mercoledì 20 aprile 2011

Uno spreco di pipì

Andres Serrano

Scandalo! In Francia, degli integralisti cattolici hanno distrutto un'opera d'arte! “È il medioevo che torna a grandi passi”, dichiara l'artista. “È un oltraggio a un principio fondamentale, perché la presentazione di queste opere deriva pienamente dalla libertà di creazione e di espressione prevista dalla legge”, tuona il ministro della cultura francese.
Cribbio! È roba grossa... Medioevo, libertà, legge sono paroloni che danno da pensare.
Ma c'è un ma. Il ma è che, a mio modesto avviso, l'opera d'arte in questione merita il titolo di opera d'arte almeno quanto Montserrat Caballé merita quello di anoressica o Kate Moss quello di peso massimo.
L'opera d'arte, quindi: si tratta di Immersion Piss Christ del fotografo newyorkese Andres Serrano. La foto rappresenta un crocefisso di plastica che l'artista ha immerso nel suo piscio, previamente raccolto in un apposito contenitore per vari giorni di seguito.
Vi rassicuro subito: non sono scandalizzato dal fatto che uno si metta a raccogliere la sua pipì per poi immergerci un crocefisso di plastica. Anzi, non me ne frega assolutamenete niente. Che poi uno, fatta questa preparazione cristicourinaria, decida pure di fotografarla mi è ancora più indifferente.
Quel che mi fa girare i santissimi (tanto per restare in materia religiosa) è che si sprechino paroloni come legge, medioevo, libertà d'espressione e opera d'arte per quella che il Rag. Ugo Fantozzi avrebbe semplicemente e saggiamente definito una boiata pazzesca. Quello che mi fa andare in vortice i testicoli è che per questa boiata pazzesca si sia pronti a parlare d'arte.
Ma quand'è che la smetteremo con queste fesserie? Abbiamo davvero così paura di non essere à la page da continuare a sottometterci ai diktat di un mercato dell'”arte” (ormai da mettersi rigorosamente tra virgolette) che da Serrano a Cattelan a Buren a tutta un'altra sfilza di patetici coglioni ci offre prodotti il cui unico scopo sembra essere quello di umiliare il nostro buon senso facendo di tutto per convincerci che se non capiamo l'importanza di questi gesti “artistici” siamo dei buzzurri paleolitici capaci solo di apprezzare le riproduzioni di Degas sulle scatole di cioccolatini?
Non voglio neanche entrare nel tema della provocazione nei confronti di chi in un crocefisso di plastica vede qualcos'altro che una statuetta di plastica di uno inchiodato su una croce. Quella provocazione la trovo talmente idiota, infantile e gratuitamente offensiva che non mi fa né caldo né freddo. Così come trovo idiote, infantili e gratuitamente offensive le prese di posizione di tutti gli integralisti religiosi che mi rifiutano la dignità del mio ateismo. Ma il mio ateismo io non vado a sbatterglielo in faccia gridando bestemmie durante la messa in San Giovanni in Laterano, o durante la predica dell'imam in una moschea o di un rabbino in una sinagoga. Esattamente allo stesso modo non mi verrebbe mai in mente di andare a fare la cacca su una foto di Napolitano davanti al Quirinale, né la pipì sull'ultimo CD di Al Bano sul palcoscenico del festival di Sanremo.
Quand'è che la smetteremo di avere paura di dire chiaramente che quelle “opere d'arte” opere d'arte non lo sono? Quand'è che ci decideremo a non darci più la zappa sui piedi lasciando ai più biechi integralisti l'esclusiva della critica di prodotti puramente mercantili che ci vengono spacciati per quello che non sono?
Mah...

