno dopo giorno.
La domanda che dovremmo farci non è di sapere se Emiliano debba o no dimettersi, ma se il segnale che le sue dimissioni darebbero non sarebbe mille volte più utile a tutti della sua auto-assoluzione. Se Emiliano dicesse “sono stato un fesso, anche se sono un uomo onesto, ma proprio perché sono un uomo onesto mi dimetto”, non solo tutti lo capiremmo, ma tutti lo rispetteremmo, indipendentemente dalla sua appartenenza politica. Che invece dica “sono stato un fesso, ma voglio andare fino in fondo” mi dà fastidio, perché ho l'impressione che porti avanti la stessa, deleteria logica nella quale viviamo da anni e anni. E allora mi dico che Michele Emiliano, uomo onesto, fesso lo è anche e soprattutto adesso. E che forse proprio per questo dovrebbe dimettersi.

venerdì 10 febbraio 2012

Una bella ciaccona




Guardate bene questa foto. L'avete riconosciuto? Lui è Joshua Bell, che iniziò la sua carriera di solista a quattordici anni, nel 1981, con la Sinfonica di Philadephia diretta da Riccardo Muti.

Guardate bene questa foto. È impossibile capirlo, ma il violino è il “Gibson ex-Huberman”, uno Stradivari del 1713. 

Guardate bene questa foto. Neanche questo si vede bene, ma il berretto del violinista porta in rilievo il logo dei Washington Nationals, la squadra di baseball della capitale americana. Quel che si vede è che il violinista porta una maglia senza scritte, che sembra assolutamente qualunque.

Guardate bene questa foto. In primo piano c'è qualcuno in movimento, probabilmente un passante. Ha una giacca gialla e uno zaino blu. Sul fondo c'è un muro grigio, probabilmente di cemento. E quelle due forme blu appena dietro il violinista? Sono semplicemente delle pattumiere, di quelle che si vedono negli aeroporti, o nelle stazioni. 

In una stazione un concertista di fama internazionale suona su uno Stradivari del 1713 mentre c'è gente che passa. Mmmmh...

È successo a Washington, il 12 gennaio del 2007, su iniziativa del Washington Post.
Verso le 8 del mattino Joshua Bell si è messo all'interno della stazione della metropolitana L'Enfant Plaza, nel quartiere dei ministeri. Ha suonato brani delle sonate e partite per violino di Bach per 43 minuti. 1097 persone gli sono passate davanti. La prima che si è fermata per almeno un minuto l'ha fatto dopo tre minuti di musica. Pochi istanti dopo, il primo dollaro è stato messo nella custodia aperta del violino ai piedi di Bell.
In tutto, 7 persone (su 1097) si sono fermate almeno un minuto; 27 hanno messo dei soldi nella custodia; il guadagno totale di Bell è stato di 32 dollari.
Non voglio trarre conclusioni facili e affrettate da questo aneddoto. Mi limiterò a tradurre la parte secondo me più interessante dell'articolo che il Washington Post dedicò all'avvenimento.