Mia moglie ha quasi trent'anni meno di me e non perde mai un'occasione per farmi notare che se il mondo in cui viviamo è quello che è la colpa è della mia generazione. Al che io le rispondo arrampicandomi sui vetri del mio passato di hippy pacifista che non prevedeva certo un futuro fatto di Papi e veline.
Sta di fatto che la libertà d'espressione era per noi un cavallo di battaglia. E quando dico per noi sono perfettamente conscio che tra quei “noi” c'era tutta una serie di individui che sono poi allegramente passati dall'altra parte e che oggi controllano le nostre vite.
Serrano ha esattamente la mia età. Immagino quindi abbia vissuto, almeno in parte, le stesse eccitazioni, gli stessi traumi, gli stessi sdegni che ho vissuto io. Nei primi anni 70 viveva a New York, dove io andavo spesso a fare spettacolo con il Bread and Puppet Theater. Chissà, magari ci siamo anche incontrati... Magari c'era anche lui a quella serata a cui partecipai in un loft di Soho con una parte dell'equipe della Factory di Andy Warhol, o magari era lì, seduto nel pubblico mentre io muovevo le marionette di Peter Schumann. Perché allora uno passa dalla Brooklyn Museum Art School dei primi anni 70, col fermento che c'era allora, coi sogni, i progetti, le indignazioni e le collere che c'erano allora alla fotografia di un crocefisso di plastica immerso nel proprio piscio?
Mi devo essere perso un capitolo. Si vede che, come il lettore di Se per una notte d'inverno un viaggiatore, non ho mai trovato il séguito. E adesso che lo vedo, questo séguito, adesso che vedo al servizio di cosa viene invocata la libertà d'espressione, mi viene una tristezza infinita.
Andres Serrano è un bamba, un pistola Amedeo, un pirla e un belìn. Ma quelli che lo chiamano artista e che chiamano arte Immersion Piss Christ sono generali a cinque stelle nell'esercito degli idioti.

martedì 19 aprile 2011

Dylan in Cina

Robert Zimmermann

Avevo incominciato a buttar giù questo post la settimana scorsa, poi mi sono dimenticato di pubblicarlo. Lo faccio ora, ché tanto la stupidità è cosa sempre attuale.

Maureen Dowd è giornalista. Maureen Dowd ha pubblicato un articolo sul New York Times un paio di giorni fa, intitolato Blowin' in the Idiot Wind. Il titolo è un mix dei titoli di due canzoni di Bob Dylan, Blowin' in the Wind e Idiot wind. Il refrain di Idiot wind finisce con queste parole: You're an idiot, babe, / It's a wonder that you still know how to breath (sei un 'idiota, baby, è un miracolo che tu sappia ancora come si fa a respirare). Non so se la leggendaria preveggenza di Bob Dylan l'abbia portato a scrivere queste parole ben 37 anni fa in onore di Maureen Dowd — che allora lavorava per il Washington Star — ma avrebbe potuto.
Di cosa parla l'eccellente Maureen? Dei concerti del grande Bob in Cina in questi ultimi giorni. E cosa ci dice l'informata Maureen? Che Dylan ha accettato la censura imposta dal governo cinese rinunciando a cantare le sue “iconiche canzoni rivoluzionarie” come Blowin' in the Wind e The Times They Are a-Changin'.
Se la rossocapelluta Maureen si fosse presa la briga di informarsi un po' meglio prima di disinformarci e di suscitare commenti e altri articoli in una serie di altri quotidiani americani ed europei, magari anche Federico Rampini, corrispondente americano di Repubblica, ci avrebbe risparmiato le scemenze del breve video che pubblica sul sito del suo giornale (http://tv.repubblica.it/copertina/bob-dylan-sotto-accusa-per-i-concerti-in-cina/66038?video=&ref=HRESS-14).
Bob Dylan ha un sito ufficiale. Sul sito ci sono le date dei suoi concerti. Ogni data di concerto già avvenuto dà la possibilità di cliccare su Set List e di ottenere la lista delle canzoni cantate in quel
dato concerto. Una semplice verifica mostra che effettivamente Dylan non ha cantato Blowin' in the Wind e The Times They Are a-Changin' né a Pechino né a Shanghai. Senonché il sito ci propone un altro: Archive dates.
Io ho cliccato e ho dato un'occhiata. L'ultimo concerto del 2010 Dylan l'ha dato a Mashantucket, nel Connecticut e, oh sorpresa!, neanche lì ha cantato le due canzoni “iconiche”. E non le aveva cantate nemmeno il 21 agosto a Monterey, California, il 25 marzo a Tokyo, il 31 marzo 2009 a Hannover, il 16 agosto 2008 a Atlantic City, New Jersey e, oh scandalo!, neppure il 15 luglio 1994 a Vienna!
Perbacco! Chi avrebbe mai immaginato che la potenza dei censori cinesi avrebbe potuto andare dal Connecticut alla California e dal Giappone alla Germania? Maureen, mi sa che hai perso l'occasione di denunciare qualcosa di veramente scandaloso! Pensa: se l'avessi fatto magari ti avrebbero dato il Pulitzer e magari anche Federico Rampini ci avrebbe fatto su un bel commento...

Il bello con Bob Dylan è che non lo trovi mai dove te lo aspetteresti. Fin dall'inizio, una cinquantina d'anni fa, il “profeta della sua generazione” sembra essersi divertito a spiazzare tutti. Te lo aspettavi in stile folk e lui cantava con un gruppo rock al festival di Newport (1965) suscitando la collera di Pete Seeger, papa del folk americano, che annaspava cercando un'ascia con cui tagliare i cavi elettrici. Te lo aspettavi rock e lui pubblicava un LP intitolato Self Portrait nel quale cantava soprattutto canzoni non scritte da lui, tra le quali una versione di Blue Moon in perfetto stile crooner (roba da far schiattare d'invidia Dean Martin e Nat King Cole), una di The Boxer di Simon & Garfunkel e una di Early Morning Rain di Gordon Lightfoot. Per non parlare del duetto con Johnny Cash sull'LP Nashville Skyline, o della ripresa di Can't Help Falling in Love di Elvis Presley su un LP sobriamente intitolato Dylan.
È proprio questa una delle cose che ho sempre apprezzato in Dylan, questa sua eterna voglia di cambiare, di provare cose nuove, di non rimanere incastrato in uno di quei cassetti nei quali i critici amano mettere chiunque abbia un'attività pubblica. Oh, certo, Dylan negli anni ha anche messo in commercio qualche LP al limite dell'inascoltabile, come i due o tre in stile gospel. Ma non importa. Nessuno è mai riuscito ad appiccicargli un'etichetta sulla fronte. Ed è probabilmente questo che Maureen Dowd e tutti quelli che come lei si erigono a difensori di non so quale purezza musicoetica non sopportano.

lunedì 18 aprile 2011

Italia eterna


Un'amica mi manda via mail questo testo, che forse già conoscete, ma che mi pare meriti di essere letto e riletto:

"Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare."
Elsa Morante, 1945

E poi dicono che la Storia non si ripete...

domenica 27 marzo 2011

Sulla Libia, senza dubbi


Sono nel sud-ovest della Francia, ai piedi dei Pirenei, per una settimana di spettacoli. Ieri sera guardavo in televisione una di quelle trasmissioni che spesso vedevo quando abitavo da questa parte delle Alpi. Tra gli invitati (che non si insultavano, né si interrompevano, né si trattavano gli uni gli altri da imbecilli) c'era Bernard Kouchner, ex-ministro degli esteri, e una giornalista del Figaro. Credo che la poverina non avesse l'abitudine degli studi televisivi. Comunque sia, ha incominciato a tirar fuori argomenti assurdi, tirati per i capelli e più abituali nei circoli pacifisti che nei giornali vicini al potere pur di contraddire Kouchner. Il quale Kouchner se l'è mangiata cruda, con gusto e leccandosi i baffi. 

Si trattava della Libia, argomento scottante sul quale, chissà perché, molta gente a sinistra  esita a decidersi. 

È su un settimanale indiano che consulto ogni tanto su internet, Outlook, che ho trovato l'articolo col quale mi trovo più d'accordo a proposito della Libia. L'autore è Uri Avnery, lo scrittore israeliano noto soprattutto come fondatore del Gush Shalom, il Blocco della Pace, movimento pacifista particolarmente attivo e mille volte ostacolato dai governi di Tel Aviv.
Scrive Avnery:

“Il mio cuore è col popolo libico. (In ebraico, libi vuol dire il mio cuore).
Per me “non intervento” è una parola sporca. Mi ricorda la Guerra Civile Spagnola che si svolse quando ero molto giovane. (…)
Le democrazie occidentali rifiutarono risolutamente di intervenire e coniarono l'espressione “non-intervento”. In pratica non-intervento significò che che la Gran Bretagna e la Francia non intervennero, mentre lo facevano nel peggiore dei modi la Germania e l'Italia. La sola potenza straniera che aiutò i poveri democratici fu l'Unione Sovietica. Come l'avremmo saputo più tardi, gli agenti di Stalin sfruttarono l'occasione per eliminare i loro compagni combattenti — socialisti, sindacalisti, liberali e altri. (...)
Per qualcuno che viveva al tempo dell'Olocausto, specialmente per un ebreo, non vi possono essere dubbi.
Quando tutto fu finito, quando emerse l'orrenda vastità del genocidio, ci fu una reazione di protesta che non si è ancora placata. “Dov'era il mondo? Perché gli alleati non avevano bombardato le linee ferroviarie che portavano ad Auschwitz? Perché non avevo distrutto dal cielo le camere a gas e i forni crematori?” Queste domande non hanno fino ad oggi ricevuto una risposta soddisfacente.
(…) L'uso della forza militare per evitare che i nazisti uccidessero gli ebrei tedeschi — e i Rom — avrebbe certamente costituito un'interferenza negli affari interni della Germania. Si sarebbe potuto fortemente obiettare che gli altri paesi, e in particolare le loro forze armate, non avevano nessun diritto di intervenire.
Avrebbero dovuto intervenire? Sì o no? Se la risposta è sì, perché lo è per Adolf Hitler e non per questo piccolo Führer di Tripoli?
Questo ci porta naturalmente dritti al Kosovo.
(…) (Quando la Nato bombardò la Serbia) io applaudii pubblicamente, suscitando la costernazione di molti amici di sinistra, tanto in Israele che nel mondo. Loro insistevano sul fatto che i bombardamenti costituivano un crimine, in modo particolare perché erano portati avanti dalla NATO, che per loro era uno strumento del diavolo.
La mia risposta è che per evitare un genocidio sono pronto a fare un patto perfino con il diavolo.”

Sono d'accordo con Avnery, come ero d'accordo con lui all'epoca del Kosovo e prima ancora all'epoca di Sarajevo. Non mi faccio illusioni sui motivi dell'intervento alleato in Libia, né me ne faccio sui dubbi dell'ultima ora della Lega Araba, ma davanti a un incendio uno riempie un secchio d'acqua anche se è di un brutto colore, anche se l'acqua è sporca e anche se non l'ha fatto prima per altri incendi.

Tutto l'articolo di Avnery, ovviamente in inglese, su http://www.outlookindia.com/article.aspx?270962

lunedì 28 febbraio 2011

Per chi segue il calcio



Che gli inglesi siano un po' stravaganti è cosa risaputa. Ma mi sono accorto che questo aspetto della loro personalità trova riscontri evidenti anche nei nomi che i sudditi della regina Elisabetta hanno dato alle loro squadre di calcio. Vi propongo di trovare questi nomi, che ho nascosto dietro le loro traduzioni italiane:


Prosciutto dell'Ovest
Pozzanghera di fegato
I vagabondi della bruciatura nera
Tonnellata per sempre
Castello nuovo
Terra separata
Il mare del cigno
Leggendo
Il muro del mulino
La bocca del porto
Il borgo del mezzo
Il palazzo di cristallo

Devo ammettere però che il nome più strano e divertente l'ho trovato in un altro campionato europeo:

Positivamente gnocca

Qui sotto, in disordine, tutte le soluzioni, meno l'ultima. Chi la indovina non vince niente. Chi non la trova può scrivermi: risponderò.

WEST HAM, LIVERPOOL, CRYSTAL PALACE, MILLWALL, EVERTON, SWANSEA, BLACBURN ROVERS, MIDDLESBROUGH, NEWCASTLE, SUNDERLAND, PORTSMOUTH, READING

giovedì 10 febbraio 2011

Di un giovane in ascesa

Renzo Bossi, politico padano

Il giovane Renzo Bossi, quello che non tifa Italia ai mondiali di calcio, che dice di non voler “provare né culattoni né droghe”, che si è diplomato al terzo tentativo e che ora guadagna la sua dozzina di migliaia di euro al mese in qualità di membro del consiglio regionale della Lombardia, ha presentato ieri la sua prima proposta di legge regionale. Gli è andata alla grande: legge approvata con 62 voti a favore e nessun contrario.
Peccato che il baldo giovane ingiustamente conosciuto come Il Trota non si sia limitato a leggere il discorsetto che qualcuno gli aveva scritto, ma si sia lasciato andare a un'intervista della quale il sito di Repubblica TV mostra un breve estratto (http://tv.repubblica.it/copertina/il-trota-esordisce-come-relatore-in-regione/61649?video=&pagefrom=1&ref=HRESS-13). Ecco cosa dichiara l'erede padano:
“Diciamo che incrementando l'educazione, soprattutto nelle scuole, dove magari iniziano queste piccole (incomprensibile), magari col bullismo, tutti questi eventi che si vivono quotidianamente anche tramite i giornali, si possa disincentivare quella che è la ricerca di magari i giovani che possano aderire alle organizzazioni criminali”.