Kant prendeva sul serio la bellezza: nella sua Critica del giudizio sostiene che la capacità di apprezzamento della bellezza è legata alla possibilità dell'individuo a dare giudizi morali. Paul Guyer, dell'Università della Pennsylvania, autorevole studioso di Kant, sostiene che secondo il filosofo per apprezzare la bellezza è necessario godere di condizioni ottimali di osservazione.
"Ottimali — sostiene Guyer — non vuol dire dirigersi verso il proprio posto di lavoro, pensare al rapporto che si dovrà fare al capo e magari anche alle scarpe che ci stringono troppo i piedi".
Quindi se Kant avesse visto tanti passanti indifferenti davanti alla prestazione di Joshua Bell in metropolitana?...
"Li avrebbe perfettamente capiti", dice Guyer.
Tutto qui.
Ma non è tutto qui. Per capire davvero quel che è successo bisogna riguardare il video dall'inizio e tornare al momento in cui l'archetto di Bell tocca le corde. 
Un giovane bianco, pantaloni chiari, giacca di cuoio. La trentina. John David Mortensen è quasi alla fine del suo tragitto quotidiano in autobus e metropolitana che da Reston lo porta a Washington. È sulla scala mobile. È una scala lunga, ci vogliono un minuto e quindici secondi per arrivare in cima stando fermi. Quindi, come tutti quelli che passano poi davanti a Bell, Mortensen sente la musica per un lungo momento prima di vedere il musicista. Come la maggior parte dei passanti trova il suono gradevole. Ma contrariarmente alla grandissima maggioranza dei passanti non se ne va via appena arrivato in cima come se Bell fosse un disturbatore da evitare. Mortensen si ferma.
Non che non abbia nient'altro da fare; oggi deve partecipare a una riunione mensile sul budget, che è lungi dall'essere la parte più entusiasmante del suo lavoro: "Dobbiamo rivedere le spese del mese precedente, prevedere quelle del mese a venire, decidere dove andranno gli X dollari di cui disponiamo, quel genere di cose..."
Sul video si vede Mortensen che viene dalla scala mobile e si guarda attorno. Reperisce il violinista, si ferma, se ne va, ma poi si gira. Guarda l'ora sul telefonino — si accorge che ha tre minuti di anticipo — e si appoggia a un muro ad ascoltare.
Mortensen non conosce per niente la musica classica; tutt'al più il rock classico. Ma c'è qualcosa in quello che sente che gli piace davvero.
Per caso è arrivato proprio nel momento in cui Bell inizia la seconda parte della "ciaccona". (La ciaccona è l'ultimo movimento della partita n°2 in re minore per violino di Bach, considerato uno dei pezzi più difficili per violino della storia della musica; la nota è mia). ("È il momento — sostiene Bell — in cui la musica passa dalla chiave minore e oscura alla maggiore con un sentimento di esaltazione religiosa"). L'archetto del violinista si mette a danzare; la musica si fa rapida, gioiosa, teatrale, grande. 
Mortensen non sa cosa voglia dire maggiore o minore: 'Qualsiasi cosa fosse, mi ha dato un sentimento di pace.'
Per la prima volta in vita sua Mortensen si ferma ad ascoltare un musicista di strada. Rimane per i tre minuti che ha a sua disposizione, mentre 94 persone gli passano rapidamente davanti. Quando si allontana per andare a discutere del budget mensile del ministero dell'energia fa un'altra cosa per la prima volta: senza sapere cosa sia successo, ma sentendo che si è trattato di qualcosa di speciale, John David Mortensen dà dei soldi a un musicista di strada.

Tre giorni prima di suonare nella metropolitana di Washington, Bell aveva riempito la sala della filarmonica di Boston, dove un posto costava in media 100 dollari.

 
Non trovando su YouTube la Ciaccona suonata in condizioni “normali” da Bell, vi metto qui la versione di Shlomo Mintz, che mi piace assai: http://www.youtube.com/watch?v=myq8upzJDJc

Già che ci siamo: la ciaccona è all'origine un tipo di danza, forse spagnola, poi una forma musicale (in ¾) derivata da quella danza.

Ancora una frase da usare durante una cena quando nessuno sa più cosa dire: "L'altra sera pensavo a una ciaccona e mi sono detto (ecc. ecc., ad libitum).


mercoledì 8 febbraio 2012

Uno schifo

Jacques Borel

Il classico autolesionismo italiano ci spinge spontaneamente a considerarci inferiori agli altri. In questo siamo il contrario dei francesi, che tendono sempre vedere sé stessi come i primi e i migliori in tutto. I due atteggiamenti sono altrettanto esasperanti e chi, come me, passa da una parte all'altra della frontiera una dozzina di volte all'anno, tende inevitabilmente a smadonnare in mille occasioni, tanto da una parte che dall'altra delle Alpi.

Stamattina sono venuto da Saumur, bella città sulla Loira, a Parigi. Da qualche giorno il termometro non riesce più a salire sopra lo 0 e i due lati dell'autostrada erano coperti di neve.

Mi fermo a un autogrill per mangiare qualcosa. So che è un errore, so che mi metterò a smadonnare, ma uno non ha sempre la possibilità materiale di prepararsi dei panini e magari un termos di caffè prima di partire, allora mi fermo.

Entro. Da una parte c'è il solito spaccio: panini in involucri di plastica, insalate con data di scadenza tra dieci giorni e altre leccornie.

Più in là c'è un caffè. Dietro una vetrina ci sono vari panini. Ho scritto panini in corsivo perché qui la parola è diventata francese: si pronuncia naturalmente paninì ed è sia singolare che plurale: un paninì. C'è anche qualche panino, ma, come sempre, sono tutti off limits per me, vegetariano. Chiedo un paninì au fromage. L'inserviente me lo prende ed è solo allora che noto due cose: la prima è che un cartellino indica panini aux trois fromages; l'altra, che l'unica cosa visibile all'interno del mio paninì aperto come un libro sono tre minuscole fettine di caprino. Ah, dico, ai tre formaggi vuol dire che ci sono tre pezzetti di formaggio? Mais non, Monsieur, c'è anche del bleu (nome generico dato ai formaggi leggermente ammuffiti) e del gruyère (nome altrettanto generico dato ai formaggi senza sapore né odore). Giuro che ho guardato bene e che non ho viste niente. Probabilmente al momento della preparazione il paninì viene fatto passare davanti a due pezzi di formaggio, uno blu e uno senzea sapore né odore, nella vana speranza che riesca, forse per un miracoloso intervento di santa Bernadette di Lourdes, a impregnarsi dei loro peraltro inesistenti aromi.

Smadonno, ma non a voce alta. Il che mi richiede un certo sforzo.

Il paninì viene inserito in uno di quegli aggeggi destinati a scaldarlo, visto che la differenza fondamentale tra un sandwich (che scrivo in corsivo in quanto parola francese, che non sta ad indicare né il sandwich italiano, né quello britannico, entrambi perfettamente commestibili) e un paninì, è che il primo è freddo e il secondo è caldo.

Chiedo quanto fa. Cinq euro dix, Monsieur. Sì, avete capito bene: cinque euro e dieci centesimi per un panino mal cotto di 18 centimetri dentro il quale sono stati posate tre fettine di caprino da supermercato Lidl. Far finta di niente richiede uno sforzo immane, ma ce la faccio.

Aspettando la cottura, visto che è così che la chiamata l'inserviente, la cuisson, mi guardo intorno. Mi dico subito che non prenderò un caffé. Inutile provarci. So che fa schifo. Lo fa sempre, sistematicamente. Perché? Prima di tutto perché i grani di caffé sono troppo tostati e diventano quindi amari. Poi perché le macchine da bar, che sono le stesse che da noi, sono regolate in modo assurdo: hai appena fatto in tempo a chiedere un caffé che già te lo servono. Te ne possono fare quattro o cinque nel tempo che ci vuole a un barista italiano per fartene uno, perché non c'è pressione nella macchina, né peraltro nel caffé stesso, che non viene pressato a dovere. Non c'è la schiumina, non c'è niente. Il risultato è la classica spremuta di calzino. Bevi un caffé e dopo due minuti manco te lo ricordi. Altro che quel sapore che ti porti dietro quando esci dai nostri bar e che ti senti in bocca per dieci minuti e più.

Mi volto dall'altra parte e vedo una scritta: L'espace des Arômes, lo spazio degli Aromi (perché maiuscolo? Non si sa...).

Cosa sarà mai? Una boutique esotica nel bel mezzo di un autogrill? No, no, no, no...