Quali conclusioni possiamo trarre da tale sfoggio retorico?
  1. La maturità non gli andava data nemmeno la terza volta.
  2. Tutte le specie ittiche, trote comprese, hanno avuto ragione di starsene zitte per vari milioni di anni.
  3. La padania (che da natìo della ridente Lombardia mi rifiuto di scrivere con la P maiuscola) è destinata ad un futuro politico brillante quanto la fotografia di un pezzo di carbone vista in un tunnel ferroviario in una notte senza luna.
  4. Andiamo a farci un caffé, va'...

mercoledì 9 febbraio 2011

Siamo ricchi!

Il nostro Amato Leader, leggendario annunciatore di buone notizie e coraggioso incitatore all'ottimismo, ci ha dato stamattina una nuova dimostrazione della sua benevolenza e del suo realismo affermando che “l'Italia è un Paese che ha un debito pubblico elevato, ma ha cittadini che, uso questo termine, sono ricchi”.
Come sempre, Papi ha ragione. Cosa ci dice infatti il dizionario Hoepli online al lemma “ricco”?:
  1. Che possiede beni e sostanze, spec. denaro, in misura superiore al comune. (...)
    SIN. facoltoso, danaroso
    CON. povero, indigente
  2. Fornito in abbondanza di risorse, di beni da cui trarre vantaggio, profitto.
Ovviamente il buon vecchio Hoepli ci dice di più, ma a noi già basta questo. Ci basta sapere che possediamo beni e sostanze, spec. in denaro, in misura superiore al comune e che siamo forniti in abbondanza di risorse, di beni da cui trarre vantaggio, profitto.
Fa bene il flaccidone a ricordarcelo, anzi a dircelo, perché noi non lo sapevamo. Anzi, col nostro abituale disfattismo, eravamo persuasi del contrario.
Ovviamente avevamo torto. Non ci credevamo ricchi perché ci ostinavamo a paragonarci a chissà quali Paperon dei Paperoni. Errore!
Non alzavamo abbastanza lo sguardo, non guardavamo abbastanza in là. Che senso ha paragonarsi ai francesi, agli olandesi o agli svedesi? È al Burundi che bisogna guardare, al Paraguay, al Laos. È vero o no che mediamente siamo più ricchi di un cittadino di Bujumbura, di uno di uno di Asunción e di uno di Vientiane? Certo che è vero!
E allora vogliamo smetterla di rompere le scatole a chi ci governa con dedizione, responsabilità, senso del sacrificio e dello Stato? Noi siamo tanto ricchi che possiamo permetterci un presidente del consiglio ricchissimo. E ché, dite poco?

martedì 1 febbraio 2011

Basta!




Un altro amico del nostro Amato Leader sta per andarsene. Dopo il tunisino Ben Ali, ora è lo zio di Ruby, Mubarak, che sta preparando le valigie.
Non se ne può più. Il potere dei pm comunisti ha ormai valicato le frontiere.
Qualche settimana fa Ilda Boccassini è stata vista da un giornalista del Giornale mentre saliva a bordo di un aereo privato diretto a Tunisi. Insieme a lei c'erano Cochi e Renato con le loro chitarre, il figlio di Rocco Siffredi, tre Chippendales di nazionalità uruguayana e tale Giovanni B., ex-barista del Billionaire. Accompagnata da questi giovani muscolosi e probabilmente lautamente pagati (le indagini sono in corso) la Boccassini è partita per Tunisi dove in pochi giorni, tra un bunga bunga e un altro, ha comperato tonnellate di farina, facendo così salire il prezzo del pane e provocando la rivoluzione tunisina.
L'instancabile pm dalla chioma rossa era tornata da pochi giorni in Italia per infangare Nicole Minetti quando un paparazzo pugliese l'ha fotografata al porto di Brindisi mentre saliva a bordo di uno yacht foderato internamente di marmo di Carrara ed esternamente di pelliccia di visone. Pochi minuti dopo, il natante salpava in direzione del Cairo. Anche questa volta la Boccassini non era sola: con lei viaggiavano il fratello minore di Brad Pitt, il cugino di Fabrizio Corona e sei allievi del liceo Leopold von Sacher-Masoch di Bolzano. La presenza di Luca Zingaretti, segnalata in un primo tempo, è stata poi smentita in quanto l'attore si trovava in quel momento sul set del film Abbasso l'Italia!, per la regia di Roberto Benigni, la cui uscita è prevista per il prossimo maggio. Anche al Cairo l'intraprendente magistrata si è fatta notare: prima per una festa privata all'interno del museo egizio, poi per un'operazione, destinata a rimanere segreta ma svelata dai nostri servizi segreti, consistente nello scaricamento del Nilo di 1428 camion carichi di beni di prima necessità i cui prezzi sono andati alle stelle già dall'indomani nei bazar della capitale.
Ora, di fronte a fatti di tale gravità, ci dobbiamo chiedere: perché i giornali di sinistra non ne hanno parlato? Come può una tale donna continuare a esercitare la sua professione? Quanti vergognosi incidenti di questo tipo dovranno ancora accadere prima che gli italiani capiscano quel che sta succedendo? Come può la sinistra continuare a pretendere che l'Italia non ha nessuna influenza all'estero?
Meno male che Silvio c'è.