La scritta è a più di due metri di altezza, su un muro dipinto di rosa. Sotto ci sono... (rullano i tamburi!) quattro distributori automatici di caffé e cioccolata. Per solo 1,70€ uno può offrirsi la disgustosa esperienza di una bevanda vagamente marronastra, di sapore indefinibile, che si spaccia per caffé. Io l'ho fatto qualche giorno fa, in un altro autogrill. Ho scelto l'opzione zuccherato. Ebbene, sapete fin dove arriva la perfidia transalpina? Lo zucchero c'è, ma è sul fondo, e non c'è niente di disponibile per mescolare! Se questa non è inciviltà... Se questa non è ignoranza... Se questa non è perversione...

Altra cosa estremamente fastidiosa degli autogrill francesi: non c'è un distributore su tutte le autostrade francesi (dico uno!) che abbia una persona che ti fa il pieno. Non so voi, ma anche in Italia ci sono delle volte che preferisco pagare 2 centesimi di più al litro standomene tranquillamente seduto al caldo invece di uscire a cercare di evitare di versarmi benzina sulle scarpe e di avere poi le mani che sanno di idrocarburo per le due ore seguenti.

E poi mi dico: uno può viaggiare da solo anche se ha una gamba rotta, o altri problemi di deambulazione. Basta che abbia il cambio automatica. Uno può essere vecchissimo e lentissimo eppure riuscire a guidare. Uno può... non lo so io cosa uno può, ma me lo volete mettere qualcuno con su una divisa, che mi fa pagare due centesimi di più ma che però mi evita di fare il benzinaio? E che cacchio!...

Ci si chiede spesso quali siano stati gli individui che hanno veramente cambiato qualcosa, nel bene come nel male, in un dato paese. Non solo Garibaldi, Mussolini e Berlusconi hanno cambiato l'Italia, ognuno a modo suo, ma l'hanno fatto anche Mike Buongiorno, Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. La Francia è stata cambiata da un industriale di nome Jacques Borel che, negli anni 70, ha aperto tutta una serie di autogrill nei quali veniva servito cibo-spazzatura. Non so bene come la cosa si sia sviluppata, ma è un po' come se quel pericoloso germe autostradale si fosse messo a proliferare, valicando impunemente i caselli, invadendo le campagne, tracimando ovunque come una diga che fino ad allora bloccava un immenso lago di merda che, non avendo più alcun ostacolo, ha trasformato un paese rinomato per la sua alta cucina in quello in cui, a meno di spendere da 150 euro in su per persona, vino escluso, si mangia peggio. È veramente imbarazzante.

E buttato giù questo articoletto di sciovinistico patriottismo culinario, me ne vado a riposare perché ho l'influenza. Chissà, magari sognerò un caffé di quelli che mi fa Andrea, al bar sotto casa.

martedì 17 gennaio 2012

In guardia!

Rafael Sabatini

Romanzo storico, romanzo d'avventure, la frontiera tra i due generi è spesso sottile come la leggendaria cartina da sigaretta. Amando entrambi, io me ne faccio un baffo.
Ecco quindi un post non dico vietato, ma almeno sconsigliato agli amanti di Proust, Joyce, Flaubert, Svevo e altri soporifici burloni della loro triste specie, la cui lista, ahimé, sembra continuare ad allungarsi col tempo. Ma lasciamo perdere e parliamo piuttosto di cose serie.

Tutti conoscono Alexandre Dumas, anche se molti non ne hanno purtroppo mai letto una riga, considerandolo a torto (!!!) uno “scrittore per ragazzi”.
Molti conoscono Walter Scott, il padre del romanzo storico, anche se pochi hanno letto Ivanhoe e pochissimi Waverley, considerato appunto il capostipite dei romanzi storici.
In Italia tutti sanno chi era Emilio Salgari (anche se il compatriota di Giulietta e di Romeo non ha certo lasciato una traccia indelebile nella storia della letteratura mondiale).
Ci sono poi altri nomi più o meno conosciuti, come Victor Hugo, H. Rider Haggard, Edgar Rice Burroughs, Jules Verne, Sax Rohmer, ecc.
Ma chi ha sentito parlare di Rafael Sabatini? Praticamente nessuno. 
Grazie al cielo la fortuna è con te, impavido lettore, visto che il tuo scriba blogghista ha scoperto l'esistenza di questo italo-inglese dal nome stranamente ispanico non più di dieci giorni fa e da allora gode come un grillo leggendone uno dei capolavori. Ma andiamo con calma.
Sabatini è nato nelle Marche, a Jesi, nel 1875, da madre inglese e padre italiano, entrambi cantanti d'opera, il che fa di lui un essere d'eccezione, visto che il numero estremamente limitato di scrittori inglesi nati nelle Marche da due cantanti d'opera. La sua gioventù ha dovuto essere abbastanza complicata, soprattutto per quei tempi, visto che dopo aver vissuto per un po' con i nonni materni vicino a Liverpool partì per il Portogallo con i genitori, diventati nel frattempo insegnanti di canto. Qualche anno dopo i tre se ne vennero a Milano, ma da lì il giovane Rafael fu mandato in collegio a Zug, nota capitale dell'eponimo cantone svizzero.
Passata l'adolescenza a Zug (425 m. sul livello del mare, con vista, guarda caso, sul lago di Zug), dove imparò ovviamente il tedesco e il francese, che vennero ad aggiungersi all'italiano, all'inglese e al portoghese che già conosceva, il diciassettenne Rafael partì per Liverpool in cerca di lavoro. Ne trovò come traduttore, ma incominciò subito a scrivere. Scriveva in inglese, non per una qualsiasi dimestichezza o preferenza particolare per quella lingua, ma perché, come disse più tardi “le storie migliori sono scritte in inglese” (il che sembra dimostrare che i francesi non siano i soli a pensare di fare tutto meglio di tutti gli altri).
Come spesso succedeva ai giovani autori della fine '800, Sabatini cominciò a vendere qualche novella a delle riviste, ma è solo nel 1901 che firmò il primo contratto come romanziere. Ne risultò The lovers of Yvonne, opera che secondo lo stesso autore, è assolutamente, se non urgentemente, dimenticabile.
Le cose andarono avanti con molti bassi e pochi alti, anzi pochissimi altucci, fino al 1921, quando uscì Scaramouche.
Chi dice Scaramouche, almeno tra quelli della mia età, o parla del personaggio della commedia dell'arte creato da Tiberio Fiorelli (nel qual caso o è un insopportabile snob, oppure è uno che ha appena fatto una ricerca su Wikipedia), oppure, e molto più probabilmente, parla del film del '52 con il brizzolato Stewart Granger, l'appetitosa Eleanor Parker e il mai troppo invidiato (visto che sposò Audrey Hepburn) Mel Ferrer.
Ma non è tutto: ecco un altro titolo di quelli che suscitano grandi ricordi: Capitan Blood, altro film indimenticabile, con l'australe Errol Flynn, l'eternamente un po' troppo per bene Olivia de Havilland, nonché il sempre splendidamente odioso Basil Rathbone.
Ebbene sì: sia Scaramouche che Capitan Blood, ai quali non esito ad aggiungere Lo sparviero dei mari, sono usciti dalla fervida immaginazione del grande Sabatini.
Signori miei, c'è poco da fare: se volete leggere un libro che vi dà l'impressione di essere al cinema (ed è inutile che facciate gli spocchiosi: chi non ama un grande film d'avventure?); se volete godervi un film che dura più di 250 pagine; se volete ritrovare quel piacere sereno e palpitante che vi ha provocato in passato la lettura di Dumas, allora non esitate, fate come me: leggete Capitan Blood. E se qualcuno osa venire a parlarvi di letteratura minore, sguainate la spada, perbacco!, e infilzatelo come uno spiedino!