venerdì 28 gennaio 2011

E adesso l'Egitto




Il sito ufficiale del governo italiano indicava il 3 gennaio scorso che il nostro Amato Leader aveva ricevuto una telefonata dallo pseudo-zio di Ruby, al secolo Muhammad Hosni Sayyid Ibrahim Mubarak. I due si erano fatti gli auguri per l'anno nuovo e si erano “dati appuntamento al prossimo Vertice bilaterale italo-egiziano in programma a Luxor nel mese di febbraio.” Il buon Mubarak aveva anche fatto i suoi complimenti a San Silvio da Arcore “per il recente voto di fiducia parlamentare.”
Non che lui di fiducia parlamentare ne sappia un granché, visto che di opposizione nel suo parlamento praticamente non ce n'é.
Le ultime notizie dal Cairo parlano di scontri violenti tra manifestanti e polizia, con numerosi morti. Internet e le reti cellulari sono inaccessibili da ieri per non permettere agli oppositori di scambiarsi informazioni. Eppure la gente continua a manifestare con un coraggio e una volontà che non possono che suscitare rispetto.
Qualcosa sta succedendo nel bacino mediterraneo e probabilmente altri presidenti e dittatori incominciano ad aver bisogno di cambiarsi mutande e pannoloni un paio di volte al giorno. Mi si potrà sempre rispondere con raffinate considerazioni macropolitiche per cercare di convincermi che in tutto questo c'è un grave rischio di instabilità dalle conseguenze imprevedibili. Forse.
Però intanto la gente si ribella, scende in strada rischiando la pelle, si fa sentire, esige un cambiamento. E già questo mi ha dato voglia di incominciare questo post con l'immagine di una bandiera egiziana.
Si fa quel che si può. Chissà quando mi verrà voglia di iniziare un altro post col tricolore?...

mercoledì 26 gennaio 2011

Di una Commissione



Questa mattina è avvenuta la consegna al capo dello Stato del rapporto da lui chiesto sul conflitto d'interessi. I tre membri della commissione, ovvero il vicepresidente del Consiglio di Stato, l'ex primo presidente della Corte d'Appello della capitale e il presidente della Corte dei Conti propongono che venga stipulata una legge per definire il conflitto d'interessi. La definizione dovrebbe tener conto dei valori indispensabili all'esercizio della funzione pubblica: probità, intégrità, imparzialità et obiettività. Laddove gli interessi privati — materiali, finanziari o professionali — rischiassero d'influenzare la condotta del titolare di una funzione pubblica ci sarebbe conflitto d'interessi.
Una delle idee del rapporto è di stabilire l'assoluta trasparenza sulle attività di un certo numero di attori della vita pubblica. I membri del governo, per esempio, dovrebbero compilare un documento speciale nel quale indicare i loro eventuali introiti privati, i loro precedenti impieghi nel settore privato, ecc. Anche i sottosegretari, i direttori di gabinetto, i responsabili di numerose collettività locali e di alcune aziende a partecipazione statale dovrebbero fare la stessa cosa, ma solo i documenti riguardanti i ministri dovrebbero essere resi pubblici.
Se un individuo si trovasse in situazione di conflitto d'interessi dovrebbe disfarsi dell'interesse privato, oppure rinunciare all'incarico pubblico. Per prevenire ogni problema la commissione propone la creazione di codici di condotta specifici. I controlli sarebbero effettuati da una nuova Commissione per la Trasparenza Finanziaria della Vita Pubblica formata da magistrati di grado superiore.
Forse ho dimenticato di precisare che tutto questo è successo stamattina in Francia, dove i magistrati non sono comunisti trinariciuti stalinisti nostalgici irriverenti gelosi ambiziosi e puzzoni.