lunedì 9 gennaio 2012

Vecchie letterine

Ho passato l'ultimo paio di giorni con mia sorella e mia nipote a finire di svuotare l'appartamento di mia madre, morta qualche mese fa. Come sempre capita in questi casi, mi sono portato via dei pezzi di memoria inattesi, tra i quali alcune letterine che avevo scritto alle elementari.
La prima è del 1956 (avevo sei anni). Sulla busta c'è scritto Al caro Nonno e Zietta!, con un uso un po' fantasioso delle maiuscole, nonché un punto esclamativo finale probabilmente destinato ad attirare l'attenzione.
La lettera dice:

Caro Nonnino e Zia,
Gesù Bambino
Vi sorrida amoroso e Vi
dia anno sereno ricolmo
dei suoi divini favori.
Tanti baci dal vostro
Massimo

Grande testo, naturalmente, caratterizzato da quei Vi pieni di rispetto e da quel ricolmo così caratteristico del vocabolario di un allievo di prima elementare.

Ma ecco che basta un anno e nel 1957 la lettera si fa più lunga e articolata. La busta dice Ai miei cari Genitori, con quella maiuscola che anche qui indica rispetto.

Carissimi,
l'augurio lieto si
ripete fra lo squillar del-
le campane nella letizia
della Santa festa: Buon
Natale!
(Enorme incipit di grande valore letterario, anche se questo squillar delle campane è di solito più pasquale che natalizio. Ma andiamo avanti)
Il mio piccolo cuore è pie-
no d'amore per tutti Voi. (E certo, proprio tutti: sia la mamma che il papà)
Ricevete come espressione di
questo affetto (ma non era amore?) il mio augu-
rio di gioia e di pace.
Gesù Bambino (maiuscolo) Vi benedi-
ca e Vi renda felici; a me
doni la grazia di essere
sempre la vostra consolazio-
ne. (Frase particolarmente tortuosa e criptica, ricca di sottintesi)
Con mille baci e tanto
affetto a Voi ripeto: (caso mai non aveste capito bene) Buon
Natale e Anno (maiuscolo) felice!
Vostro Massimo

Ma passiamo alla Pasqua del 1958, in occasione della quale troviamo:

È Pasqua!
È Pasqua!
Gesù è risorto e con
Gesù è risorta tut-
ta la natura. Gli
alberi hanno co-
minciato a rivestir-
si di foglie e di fio-
ri.
Ascoltate, cari ge-
nitori gli uccellini
come cinguettano e
le rondini come gar-
riscono!
Le campane og-
gi suonano a di-
stesa per annun-
ciare la risurrezio-
ne di Gesù. Tutto è in festa, tutto par-
la di pace!
Ed io cari papà e
mamma, auguro
a voi una santa
Pasqua accompa-
gnata dalle mie
preghiere.
Vostro
aff.mo figlio
Massimo
(Non ho voluto interrompere con alcun commento il meraviglioso ritmo di questa epistola filiale meravigliosamente firmata dall'aff.mo figlio. Notiamo solamente che le campane suonano, come si deve, per celebrare la risurrezione con la i, che forse è meglio di quella con la e)

Qualche mese più tardi, a Natale di quello stesso 1958, così scrivevo con grande spontaneità:

Carissimi genitori,
È Natale!
(Notiamo che nella lettera precedente È Pasqua era scritto due volte)
Natale è la festa più bella dell'anno (pare sia un irrefutabile dato di fatto), perché 1958
anni or sono Gesù Cristo nacque come uomo e Redentore. (Interessante interpretazione dogmatico-sintattica: se Gesù Cristo nacque come uomo vuol dire che già era nato prima come qualcos'altro? Ma Cristo non vuol dire messìa? E non è allora un po' eretico sottindere che Gesù Cristo era già nato prima? Mah...)
in una povera capanna (pleonasmo) di Betlemme povero (notiamo l'assenza di una virgola prima di povero), perché gli
uomini siano sempre modesti. Io devo ringraziare Dio
che vi ha dato la possibilità di mandarmi in questi
tre anni con grande amore; (dove i miei mi avessero mandato in quei tre anni con grande amore resterà per sempre un mistero) chiedo a Dio che vi ten-
ga vivi ancora molti anni (immagino benissimo mio padre che fa le corna sotto il tavolo alla lettura di questo augurio) e che aiuti te papà nel tuo
faticoso lavoro che fai non badando a sacrifici. (Invece tu, mamma, che notoriamente non fai un cacchio dalla mattina alla sera e che dell'aiuto di Dio non te ne faresti niente, stai zitta e non rompere) Vedrai
che un giorno, quando ti troverai davanti al Re dei Re (non nel senso di Negus, ovviamente),
Egli si ricorderà di tutto. (Pur non volendo io sottintendere una Sua natura elefantiaca, il che sarebbe estremamente offensivo, nonché eretico)
A Mezzanotte santa (essendo santa, questa Mezzanotte è ovviamente maiuscola) gli angeli sono scesi sulla ter-
ra cantando: “Gloria a Dio nel più alto
dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.”
Anch'io con le parole dell'angelo (uno qualunque di quelli sopra citati) termino la mia
lettera. (Ed era ora)
Baci affettuosi dal vostro figlio (mi piace molto quel dal)
Massimo

Non so bene di che anno sia la prossima lettera che, pur se indirizzata Ai Miei Cari genitori, incomincia in realtà con Carissimi genitori e cara zia, tenendo conto dell'inevitabile presenza della sorella di mia madre al pranzo di Natale.

Carissimi genitori e cara zia, (che è ovviamente cara e non carissima)
oggi noi ci siamo
riuniti qui per festeggiare il S. Na-
tale. (Notiamo che per la prima volta la lettera è chiaramente destinata a essere letta il giorno stesso di Natale) In questa notte (idem) gli Ange-
li, (che nel frattempo sono diventati maiuscoli) scendendo dal cielo, cantavano
le lodi al Bambino Divino; (che maiuscolo lo è due volte) for-
se non lodi scritte recentemente (saggia osservazione),
ma lodi che già furono cantate
da Davide (che se non sapete chi era, peggio per voi). Al loro canto ange-
lico mi sono destato (sì, io ero uno che si destava, non mi svegliavo come i comuni mortali; anche se qui ci sarebbe da ridire sul passaggio dall'imperfetto al passato prossimo) e mi sono ac-
corto che erano accompagnati dal
dolce suono delle ciaramelle. (Diciamo subito che ho ormai passato i 60 anni, ma che la parola ciaramella ho dovuto andarmela a cercare su Wikipedia. Figuriamoci a 9 anni! Comunque sia, una ciaramella, o pipita, è uno strumento musicale popolare aerofono della famiglia degli oboi con ancia doppia, cameratura conica e senza chiavi. Il che ben sapevo in terza elementare, probabilmente per grazia divina)
Io mi auguro che non ci sia
nessun poverello che bussi oggi
ad una porta invano, (e ci mancherebbe altro!) e che
non ci sia nessuno che covi l'o- (no, non l'ovetto)
dio nel cuore. Natale è la festa
della pace, non la festa dell'odio (che non so bene che giorno sia, ma è un altro).
Gli Angeli cantarono:”... pace
in terra agli uomini di buona
volontà.” (Cioè la stessa canzone che a Pasqua, ma senza Gloria a Dio nel più alto dei cieli, a giudicare dalla lettera precedente. Notiamo ancora uno strano passaggio al passato remoto)
Il mio cuore, anche se piccolo, (quanto pesa un cuore a nove anni? Su internet non l'ho trovato) vi
augura un Buon Natale e un feli-
ce capodanno, uniti a sentimenti
di riconoscenza, di amore e d'af-
fetto sincero. (Perché di amore e d'affetto, non è chiaro)
vostro affezzionatissimo (e quindi non più aff.mo, grazie al cielo, anche se con due z)
Massimo

Non so nemmeno se l'ultima lettera sia davvero cronologicamente l'ultima. Non c'è data e non c'è nemmeno una parola sulla busta. Però all'interno qualche perla c'è.

Carissimi genitori,
Giorno lieto: Ge-
sù è risorto! (Mi piace molto quel Ge, a capo, sù) Le campane
per prime, con i loro squil-
li argentini, lo hanno an-
nunciato al mondo intero. (Chi sia poi venuto per secondo non si sa)
Alleluia, quindi. (Ammettiamolo: Alleluia, quindi è una delle frasi più belle mai concepite da mente umana)
Tutto parla di resurrezione
e di vita. Anche gli uccel-
li dell'aria (precisione necessaria onde evitare ogni confusione con i pinguini) cinguettano
gioiosi standosene sugli al-
beri, o volando. (Quelli sui fili della luce tacciono perché probabilmente infedeli) La pri-
mavera è cominciata già
da otto giorni; (la precisione è sempre una virtù) gli anima-
li caduti in letargo si
risvegliano insieme alla na-
tura che dà gioia a ogni uo-
mo. (Un piccolo eccesso di entusiasmo, forse?...)
Io che devo ricere (sic) per la prima
volta Gesù, (i preparativi per la prima comunione erano già in corso da tempo) voglio diventare più
buono e più sincero.
Ve lo prometto di cuore. (E ne è testimonianza questa lettera, di una sincerità sconvolgente)
Pertanto vi porgo (Siamo giusti: anche Pertanto vi porgo è enorme) i più felici
auguri d'una S. Pasqua. (Eh, no! Intanto d'una è scorretto, visto che l'apostrofo non si deve mettere che nel caso di due vocali uguali; e poi S. invece di Sta. Pasqua no)
Baci affettuosi dal vostro
caro Massimo

E anche a voi, fedeli lettori, sinceri e sentiti auguri per quello che vi fa più comodo.
Mo' però un caffé vado a farmelo.

lunedì 2 gennaio 2012

Buoni propositi




Un breve post, solo per darvi la traduzione dei propositi per l'anno nuovo di Woody Guthrie, gennaio 1942.
Per chi non conoscesse Woody Guthrie: è stato il più grande cantante e autore folk americano. Socialista, sindacalista, ha fatto la guerra in marina portandosi dietro una chitarra sulla quale aveva scritto “Questa macchina uccide i fascisti”. Più notizie su Wikipedia e altrove.

PROPOSITI PER L'ANNO NUOVO
1 lavora di più e meglio
2 lavora seguendo un programma
3 lavati i denti, se ne hai
4 rasati
5 fai bagni
6 mangia bene - frutta, verdure, latte
7 se devi bere, bevi poco
8 scrivi una canzone al giorno
9 metti vestiti puliti - presentati bene
10 lucidati le scarpe
11 cambia calze
12 cambia spesso le lenzuola
13 leggi molti bei libri
14 ascolta molto la radio
15 impara a conoscere meglio la gente
16 tieni la casa pulita
17 non sentirti solo
18 resta contento
19 tieni accesa la macchina della speranza
20 sogna bene
21 intasca tutti gli extra
22 risparmia soldi
23 trovati compagnia ma non sprecare tempo
24 manda soldi a Mary e ai bambini
25 suona e canta meglio
26 balla meglio
27 aiuta a vincere la guerra - batti il fascismo
28 vuoi bene alla mamma
29 vuoi bene al papà
30 vuoi bene a Pete
31 vuoi bene a tutti
32 abbi le idee chiare
33 svegliati e combatti